Personal design

Personal

Se mi incrociate per strada in questo periodo è probabile che rimaniate un attimo a guardarmi, soprattutto se siete donne. Non lo farete perché sono gnocchissima, neanche perché sono un cesso totale, neanche perché faccio cose particolarmente stravaganti camminando. Lo farete per i miei capelli.

Attualmente sono corti e bicolori. Un po’ castani e un po’, un bel po’, bianchi. Se mi incontrerete la settimana prossima saranno ancora più bianchi e corti, ma sempre bicolori. Sono in fase di muta, sto facendo un esperimento sull’animale Francesca Matilde Ferone. Voglio vedere come sta con i capelli quasi del tutto bianchi, con un taglio cortissimo, fighissimo, molto maschile nell’immaginario di molti, ma se ben portato iperfemminile. No, non mettendoci lustrini e paillettes, ma sentendoselo addosso e intonandolo con sé.

Francesca Matilde Ferone versione Frederick Frankenstein produce persone in serie. Illustrazione di Sandro Quintavalle.

SI… PUÒ… FARE!

Giorni fa durante il momento della cazzata giornaliera ho postato su Facebook tre foto di me, dei miei capelli attuali. Mi ha risposto Susy Castillett, non ci conosciamo di persona, prendendomi amabilmente per il culo, ci stava. Poi abbiamo avuto una breve chiacchierata, la riporto di seguito con il suo permesso, che ha dato il la definitivo a questo post su un argomento all’apparenza futile e banale.

Susy — Ma chi ti ha messo l’elmetto in testa? Comunque apprezzo sempre chi osa. Brava!

Francesca — È un taglio bellissimo, mi sta da dio e devi vedere ora che diventa più corto e sempre più bianco. Emoticon smile
. Eh sì pensavo che la settimana prossima, al taglio mensile dirò a Titti di mantenere il taglio, ma più corto, come si fa con i bambini. Adoroooo. Emoticon smile

Francesca — Che poi è più un giocare che un osare. Emoticon smile

Susy — Beh, dipende. Nel gioco non c’è la sfida del “mettersi in gioco” e pertanto osare. A volte io vorrei, ma poi subisco dei freni. Comunque il taglio ti sta bene, e sono convinta che anche il bianco ti donerà, magari con un po’ di trucco. Aspettiamo questa metamorfosi. Emoticon smile

Francesca — Beh il progetto è quello: capello bianco ma con un taglio perfetto e sempre un po’ di trucco. Anche qui sono un po’ truccata ma come riesco a venire di merda nelle foto io, pochi ; -). Forse il punto è la sfida che sfida non dovrebbe essere ma solo gioco. Ci sto scrivendo un post, vedremo cosa ne viene fuori. Spero qualcosa di sensato. Emoticon smile

Susy ha toccato il punto: a me piace l’idea di giocare con il mio aspetto ma nel contesto in cui vivo, dove viviamo tutti, se ti allontani dagli schemi prestabiliti del branco dominante il giocare diventa osare, perché, come dice Susy, c’è la sfida. La sfida agli sguardi della gente, a volte incuriositi, spesso derisori, a volte solo immaginati nella nostra testa per paura e insicurezza. Gli sguardi incuriositi possono essere anche di simpatia, sguardi che trovano nella diversità un nuovo spunto, un qualcosa di differente e inaspettato che piace o fa simpatia.

Se si vive in un luogo con una mentalità chiusa la maggior parte sono sguardi di branco, sguardi derisori che sottendono: “ma come si è combinata quella”. Sguardi ironici, sarcastici, che vogliono mettere a disagio, e possono portare a comportamenti palesemente sgradevoli.

Se state pensando che sto esagerando siete degli ipocriti. Il nostro aspetto viene dettato dalla legge del branco, nel 2015 possiamo decidere a che branco appartenere e il contesto in cui vivere, ma sempre in branco viviamo.

Napoli ha diversi branchi, ogni branco ha luoghi suoi. In alcuni luoghi i branchi si mischiano, luoghi dove il diverso da sé viene, comunque, vissuto come fastidioso, ma essendo territori comuni si tollera di più. Napoli è, in questo, come qualsiasi altra grande città.

Sotto sotto lo facciamo tutti: tolleriamo i branchi differenti dal nostro fintanto che ognuno rimane nel suo territorio, o se ci si trova territorio neutro, ma quando uno, o più componenti, di altri branchi entrano nei nostri territori o attacchiamo o ci mettiamo sulla difensiva.

L’aspetto delle persone indica chiaramente il branco d’appartenenza, reale o desiderato. I vestiti che indossiamo, il modo di portare i capelli, le scarpe, la lunghezza, la forma e il colore delle unghie, il modo di truccarsi, dicono chi siamo, o chi vorremmo essere. Vale per le donne e vale per gli uomini.

Anna Turcato, consulente di immagine, spiegando il suo lavoro dice:

Gli abiti vestono noi mentre noi li vestiamo della nostra personalità, la nostra postura, il nostro modo di essere.
E tutto questo va a costituire la nostra immagine. Ogni vestito è di per sé un racconto, il racconto del suo produttore, il racconto della stoffa con cui è stato confezionato, il racconto dei dettagli che lo impreziosiscono, del taglio e delle forme, dell’ispirazione di chi lo ha creato, del marchio di cui porta il logo.

Se questo racconto predomina sul nostro mentre lo indossiamo diventiamo degli splendidi manichini.
Se invece il racconto dell’abito si sposa perfettamente con il nostro racconto, lo spiega visivamente senza forzature e viene arricchito dal fatto che siamo noi a portarlo non saremo più manichini, saremo megafoni e non del brand, di noi stessi.

Sono sempre più meravigliata  dall’attuale successo di consulenti di immagine, coach, e altre professionalità che servono a dirci chi siamo, cosa vogliamo, come possiamo essere realmente noi.  Ho la netta sensazione che forgino persone irreggimentante in un modo di pensare dominante: loro stesse solo se aderenti a un modello proposto, anche molto lontano da sé. Potrei sbagliarmi, sono un’osservatrice esterna di certi fenomeni. Il punto è che viviamo in una società fintamente libera in cui tutti ci omologhiamo a modelli predefiniti illudendoci di essere liberi pensatori. Come ho detto sopra la libertà attuale è costituita dalla possibilità di scegliere il branco a cui appartenere.

Tornando ad Anna Turcato, qui il post citato, se, con le sue consulenze e i suoi corsi, riesce a tirar fuori gli aspetti migliori di una persona senza cercare di trasformarla in qualcos’altro ben venga il suo lavoro. Io ho imparato a truccarmi e vestirmi meglio grazie a dei tutoria di make up e a un programma televisivo seguito con ironia. I consigli di persone competenti che ci aiutano a trovare il meglio di noi stessi senza stravolgerci sono consigli preziosi.

Susy nella nostra chiacchierata su Facebook mi parlava di osare, della differenza tra gioco e mettersi in gioco. Mi diceva, ok capelli corti e bianchi ma a questo punto ci vuole un po’ di trucco. E qui sta il punto: ho deciso di tagliare i capelli molto corti e smettere di tingerli non perché ho deciso che del mio aspetto non mi frega niente, ho deciso semplicemente di avere un aspetto aderente a me, in questo momento.

Nel mio immaginario mi vedo con il mio bellissimo taglio di capelli, i capelli sale e pepe o bianchi, un trucco leggero ma un rossetto rosso; vestita con abiti che mi appartengono. Il mio progetto di me stessa ha molte incognite: sono pigra, non mi trucco spesso e odio struccarmi, ma nello stesso tempo d’inverno tendo ad avere delle occhiaie da paura e sono pallida, insomma un trucco leggero ci sta. Il capello corto grigio, o bianco, come lo intendo io, deve essere sempre tenuto perfetto.

A modo mio sto aderendo a un modello: donne che ho incrociato nella realtà e donne famose, e quel modello richiede cura. Una cura esteriore ma anche interiore. È un modello che mi invita a fregarmene del sorrisetto cattivo, dello sguardo di derisione, del comportamento palesemente scortese.

Ognuno è frutto della sua storia; per scelta e per caso ho frequentato ambienti diversissimi, ho imparato che le persone sono uguali ovunque: cambia l’ambiente sociale e il pensiero dominante in cui si muovono. La mescolanza di ambienti, il sentirmi un po’ estranea e un po’ partecipe a tutti, ha creato un mio modo di pensare trasversale e questo mi ha portato, circa 10 anni fa, a iniziare a realizzare le Piccole Sculture da Viaggio: ornamenti per il corpo in metalli preziosi e non preziosi lavorati all’uncinetto, con tecniche orafe da banco o a cera persa. Unire il meglio di vari ambienti mi ha dato la libertà di pensiero che mi è indispensabile quando progetto e realizzo una delle Piccole Sculture da viaggio.

Le Piccole Sculture da Viaggio sono pezzi unici, quando realizzo più pezzi dello stesso modello il risultato non mi appartiene. Ogni pezzo rimane unico, caratteristica di tutto ciò che viene realizzato a mano, ma la differenza tra il pezzo realizzato per primo e gli altri è chiara: nel primo ci sono io, la mia curiosità, il mio entusiasmo; la stanchezza e la rabbia perché il risultato non è come voglio, la ricerca di soluzioni tecniche che mi portino dove desidero. Nei pezzi successivi c’è lavoro, passione, attenzione, pazienza, ma è come se mi allontanassi, sono meno presente. Le Piccole Sculture da Viaggio hanno ragion d’essere nell’ottica del pezzo unico. Le clienti con cui entro in sintonia sono quelle che indossando una Piccola scultura da viaggio si sentono a casa; hanno sempre qualcosa della donna che vorrei essere, del mio modello. Se potessi scegliere venderei solo a donne così, donne a cui non passerebbe mai per la testa chiedermi: “Ma non hai qualcosa tipo …?” indicando qualche marchio famoso, industriale e seriale. Lo so, tutto questo è assolutamente contrario a ogni legge di mercato e fa tanto pseudoartista.

Le Piccole Sculture da Viaggio nascono prima di tutto per me, non realizzo mai qualcosa che non indosserei, le donne che decidono di indossarle spesso sono diversissime da me, ma abbiamo, sempre, un tratto in comune: la curiosità verso il mondo.

Design

Critica portatile al visual design di Riccardo Falcinelli è un libro importante, uno di quei rari libri scritti in un linguaggio chiaro che parlando di un argomento apre porte su varie direzioni diverse invitandoti a curiosare.

Il nostro aspetto è parte del visual design, per quanto ci crediamo indipendenti ed estranei a mode, usi e costumi, abbiamo tutti dei riferimenti ben precisi. Le parole di Falcinelli hanno dato forma chiara a pensieri che mi gironzolavano per la testa ma che non riuscivo a focalizzare.

[…] colore della pelle (naturale o artificiale), la pettinatura, gli occhiali o il cappello sono portatori di significati articolati. […] anche le mode infatti sono forme di serializzazione, e le pratiche sociali irreggimentano i corpi secondo standard che sono sempre forme simboliche.

Copia, interazione e serie sono caratteristiche dell’industria, ma finiscono per influenzare anche i modi in cui viviamo al di fuori del design: pettinarsi in una determinata maniera è l’interazione di un modello che si è visto da qualche parte: nei film, nelle pubblicità, sulle riviste. La società promuove certe regole e certi prodotti ( in Occidente il rossetto è approvato ma il tatuaggio sulla fronte no) e così, regolamentando gli standard si attiva una disciplina del volto.

