La città geniale

Storie e…

Domenica 24 maggio 2015 ho sentito parlare per la prima volta de L’amica geniale di Elena Ferrante; sapevo che Elena Ferrante era candidata al Premio Strega, sapevo che era una candidatura contestata, principalmente perché l’identità di Elena Ferrante rimane un mistero; sapevo che era l’autrice de L’amore molesto da cui Mario Martone aveva tratto un film; non avevo letto il libro, non avevo visto il film.

Allo Strega era candidato Storia della bambina perduta il quarto volume della quadrilogia iniziata con L’amica geniale, un unico libro in quattro volumi pubblicati a distanza di circa un anno l’uno dall’altro: L’amica geniale, Storia del nuovo cognome, Storia di chi fugge e di chi resta, Storia della bambina perduta.

Storia della bambina perduta da solo non ha senso, candidandolo, a mio parere, si candidavano automaticamente tutti e quattro i libri, tutta la storia. Per alcuni l’opposizione alla candidatura allo Strega si basava su questo.

Prima di domenica 24 maggio 2015 il mio interesse per Elena Ferrante e per i suoi libri era inesistente. Seduta a un tavolo di Concettina ai Tre Santi — pizzeria al Rione Sanità, Napoli — per la prima volta mi sono interessata a Elena Ferrante e la quadrilogia de L’amica geniale è diventata un consiglio di lettura da tenere ben presente.

Ci sono persone di cui mi fido se mi dicono: “Leggi quel libro, vedi quel film, quella mostra è bella”, mia cugina Fabrizia è una di queste. A lei quei quattro libri erano piaciuti, la cosa era da tener presente.

Grazie Fabrizia, li ho amati profondamente.

Non ho iniziato subito a leggere L’amica geniale, ho colto il consiglio e l’ho messo da parte, a riposare. Domenica 28 giugno alla radio ho risentito parlare di questi quattro bellissimi libri e ho iniziato a leggere il primo, così, per capire. Dalle prime pagine sono scivolata in un mondo, e in un’ossessione, durata cinque giorni. Venerdì 3 luglio ho letto l’ultima pagina di Storia della bambina perduta e tutta la storia ha preso un senso nuovo.

Ho trovato il finale bellissimo, compiuto e aperto, la risposta a una domanda che mi stavo facendo dalle prime pagine del primo volume; la risposta necessaria. Il dopo, qualsiasi esso sia prende una luce differente; anche il prima cambia senso. Al contrario di me arrivati alla fine molti lettori si sono sentiti ingannati, orfani di risposte. Spero che la casa editrice non chieda alla Ferrante di pubblicare un quinto volume visto il successo dei primi quattro, se lo facesse vorrei che la Ferrante rispondesse un secco no; altri lettori forse quel quinto libro  lo aspettano con ansia.

Io e Fabrizia abbiamo letto gli stessi libri? Sì e no. : le parole, le storie, i luoghi, i personaggi erano gli stessi. No: io e Fabrizia siamo due persone differenti, ognuna con la sua storia, il suo modo di stare al mondo, la sua emotività, i suoi sentimenti, ognuna di noi ha letto la sua versione de L’amica geniale.

Leggendo le recensioni su Amazon questa cosa mi è stata chiarissima, non perché ad alcuni lettori i libri erano piaciuti e ad altri no, ma perché il punto di vista dei lettori e i motivi per cui li avevano amati, o odiati, erano differenti, personali, intimi.

Elena Ferrante sa bene che i libri diventano del lettore, lo dice con chiarezza ne La Frantumaglia, raccolta di lettere e interviste nata per far conosce ai lettori questa scrittrice, misteriosa e potente, in maniera più personale:

Ogni lettore ricava dal libro che legge nient’altro che il suo libro

L’amica geniale (da ora indicherò tutta la quadrilogia con il titolo del primo volume)  ci porta in un Rione difficile e periferico di Napoli, conosciamo due bambine, Raffaella-Lina (Lila solo per Lenuccia) Cerullo e Elena-Lenuccia-Lenù Greco; le vediamo diventare amiche — con tutte le invidie, le gelosie, le meschinità, l’affetto e la complicità di un’amicizia femminile — le seguiamo nell’età adulta, siamo ancora con loro quando diventano anziane. Conosciamo i loro amici, i loro amori, le loro difficoltà e le loro gioie: le loro vite.

Francesca Matilde Ferone abbraccia Napoli. illustrazione di Sandro Quintavalle

Eccola!

Lenuccia da quel Rione esce, va via da Napoli, odiandola; scivola in un mondo che visto da lontano le sembrava un porto sicuro, privo di violenza, basato sulla ragione, sulla cultura, sull’ordine, a poco a poco ne vede gli angoli oscuri. Scopre che sotto il velo di ordine e raziocinio c’è ben altro.

Il Rione e Napoli sono personaggi vivi; del Rione non viene mai fatto il nome ma le descrizioni dei luoghi, al suo interno e nelle vicinanze, sono minuziose; mi sono improvvisata investigatrice geografica e mentre leggevo con Sandro ricostruivamo posti a noi poco conosciuti, o del tutto sconosciuti, fermate della metropolitana, distanze. Scoprivamo che il Centro Direzionale è costruito su paludi; ci chiedevamo quale fosse la fermata della metropolitana vicina al Rione: “Ma certo Gianturco!” — la conferma l’ho avuta leggendo L’amore molesto, il Rione dove si svolge l’infanzia della protagonista è lo stesso in cui è ambientata L’amica geniale —; per la prima volta sento parlare dei Granili; per la prima volta faccio mente locale e grazie a Google Maps vedo con chiarezza che via Marina prosegue, cambia nome, diventa via Reggia di Portici, via Ponte dei Granili, arriva a San Giovanni a Teduccio, e va avanti in luoghi che non conosco o che conosco per sentito dire.

E poi c’è quel tunnel, un sottopasso ferroviario, a via Emanuele Gianturco, vedo due bambine tenersi per mano attraversandolo alla ricerca del mare; sanno che a Napoli c’è, o dovrebbe esserci, alcuni del Rione dicono di esserci andati.

E il Rione si materializza, il Rione Luzzatti, corrisponde. Tra via Emanuele Gianturco, via Traccia a Poggioreale, i binari della ferrovia, gli stagni diventati Centro direzionale, Poggioreale. Un mondo.

La Ferrante ci dà indicazioni precise, indizi sparsi qua e là.

Lila si sposa nella chiesa della Sacra Famiglia, se si fa una ricerca su Google: “Chiesa della Sacra Famiglia Napoli” la risposta è immediata, il primo risultato: “Parrocchia della Sacra Famiglia al Rione Luzzatti via Carlo Bussola”. Il sito della parrocchia racconta la storia di quei luoghi, ma ci parla anche del “risanamento” di una zona centrale della città durante il fascismo, del trasferimento dell’interno di una chiesa del 1500, e delle opere in essa contenute, dal centro di Napoli a una periferia appena costruita. Nuovi rioni popolari dove le genti, sulla carta, nei progetti, sarebbero state meglio; la realtà è stata, ed è, un’altra. Per i più curiosi qui il link al sito della Parrocchia della Sacra Famiglia

Vedo passeggiare Lenuccia e Lila tra le strade del Rione, le vedo sedute ai giardinetti, le vedo affacciarsi fuori dal Rione con rabbia, paura, disagio; le vedo  tornare con altrettanta rabbia, ma sentendosi al sicuro al centro del loro mondo ai margini che vorrebbero cambiare dall’interno.