Facciamo la fila di fronte alla Gioconda per ammirare l’originale di una copia che abbiamo già conosciuto altrove. In maniera simile, ogni giorno davanti allo specchio, attuiamo sul nostro volto la copia di un modello che abbiamo imparato a desiderare altrove. 

Come ho detto Critica portatile al visual design va in varie direzioni: il design senza un contesto storico, culturale, sociale ed economico non esiste. Ho un debito di gratitudine verso Riccardo Falcinelli e Lev Tolstoj, mi è capitato di leggerli in contemporanea, insieme hanno reso vividi pensieri sfocati.

Critica portatile al visual design 

[…] L’aspetto pericoloso di qualunque modello culturale è uno solo: la società (ogni società) fa passare la propria ideologia come naturale, e quest’azione, esercitata dapprima sui propri cittadini come ovvio modo di vivere, viene proposto fuori come il migliore modo di vivere (ed è tra l’altro un’eccellente arma di marketing).

Qualsiasi esperienza non affiancata da strumenti critici, finisce per essere considerata naturale, con la conseguenza che non la scegliamo davvero, ma la subiamo.

Guerra e pace Lev Tolstoj

“Nella nostra epoca (parlava della sua epoca come in genere amano parlarne le persone limitate, che credono di aver scoperto tutte le peculiarità del presente e che le peculiarità degli uomini mutino col tempo) […] ”

“Per abitudine Natasa guardava le toilettes delle signore, criticò la tenue di una signora che le stava vicino […] poi ripensò con dispetto che gli altri criticavano lei, come lei criticava gli altri”

Come ci ricorda Riccardo Falcinelli i modelli culturali ci impregnano così tanto da farci dimenticare che sono un insieme di convenzioni, usi, costumi, modi di pensare comuni che ci siamo dati per vivere insieme trasformandosi nelle nostre menti in normale, naturale. La maggior parte delle persone che vive in un determinato modello sociale ne accetta le regole, quando non è così nasce un nuovo modello di società. La nostra estetica indica a quale branco apparteniamo all’interno di un modello modello sociale ben preciso e fino a che punto ci conformiamo a esso.
Come fa notare Tolstoi la natura umana, all’interno dei vari modelli sociali, è sempre uguale a se stessa, immutabile.

Lo ammetto, questo post senza le parole di Riccardo Falcinelli sarebbe formato da pensieri senza una struttura lineare, se state pensando che questo post è formato da pensieri senza una struttura lineare sappiate che sarebbe peggio. In Critica portatile al visual design Falcinelli riassume con chiarezza concetti che ho incrociato in molti libri di psicologia del marketing tratti da studi di psicologia sociale:

Design e serializzazione riguardano dunque le cose e le persone, e queste si riflettono a vicenda. […]

Una volta soddisfatte le necessità elementari, qualunque società elabora sistemi simbolici complessi a cui corrispondono altre necessità più articolate e astratte; si passa così dai bisogni ai desideri, e l’insoddisfazione di questi ultimi conduce non più alla fame o alla morte, ma alla frustrazione. Condizione prontamente sfruttata dal consumo che da una parte sembra avanzare soluzioni di appagamento, dall’altra propone nuovi desideri da soddisfare. […]
Non si tratta però di un’invenzione dei pubblicitari, anzi questo è il tema portante delle narrazioni dall’Ottocento in poi. I personaggi di Stendhal o di Flaubert sono i primi a raccontare la difficoltà di armonizzare se stessi con le circostanze sociali, e un dilemma del genere è impensabile al di fuori del mondo moderno. In altre epoche e in altre economie, più che l’identità contavano le pratiche. Nel Medioevo un cavaliere, un re o un contadino hanno anzitutto un ruolo nella società, non un’identità. Questo ruolo preciso, simile a un abito con cui ci si presenta agli altri, comporta uno scollamento dell’interiorità dalle pratiche sociali […] Anche la divisione in classi cambia i suoi parametri: non sono più solo il censo, la ricchezza, l’educazione a dividere gli uomini, ma il riconoscersi o meno in un gruppo o in un altro. […] Una volta che il sistema sociale ha stabilito le coordinate, il marketing ha vita facile, perché l’identità non è solo un fatto personale ma il fondamento di tutta la comunicazione […] A ciascuna identità il visual design conferisce così uno stile, un logo, un’immagine coordinata, delle narrazioni, delle mitologie e dei sistemi di funzionamento. E il pubblico potrà scegliere a quale identità visiva appartenere, a quale tribù. […] In questo panorama, il rischio è che l’identità smetta di essere qualcosa che si fa o che si è, per diventare qualcosa che si consuma. […]

A me sta cosa non piace, mi piace pensare di avere apertura mentale e libertà di pensiero; poi rifletto e mi rendo conto che se da una parte, in qualche modo, è vero, dall’altra finisco con l’ingarbugliarmi nella rete di pensieri, modi di agire, sentire della mia tribù di appartenenza. Sì, anch’io ho una tribù, alla quale non aderisco pienamente, sulla quale ho molti dubbi e domande, ma esiste; un altro membro della tribù lo riconosco al volo.

Partire dai propri capelli e scivolare nella critica sociale, solo una ossessionata dai propri capelli, che andava in giro con dei mutandoni in testa a mo’ di chioma lunga e fluente, poteva avere un’idea ‘sì bizzarra. Faccio notare che parlo di me stessa in terza persona, non è un buon segno.

Riassumendo l’animale Francesca Matilde Ferone continua il suo esperimento su l’animale Francesca Matilde Ferone: capello cortissimo, bianco o grigio, vediamo tagliando quello che esce, un trucco leggero, rossetto rosso. L’esperimento potrebbe essere azzerato dai seguenti motivi:

“Ma che cavolo sto facendo, sto di merda, di corsa a fare la tinta”, oppure: “Sì, sto bene ma sono pigra, truccarmi tutti giorni mi scoccia, e poi se non inventano lo struccatore automatico come faccio a dar spazio alla mia parte pigra a cui continuo a sottrarre attenzione”, o: “Rivoglio li boccoli lunghi, fluttuanti, colorati, mesciati, shatusciati”.

Mi spiace ammetterlo sto solo cambiando pettinatura non sto facendo azioni coraggiose per salvare il mondo. Ma per quanto vanesio e futile sia un cambio di pettinatura se non conforme alle regole sociali in uso diventa un gesto rottura. Nel momento in cui decido di giocare con il mio aspetto in qualche modo mi metto in gioco nel contesto in cui vivo e devo accettare le reazioni e gli sguardi che incrocio. Questo mi dà un vantaggio, mi dice, con chiarezza, chi ho di fronte e quanto mi interessa, o meno, interagire con lui/lei.

Così come odio i conformismi così odio gli esibizionismi: mi piacciono le persone il cui aspetto corrisponde a una ricerca interiore, quelle che riescono a trovare il pezzo unico, a valorizzarlo, a indossarlo facendolo proprio, se no si cade in una stravaganza vuota. Lo stesso vale per il modo di pensare, agire e stare al mondo: un conto è avere apertura mentale e curiosità verso il mondo, cose che creano dubbi e portano a una ricerca continua, spesso estenuante, a volte sterile, un altro è cadere nell’individualismo fine a se stesso e nel pensare solo ai fatti propri, modo di pensare e agire molto in voga attualmente.

Ognuno ha i suoi modelli, ognuno ha il suo branco di riferimento, anche se poco numeroso. A me piace l’idea di un branco di persone curiose, leggere, serie ma non seriose, allegre con intelligenza, ironiche ma non sarcastiche. Ogni tanto incrocio persone che potrebbero appartenere a questo branco, ci riconosciamo, e capita, anche, che ci salutiamo istintivamente, senza conoscerci.

‘Sto post è finito, al grido: “Giocate non Osate” vi saluto. Andate in pace.

Non è fame è più…

Le offerte del giorno per Kindle, il lettore di e-book di Amazon, in 2 giorni, quasi di seguito, in questo splendido inizio di settembre, mi davano la possibilità di comprare 5 libri 5 su diete varie. Bene!

Sul web impazza gente che è dimagrita e ora dà consigli su alimentazione e stili di vita sana al mondo intero. Bene!

Giornali, televisioni, web ogni giorno mi informano se sono grassa, magra, curvy, obesa, parassita della società e, di base, mi dicono che il mentecattume impazza.

Io a 18 anni pesavo 98 kg per un’altezza di 1,70. Ho un marito obeso. Sono bulimica/anoressica/mangiatrice compulsiva dentro anche se fuori sono dimagrita —  non sono magra, ai miei 10 kg in più sono affezionata, oscillo da anni tra i 73 ai 75 chili, e mi voglio bene — perché se sei bulimica/anoressica/mangiatrice compulsiva a livello mentale lo sei per tutta la vita e se non stai bene attenta modi di pensare e sentire distruttivi, che si traducono in modi di agire, prendono di nuovo il sopravvento. Vale anche per i maschi parlo al femminile perché sono femmina.

Francesc Matilde Ferone sepolta da quintali di cibo, can Piera le lecca la faccia per consolarla. Illustrazione di Sandro Quintavalle

C’è niente di buono da mangiare?

Per anni mi sono mangiata l’ira di dio, di nascosto, chiusa in camera, in bagno, nelle scale di palazzi, in strada cercando di non farmi vedere. Buchi neri da riempire, rabbia, vuoto, dolore. Ho cercato di vomitare ma non ero brava, mi sono riempita di lassativi e diuretici, sono corsa nel cesso a funerali perché il giorno prima avevo preso un’intera scatola di Fave di Fuca. Eh sì di esperienza ne ho fatta a bizzeffe.

Sono dimagrita prendendo pillole anoressizzanti regolarmente prescritte da medici rinomati, tanto in voga a metà anni 80’ del secolo scorso, anfetamine legalizzate, ci aggiungo: cazzo! Sono ingrassata di nuovo, subito. Ho scoperto con esaltazione, come se fosse la manna piovuta dal cielo, che se il cibo lo buttavo fuori con vomito, lassativi, diuretici non sarei ingrassata. Che figata! Non ha funzionato, solo delle gran corse al cesso.

Sono andata da dietologi, nutrizionisti, psicologi, gruppi di autoaiuto; sono dimagrita, ingrassata, dimagrita, ingrassata: rotta le palle.

L’obesità è una malattia, l’obesità è una mancanza di volontà, l’obesità deriva dalla depressione, la depressione deriva dall’obesità, l’obesità è un costo sociale. Io non ho risposte ma so per esperienza diretta, e perché vivo accanto a un obeso, che se si è obesi non si è né esseri inferiori, né parassiti della società, né untori. So che ci sono cause differenti per cui si mangia molto, io e Sandro siamo ingrassati per motivi diversissimi, io sono dimagrita facendo un percorso personale al cui centro c’è stata la scrittura, il guardarmi dentro, per Sandro la questione è differente.

Come persona abituata a forti dimagrimenti sono terrorizzata da chi, anche se poi alle critiche risponde io parlo di me non voglio essere un esempio, fa, nella realtà, del proprio peso un mezzo di promozione di se stesso/a in modo sterile ma molto pericoloso, andando a toccare corde a cui moltissimi sono estremamente sensibili.