Le case nuove, vicino alla ferrovia, dove va ad abitare Lila da sposata, i giardinetti, le palazzine a quattro piani, la chiesa, la scuola, lo stradone. La tecnologia di Goolge Street View evidenzia la minuzia con cui la Ferrante ha raccontato quei luoghi. Di fronte alla realtà di quelle strade, al realismo di quell’amicizia, alla verità dei mondi lontanissimi dal Rione vissuti da Lenuccia, alla chiusura del Rione-mondo, mi sento soffocata e vivissima.

Google Street View mi porta in quei luoghi e a me la voglia di vederli da vicino proprio non viene.

Napoli è protagonista de L’amica geniale, come lo è de L’amore molesto, capire il luogo di provenienza delle protagoniste, il loro muoversi emotivo e fisico nella città è parte fondamentale del viaggio nella vita di queste due donne. È difficile non cercare di ricostruire la geografia di questa storia, se sei napoletano impossibile, credo.

Ho percorso una Napoli a me sconosciuta: i luoghi che circondano il Rione Luzzatti li conosco per sentito dire o per passaggi frettolosi e obbligati sempre con la voglia di uscire il più velocemente possibile da quella parte di città, con la paura e il senso di non appartenenza che la facevano da padroni. Del Rione Luzzatti non avevo mai sentito parlare. Ho riconosciuto una Napoli dove so muovermi con agio e disagio, di cui conosco pregi e difetti.

Dopo aver trovato la chiesa dove Lila si sposa ho cercato la scuola elementare del Rione: l’Istituto comprensivo Ruggiero Bonghi del Rione Luzzatti ha tre sedi e quattro plessi; tra sedi e plessi mi sono un po’ persa: due scuole elementari, un asilo, una scuola media. Lila e Lenuccia sono andate a scuola in uno di questi edifici? Forse.

Alla scuola media c’è una sezione a indirizzo musicale, alcuni tra i giovanotti e le signorine che frequentano codesta sezione fanno parte di un’orchestra: l’Orchestra Bonghi. Se vi va di curiosare ecco la pagina Facebook dell’Orchestra Bonghi

I ragazzi dell’orchestra sono decisamente bravi e collezionano premi, qui il racconto di un po’ della loro storia.

La musica per andare avanti in posti difficili dove crescere mi fa venire in mente la Sanitansable, l’Orchestra Bonghi e la Sanitansamble sono due realtà differenti, una scolastica, l’altra un progetto educativo extra scolastico che può portare a percorsi scolastici con cui completare la propria formazione musicale, ma finiscono per avere una stessa funzione: costruire fondamenta sane di giovani vite attraverso la musica.

Non so se Elena Ferrante sia un uomo o una donna; credo, spero, una donna. Mi piace pensare che solo una donna possa raccontare le donne con tanta lucidità, in un rapporto vero, reale, privo di melassa, duro e affettuosissimo. Elena Ferrante deve essere napoletana, un Rione lo racconti così solo se lo conosci bene, la città la racconti in quel modo solo se la vivi, o l’hai vissuta, la senti, ti arrabbi e poi impari anche ad amarla. Impari ad amarla conoscendo la sua storia millenaria, imparando a conoscere luoghi visti mille volte ma mai guardati con attenzione, addentrandoti in posti sconosciuti il cui nome ti ha sempre creato paura e disagio.

Lila dopo un grande dolore inizia a studiare la storia di Napoli, ne rimane incantata, e conoscendola impara ad amare la città in tutta la sua feroce bellezza, Lenuccia quando lo scopre dice una frase che ho sentito mia:

Che grave negligenza era stata nascere e vivere a Napoli senza sforzarmi di conoscerla

Elena Ferrante, come ogni autore, è nei suoi libri; l’anonimato forse le dà la libertà di raccontare senza ferire chi le sta intorno e di esporsi senza esporsi, forse è marketing, forse è un gioco. Ne La Frantumaglia sono raccolte le domante che gli ascoltatori di Fahrenheit, trasmissione di radio 3 RAI, hanno posto alla Ferrante scrivendo alla sua casa editrice e le relative risposte; domante e risposte sono stare lette in trasmissione, Concita De Gregorio ha dato voce alla Ferrante. La risposta a un ascoltatore che le chiedeva se i suoi libri fossero autobiografici:

Nella finzione diciamo e riconosciamo, di noi, ciò che per convenienza nella realtà taciamo e ignoriamo

si intreccia a una riflessione di Lenuccia sul modo di raccontare di Lila:

Mi sembrò — formulato a parole d’oggi – che non solo sapesse dire bene le cose ma che stesse sviluppando un dono che già conoscevo; meglio di come facesse da bambina, prendeva i fatti e li rendeva con naturalezza carichi di tensione; rinforzava la realtà mentre la riduceva a parole, le iniettava energia

Elena Ferrante ha lo stesso dono che attribuisce a Lila, rinforza la realtà mentre la riduce a parole? Forse. Un bravo scrittore trasforma il personale in universale.

…luoghi

Il primo martedì di luglio al Rione Sanità di Napoli c’è la processione in onore di San Vincenzo Ferrer, detto ‘o Monacone, patrono della Sanità. La processione conclude i festeggiamenti in ricordo dei miracoli fatti dal Santo durante l’epidemia di colera dilagata a Napoli nel 1836. In passato i festeggiamenti erano più ricchi come racconta don Antonio Loffredo nel libro Noi del Rione Sanità

Un tempo la gente si impegnava perfino i materassi per contribuire alle spese e partecipare ai fasti di questa ricorrenza. Oggi, per quanto in forma ridimensionata, la tradizione continua a tramandarsi. Si cerca di preservarne il più possibile le forme originarie dall’offuscante usura degli anni e delle contingenze

Di don Antonio Loffredo e del suo lavoro al Rione Sanità ho già parlato in questi post: Alla scoperta di strani, nuovi, mondi. Una vomerese alla SanitàLa bellezza che c’è in noiMa che mu, ma che mu, ma che musica maestro!. Don Antonio è il parroco della Sanità; è stato, ed è, il motore portante della rinascita economica e culturale di questo luogo al centro di Napoli, bellissimo e oscuro, pieno di beni artistici e architettonici che stavano lentamente marcendo.

Il Rione Sanità è stato, ed è, nell’immaginario di molti napoletani uno di quei buchi neri dove non andare, regno di degrado e violenza. Non si offendano le tante persone per bene che abitano quei luoghi, l’immaginario comune e la fama del Rione erano, e per molti sono ancora, questi, negarlo è voler negare il lavoro immenso fatto negli ultimi anni da don Antonio e dai suoi ragazzi.