So cosa significa contare le calorie, so cosa significa avere la sensazione che le calorie quotidiane siano superate, che tutto sia perduto, e allora via a un’abbuffata poi da domani a dieta, so cosa significa pesarsi ossessivamente tutti i giorni o non pesarsi per paura che anche 100 grammi in più diventino pensiero ossessivo, e spesso quel pensiero porta con sé valanghe di cibo, o la voglia, e il tentativo, di mangiare poco, pochissimo, il meno possibile.

Conosco i medici: nutrizionisti, dietologi, psicologi, psichiatri, ne ho visti tanti; e pochi, pochissimi seri. Ho visto, in me e in molti altri, pochi risultati e tanti danni.

Sono stata vegetariana, sono stata ossessionata dal cibo naturale, sono stata ossessionata da mode alimentari coglione. Ho comprato creme in farmacia, profumeria, da Vanna Marchi, per diminuire centimetri di grasso, cellulite, acqua, liquidi, pelle. Parola d’ordine diminuire. Mi sono ammazzata di movimento e sono stata ferma, immobile.

I problemi alimentari sono roba seria, serissima, sinceramente leggere, ascoltare, vedere persone che parlano con faciloneria disarmante mi fa sempre più paura.

No sto qui a dirvi cosa, quanto, come e perché mi sarei mangiata il mondo; se proprio siete curiosi in questi vecchi post (La materia di cui siamo fatti; Nelle scarpe degli altri; Palla nera non avrai il mio scalpo, Vengo anch’io, no tu no;  Usa la Forza Francesca!) un po’ di motivi li trovate. Il cibo è il modo istintivo con cui io riempio le mie voragini, lo sarà sempre. Non do consigli, se fossi così brava a risolvere problemi altrui, compresi problemi col cibo, vivreri con un tipo magro, atletico, fighissimo; no esagero, neanche io sono magra e atletica. A ben pensarci il pancione consorte è fighissimo, non magro e atletico, ma fighissimo sì.

Tutti a dare consigli sul cibo, a fare diete, a dare diete agli altri, tutti informatissimi su cosa è sano e cosa non lo è. Io che col cibo ho un rapporto difficile da 40 anni, un rapporto che è molto migliorato ma che se non è tenuto sotto controllo può diventare di nuovo pericoloso e distruttivo non ho niente da dire. C’è già tanta gente che parla a vanvera, non c’è bisogno di me.

Amma arrivà fin’ ‘o bass Lazio

— Amma arrivà fin ‘o bass Lazio.

—Pe’ me putit arrivà fin’ ‘a Svizzera, nun me pass manc pa capa.

Nella terza puntata di Gli effetti di GOMORRA LA SERIE sulla gente di The Jackal c’è questo dialogo esilarante; la famiglia Quintavalle-Ferone Ferone-Quintavalle quest’estate ha seguito il consiglio di The Jackal e ha girato la Campania arrivando fin ‘o bass Lazio.

La conquista di una Campania a noi sconosciuta, o dimenticata, è durata circa due settimane: un susseguirsi di luoghi, persone, scoperte. Abbiamo preso atto del fatto che abbiamo girato tanto lontano da casa e conosciamo poco la nostra casa — Napoli — e i luoghi che la circondano.

La mucca che ci guarda esterrefatta sul monte Mottola; il Turismo rurale Le Grazie a Piaggine dove abbiamo soggiornato quattro giorni; le Gole del Calore; il ristorante L’Occhiano a Felitto; il concerto di Noa a Laurino, e averla come vicina di stanza al Turismo Rurale Le Grazie; Roscigno Vecchia;  il centro storico di Piaggine; l’escursione sul Monte Cervati; il centro storico di Laurino; la passeggiata sulle rive del fiume Calore Lucano e i piedi immersi nelle sue acque pulite e gelide; il Caseificio Luise di Castel Volturno e il sapore della sua mozzarella immutato dopo 40 anni che porta alla luce ricordi bellissimi; Caserta Vecchia; il belvedere di San Leucio, la sua fabrica di seta e il suo sistema sociale; il ristorante Antica Locanda di San Leucio; la Certosa di Padula; Cusano Mutri (Benevento) e il pane integrale spettacolare del ristorante-panetteria Antichi Sapori, ma anche il resto meritava; il borgo antico di San Felice al Circeo e la passeggiata coi cani sul monte Circeo, sì i cani: Piera e Arturo; l’Abbazia di Fossanova; la Reggia di Caserta; l’agriturismo Le Campestre di Castel di Sasso (Caserta). Ecco la nostra estate.

Francesca Matilde Ferone mette bandierine a forma di mutandoni in tutti i luoghi visitati della Campania. Illustrazione di Sandro Quintavalle

Celo, celo, celo, manca

Vacanza costruita giorno per giorno, inaspettata e nata per caso. Il supporto di internet c’è stato fondamentale per scegliere dove dormire, i luoghi da visitare, dove mangiare. Il navigatore ha avuto un ruolo fondamentale nel farci perdere, trovare la strada più lunga e difficile, finire in posti, anche molto belli, ma ben distanti dalla nostra destinazione.

Prenda il lettore le pagine che seguono come sfida e invito. Faccia il proprio viaggio secondo un proprio progetto, presti minimo ascolto alla facilità degli itinerari comodi e frequentati, accetti di sbagliare strada e di tornare indietro, o, al contrario, perseveri fino a inventare inusuali vie d’uscita verso il mondo. Non potrà fare miglior viaggio. E, se sarà sollecitato dalla propria sensibilità, registri a sua volta quel che ha visto e sentito, quel che ha detto e sentito dire. Insomma, prenda questo libro come esempio, mai come modello. La felicità, che il lettore lo sappia, ha molte facce. Viaggiare, probabilmente, è una di queste. Affidi i fiori a chi sappia badarvi, e cominci. O ricominci. Nessun viaggio è definitivo […]

[…] Il viaggio non finisce mai. Solo i viaggiatori finiscono. E anche loro possono prolungarsi in memoria, in ricordo, in narrazione. Quando il viaggiatore si è seduto sulla sabbia della spiaggia e ha detto: “Non c’è altro da vedere”, sapeva che non era vero. Bisogna vedere quel che non si è visto, vedere di nuovo quel che si è già visto, vedere in primavera quel che si è visto in estate, vedere di giorno quel che si è visto di notte, con il sole dove la prima volta pioveva, vedere le messi verdi, il frutto maturo, la pietra che ha cambiato posto, l’ombra che non c’era. Bisogna ritornare sui passi già dati, per ripeterli, e per tracciarvi a fianco nuovi cammini. Bisogna ricominciare il viaggio. Sempre. Il viaggiatore ritorna subito.

Viaggio in Portogallo Josè Saramago

Adoro l’incipit di Viaggio in Portogallo di Josè Saramago, quando cercavo un nome per la linea di ornamenti per il corpo che realizzo mi è capitato di rileggerlo: nei miei pensieri le Sculture da Viaggio di Bruno Munari si sono fuse con le parole di Josè Saramago dando alla luce Piccole Sculture da Viaggio.

I viaggi miei e di Sandro sono sempre stati un procedere a caso, alcune volte c’era un punto fisso da cui partire e dove tornare ogni sera, altre volte ci siamo spostati secondo l’umore. La macchina è il nostro mezzo di trasporto preferito, quello che ci rende liberi e ci permette di scoprire luoghi ameni, fuori mano. Per me la macchina è una conquista, ne ho già parlato in Elogio della mia lentezza. Guidare diverse ore al giorno, spesso per strade sterrate, di montagna, di campagna, perdermi, è stata la caratteristica dei viaggi in Francia: Bretagna, Alsazia, Costa Azzurra, Ain, Provenza. Una casa affittata, dal circuito Gites de France, in un posto bellissimo decisamente fuori mano, tranne in Alsazia, lì la casa era al centro di un paesino splendido, da cui muoverci ogni giorno, guidare tanto, scoprire posti cercando di evitare quelli più turistici.

La nostra scoperta della Campania ha seguito la falsariga delle nostre vacanze francesi, il Turismo rurale Le Grazie di Piaggine e la casa di Napoli sono stati i Gites da cui partire la mattina e a cui tornare la sera, la macchina è la stessa di tutti i nostri viaggi più recenti, l’equipaggio a bordo invariato, io, Sandro il pancione consorte, can Piera.

“Sembra di essere in Francia” è una frase che abbiamo detto spesso girando nel Cilento interno, in una provincia di Caserta a noi sconosciuta e lontana dal nostro immaginario fatto di distruzione del territorio, abusivismo e brutture varie, scivolando nel beneventano. La nostra Francia è piena di verde, di paesini antichi ben tenuti, di posti bellissimi dove non ti immagini di trovarli. La Campania che abbiamo scoperto è fatta di tutto questo.

Non sono una grande fan di Tripadvisor ma spesso si rivela utile, con Sandro lo usiamo seguendo le nostre regole: se ci sono molti commenti buoni e pochi cattivi leggiamo prima quelli cattivi e poi quelli buoni, quelli cattivi spesso sono surreali. Quest’estate grazie a questa tecnica abbiamo scoperto il Turismo rurale Le Grazie di Piaggine, il ristorante L’Occhiano di Felitto, l’agriturismo La Campestre di Castel di Sasso. Ognuno di questi posti ha commenti eccellenti e noi ci uniamo a quei commenti anche se su Tripadivisor non abbiamo scritto niente, riproponendoci di farlo prima o poi. Come al solito non lo faremo per pigrizia. L’Antica Locanda a San Leucio l’abbiamo scoperta per caso, anche questa gran bella scoperta, era lì, vicino l’ingresso dell’antico borgo di San Leucio, era aperta a pranzo il 16 agosto quasi alle 15,00 e noi avevamo fame; siamo entrati e abbiamo mangiato benissimo. Anche per questa, a posteriori, il metodo Tripadvisor Quintavalle-Ferone Ferone-Quintavalle si è rivelato esatto.

Agosto è iniziato con una badilata sui denti, e la nostra vacanza per certi versi è stata la nostra reazione all’accaduto. Gironzolando su internet mi sono trovata per caso sul profilo del Turismo rurale Le Grazie di Piaggine su Booking.com, dalle foto sembrava il posto che cercavo, la realtà si è rivelata identica alle foto, anche meglio. Ho controllato se ci fosse ancora posto per i giorni successivi, era il 7 agosto, c’era; sono andata visitare il loro profilo su Tripadvisor, commenti entusiasti, tranne pochissimi sinceramente insignificanti. Sembrava troppo bello per essere vero. La mattina dopo ho telefonato al proprietario chiedendo se accettavano cani e chiedendo conferma della disponibilità, e abbiamo prenotato. Preferisco prenotare e pagare direttamente senza intermediazione.

Perdersi, rendersi conto che il navigatore in determinati posti è meglio spegnerlo, farsi entrare bene in mente che spesso i posti belli sono raggiungibili per strade strette, di montagna o di campagna, sterrate o altro. Quando andando a Piaggine ci siamo ritrovati a svalicare il monte Mottola ho bestemmiato molto, ma avevo l’allenamento: 15 giorni nell’Ain, una bellissima regione della Francia del sud, selvaggia, montuosa, con strade sterrate, di montagna, strette, strade che portavano in posti bellissimi, mi avevano svezzata alla guida non in condizioni ottimali. La Bretagna, quella che abbiamo visitato noi, meno turistica, più nascosta, l’Alsazia, la Costa Azzurra vissuta avendo come punto di partenza una deliziosa casetta di Gorbio, piccolo borgo medioevale sopra Mentone che i francesi, che fessi non sono, hanno deciso di  restituire a nuova vita. A Gorbio non si costruiscono nuove case, se compri casa lì compri una casa antica, un rudere, e hai l’obbligo di ristrutturarla secondo parametri rigidissimi. Un borgo medievale sta riprendendo vita. Gorbio è sul pizzo di una montagna e anche per arrivare lì il navigatore ha deciso di farci fare la strada più impervia, una mulattiera. E se sul monte Mottola è stata una mucca a guardarci perplessa su quella mulattiera sulla collina tra Montecarlo e Mentone sono stati un asino e un cane da pastore a fissarci con sguardo incredulo.

Parliamoci chiaramente per me e il pancione consorte il Cilento fino a quest’estate significava mare, un mare che Sandro conosce poco e io non conosco affatto. Il Cilento interno? e che è? È un posto bellissimo.

Verde, verde, verde, io cercavo posti poco affollati, pieni di verde, con gente gentile, dove mangiare bene, camminare, sentirmi serena e li ho trovati.

Confusa e felice è il titolo di uno dei primi album di Carmen Consoli, ecco se lei si sentiva confusa e felice io quest’estate, non solo nel Cilento, mi sono sentita incredula e ignorante. Non ero l’unica. Se io e Sandro ci siamo sentiti come ci siamo sentiti per anni in Francia molti ospiti del Turismo rurale Le Grazie, clienti de L’Occhiano, escursionisti alle Gole del Calore, visitatori di Roscigno vecchia, si sentivano come in Toscana, in Umbria, in Trentino.

Francia, Toscana, Umbria, Trentino, e quant’altro, invece no: Campania. Sto diventando campanilista, mi piacerebbe se tra qualche anno in Francia, in Toscana, in Umbria, in Trentino, i turisti e i viaggiatori dicessero: “Sembra di stare in Campania”.

Persone che vogliono rimanere nella terra dove sono nate e cresciute, non per ottusità o chiusura mentale, ma perché la conoscono, la amano, ne riconoscono le potenzialità; persone che vedono con chiarezza le potenzialità turistiche dei luoghi dove vivono, vedono con chiarezza il pericolo di un turismo di massa, persone che voglio strade aggiustate ma non superstrade o autostrade, l’accesso difficoltoso ai luoghi li tutela.

Il cibo, il territorio, le coltivazioni e i metodi di coltivazione, gli animali al pascolo, un mondo, un mondo che unisce il Cilento, al Sannio, alla provincia di Caserta, un mondo antico e modernissimo. Superare rivalità ataviche tra paese e paese, tra frazione e frazione non è facile, decidere di rimanere nella propria terra invece di andare a costruirsi un futuro dove ci dicono la vita sia più facile è difficile assai, tornare, tornare a casa, può essere durissimo e meraviglioso contemporaneamente.

La storia dell’agriturismo Le Campestre è una storia di ritorni, ritorno di una famiglia dal Belgio alla sua terra, ritorno alla produzione di un formaggio dimenticato: il conciato romano. La famiglia Lombardi, proprietari dell’agriturismo, ha ricominciato a produrre questo formaggio, tipico della zona, la cui produzione era stata abbandonata. Castel di Sasso provincia di Caserta, io per ignoranza, fino a un mese fa a sentir parlare di provincia di Caserta storcevo il naso, uscire dall’autostrada a Caianello per andare a Cusano Mutri o a Santa Maria Capua Vetere per andare a Castel di Sasso, guidare circondata da paesaggi bellissimi e inaspettati mi ha evidenziato che pregiudizi e ignoranza, i miei in questo caso, chiudono le prospettive, rendono i propri mondi personali spazi angusti e ristretti.

La breccia creata quest’estate nei miei spazi angusti e ristretti mi ha portato a mangiare cose buone, coltivate, allevate, cucinate con cura, mi ha fatto conoscere posti e persone, mi ha confermato che tutto parte dalla propria testa, dal proprio modo di vedere il mondo e se stessi, che la calma è la virtù dei forti non è un luogo comune: io che soffro di vertigini grazie alla calma mantenuta ho fatto una splendida escursione sul monte Cervati, guidati da Michele il figlio del proprietario del Turismo rurale Le Grazie. Michele è stata una guida perfetta, quando mi ha vista in difficoltà in punti del percorso particolarmente difficili per me mi ha fatto sentire a mio agio, mi ha dato il tempo di calmarmi, riprendere possesso della mia mente e del mio corpo annebbiati dalla paura e di andare avanti con i miei tempi. Eh sì, avere a fianco persone che ci incoraggiano e non approfittano o ridicolizzano le nostre paure e debolezze è fondamentale. La calma mantenuta su strade strette, spesso sterrate, di montagna — la scritta Statevi accorti che non ci stanno i parapetti, ok la scritta non è riportata letteralmente il significato però quello è e l’ansia che crea anche — è frutto della capacità che ho acquisito nel tempo, e continuo ad acquisire, di dominare pensieri, paure, emozioni negative.

Un’estate in cui i ricordi sono diventati riscoperte: la mozzarella del Caseificio Luise a Castelvolturno, l’Abbazia di Fossanova, il Circeo.

La mozzarella del Caseificio Luise è uno dei ricordi più belli della mia infanzia: quando abbiamo comprato la casa a Baia Verde non c’era acqua potabile, per molti anni la situazione è rimasta la stessa, mio padre una o due volte a settimana andava a Castelvolturno a riempire le taniche di acqua potabile, spesso l’operazione acqua da bere diventava l’occasione per la sosta da Luise; Luise era dove è adesso, sulla Domiziana, andando verso Castelvolturno, allora era molto più piccolo, aveva l’ingresso direttamente sulla strada e sulla porta c’era una di quelle tende composte da strisce di plastica colorate. Quando nell’operazione acqua era coinvolta tutta la famiglia Ferone papà scendeva dalla macchina, entrava nel caseificio e ne usciva con due buste, una contenete le mozzarelle grandi per la cena, mai meno di un chilo, e una più o meno dello stesso peso piena di bocconcini di mozzarella da consumare subito, in macchina, come merenda. I cinque famelici membri della famiglia Ferone: io, mio fratello, mio padre, mia madre, e finché ha potuto zia Maria, la zia di mio padre proprietaria dei mutandoni che hanno reso felice parte della mia infanzia e regalato il titolo a questo blog, erano gente serie, gente che di mozzarella se ne intende, i bocconcini di mozzarella di Luise non sono hanno mai visto Castelvolturno paese, sono sempre stati fatti fuori molto prima.

Quest’estate questo ricordo mi è tornato in mente, Sandro ha fatto una ricerca su internet e ha scoperto che il Caseificio Luise era sempre lì, ingrandito e con un sito web da cui vende mozzarella in ogni dove. La mattina di Ferragosto abbiamo telefonato e appurato che erano aperti anche quel giorno siamo andati a procacciarci il pranzo di Ferragosto, il più buono da anni, mozzarella, solo mozzarella, buonissima. I bocconcini erano finiti, siamo tornati altre volte a prenderli. A pranzo ho fatto assaggiare la mozzarella prima a Sandro, lui non aveva mai mangiato la mozzarella di Luise prima ma una mozzarella buona la sa riconoscere — avevo paura che un bel ricordo si trasformasse in un brutto presente — la faccia estasiata di Sandro masticando la mozzarella mi ha rassicurata. Baia Verde, Castelvolturno, quei luoghi della mia infanzia ormai sono posti degradati, brutti, deturpati, la mozzarella no, la mozzarella di Luise ha retto gli anni che passano, e in quei luoghi gli anni sono passati come bulldozer impazziti che distruggono tutto e tutti; ma qualcosa ha retto, il Caseificio Luise ha retto, e forse, anzi sicuramente, altre realtà eccellenti si nascondono in quei luoghi, in attesa di essere scoperte.

A San Felice al Circeo e al suo  borgo antico sono legati molti ricordi della mia infanzia e preadolescenza, all’Abbazia di Fossanova è legato un ricordo di quel periodo, che mi fa capire come cose che al momento ci sembra di vivere malissimo in realtà ci fanno stare bene. La rassegna di musica mozardiana all’Abbazia di Fossanova non so se si è tenuta un solo anno o si è ripetuta più anni, so che al momento l’ho odiata, mi portava via tempo di mare e tempo di gioco. Il martedì pomeriggio, se non erro, si usciva verso le quattro e si partiva da casa di zia al Circeo per andare ad ascoltare Mozart, non lui in persona eh, all’Abbazia di Fossanova, il gruppo d’ascolto era composto da me, mio fratello e mia zia, forse qualche amica di zia non ricordo. Come le ho detto quest’estate, con profondo affetto, odiavo mia zia e odiavo quel posto durante quelle escursioni estive ad ascoltare una musica che mi annoiava a morte. La mente umana è strana, e la mia è strana forte, una delle cose più noiose della mia vita si è trasformata in un ricordo meraviglioso. Dopo averci pensato su credo di aver trovato la soluzione al mistero: è vero che andando a sentire il concerto a Fossanova zia ci privava di mare e di gioco ma la bellezza dell’abbazia, il fresco che trasudava dai quei muri in caldi pomeriggi estivi, quella musica a me estranea, in realtà mi regalavano una grande serenità.

Non tornavo al Circeo da anni e quest’anno siamo tornati a trovare zia, abbiamo trascorso due giorni sereni, al ritorno ci siamo fermati all’Abbazia di Fossanova, ristrutturata e ancora più bella di quanto la ricordassi; eh sì!: simm arrivar fin ‘o bass Lazio.

Da Napoli abbiamo fatto spedizioni giornaliere, in luoghi conosciuti come Casertavecchia e la Reggia di Caserta, dove non tornavo da anni, sconosciuti come Cusano Mutri, rinomati ma mai visti come la Certosa di Padula, il Belvedere di San Leucio, il borgo antico e la fabbrica di seta.

Ordine, ci vuole ordine, una cosa alla volta; vediamo di far procedere ‘sto racconto con un senso compiuto.

A Casertavecchia ero stata di sera a mangiare un paio di volte con amici, una volta tantissimi anni fa con mio padre e il resto della famiglia. Ritornandoci l’ho trovata  bella ma troppo turistica per i miei gusti. E al bar in piazza sono antipatici: no ecco se mi siedo, prendo un caffè e una bottiglia d’acqua, ti prendi quattro euro, ti lascio 1 euro di mancia, sto seduta al massimo 15 minuti e poi ti chiedo di cambiarmi in monete cinque euro, il bar è pieno, e mi dici di non avere spiccioli, diventi subito vincitore del premio Col cavolo mi vedi più mentecatto. Casertavecchia è bella ma non ci appartiene, la cosa più bella del tempo trascorso lì è stata guardare il cane che giocava a calcio con i bambini del posto.

Il Belvedere di San Leucio e la fabbrica di seta sono belli, belli. Lì abbiamo incontrato un guida preparata ed entusiasta e un uomo triste assai che ha deciso di manifestare la sua furbizia risparmiando i 2 euro della guida dato che gli altri componenti del gruppo avevano già raggiunto e superato il prezzo da lei richiesto per la visita. I soldi raccolti, anche se erano un po’ in più, li abbiamo dati tutti a questa ragazza simpatica e preparata, e dato che esistono esseri brutti al mondo e persone belle una signora del gruppo alla fine della visita presa dall’entusiasmo le ha dato altri soldi in regalo, perché li meritava tutti. Io e il pancione siamo esseri mediocri e abbiamo contribuito solo con la nostra quota.