Al Rione Sanità si è creato un modello di economia solidale e sostenibile; si fa impresa valorizzando il territorio e i suoi beni artistici e culturali; si crea lavoro in tempo di crisi. Da alcuni anni turisti, italiani e stranieri, si addentrano in questa parte di Napoli, considerata ancora da molti napoletani luogo pericoloso, da evitare. A volte ho la sensazione che siano proprio i napoletani i più restii a lasciarsi trasportare nella rinascita della Sanità.

Don Antonio Loffredo parlando della Sanità dice:

La chiusura di un luogo si riflette fatalmente sulla mentalità dei suoi abitanti. Quando un estraneo «entra» in questo Rione, la gente si fa guardinga, sospettosa. Esamina il nuovo venuto, vuole sapere

Parlando della Sanità don Antonio automaticamente parla di tutti i luoghi chiusi in cui vigono regole ben precise, inviolabili, conosciute bene dagli abitanti:

Lello (il sagrestano) […] mi ha istruito su come ogni cosa andava fatta «perché così si è sempre fatta e così va conservata». Al Rione le novità e i cambiamenti non sono i benvenuti: provocano angoscia

Don Antonio aggiunge:

Qui non si sogna. E le lotte fra poveri sono sempre le più amare: tanto caparbie quanto vuote di senso

Le parole di Don Antonio si incrociano con quelle con usate dalla Ferrante ne L’amica geniale per descrivere il modo di vivere e pensare al Rione Luzzatti.

Non ho nostalgia della nostra infanzia, è piena di violenza. Ci succedeva di tutto, in casa e fuori, ogni giorno, ma non ricordo di aver mai pensato che la vita che c’era capitata fosse particolarmente brutta. La vita era così e basta, crescevamo con l’obbligo di renderla difficile agli altri prima che gli altri la rendessero difficile a noi

Rione Sanità e Rione Luzzatti si fondono e con loro tutti quei luoghi in cui nascere, crescere, vivere per molti è fatica immensa e quotidiana.

Elena Ferrante racconta storie di donne fatte, anche, di ordinaria violenza quotidiana, don Antonio racconta le stesse storie parlando delle condizioni di vita di molte donne al Rione Sanità:

Vivono troppo spesso storie di violenza che non raccontano, specialmente se sono giovani.[…] L’omertà si mescola alla convinzione di meritare le percosse e le sevizie, all’assurda credenza che siano, in fondo, manifestazioni di passione e, in ogni caso, obblighi cui sottomettersi

Elena Ferrante aggiunge tramite Lenuccia, la voce narrante di tutto il libro:

Eravamo cresciute pensando che un estraneo non ci doveva nemmeno sfiorare, ma che il genitore, il fidanzato, il marito potevano prenderci a schiaffi quando volevano, per amore, per educarci, per rieducarci

Mentalità che possiamo guardare dall’alto in basso dicendoci che sono racchiuse solo in determinati luoghi, in determinate aree geografiche, ma ci sbagliamo; sono mentalità diffuse, frutto di un concetto perverso di famiglia, di donna, di tradizione; a volte nascoste dietro un velo di civiltà e progresso, in agguato, con la complicità delle stesse donne nel ruolo di vittime, carnefici, o testimoni omertose.

Don Antonio cita le parole di padre Alex Zanotelli, che da vari anni vive alla Sanità, per raccontare la difficoltà del cambiamento:

Questo popolo è abituato a un individualismo storico, perché ha sempre dovuto cavarsela da solo, quindi non è avvezzo a pratiche sociali cooperativistiche

Ma lo stesso padre Alex dice:

Piano piano, sta crescendo una nuova cittadinanza attiva, che si oppone al clientelismo e non chiede più favori ma reclama diritti

In una situazione di stasi in movimento don Antonio prosegue il suo cammino:

A me non resta che riprendere a lavorare per scardinare ancora una volta l’atteggiamento di chiusura altera e depressa e tornare alla carica per attivare il cambiamento

Il cambiamento don Antonio alla Sanità l’ha attivato puntando sui giovani, alcuni di loro si sono lasciati attirare dal nuovo modo di pensare che gli veniva proposto e, lavorando duramente, hanno realizzato cose che fino a pochi anni fa sarebbero state considerate sogni folli solo a sognarli.

Trovare il giusto approccio, i giusti canali di comunicazione, il giusto linguaggio è fondamentale per scalfire corazze e provocare cambiamenti dall’interno, gli unici duraturi.

[…] per allargare gli orizzonti di questi ragazzi e ripulirli dai pregiudizi che avevano avvelenato il passato e il contesto in cui erano cresciuti, sarebbe stato utile uscire dai confini ristetti del quartiere. In altre parole, farli viaggiare. Dapprima abbiamo visitato i dintorni, le spiagge della Costiera, la Sicilia, poi ci siamo spinti a Parigi, in Palestina, in Marocco…

Don Antonio ci racconta che i suoi ragazzi si sono aperti al mondo uscendo dal Rione, viaggiando; anche Lenuccia si è aperta al mondo uscendo dal Rione, viaggiando; Lila no, Lila realizza grandi cose rimanendo dov’era, uscendo pochissimo dal Rione. Lila è un mondo a parte, pieno di luci e ombre. Lila costruisce e distrugge.

Lila e Lenuccia vogliono cambiare il Rione; Lila, soprattutto, lo vuole cambiare dall’interno portando un nuovo modo di pensare e agire:

Era quella l’ultima novità che s’era inventata? Voleva uscire dal Rione restando nel Rione? Voleva trascinarci fuori da noi stessi, strapparci la vecchia pelle e imporcene una nuova, adeguata a quella che si stava inventando lei?

I nuovi modi di agire e pensare fanno intravedere la possibilità di cambiamento, Lenuccia e i suoi amici quel cambiamento lo vogliono ma si sentono spaesati, nel nuovo modo d’agire e di pensare non si riconoscono, e, con ingenuità, rimettono in scena schemi conosciuti dissolvendo i passi fatti verso una nuova direzione. Accortasi dell’errore commesso Lenuccia dice:

Segno che forse Lila aveva ragione: la gente di quella risma bisognava combatterla conquistandosi una vita superiore, di quelle che loro non potevano nemmeno immaginare

La vita superiore voluta da Lila non è fatta di soldi e arroganza ma è basata su comportamenti rispettosi degli altri, sull’ignorare provocazioni e insulti evitando un susseguirsi di violenza, una vita dove non vige la legge del più forte. Il tentativo di Lila fallisce, perde la battaglia non la guerra; don Antonio, i suoi ragazzi e i suoi complici vanno caparbiamente avanti ottenendo risultati concreti.

La Sanità è un luogo storico di Napoli e dalla sua storia sta traendo ricchezza e lavoro; a don Antonio e ai suoi ragazzi piace ricordare che la ricchezza del loro Rione viene dal passato da valorizzare nel presente per costruire il futuro:

[…] Ancora una volta, il futuro chiama il passato e chiede aiuto al presente per andare avanti

Alla Sanità ci stanno dimostrando che con la valorizzazione del bello e con la cultura si mangia, alla Sanità si costruisce uscendo dagli schemi preordinati.

Benvenuti al Rione Sanità è il titolo della festa organizzata quest’anno alla Sanità dal 3 al 9 luglio: mostre, spettacoli, degustazioni, visite guidate e tanto altro. Un occasione per conoscere, o esplorare con maggiore attenzione, questo luogo bello e difficile, ricco di cultura e degrado, posto al centro di Napoli.

Martedì 7 luglio 2015 alle 19,00 ero nella basilica di Santa Maria della Sanità per partecipare alla cerimonia religiosa che ha preceduto la processione in onore di San Vincenzo Ferrer. Non sono una persona religiosa e non ha mai partecipato a una processione in vita mia ma quest’anno mi è capitato spesso di andare alla Sanità, superando paure e tabù mentali, e dopo aver letto Noi del Rione Sanità di don Antonio Loffredo mi era venuta voglia di partecipare alla processione di San Vincenzo Ferrer.

Il caldo e l’umido quella sera l’hanno fatta da padroni e le mie sensazioni e i miei pensieri sono stati contaminati da quel caldo e quell’umido.

Arrivando alla Basilica di Santa Maria della Sanità pensavo di trovare la chiesa gremita, alle 18,45 erano piene solo le panche avanti alla cappella, in una delle navate laterali, dove era stata sistemata la statua di San Vincenzo Ferrer e dove si sarebbe celebrata la messa. Davanti la bellissima scalinata, nella navata principale, era stata montata una grande pedana dove si sarebbe tenuto lo spettacolo la sera del 9 luglio a conclusione della settimana di festeggiamenti alla Sanità, forse aveva ospitato nei giorni precedenti altri spettacoli ma sono una cronista imprecisa e ammetto di non saperlo. Mi sono seduta su una delle prime panche oltre la pedana, di fronte la statua del Santo, quella navata della chiesa era quasi vuota al momento del mio arrivo, come le panche nella navata centrale. Nel quarto d’ora successivo la chiesa si è riempita, ma meno di quanto credessi.

Ho ascoltato la funzione guardandomi intorno, c’era pochissima gente venuta da fuori Rione, mi sono sentita a disagio, un pesce fuor d’acqua. Ho partecipando alla funzione religiosa seguendone i rituali, da non credente, con profondo rispetto.

Al mio fianco si sono sedute due signore anziane, una delle due era molto enfatica nel pregare, urlava le risposte dei fedeli alle parole dei celebranti come se stesse mostrando l’evidenza della sua fede. Me la sono immaginata pronta a giudicare tutto e tutti in nome di un dio che solo lei sapeva servire e seguire, l’ho immaginata spettegolare e malignare, mi ha ricordato persone già viste e ho provato una forte antipatia per lei. Forse mi sbaglio, forse mi ha solo evocato brutti ricordi.

Prima dell’inizio della funzione dietro di me ho sentito voci conosciute, erano le voci di Miriam e Flora, due delle ragazze che fanno parte della cooperativa la Paranza che ha in gestione le Catacombe di San Gennaro e quelle di San Gaudioso, erano con altri ragazzi, forse anche loro della cooperativa.

Il mio interesse a quello che sta accadendo alla Sanità è nato con una visita serale alle Catacombe di San Gennaro nell’ottobre dello scorso anno. In quel periodo nei fine settimana la sera i ragazzi della Paranza insieme ad alcuni artisti napoletani avevano organizzato un percorso guidato serale: Le luci di dentro, visita guidata alle catacombe arricchita da tre istallazioni multimediali. Alla cassa c’era Miriam, la nostra guida Flora. Flora mi colpì molto: competente e chiara, paziente con un pubblico in certi momenti sgradevole e arrogante; ma la cosa cosa che mi colpì di più fu il modo in cui si illuminava parlando del lavoro fatto in quegli anni alla Sanità, dei suoi compagni di viaggio e di don Antonio, di cui io ignoravo completamente l’esistenza.

Una domenica mattina di marzo con Sandro, e Manuela e Silvia, delle amiche venute da Milano, abbiamo percorso il Miglio Sacro guidati da Miriam, Flora era alla cassa. Il Miglio Sacro comprende le catacombe di San Gennaro, quelle di San Gaudioso, la basilica di Santa Maria della Sanità, il Cimitero delle Fontanelle, un giro del quartiere con visita a Palazzo Sanfelice e Palazzo dello Spagnuolo e si conclude a Porta San Gennaro. Miriam ha lo stesso entusiasmo di Flora, la stessa preparazione, emana la stessa luce; credo siano molto amiche.

Manuela e Silvia sono rimaste molto colpite da quella visita in una Napoli un po’ fuori dai percorsi turistici più tradizionali, sconosciuta spesso agli stessi napoletani; e colpite da Miriam, il suo entusiasmo, la sua preparazione. Abbiamo concluso la mattinata con sfizietti e genovese alla Cantina del Gallo, sempre al Rione Sanità.

Domenica 24 maggio seduti a un tavolo di Concettina ai Tre Santi eravamo in cinque: io, Sandro, zia Adriana, Fabrizia e Stefano, suo marito. Io, Sandro e zia nella mattinata avevamo visitato le catacombe di San Gennaro e ascoltato la messa celebrata da don Antonio; Fabrizia e Stefano avevano percorso il Miglio Sacro guidati da Flora, durante il percorso si erano fermati a un tarallificio e il proprietario gli aveva parlato della processione di San Vincenzo Ferrer e dei tempi in cui suo padre era uno degli organizzatori.

Fabrizia aveva prestato a zia L’amica geniale e le ha chiesto se avesse iniziato a leggerlo, poi si è rivolta a me chiedendomi se io l’avessi letto; al mio no mi ha raccontato di queste due donne, della loro vita raccontata in quei quattro volumi partendo dall’infanzia, e della loro amicizia. Mi ha detto che il Rione dove erano ambientati i libri ricordava la Sanità.

Martedì 7 luglio, giorno della processione di San Vincenzo Ferrer, avevo finito di leggere L’amica geniale da pochi giorni: il paragone fatto da Fabrizia tra il Rione dove sono ambientati i libri e la Sanità è azzeccato, come mentalità, come atteggiamenti, come valori. La differenza sostanziale sta nel fatto che la Sanità ha una storia da cui attingere ricchezza e su cui costruire il futuro, il Rione Luzzatti, e tutti i rioni periferici di costruzione più o meno recente, devono trovare altre formule per scardinare mentalità, degrado, modo di vivere. La Sanità è stata, e per certi versi lo è ancora, un ghetto al centro della città, è precipitata in un buco nero dopo la costruzione del ponte che la sovrasta fatto edificare da Gioacchino Murat per facilitare i collegamenti tra la Reggia di Capodimonte e il centro di Napoli. I rioni come il Luzzatti nascono come periferia e diventano periferia povera e degradata.