A San Leucio ho pianto, guardando la fabbrica, ascoltando la guida e scoprendo l’esperimento sociale fatto in quel luogo, perfettamente riuscito, dai Borbone. Dalla pagina di Wikimedia su San Leucio riporto alcune note sull’organizzazione della Real Colonia di San Leucio, pregherei di notare la modernità dell’organizzazione leuciana e come nel 2015 stiamo correndo indietro. Se notate una certa vena polemica accade perché c’è una certa vena polemica.

Il re Carlo di Borbone, consigliato dal ministro Bernardo Tanucci, pensò di inviare i giovani in Francia ad apprendere l’arte della tessitura, per poi lavorare negli stabilimenti reali. Licenziato Tanucci nel 1776, gli subentrò Domenico Caracciolo che diede grande impulso alla colonia. Fu così costituita nel 1778, su progetto dell’architetto Francesco Collecini, una comunità nota come Real Colonia di San Leucio, basata su norme proprie. Alle maestranze locali si aggiunsero subito anche artigiani francesi, genovesi, piemontesi e messinesi che si stabilirono a San Leucio richiamati dai molti benefici di cui usufruivano gli operai delle seterie.

Ai lavoratori delle seterie era, infatti, assegnata una casa all’interno della colonia, ed era, inoltre, prevista per i figli l’istruzione gratuita potendo beneficiare, difatti, della prima scuola dell’obbligo d’Italia che iniziava fin da 6 anni e che comprendeva le materie tradizionali quali la matematica, la letteratura, il catechismo, la geografia, l’economia domestica per le donne e gli esercizi ginnici per i maschi. I figli erano ammessi al lavoro a 15 anni, con turni regolari per tutti, ma con un orario ridotto rispetto al resto d’Europa. Le abitazioni furono progettate tenendo presente tutte le regole urbanistiche dell’epoca, per far sì che durassero nel tempo (abitate tuttora) e fin dall’inizio furono dotate di acqua corrente e servizi igienici.

Per contrarre matrimonio gli uomini e le donne, compiuti rispettivamente almeno 20 e 16 anni, dovevano dimostrare di aver conseguito uno speciale “diploma al merito” concesso dai Direttori dei Mestieri. I matrimoni si svolgevano il giorno di Pentecoste con una celebrazione particolare: a ogni coppia era assegnato un mazzo di rose, bianche per gli uomini e rosa per le donne, fuori la chiesa li aspettavano gli anziani del villaggio, di fronte ai quali le coppie si scambiavano i mazzi di fiori come promessa di matrimonio. Ciascuno era libero di lasciare la colonia quando voleva, ma, data la natura produttiva del luogo, si cercava di inibire tali eventualità, ad es., facendo divieto di ritorno in colonia oppure riducendo al minimo le liquidazioni.

La produttività era garantita da un bonus in danaro che gli operai ricevevano in base al livello di perizia che avevano raggiunto. La proprietà privata era tutelata, ma erano abolite le doti e i testamenti. I beni del marito deceduto passavano alla vedova e da questa al “Monte degli orfani”, cioè la cassa comune gestita da un prelato che serviva al mantenimento dei meno fortunati. Le questioni personali erano giudicate dall’Assise degli Anziani, cd. seniores, che avevano raggiunto i massimi livelli di benemerenza ed erano di nomina elettiva. I seniores monitoravano anche la qualità igienica delle abitazioni e potevano deliberare sanzioni disciplinari nonché espulsioni dalla colonia

Come ho detto all’inizio prima di salire sul belvedere in una traversina della piazza dove inizia la Real Colonia di San Leucio trovate L’Antica Locanda, un ristorante piccolo, ben curato, con un cuoco e un proprietario simpatici assai, dove ho mangiato un risotto alla pescatora spettacolare, del baccalà fritto che non ve lo dico proprio e un antipasto di crudo di mare serio, sì davvero serio. Fanno anche piatti a base di carne e verdure e ci torneremo per informare il mondo su come se la cavano con quelli ‘sti ragazzuoli.

Della Reggia di Caserta che dire? Bella, enorme, il parco con le fontane in funzione e il giardino inglese meravigliosi. I dintorni? Ecco sui dintorni stenderei un velo. Un cosa la aggiungo, una visita ben fatta all’interno della Reggia, al parco e al giardino inglese richiede più di un giorno.

Napoli-Certosa di Padula/Certosa di Padula Napoli tutto in una giornata, in tutto 5 ore di macchina. Ne è valsa la pena? Assolutamente sì. È stato faticoso? Non più di tanto. A parte andare avanti indietro la Certosa l’abbiamo visitata? Sì!

Descrivere la Certosa di Padula mi è impossibile, come per tutti gli altri luoghi di cui parlo in questo post, ci vorrebbe un post intero dedicato a lei, una cosa però la voglio dire, se non ve ne frega un fico secco dell’arte ma siete appassionati di arredamento d’interni correteci: refettorio, chiostri, chiesa, gli ambienti che contengono il Museo archeologico provinciale della Lucania occidentale, sono belli; la biblioteca non è visitabile ma la scala da cui si accede è un miracolo di architettura, ma signori miei la cucina della Certosa è uno di quei posti dove ti vengono le lacrime agli occhi, un posto bello, caldo, accogliente, tenuto talmente bene da darti l’impressione che possa prendere vita sotto i tuoi occhi.

La Reggia di Caserta, la Certosa di Padula e Il Belvedere di San Leucio sono patrimonio UNESCO, giusto per notizia in Campania ci sono molti siti UNESCO, tra cui il centro storico di Napoli.

Gesù stavo finendo il post senza ritornare su Cusano Mutri, in provincia di Benevento, nel Parco Regionale del Matese, un piccolo borgo medioevale, fa parte del Club dei borghi più belli d’Italia. Arrivando a Cusano Mutri abbiamo detto per l’ennesima volta: “Sembra di stare in Francia”, e perdendoci al ritorno l’abbiamo ripetuto, esattamente in Alsazia. Cusano Mutri è piccolo assai ed è un ottimo punto di partenza per escursioni, sul sito del paese, o se si e lì andando alla Pro loco, si possono avere informazioni accurate. È un posto reale, abitato da chi ci è nato, non un posto ormai finto come se ne trovano spesso in giro. Tutti i posti che abbiamo visitato quest’estate sono posti reali abitati da gente reale.

Facciamo venire i nodi al pettine di quest’estate che sta finendo, sì è il 10 settembre è ancora estate, e di questo post.

Abbiamo mangiato tanto e cose buone, e straordinario ma vero siamo dimagriti, abbiamo visto posti belli e siamo tornati in posti già visti che ci continuano a piacere, abbiamo capito che la Campania è grande, ricca di storia, natura, cibo, arte, gente che lavora con impegno, passione e dedizione. Noi abbiamo ancora tanto da scoprire, e tanti luoghi dove tornare. Abbiamo preso atto del fatto che se non avessimo visitato prima posti lontani per poi dedicarci a luoghi vicini forse non avremmo apprezzato la bellezza di questi ultimi.

Muoversi, viaggiare, conoscere posti lontani e posti vicini, riuscire a capire il valore della propria terra e delle persone che passano la vita a valorizzarla con il loro lavoro, ripartire, tornare con nuove idee, nuovi spunti per migliorare il proprio territorio. Ecco questa è la mia idea attuale di viaggio.

Questo è un post senza link, o meglio con link solo ai post precedenti di questo blog a cui faccio riferimento. Voglio lettori attenti, curiosi, non pigri; voglio che se qualcosa nel post vi ha incuriosito e volete approfondire facciate una vostra ricerca personale, sarà più soddisfacente.

Il nostro viaggio in Campania è appena cominciato, o ricominciato, e come dice Josè Saramago i viaggi non finiscono mai.

La città geniale

Storie e…

Domenica 24 maggio 2015 ho sentito parlare per la prima volta de L’amica geniale di Elena Ferrante; sapevo che Elena Ferrante era candidata al Premio Strega, sapevo che era una candidatura contestata, principalmente perché l’identità di Elena Ferrante rimane un mistero; sapevo che era l’autrice de L’amore molesto da cui Mario Martone aveva tratto un film; non avevo letto il libro, non avevo visto il film.

Allo Strega era candidato Storia della bambina perduta il quarto volume della quadrilogia iniziata con L’amica geniale, un unico libro in quattro volumi pubblicati a distanza di circa un anno l’uno dall’altro: L’amica geniale, Storia del nuovo cognome, Storia di chi fugge e di chi resta, Storia della bambina perduta.

Storia della bambina perduta da solo non ha senso, candidandolo, a mio parere, si candidavano automaticamente tutti e quattro i libri, tutta la storia. Per alcuni l’opposizione alla candidatura allo Strega si basava su questo.

Prima di domenica 24 maggio 2015 il mio interesse per Elena Ferrante e per i suoi libri era inesistente. Seduta a un tavolo di Concettina ai Tre Santi — pizzeria al Rione Sanità, Napoli — per la prima volta mi sono interessata a Elena Ferrante e la quadrilogia de L’amica geniale è diventata un consiglio di lettura da tenere ben presente.

Ci sono persone di cui mi fido se mi dicono: “Leggi quel libro, vedi quel film, quella mostra è bella”, mia cugina Fabrizia è una di queste. A lei quei quattro libri erano piaciuti, la cosa era da tener presente.

Grazie Fabrizia, li ho amati profondamente.

Non ho iniziato subito a leggere L’amica geniale, ho colto il consiglio e l’ho messo da parte, a riposare. Domenica 28 giugno alla radio ho risentito parlare di questi quattro bellissimi libri e ho iniziato a leggere il primo, così, per capire. Dalle prime pagine sono scivolata in un mondo, e in un’ossessione, durata cinque giorni. Venerdì 3 luglio ho letto l’ultima pagina di Storia della bambina perduta e tutta la storia ha preso un senso nuovo.

Ho trovato il finale bellissimo, compiuto e aperto, la risposta a una domanda che mi stavo facendo dalle prime pagine del primo volume; la risposta necessaria. Il dopo, qualsiasi esso sia prende una luce differente; anche il prima cambia senso. Al contrario di me arrivati alla fine molti lettori si sono sentiti ingannati, orfani di risposte. Spero che la casa editrice non chieda alla Ferrante di pubblicare un quinto volume visto il successo dei primi quattro, se lo facesse vorrei che la Ferrante rispondesse un secco no; altri lettori forse quel quinto libro  lo aspettano con ansia.

Io e Fabrizia abbiamo letto gli stessi libri? Sì e no. : le parole, le storie, i luoghi, i personaggi erano gli stessi. No: io e Fabrizia siamo due persone differenti, ognuna con la sua storia, il suo modo di stare al mondo, la sua emotività, i suoi sentimenti, ognuna di noi ha letto la sua versione de L’amica geniale.

Leggendo le recensioni su Amazon questa cosa mi è stata chiarissima, non perché ad alcuni lettori i libri erano piaciuti e ad altri no, ma perché il punto di vista dei lettori e i motivi per cui li avevano amati, o odiati, erano differenti, personali, intimi.