Torno alla celebrazione religiosa precedente la processione, l’ho seguita guardandomi intorno con attenzione, in chiesa c’erano alcuni ragazzi che fotografavano e riprendevano, non sembravano del Rione ma posso sbagliarmi, e c’erano gli abitanti della Sanità venuti a onorare il loro patrono. Vari sacerdoti hanno officiato la messa al cui termine don Antonio ha detto poche parole che mi hanno dato da pensare: a quanto ho capito quest’anno è il primo anno in cui prima della processione si celebra il rito religioso in chiesa, il percorso della processione quest’anno era prestabilito e non avrebbe compreso deviazioni, sarebbero state percorse solo le strade più larghe del Rione perché la processione è un momento di gioia e festa e non deve trasformarsi in un momento di pericolo dovuto alla larghezza dei vicoli o ad altri fattori. Don Antonio ha aggiunto che per la prima volta la processione aveva avuto tutte le autorizzazioni, negli anni precedenti era stata un processione abusiva.

Il fatto che il percorso della processione fosse stato modificato includendo solo le strade più larghe del Rione, e solo la Sanità senza scivolare nei Vergini o altri luoghi vicinissimi ma non strettamente Sanità, la scelta di un percorso prestabilito da non deviare, aveva creato attriti e proteste, che pare fossero culminati in una discussione la domenica precedente dopo la messa.

Non avevo mai riflettuto sull’importanza del percorso di una processione, non avevo mai riflettuto che una modifica di tale percorso potesse accendere gli animi ed essere vissuta come un’offesa da alcuni.

Mentre seguivo questo pensiero ha avuto inizio la processione partendo dalla cappella laterale dove era stata sistemata la statua del Santo e celebrata la funzione religiosa. La processione era aperta dalle bandiere delle varie associazioni e congreghe che l’avevano organizzata, almeno credo che questa sia la loro funzione nei festeggiamenti.

Non avevo mai neanche considerato l’importanza e l’impegno che molte persone danno e mettono nell’organizzare eventi come la festa di un santo patrono o una processione.

L’uscita della statua sulla piazza antistante le chiesa è stata un emozione unica, a una piazza non gremita faceva da contraltare lo spettacolo dei palazzi. Ogni finestra, ogni balcone, era tappezzato di persone: abitanti storici affiancati da nuovi venuti, colori e provenienze geografiche differenti uniti nell’entusiasmo con cui salutavano il loro patrono.

Non ho seguito tutto il percorso della processione: usciti dalla Basilica abbiamo proseguito per via San Severo a Capodimonte, via Santa Maria Antesaecula e da lì siamo sbucati a via Arena della Sanità, all’altezza di Concettina ai Tre Santi, abbiamo proseguito verso via Sanità; arrivati all’altezza dell’ascensore che collega la Sanità a corso Amedeo di Savoia ho preso la strada di casa, San Vincenzo Ferrer si è avviava verso la zona di San Gennaro dei poveri.

Seguire la processione non è stato facile, come ho già detto mi sentivo fuori posto e pensavo ci fosse più gente venuta da fuori Rione incuriosita dalla settimana di festa, invece eravamo in pochi. Il caldo e l’umido hanno aumentato il mio disagio. Passando per quelle strade mi sono ritrovata a guardare dentro i bassi aperti, gli abitanti salutavano il Santo e io osservavo gli spazi angusti e bui, le famiglie numerose.

Ai bassi di Napoli sono abituata, da piccola ne avevo un’idea romantica, sognavo di viverci, mi piaceva l’idea di libertà che mi davano, la strada a un passo, la possibiltà di uscire di casa in un’attimo. I bassi in genere sono curatissimi, è difficile guardare dentro un basso è vedere disordine; sono sempre puliti. Alcuni bassi visti nella mia infanzia hanno particolarmente stimolato la mia fantasia, un basso in particolare mi affascinava, era in un vicolo in cui passavo spesso in macchina con mio padre per andare giù Napoli — come diciamo noi del Vomero — aveva un soppalco in legno dove c’era la zona notte, era arredato con gusto, sempre sistemato, lo vedevo come la versione napoletana della casa degli Ingalls ne “La casa della prateria”, sognavo di abitarci.

È da un bel po’ che la visione romantica della vita in un basso mi ha detto “Ciao, ciao”, molti bassi ora sono abitati da stranieri che li tengono con la stessa cura dei precedenti inquilini napoletani e sono altrettanto numerosi all’interno di queste piccole abitazioni. I bassi dei vicoletti di Chiaia che si intrecciano verso il lungomare sono stati trasformati in posti fighi dove va gente molto figa a fare cose fighissime, verso piazza Sannazzaro l’intreccio di vicoli e vicoletti è rimasto abitato dagli abitanti originari, è il luogo di Napoli che, a mio parere, ti sbatte in faccia con più evidenza i mondi lontanissimi e contigui che compongono questa città.

I bassi della Sanità quella sera avevano porte e finestre aperte, gli abitanti salutavano la processione e io approfittavo dell’occasione per guardare nelle loro case. Guardando dentro quelle abitazioni ho sentito disagio, non per la maleducazione insita nello scrutare in casa altrui ma per un pensiero insistente: “Come faranno a stare lì dentro con questo caldo, con quest’afa, tutte queste persone”.

Di romantico i bassi della Sanità quel martedì sera non avevano niente.

Se uscendo sulla piazza a seguito della processione il colpo d’occhio mi aveva dato gioia proseguendo nei vicoli la gioia è stata affiancata da malumore, potevo vedere meglio i visi che circondavano il passaggio del Santo, e se alcuni erano festosi altri erano astiosi. Frasi recepite al volo hanno aumentato il mio disagio: c’era chi si lamentava perché la processione non sarebbe passata in un determinato vicolo, ho seguito con lo sguardo l’indicazione del vicolo e vedendolo mi sono chiesta come fosse stato possibile in passato far passare la processione di lì, per i portatori doveva essere stata una fatica enorme: era un vicolo strettissimo, la distanza tra i palazzi non era molto maggiore della larghezza della statua.

Le parole di due uomini anziani mi hanno reso evidenti le difficoltà incontrate ogni giorno da don Antonio e i suoi ragazzi, i muri mentali e l’astio si sono materializzati in quelle parole:

Vo’ cagnà, fa venì pure a gent’ ‘a for  (Vuole cambiare, fa anche venire la gente da fuori quartiere)

Il tono dei due uomini non aveva niente di amichevole, nello stesso tempo avanti a me sono riapparsi alcuni ragazzi della Paranza — comprese Flora e Miriam — festosi e allegri. Eccomi immersa in due parti dello stesso mondo, una aperta verso l’esterno, caparbia nella sua voglia di costruire e cambiare mostrando tutta la sua luce è bellezza; una chiusa, ostinata nel combattere il cambiamento.

Dopo poco siamo arrivati al ponte e ho preso l’ascensore, arrivata su ho dato un’ultima occhiata alla processione dall’altro e mi sono avviata per i vicoli di Materdei a prendere la metropolitana. Erano ormai le 21,00 passate, ero da sola, sono arrivata a casa verso le 21,30 grazie alla metropolitana passata subito. Per l’ennesima volta ero stata alla Sanità da sola, per l’ennesima volta non mi era successo niente.

Scoprire virtualmente luoghi sconosciuti della mia città protagonisti di un libro che ho amato moltissimo, inoltrarmi in una zona di Napoli il cui nome incute ancora inquietudine a molti napoletani — come dice don Antonio con un sorriso sereno: “Arriveranno anche loro” — ha reso materiche emozioni e pensieri: staticità, cambiamento, passi avanti, rischio di scivolare indietro.

L’amica geniale ha in sé movimento e staticità.  Alla Sanità il cambiamento di un nucleo cerca di rompere la staticità di molti; la manutenzione di quello che si è costruito, e la costruzione di nuove cose, richiedono impegno quotidiano. L’energia e la voglia di fare non manca, soprattutto non manca una visione chiara della situazione del quartiere in tutte le sue sfumature.

I cambiamenti reali possono avvenire solo dall’interno, gli abitanti dei luoghi hanno propri linguaggi, codici, meccanismi; per arrivare a un cambiamento reale e duraturo, che non porti sradicamento e spaesamento, bisogna conoscerli e rispettarli. I cambiamenti improvvisi e forzati, spinti dall’esterno, sono fragili, le fondamenta su cui sono costruiti sono friabili, crollano al primo scossone.

Alla Sanità stanno risalendo riportando alla luce un passato ricco e sfolgorante per costruire un presente e un futuro luminosi e vitali. Lo stesso sta accadendo in altre parti di Napoli.

Appropriazioni

Leggendo L’Amica geniale mi sono spesso ritrovata a pensare: “Lila è Napoli: bellissima, forte, luminosa, buia, mai banale. Ha momenti di folgorante splendore e cadute nel buio dalle quali sembra non poter risalire. Ma risale: forte, luminosa, rinnovata”. Arrivata alla conclusione della storia mi sono detta: “L’amica geniale non è né Lila né Lenuccia, sono entrambe l’amica geniale: l’una per l’altra”. E poi ce Lei, l’altra protagonista.

Napoli per Elena Ferrante non è un luogo comune, quando nasci e cresci qui l’impari presto; te la porti dentro. Si resta, si fugge, si torna, si rimane a distanza guardinghi, e la si contiene dentro di sé, buio e luce. Non so se Elena Ferrante sarà d’accordo: per me Napoli è La città geniale.

 

Ma che mu, ma che mu, ma che musica maestro!

La basilica di San Severo Fuori le Mura è a piazzetta San Severo a Capodimonte, Rione Sanità, Napoli. Venerdì 10 aprile 2015 a San Severo Fuori le Mura c’era un evento bello, a cui volevo partecipare, il passaggio degli strumenti, per il momento simbolico, da parte dei 44 ragazzi che hanno composto dal 2008 a oggi l’orchestra sinfonica Sanitansamble ai 44 bambini del nuovo corso.

L’incontro tra Ernesto Albanese, presidente de L’Altra Napoli onlus e don Antonio Loffredo parroco della Sanità ha generato progetti belli è concreti, l’orchestra Sanitansamble è uno di questi. Prendendo spunto  dall’orchestra giovanile Simon Bolivar, nata in Venezuela all’interno del modello educativo El Sistema ideato da José Antonio Abreu nel 1975, e perfezionatosi in questi 40 anni, sette anni fa è nata Sanitansamble, orchestra sinfonica giovanile del Rione Sanità di Napoli, un posto bello e degradato, un ghetto al centro della città, pieno di ricchezza storica e artistica e pieno di ricchezza umana. Il Rione Sanità per molti anni è stato simbolo di degrado, violenza, povertà, da qualche hanno, grazie al lavoro di don Antonio Loffredo e di coloro che l’hanno sostenuto e seguito è diventato un esempio di rinascita economica, sociale e culturale mossa dal basso.

Con il progetto Sanitansamble bambini dai 6 ai 9 anni provenienti da ambienti disagiati sono stati avviati allo studio di uno strumento musicale e sono entrati a far parte di un’orchestra sinfonica composta da loro coetanei. I bambini imparando a suonare imparano a impegnarsi, a dare attenzione e valore a quello che fanno, scoprono le loro capacità.
Il fatto che i ragazzi siano parte di un orchestra li porta a confrontarsi con gli altri membri, a entrare in sintonia con loro e a lavorare insieme.

In questi anni quei bambini hanno imparato a suonare, a conoscersi, a seguire una disciplina, a lavorare con rigore e passione. Sono usciti dal loro quartiere ghetto e hanno suonato in luoghi per loro impensabili sette anni fa. Hanno visto il loro impegno e quello delle loro famiglie ampiamente ripagato. Dei 44 membri originari della Sanitansamble quasi nessuno ha lasciato l’orchestra e quasi nessuno ha lasciato la scuola, in un quartiere dove la dispersione scolastica è elevata.

I ragazzi del primo nucleo della Sanitansamble sono cresciuti e cedono il passo ai nuovi arrivati. I grandi proseguiranno il loro percorso musicale con modalità differenti, i piccoli iniziano una strada nuova.

Questi i fatti, forse un po’ imprecisi, ma fatti, i link disposti in giro in questo post danno informazioni più dettagliate, qui incomincia la mia personale versione e visione di questo evento.

Arrivare alla basilica di San Severo fuori le mura è stato uscire dalla mia comfort zone. Il Rione Sanità visto dal mio mondo è un posto pericoloso, da evitare, mi ci sto addentrando da pochi mesi tra quelle strade, ma fino a ieri mi ero mossa sempre tra le stesse strade, e perlopiù in compagnia. Venerdì dopo aver visto su Google Maps dove si trova la basilica di San Severo sono andata un po’ in panico, ho pensato: “Oddio piazzetta San Severo a Capodimonte sta là sopra, c’è un sacco di strada da fare, che cavolo di strada sarà. Gesù mi devo scostare dalle strade che ho fatto finora”, guardando la mappa il tratto di strada da fare dalla strada principale alla basilica di San Severo mi era sembrato lunghissimo. La mia mente leggendo piazzetta San Severo a Capodimonte sull’invito all’evento aveva elaborato la visione di una lunga salita da percorrere, stretta, isolata, con una forte pendenza; un luogo ostile dove mi andavo a ficcare volontariamente.

Mai dare eccessivo peso alle proiezioni catastrofiche della propria mente, soprattutto della mia mente.

Francesca Matilde Ferone canta a squarciagola, illustrazione di Sandro Quintavalle

Canta che ti passa

Alle 16,30 in punto di venerdì 10 aprile 2015 Francesca Matilde Ferone vomerese dalla testa ai piedi entra nella basilica di San Severo fuori le mura. Venerdì ho deciso di uscire di nuovo dalla mia comfort zone e sono stata ricompensata trascorrendo un pomeriggio bello, emozionante e su cui riflettere. Arrivare a San Severo è stato facilissimo, se avessi dovuto ascoltare un parte di me mi sarei nascosta dietro il computer a scrivere il post su cui ho lavorato questa settimana. Rimanere a casa a scrivere quel post sarebbe stata la scusa per non superare le mie paure, i miei pregiudizi, i miei preconcetti. Sarebbe stato un post triste.