Elena Ferrante sa bene che i libri diventano del lettore, lo dice con chiarezza ne La Frantumaglia, raccolta di lettere e interviste nata per far conosce ai lettori questa scrittrice, misteriosa e potente, in maniera più personale:

Ogni lettore ricava dal libro che legge nient’altro che il suo libro

L’amica geniale (da ora indicherò tutta la quadrilogia con il titolo del primo volume)  ci porta in un Rione difficile e periferico di Napoli, conosciamo due bambine, Raffaella-Lina (Lila solo per Lenuccia) Cerullo e Elena-Lenuccia-Lenù Greco; le vediamo diventare amiche — con tutte le invidie, le gelosie, le meschinità, l’affetto e la complicità di un’amicizia femminile — le seguiamo nell’età adulta, siamo ancora con loro quando diventano anziane. Conosciamo i loro amici, i loro amori, le loro difficoltà e le loro gioie: le loro vite.

Francesca Matilde Ferone abbraccia Napoli. illustrazione di Sandro Quintavalle

Eccola!

Lenuccia da quel Rione esce, va via da Napoli, odiandola; scivola in un mondo che visto da lontano le sembrava un porto sicuro, privo di violenza, basato sulla ragione, sulla cultura, sull’ordine, a poco a poco ne vede gli angoli oscuri. Scopre che sotto il velo di ordine e raziocinio c’è ben altro.

Il Rione e Napoli sono personaggi vivi; del Rione non viene mai fatto il nome ma le descrizioni dei luoghi, al suo interno e nelle vicinanze, sono minuziose; mi sono improvvisata investigatrice geografica e mentre leggevo con Sandro ricostruivamo posti a noi poco conosciuti, o del tutto sconosciuti, fermate della metropolitana, distanze. Scoprivamo che il Centro Direzionale è costruito su paludi; ci chiedevamo quale fosse la fermata della metropolitana vicina al Rione: “Ma certo Gianturco!” — la conferma l’ho avuta leggendo L’amore molesto, il Rione dove si svolge l’infanzia della protagonista è lo stesso in cui è ambientata L’amica geniale —; per la prima volta sento parlare dei Granili; per la prima volta faccio mente locale e grazie a Google Maps vedo con chiarezza che via Marina prosegue, cambia nome, diventa via Reggia di Portici, via Ponte dei Granili, arriva a San Giovanni a Teduccio, e va avanti in luoghi che non conosco o che conosco per sentito dire.

E poi c’è quel tunnel, un sottopasso ferroviario, a via Emanuele Gianturco, vedo due bambine tenersi per mano attraversandolo alla ricerca del mare; sanno che a Napoli c’è, o dovrebbe esserci, alcuni del Rione dicono di esserci andati.

E il Rione si materializza, il Rione Luzzatti, corrisponde. Tra via Emanuele Gianturco, via Traccia a Poggioreale, i binari della ferrovia, gli stagni diventati Centro direzionale, Poggioreale. Un mondo.

La Ferrante ci dà indicazioni precise, indizi sparsi qua e là.

Lila si sposa nella chiesa della Sacra Famiglia, se si fa una ricerca su Google: “Chiesa della Sacra Famiglia Napoli” la risposta è immediata, il primo risultato: “Parrocchia della Sacra Famiglia al Rione Luzzatti via Carlo Bussola”. Il sito della parrocchia racconta la storia di quei luoghi, ma ci parla anche del “risanamento” di una zona centrale della città durante il fascismo, del trasferimento dell’interno di una chiesa del 1500, e delle opere in essa contenute, dal centro di Napoli a una periferia appena costruita. Nuovi rioni popolari dove le genti, sulla carta, nei progetti, sarebbero state meglio; la realtà è stata, ed è, un’altra. Per i più curiosi qui il link al sito della Parrocchia della Sacra Famiglia

Vedo passeggiare Lenuccia e Lila tra le strade del Rione, le vedo sedute ai giardinetti, le vedo affacciarsi fuori dal Rione con rabbia, paura, disagio; le vedo  tornare con altrettanta rabbia, ma sentendosi al sicuro al centro del loro mondo ai margini che vorrebbero cambiare dall’interno.

Le case nuove, vicino alla ferrovia, dove va ad abitare Lila da sposata, i giardinetti, le palazzine a quattro piani, la chiesa, la scuola, lo stradone. La tecnologia di Goolge Street View evidenzia la minuzia con cui la Ferrante ha raccontato quei luoghi. Di fronte alla realtà di quelle strade, al realismo di quell’amicizia, alla verità dei mondi lontanissimi dal Rione vissuti da Lenuccia, alla chiusura del Rione-mondo, mi sento soffocata e vivissima.

Google Street View mi porta in quei luoghi e a me la voglia di vederli da vicino proprio non viene.

Napoli è protagonista de L’amica geniale, come lo è de L’amore molesto, capire il luogo di provenienza delle protagoniste, il loro muoversi emotivo e fisico nella città è parte fondamentale del viaggio nella vita di queste due donne. È difficile non cercare di ricostruire la geografia di questa storia, se sei napoletano impossibile, credo.

Ho percorso una Napoli a me sconosciuta: i luoghi che circondano il Rione Luzzatti li conosco per sentito dire o per passaggi frettolosi e obbligati sempre con la voglia di uscire il più velocemente possibile da quella parte di città, con la paura e il senso di non appartenenza che la facevano da padroni. Del Rione Luzzatti non avevo mai sentito parlare. Ho riconosciuto una Napoli dove so muovermi con agio e disagio, di cui conosco pregi e difetti.

Dopo aver trovato la chiesa dove Lila si sposa ho cercato la scuola elementare del Rione: l’Istituto comprensivo Ruggiero Bonghi del Rione Luzzatti ha tre sedi e quattro plessi; tra sedi e plessi mi sono un po’ persa: due scuole elementari, un asilo, una scuola media. Lila e Lenuccia sono andate a scuola in uno di questi edifici? Forse.

Alla scuola media c’è una sezione a indirizzo musicale, alcuni tra i giovanotti e le signorine che frequentano codesta sezione fanno parte di un’orchestra: l’Orchestra Bonghi. Se vi va di curiosare ecco la pagina Facebook dell’Orchestra Bonghi

I ragazzi dell’orchestra sono decisamente bravi e collezionano premi, qui il racconto di un po’ della loro storia.

La musica per andare avanti in posti difficili dove crescere mi fa venire in mente la Sanitansable, l’Orchestra Bonghi e la Sanitansamble sono due realtà differenti, una scolastica, l’altra un progetto educativo extra scolastico che può portare a percorsi scolastici con cui completare la propria formazione musicale, ma finiscono per avere una stessa funzione: costruire fondamenta sane di giovani vite attraverso la musica.

Non so se Elena Ferrante sia un uomo o una donna; credo, spero, una donna. Mi piace pensare che solo una donna possa raccontare le donne con tanta lucidità, in un rapporto vero, reale, privo di melassa, duro e affettuosissimo. Elena Ferrante deve essere napoletana, un Rione lo racconti così solo se lo conosci bene, la città la racconti in quel modo solo se la vivi, o l’hai vissuta, la senti, ti arrabbi e poi impari anche ad amarla. Impari ad amarla conoscendo la sua storia millenaria, imparando a conoscere luoghi visti mille volte ma mai guardati con attenzione, addentrandoti in posti sconosciuti il cui nome ti ha sempre creato paura e disagio.

Lila dopo un grande dolore inizia a studiare la storia di Napoli, ne rimane incantata, e conoscendola impara ad amare la città in tutta la sua feroce bellezza, Lenuccia quando lo scopre dice una frase che ho sentito mia:

Che grave negligenza era stata nascere e vivere a Napoli senza sforzarmi di conoscerla

Elena Ferrante, come ogni autore, è nei suoi libri; l’anonimato forse le dà la libertà di raccontare senza ferire chi le sta intorno e di esporsi senza esporsi, forse è marketing, forse è un gioco. Ne La Frantumaglia sono raccolte le domante che gli ascoltatori di Fahrenheit, trasmissione di radio 3 RAI, hanno posto alla Ferrante scrivendo alla sua casa editrice e le relative risposte; domante e risposte sono stare lette in trasmissione, Concita De Gregorio ha dato voce alla Ferrante. La risposta a un ascoltatore che le chiedeva se i suoi libri fossero autobiografici:

Nella finzione diciamo e riconosciamo, di noi, ciò che per convenienza nella realtà taciamo e ignoriamo

si intreccia a una riflessione di Lenuccia sul modo di raccontare di Lila:

Mi sembrò — formulato a parole d’oggi – che non solo sapesse dire bene le cose ma che stesse sviluppando un dono che già conoscevo; meglio di come facesse da bambina, prendeva i fatti e li rendeva con naturalezza carichi di tensione; rinforzava la realtà mentre la riduceva a parole, le iniettava energia

Elena Ferrante ha lo stesso dono che attribuisce a Lila, rinforza la realtà mentre la riduce a parole? Forse. Un bravo scrittore trasforma il personale in universale.

…luoghi

Il primo martedì di luglio al Rione Sanità di Napoli c’è la processione in onore di San Vincenzo Ferrer, detto ‘o Monacone, patrono della Sanità. La processione conclude i festeggiamenti in ricordo dei miracoli fatti dal Santo durante l’epidemia di colera dilagata a Napoli nel 1836. In passato i festeggiamenti erano più ricchi come racconta don Antonio Loffredo nel libro Noi del Rione Sanità

Un tempo la gente si impegnava perfino i materassi per contribuire alle spese e partecipare ai fasti di questa ricorrenza. Oggi, per quanto in forma ridimensionata, la tradizione continua a tramandarsi. Si cerca di preservarne il più possibile le forme originarie dall’offuscante usura degli anni e delle contingenze

Di don Antonio Loffredo e del suo lavoro al Rione Sanità ho già parlato in questi post: Alla scoperta di strani, nuovi, mondi. Una vomerese alla SanitàLa bellezza che c’è in noiMa che mu, ma che mu, ma che musica maestro!. Don Antonio è il parroco della Sanità; è stato, ed è, il motore portante della rinascita economica e culturale di questo luogo al centro di Napoli, bellissimo e oscuro, pieno di beni artistici e architettonici che stavano lentamente marcendo.

Il Rione Sanità è stato, ed è, nell’immaginario di molti napoletani uno di quei buchi neri dove non andare, regno di degrado e violenza. Non si offendano le tante persone per bene che abitano quei luoghi, l’immaginario comune e la fama del Rione erano, e per molti sono ancora, questi, negarlo è voler negare il lavoro immenso fatto negli ultimi anni da don Antonio e dai suoi ragazzi.

Al Rione Sanità si è creato un modello di economia solidale e sostenibile; si fa impresa valorizzando il territorio e i suoi beni artistici e culturali; si crea lavoro in tempo di crisi. Da alcuni anni turisti, italiani e stranieri, si addentrano in questa parte di Napoli, considerata ancora da molti napoletani luogo pericoloso, da evitare. A volte ho la sensazione che siano proprio i napoletani i più restii a lasciarsi trasportare nella rinascita della Sanità.