Quando sono arrivata la basilica di San Severo era già quasi tutta piena, i ragazzi della Sanitansamble nello spazio davanti all’altare provavano, ridevano, scherzavano, e a un tratto alcuni di loro ballavano; i bambini, i nuovi arrivati, erano seduti vicino ai grandi. Le famiglie avevano preso posto sulle panche, soprattutto madri, molto giovani quelle dei piccoli, meno giovani quelle dei grandi, ma comunque giovani: al Rione Sanità, come in molti altri luoghi di Napoli, si diventa madre presto, spesso troppo presto; qualche padre. C’erano i maestri di musica, c’era il direttore dell’orchestra, c’erano i rappresentanti de L’Altra Napoli onlus grazie a cui la Sanitansamble è nata e ha proseguito il suo percorso in questi sette anni, e i rappresentati della Pianoterra onlus entrati da settembre 2014 nel progetto Sanitansamble. Napoli diverse, mondi differenti, uniti in uno scopo comune.

Io ero un pesce fuor d’acqua, uno spettatore curioso ed estraneo. Mi incuriosivano soprattutto le madri. Quelle dei bambini erano elettrizzate, si salutavano tra loro rumorose, erano visibilmente felici ed eccitate per l’avventura che i loro figli stavano iniziando.
Le madri dei ragazzi sembravano un po’ più tristi, come se si fossero chieste tra sé e sé  “E adesso?”, ma forse è solo il trasferire un mio pensiero ad altri. Ad ogni modo erano orgogliose dei loro ragazzi.

Venerdì ho avuto difficoltà a costruire mappe familiari: chi è la madre? chi è la nonna? chi è la sorella? Poi frasi colte al volo rimettevano quei legami familiari a posto. Come ho detto in alcuni luoghi di Napoli si diventa madri troppo presto.

Guardando i ragazzi della Sanitansamble, i grandi, con i loro strumenti, il loro aspetto, la loro gioia ho avuto difficoltà a collocarli in famiglie come quelle presenti lì. I piccoli erano più in tono con le famiglie, tra qualche anno forse anche loro sembreranno un po’ alieni alle loro origini.

Sta parlando la me ottusa, perché come è stato detto venerdì, se quei ragazzi per anni si sono impegnati nello studio del loro strumento e nel lavoro con il resto dell’orchestra, se quei ragazzi hanno perso pochissime lezioni e prove, se quei ragazzi hanno suonato in luoghi di cui forse i loro genitori non conoscevano neanche l’esistenza, se quei ragazzi hanno imparato a suonare musiche estranee al loro ambiente, lo hanno fatto grazie al sostegno delle famiglie, delle loro madri soprattutto, diversamente non sarebbe stato possibile.

È il caso che io scenda dal mio piedistallo, mi scrolli di dosso un po’ di spocchia e mi ficchi in testa questa verità: quei ragazzi sorridenti, orgogliosi, pieni di vita, quei ragazzi con in mano violini, violoncelli, oboi, flauti, trombe e quant’altro sono frutto e parte di quelle famiglie a cui io e quelli del mio mondo guardiamo con sufficienza e paternalismo, dall’alto in basso, anche, e a volte soprattutto, quando vogliamo raccontare a noi stessi la storiella di essere persone con la mentalità aperta.

Il percorso musicale della nuova classe della Sanitansamble sarà più eterogeneo, non toccherà prevalentemente la musica sinfonica. Il passaggio del testimone tra i ragazzi del primo corso della Sanitansamble e i bambini all’inizio di questa nuova avventura ha avuto come testimonial Sal Da Vinci, un cantante amatissimo prevalentemente dagli abitanti di mondi lontani dal mio, come il Rione Sanità.

Venerdì all’arrivo di Sal Da Vinci alla basilica di San Severo fuori le mura si è alzato un boato, le più emozionate erano le madri, le sorelle, le nonne dei bambini e dei ragazzi dell’orchestra, alcune erano in lacrime. Una ragazza seduta avanti a me è riuscita a sfiorare una spalla di Sal Da Vinci mentre passava, dopo mostrava la mano alla sorella ed alla madre tutta gioiosa ed eccitata. Era surreale. No non lo era, stava passando il loro idolo, è normale, per me era surreale perché l’idolo in questione mi è estraneo.

La scelta di Sal Da Vinci come testimonial dell’evento è stata perfetta, non conosco nemmeno una delle sue canzoni, forse dovrei provare ad ascoltarle senza pregiudizi e non vergognarmi nel caso mi piacesse qualcosa di quello che ascolto.

I muri, brutta cosa, soprattutto quelli nella testa delle persone. I muri nella mia testa sono duri da abbattere, ci sto provando ma ho ancora tanta strada da fare.

Ho iniziato ad ascoltare il discorso di Sal Da Vinci distrattamente, con sufficienza, a poco a poco la mia attenzione è stata catturata del tutto. Quando gli è stato chiesto cosa consigliava ai ragazzi del primo corso della Sanitansamble se avessero voluto continuare il loro percorso nella musica la sua risposta è stata semplice, lucida, chiara: “Proseguite con la scuola. Un popolo senza cultura non ha ragione di esistere, dove non c’è cultura c’è degrado”, dopodiché ha fatto presente che ogni percorso lavorativo richiede sì passione, ma soprattutto impegno e capacità di affrontare le difficoltà con intelligenza e determinazione: “Io non vivo nel paese delle meraviglie, porto avanti il mio lavoro con grandi difficoltà”. Anche un percorso lavorativo in ambito musicale fatto con serietà è duro, molto duro, da intraprendere e proseguire.

Chi si fa portatore di un messaggio deve essere in sintonia con coloro a cui si rivolge e deve usare il loro linguaggio. Se a dire le parole di Sal Da Vinci fosse stata una persona percepita come estranea quelle parole sarebbero scivolate via senza lasciare traccia, ma le ha dette Sal Da Vinci, uno di loro, è questo le rende autorevoli, un messaggio da ascoltare.

Ho una frequentazione con la musica classica molto superficiale, ma sentendo i ragazzi del primo gruppo della Sanitansamble suonare mi sono sembrati tutti bravissimi. Qui un piccolo video del concerto. Sono una pessima film-maker che il mondo lo sappia.

Non so in base a quali criteri siano stati selezionati 7 anni fa i bambini da far entrare nell’orchestra, né so se ogni bambino abbia scelto lo strumento da suonare o se gli sia stato affidato lo strumento ritenuto più adatto a lui. Di certo in questi anni ognuno di loro ha speso molto impegno, attenzione, pazienza, tempo per imparare a suonare, migliorarsi, riuscire a interagire con gli altri componenti dell’orchestra, i maestri, il direttore. Questi sono pilastri forti e stabili nelle fondamenta di una persona, lo sono per i ragazzi che hanno terminato il loro percorso nella Sanitansamble: gli saranno utili se volessero proseguiranno il loro cammino con la musica o in qualsiasi altra scelta essi facciano; lo saranno per i bambini a cui ieri sono stati simbolicamente consegnati gli strumenti.

Ieri sono uscita dalla basilica di San Severo fuori le Mura, Rione Sanità, Napoli — luogo bello e difficile, caparbiamente in rinascita — rasserenata e piena di emozioni e pensieri. Per raggiungere via Sanità ho percorso un vicolo differente da quello che avevo percorso all’andata; se all’andata mi ero sentita insicura e un po’ spaventata al ritorno ero serena. Una serie di mattoncini che compongono i miei muri mentali e i miei muri emotivi erano caduti. Devo stare attenta, i miei muri si ricompattano velocemente lasciati senta manutenzione.

Camminando pensavo alle parole di Sal Da Vinci: “Un popolo senza cultura non ha ragione di esistere, dove non c’è cultura c’è degrado” così semplici e così poco familiari a tanti, non solo nel Rione Sanità, non solo in luoghi considerati malfamati. Riflettevo sull’importanza del saper mettere insieme le persone, quelli bravi dicono fare rete, unire competenze, fare da tramite tra mondi, riuscire a capirne i diversi meccanismi e i differenti linguaggi: mediare, costruire ponti tra persone vicine e distantissime.

Tornavo a casa pensando a quanto egoisticamente ho bisogno di padre Antonio Loffredo, degli abitanti del Rione Sanità, delle persone disposte a mettere impegno, competenza, tempo in progetti di riqualificazione di un territorio senza metterci le mani sopra avidamenta facendo in modo che siano gli abitanti di quel territorio a prendere coscienza di sé, delle loro potenzialità, della bellezza intorno a loro e diventino capaci di produrre ricchezza in modo sano. Ho bisogno di tutti loro per abbattere i miei muri.

Padre Antonio Loffredo andrà il 18 aprile a Milano per raccontare a una TED conference i mutamenti in atto al Rione Sanità. Quando l’ho saputo l’ho trovato geniale. Raccontare, raccontare, raccontare. È fondamentale raccontare, è fondamentale farlo nel modo giusto, con il giusto linguaggio, usando con consapevolezza i mezzi di comunicazione. Le cose è fondamentale farle ma se non le racconti, se non spieghi come hai fatto, cosa hai fatto, da dove parti, dove sei arrivato e dove vuoi arrivare, rischi di scivolare nel dimenticatoio e col tempo perdere tutto il lavoro fatto.

Raccontare serve anche per far capire a chi è ancora fermo, immobile, chiuso nel suo buio che le cose possono cambiare, i sogni possono diventare realtà. La cosa di base è agire, non aspettare miracoli, non credere al paese delle meraviglie. Le cose succedono se ci si impegna a cambiare prospettiva, punti di vista, se si lavora su sé stessi e in gruppo per uno scopo comune. Se si riescono a coinvolgere le persone e farle sentire utili, vive, se a ognuno viene data la possibilità di sperimentare il proprio valore.

I ragazzi della Sanitansamble in questi anni hanno messo impegno, lavoro, pazienza, tempo, dedizione in quello che facevano; contemporaneamente sono stati sostenuti, incoraggiati, spronati; gli sono state date opportunità, hanno ottenuto riconoscimenti. Il loro percorso all’interno dell’orchestra finisce qui, o meglio il loro percorso con la musica prende nuove strade. Le fondamenta costruite in questi anni li sosterranno e gli faranno da sprone per andare avanti. Ai bambini che iniziano ora sono offerte nuove prospettive e nuovi punti di vista sul mondo.

Io vomerese spocchiosa venerdì sono scesa alla Sanità piena di timori, paure, pregiudizi, sono tornata a casa sentendomi molto felice e molto stupida, consapevole di quanto muri mentali e paure nascosti dietro il velo della ragionevolezza mi mantengano in una falsa comfort zone. È evidente che ho più bisogno io della gente del Rione Sanità, e di tutti i posti in cui c’è una trasformazione verso il bello in atto, di quanto loro abbiano bisogno di me. Mi piace l’idea della trasformazione, della presa di coscienza di sé e del proprio territorio attraverso la conoscenza dell’arte, della musica, del teatro, mi piace l’idea di bambini che imparando a suonare insieme imparano a conoscere sé stessi e l’altro da sé.

Non ho mai suonato uno strumento, neanche il famigerato flauto alle medie e la mia unica esperienza in un coro alle elementari è finita prima di cominciare: ero nell’aula dove il coro della scuola stava provando perché mancava la mia maestra e avevano diviso la classe, ero entusiasta, finalmente anch’io potevo far parte del coro, le mie doti canore fino a quel momento nascoste sarebbero state svelate al mondo. La mia voce da usignolo ha echeggiato tra quelle mura per pochi attimi.  L’insegnate del coro, donna chiaramente priva di orecchio, dopo aver udito per pochi secondi i suoni suadenti provenienti dalla mia boccuccia mi ha relegata in ultima fila chiedendomi gentilmente di non emettere ulteriori suoni. Quella mattina, per cause di forza maggiore, anch’io ero parte della sua classe, e avevo un ruolo preciso e insostituibile: aprire la mia boccuccia e fingere di cantare rimanendo in silenzio assoluto. La cara signora avrà avuto un modo di fare un po’ brusco ma aveva i suoi buoni motivi, io non sono semplicemente stonata, io emetto suoni sgraziati, fastidiosi e improbabili difficili da sopportare per orecchie umane e animali. Uno dei miei gatti quando mi sentiva cantare correva da me piangendo disperata e tentava di farmi smettere in tutti i modi.

La mia carriera in campo musicale è finita lì. L’idea di suonare uno strumento mi ha sempre affascinata, ma ho sempre pensato che richiedesse un impegno di cui non ero capace. Venerdì ascoltando quei ragazzi suonare ho invidiato l’impegno di cui erano stati capaci, guardando i piccoli mi sono chiesta se fossero consapevoli del lavoro che li attendeva. Impegnarsi in qualcosa spesso richiede un cambio di mentalità e un nuovo sguardo su di sé. Vale per i ragazzi e i bambini della Sanitansamble e vale per tutti quelli che cercano di migliorare le loro vite e i luoghi dove vivono; le nuove strade difficilmente sono facili, rimanere nella propria comfort zone è una tentazione forte. Spesso la comfort zone è un luogo buio e pieno di muri umidi e freddi, un luogo dove ci sentiamo schiacciati da pesi enormi e a disagio, ma sono pesi e disagi conosciuti, ci sentiamo immobili e sicuri. Muoversi al di fuori fa paura, meglio rimanere fermi, schiacciati, infreddoliti, in un luogo conosciuto. O forse no, un mattone alla volta, spesso con molta fatica, i muri crollano e appaiono luoghi bellissimi e inaspettati. Che soddisfazione!