Don Antonio Loffredo parlando della Sanità dice:

La chiusura di un luogo si riflette fatalmente sulla mentalità dei suoi abitanti. Quando un estraneo «entra» in questo Rione, la gente si fa guardinga, sospettosa. Esamina il nuovo venuto, vuole sapere

Parlando della Sanità don Antonio automaticamente parla di tutti i luoghi chiusi in cui vigono regole ben precise, inviolabili, conosciute bene dagli abitanti:

Lello (il sagrestano) […] mi ha istruito su come ogni cosa andava fatta «perché così si è sempre fatta e così va conservata». Al Rione le novità e i cambiamenti non sono i benvenuti: provocano angoscia

Don Antonio aggiunge:

Qui non si sogna. E le lotte fra poveri sono sempre le più amare: tanto caparbie quanto vuote di senso

Le parole di Don Antonio si incrociano con quelle con usate dalla Ferrante ne L’amica geniale per descrivere il modo di vivere e pensare al Rione Luzzatti.

Non ho nostalgia della nostra infanzia, è piena di violenza. Ci succedeva di tutto, in casa e fuori, ogni giorno, ma non ricordo di aver mai pensato che la vita che c’era capitata fosse particolarmente brutta. La vita era così e basta, crescevamo con l’obbligo di renderla difficile agli altri prima che gli altri la rendessero difficile a noi

Rione Sanità e Rione Luzzatti si fondono e con loro tutti quei luoghi in cui nascere, crescere, vivere per molti è fatica immensa e quotidiana.

Elena Ferrante racconta storie di donne fatte, anche, di ordinaria violenza quotidiana, don Antonio racconta le stesse storie parlando delle condizioni di vita di molte donne al Rione Sanità:

Vivono troppo spesso storie di violenza che non raccontano, specialmente se sono giovani.[…] L’omertà si mescola alla convinzione di meritare le percosse e le sevizie, all’assurda credenza che siano, in fondo, manifestazioni di passione e, in ogni caso, obblighi cui sottomettersi

Elena Ferrante aggiunge tramite Lenuccia, la voce narrante di tutto il libro:

Eravamo cresciute pensando che un estraneo non ci doveva nemmeno sfiorare, ma che il genitore, il fidanzato, il marito potevano prenderci a schiaffi quando volevano, per amore, per educarci, per rieducarci

Mentalità che possiamo guardare dall’alto in basso dicendoci che sono racchiuse solo in determinati luoghi, in determinate aree geografiche, ma ci sbagliamo; sono mentalità diffuse, frutto di un concetto perverso di famiglia, di donna, di tradizione; a volte nascoste dietro un velo di civiltà e progresso, in agguato, con la complicità delle stesse donne nel ruolo di vittime, carnefici, o testimoni omertose.

Don Antonio cita le parole di padre Alex Zanotelli, che da vari anni vive alla Sanità, per raccontare la difficoltà del cambiamento:

Questo popolo è abituato a un individualismo storico, perché ha sempre dovuto cavarsela da solo, quindi non è avvezzo a pratiche sociali cooperativistiche

Ma lo stesso padre Alex dice:

Piano piano, sta crescendo una nuova cittadinanza attiva, che si oppone al clientelismo e non chiede più favori ma reclama diritti

In una situazione di stasi in movimento don Antonio prosegue il suo cammino:

A me non resta che riprendere a lavorare per scardinare ancora una volta l’atteggiamento di chiusura altera e depressa e tornare alla carica per attivare il cambiamento

Il cambiamento don Antonio alla Sanità l’ha attivato puntando sui giovani, alcuni di loro si sono lasciati attirare dal nuovo modo di pensare che gli veniva proposto e, lavorando duramente, hanno realizzato cose che fino a pochi anni fa sarebbero state considerate sogni folli solo a sognarli.

Trovare il giusto approccio, i giusti canali di comunicazione, il giusto linguaggio è fondamentale per scalfire corazze e provocare cambiamenti dall’interno, gli unici duraturi.

[…] per allargare gli orizzonti di questi ragazzi e ripulirli dai pregiudizi che avevano avvelenato il passato e il contesto in cui erano cresciuti, sarebbe stato utile uscire dai confini ristetti del quartiere. In altre parole, farli viaggiare. Dapprima abbiamo visitato i dintorni, le spiagge della Costiera, la Sicilia, poi ci siamo spinti a Parigi, in Palestina, in Marocco…

Don Antonio ci racconta che i suoi ragazzi si sono aperti al mondo uscendo dal Rione, viaggiando; anche Lenuccia si è aperta al mondo uscendo dal Rione, viaggiando; Lila no, Lila realizza grandi cose rimanendo dov’era, uscendo pochissimo dal Rione. Lila è un mondo a parte, pieno di luci e ombre. Lila costruisce e distrugge.

Lila e Lenuccia vogliono cambiare il Rione; Lila, soprattutto, lo vuole cambiare dall’interno portando un nuovo modo di pensare e agire:

Era quella l’ultima novità che s’era inventata? Voleva uscire dal Rione restando nel Rione? Voleva trascinarci fuori da noi stessi, strapparci la vecchia pelle e imporcene una nuova, adeguata a quella che si stava inventando lei?

I nuovi modi di agire e pensare fanno intravedere la possibilità di cambiamento, Lenuccia e i suoi amici quel cambiamento lo vogliono ma si sentono spaesati, nel nuovo modo d’agire e di pensare non si riconoscono, e, con ingenuità, rimettono in scena schemi conosciuti dissolvendo i passi fatti verso una nuova direzione. Accortasi dell’errore commesso Lenuccia dice:

Segno che forse Lila aveva ragione: la gente di quella risma bisognava combatterla conquistandosi una vita superiore, di quelle che loro non potevano nemmeno immaginare

La vita superiore voluta da Lila non è fatta di soldi e arroganza ma è basata su comportamenti rispettosi degli altri, sull’ignorare provocazioni e insulti evitando un susseguirsi di violenza, una vita dove non vige la legge del più forte. Il tentativo di Lila fallisce, perde la battaglia non la guerra; don Antonio, i suoi ragazzi e i suoi complici vanno caparbiamente avanti ottenendo risultati concreti.

La Sanità è un luogo storico di Napoli e dalla sua storia sta traendo ricchezza e lavoro; a don Antonio e ai suoi ragazzi piace ricordare che la ricchezza del loro Rione viene dal passato da valorizzare nel presente per costruire il futuro:

[…] Ancora una volta, il futuro chiama il passato e chiede aiuto al presente per andare avanti

Alla Sanità ci stanno dimostrando che con la valorizzazione del bello e con la cultura si mangia, alla Sanità si costruisce uscendo dagli schemi preordinati.

Benvenuti al Rione Sanità è il titolo della festa organizzata quest’anno alla Sanità dal 3 al 9 luglio: mostre, spettacoli, degustazioni, visite guidate e tanto altro. Un occasione per conoscere, o esplorare con maggiore attenzione, questo luogo bello e difficile, ricco di cultura e degrado, posto al centro di Napoli.

Martedì 7 luglio 2015 alle 19,00 ero nella basilica di Santa Maria della Sanità per partecipare alla cerimonia religiosa che ha preceduto la processione in onore di San Vincenzo Ferrer. Non sono una persona religiosa e non ha mai partecipato a una processione in vita mia ma quest’anno mi è capitato spesso di andare alla Sanità, superando paure e tabù mentali, e dopo aver letto Noi del Rione Sanità di don Antonio Loffredo mi era venuta voglia di partecipare alla processione di San Vincenzo Ferrer.

Il caldo e l’umido quella sera l’hanno fatta da padroni e le mie sensazioni e i miei pensieri sono stati contaminati da quel caldo e quell’umido.

Arrivando alla Basilica di Santa Maria della Sanità pensavo di trovare la chiesa gremita, alle 18,45 erano piene solo le panche avanti alla cappella, in una delle navate laterali, dove era stata sistemata la statua di San Vincenzo Ferrer e dove si sarebbe celebrata la messa. Davanti la bellissima scalinata, nella navata principale, era stata montata una grande pedana dove si sarebbe tenuto lo spettacolo la sera del 9 luglio a conclusione della settimana di festeggiamenti alla Sanità, forse aveva ospitato nei giorni precedenti altri spettacoli ma sono una cronista imprecisa e ammetto di non saperlo. Mi sono seduta su una delle prime panche oltre la pedana, di fronte la statua del Santo, quella navata della chiesa era quasi vuota al momento del mio arrivo, come le panche nella navata centrale. Nel quarto d’ora successivo la chiesa si è riempita, ma meno di quanto credessi.

Ho ascoltato la funzione guardandomi intorno, c’era pochissima gente venuta da fuori Rione, mi sono sentita a disagio, un pesce fuor d’acqua. Ho partecipando alla funzione religiosa seguendone i rituali, da non credente, con profondo rispetto.

Al mio fianco si sono sedute due signore anziane, una delle due era molto enfatica nel pregare, urlava le risposte dei fedeli alle parole dei celebranti come se stesse mostrando l’evidenza della sua fede. Me la sono immaginata pronta a giudicare tutto e tutti in nome di un Dio che solo lei sapeva servire e seguire, l’ho immaginata spettegolare e malignare, mi ha ricordato persone già viste e ho provato una forte antipatia per lei. Forse mi sbaglio, forse mi ha solo evocato brutti ricordi.

Prima dell’inizio della funzione dietro di me ho sentito voci conosciute, erano le voci di Miriam e Flora, due delle ragazze che fanno parte della cooperativa la Paranza che ha in gestione le Catacombe di San Gennaro e quelle di San Gaudioso, erano con altri ragazzi, forse anche loro della cooperativa.

Il mio interesse a quello che sta accadendo alla Sanità è nato con una visita serale alle Catacombe di San Gennaro nell’ottobre dello scorso anno. In quel periodo nei fine settimana la sera i ragazzi della Paranza insieme ad alcuni artisti napoletani avevano organizzato un percorso guidato serale: Le luci di dentro, visita guidata alle catacombe arricchita da tre istallazioni multimediali. Alla cassa c’era Miriam, la nostra guida Flora. Flora mi colpì molto: competente e chiara, paziente con un pubblico in certi momenti sgradevole e arrogante; ma la cosa cosa che mi colpì di più fu il modo in cui si illuminava parlando del lavoro fatto in quegli anni alla Sanità, dei suoi compagni di viaggio e di don Antonio, di cui io ignoravo completamente l’esistenza.

Una domenica mattina di marzo con Sandro, e Manuela e Silvia delle amiche venute da Milano, abbiamo percorso il Miglio Sacro guidati da Miriam, Flora era alla cassa. Il Miglio Sacro comprende le catacombe di San Gennaro, quelle di San Gaudioso, la basilica di Santa Maria della Sanità, il Cimitero delle Fontanelle, un giro del quartiere con visita a Palazzo Sanfelice e Palazzo dello Spagnuolo e si conclude a Porta San Gennaro. Miriam ha lo stesso entusiasmo di Flora, la stessa preparazione, emana la stessa luce; credo siano molto amiche.

Manuela e Silvia sono rimaste molto colpite da quella visita in una Napoli un po’ fuori dai percorsi turistici più tradizionali, sconosciuta spesso agli stessi napoletani; e colpite da Miriam, il suo entusiasmo, la sua preparazione. Abbiamo concluso la mattinata con sfizietti e genovese alla Cantina del Gallo, sempre al Rione Sanità.

Domenica 24 maggio seduti a un tavolo di Concettina ai Tre Santi eravamo in cinque: io, Sandro, zia Adriana, Fabrizia e Stefano, suo marito. Io, Sandro e zia nella mattinata avevamo visitato le catacombe di San Gennaro e ascoltato la messa celebrata da don Antonio; Fabrizia e Stefano avevano percorso il Miglio Sacro guidati da Flora, durante il percorso si erano fermati a un tarallificio e il proprietario gli aveva parlato della processione di San Vincenzo Ferrer e dei tempi in cui suo padre era uno degli organizzatori.

Fabrizia aveva prestato a zia L’amica geniale e le ha chiesto se avesse iniziato a leggerlo, poi si è rivolta a me chiedendomi se io l’avessi letto al mio no mi ha raccontato di queste due donne, della loro vita raccontata in quei quattro volumi partendo dall’infanzia e della loro amicizia. Mi ha detto che il Rione dove erano ambientati i libri ricordava la Sanità.

Martedì 7 luglio, giorno della processione di San Vincenzo Ferrer, avevo finito di leggere L’amica geniale da pochi giorni: il paragone fatto da Fabrizia tra il Rione dove sono ambientati i libri e la Sanità è azzeccato, come mentalità, come atteggiamenti, come valori. La differenza sostanziale sta nel fatto che la Sanità ha una storia da cui attingere ricchezza e su cui costruire il futuro, il Rione Luzzatti, e tutti i rioni periferici di costruzione più o meno recente, devono trovare altre formule per scardinare mentalità, degrado, modo di vivere. La Sanità è stata, e per certi versi lo è ancora, un ghetto al centro della città, è precipitata in un buco nero dopo la costruzione del ponte che la sovrasta fatto edificare da Gioacchino Murat per facilitare i collegamenti tra la Reggia di Capodimonte e il centro di Napoli. I rioni come il Luzzatti nascono come periferia e diventano periferia povera e degradata.

Torno alla celebrazione religiosa precedente la processione, l’ho seguita guardandomi intorno con attenzione, in chiesa c’erano alcuni ragazzi che fotografavano e riprendevano, non sembravano del Rione ma posso sbagliarmi, e c’erano gli abitanti della Sanità venuti a onorare il loro patrono. Vari sacerdoti hanno officiato la messa al cui termine don Antonio ha detto poche parole che mi hanno dato da pensare: a quanto ho capito quest’anno è il primo anno in cui prima della processione si celebra il rito religioso in chiesa, il percorso della processione quest’anno era prestabilito e non avrebbe compreso deviazioni, sarebbero state percorse solo le strade più larghe del Rione perché la processione è un momento di gioia e festa e non deve trasformarsi in un momento di pericolo dovuto alla larghezza dei vicoli o ad altri fattori. Don Antonio ha aggiunto che per la prima volta la processione aveva avuto tutte le autorizzazioni, negli anni precedenti era stata un processione abusiva.

Il fatto che il percorso della processione fosse stato modificato includendo solo le strade più larghe del Rione, e solo la Sanità senza scivolare nei Vergini o altri luoghi vicinissimi ma non strettamente Sanità, la scelta di un percorso prestabilito da non deviare, aveva creato attriti e proteste, che pare fossero culminati in una discussione la domenica precedente dopo la messa.

Non avevo mai riflettuto sull’importanza del percorso di una processione, non avevo mai riflettuto che una modifica di tale percorso potesse accendere gli animi ed essere vissuta come un’offesa da alcuni.

Mentre seguivo questo pensiero ha avuto inizio la processione partendo dalla cappella laterale dove era stata sistemata la statua del Santo e celebrata la funzione religiosa. La processione era aperta dalle bandiere delle varie associazioni e congreghe che l’avevano organizzata, almeno credo che questa sia la loro funzione nei festeggiamenti.

Non avevo mai neanche considerato l’importanza e l’impegno che molte persone danno e mettono nell’organizzare eventi come la festa di un santo patrono o una processione.

L’uscita della statua sulla piazza antistante le chiesa è stata un emozione unica, a una piazza non gremita faceva da contraltare lo spettacolo dei palazzi. Ogni finestra, ogni balcone, era tappezzato di persone: abitanti storici affiancati da nuovi venuti, colori e provenienze geografiche differenti uniti nell’entusiasmo con cui salutavano il loro patrono.

Non ho seguito tutto il percorso della processione: usciti dalla Basilica abbiamo proseguito per via San Severo a Capodimonte, via Santa Maria Antesaecula e da lì siamo sbucati a via Arena della Sanità, all’altezza di Concettina ai Tre Santi, abbiamo proseguito verso via Sanità; arrivati all’altezza dell’ascensore che collega la Sanità a corso Amedeo di Savoia ho preso la strada di casa, San Vincenzo Ferrer si è avviava verso la zona di San Gennaro dei poveri.

Seguire la processione non è stato facile, come ho già detto mi sentivo fuori posto e pensavo ci fosse più gente venuta da fuori Rione incuriosita dalla settimana di festa, invece eravamo in pochi. Il caldo e l’umido hanno aumentato il mio disagio. Passando per quelle strade mi sono ritrovata a guardare dentro i bassi aperti, gli abitanti salutavano il Santo e io osservavo gli spazi angusti e bui, le famiglie numerose.

Ai bassi di Napoli sono abituata, da piccola ne avevo un’idea romantica, sognavo di viverci, mi piaceva l’idea di libertà che mi davano, la strada a un passo, la possibiltà di uscire di casa in un’attimo. I bassi in genere sono curatissimi, è difficile guardare dentro un basso e vedere disordine; sono sempre puliti. Alcuni bassi visti nella mia infanzia hanno particolarmente stimolato la mia fantasia, un basso in particolare mi affascinava, era in un vicolo in cui passavo spesso in macchina con mio padre per andare giù Napoli — come diciamo noi del Vomero — aveva un soppalco in legno dove c’era la zona notte, era arredato con gusto, sempre sistemato, lo vedevo come la versione napoletana della casa degli Ingalls ne “La casa della prateria”, sognavo di abitarci.

È da un bel po’ che la visione romantica della vita in un basso mi ha detto “Ciao, ciao”, molti bassi ora sono abitati da stranieri che li tengono con la stessa cura dei precedenti inquilini napoletani e sono altrettanto numerosi all’interno di queste piccole abitazioni. I bassi dei vicoletti di Chiaia che si intrecciano verso il lungomare sono stati trasformati in posti fighi dove va gente molto figa a fare cose fighissime, verso piazza Sannazzaro l’intreccio di vicoli e vicoletti è rimasto abitato dagli abitanti originari, è il luogo di Napoli che, a mio parere, ti sbatte in faccia con più evidenza i mondi lontanissimi e contigui che compongono questa città.

I bassi della Sanità quella sera avevano porte e finestre aperte, gli abitanti salutavano la processione e io approfittavo dell’occasione per guardare nelle loro case. Guardando dentro quelle abitazioni ho sentito disagio, non per la maleducazione insita nello scrutare in casa altrui ma per un pensiero insistente: “Come faranno a stare lì dentro con questo caldo, con quest’afa, tutte queste persone”.

Di romantico i bassi della Sanità quel martedì sera non avevano niente.

Se uscendo sulla piazza a seguito della processione il colpo d’occhio mi aveva dato gioia proseguendo nei vicoli la gioia è stata affiancata da malumore, potevo vedere meglio i visi che circondavano il passaggio del Santo, e se alcuni erano festosi altri erano astiosi. Frasi recepite al volo hanno aumentato il mio disagio: c’era chi si lamentava perché la processione non sarebbe passata in un determinato vicolo, ho seguito con lo sguardo l’indicazione del vicolo e vedendolo mi sono chiesta come fosse stato possibile in passato far passare la processione di lì, per i portatori doveva essere stata una fatica enorme: era un vicolo strettissimo, la distanza tra i palazzi non era molto maggiore della larghezza della statua.

Le parole di due uomini anziani mi hanno reso evidenti le difficoltà incontrate ogni giorno da don Antonio e i suoi ragazzi, i muri mentali e l’astio si sono materializzati in quelle parole:

Vo’ cagnà, fa venì pure a gent’ ‘a for  (Vuole cambiare, fa anche venire la gente da fuori quartiere)

Il tono dei due uomini non aveva niente di amichevole, nello stesso tempo avanti a me sono riapparsi alcuni ragazzi della Paranza — comprese Flora e Miriam — festosi e allegri. Eccomi immersa in due parti dello stesso mondo, una aperta verso l’esterno, caparbia nella sua voglia di costruire e cambiare mostrando tutta la sua luce e bellezza; una chiusa, ostinata nel combattere il cambiamento.

Dopo poco siamo arrivati al ponte e ho preso l’ascensore, arrivata su ho dato un’ultima occhiata alla processione dall’altro e mi sono avviata per i vicoli di Materdei a prendere la metropolitana. Erano ormai le 21,00 passate, ero da sola, sono arrivata a casa verso le 21,30 grazie alla metropolitana passata subito. Per l’ennesima volta ero stata alla Sanità da sola, per l’ennesima volta non mi era successo niente.

Scoprire virtualmente luoghi sconosciuti della mia città protagonisti di un libro che ho amato moltissimo, inoltrarmi in una zona di Napoli il cui nome incute ancora inquietudine a molti napoletani — come dice don Antonio con un sorriso sereno: “Arriveranno anche loro” — ha reso materiche emozioni e pensieri: staticità, cambiamento, passi avanti, rischio di scivolare indietro.

L’amica geniale ha in sé movimento e staticità.  Alla Sanità il cambiamento di un nucleo cerca di rompere la staticità di molti; la manutenzione di quello che si è costruito, e la costruzione di nuove cose, richiedono impegno quotidiano. L’energia e la voglia di fare non manca, soprattutto non manca una visione chiara della situazione del quartiere in tutte le sue sfumature.

I cambiamenti reali possono avvenire solo dall’interno, gli abitanti dei luoghi hanno propri linguaggi, codici, meccanismi; per arrivare a un cambiamento reale e duraturo, che non porti sradicamento e spaesamento, bisogna conoscerli e rispettarli. I cambiamenti improvvisi e forzati, spinti dall’esterno, sono fragili, le fondamenta su cui sono costruiti sono friabili, crollano al primo scossone.

Alla Sanità stanno risalendo riportando alla luce un passato ricco e sfolgorante per costruire un presente e un futuro luminosi e vitali. Lo stesso sta accadendo in altre parti di Napoli.

Appropriazioni

Leggendo L’Amica geniale mi sono spesso ritrovata a pensare: “Lila è Napoli: bellissima, forte, luminosa, buia, mai banale. Ha momenti di folgorante splendore e cadute nel buio dalle quali sembra non poter risalire. Ma risale: forte, luminosa, rinnovata”. Arrivata alla conclusione della storia mi sono detta: “L’amica geniale non è né Lila né Lenuccia, sono entrambe l’amica geniale: l’una per l’altra”. E poi ce Lei, l’altra protagonista.

Napoli per Elena Ferrante non è un luogo comune, quando nasci e cresci qui l’impari presto; te la porti dentro. Si resta, si fugge, si torna, si rimane a distanza guardinghi, e la si contiene dentro di sé, buio e luce. Non so se Elena Ferrante sarà d’accordo: per me Napoli è La città geniale.

 

Ma che davvero fate? Elogio del vaffanculo, e amici come prima.

Fate ciao, ciao con la manina!

Fissare una persona, spesso con un sorriso sarcastico, non è salutare. Se questa non vi saluta non lamentatevi che è scostumata e non saluta, chiedetevi piuttosto: “Le ho mai sorriso, l’ho mai salutata per primo?”, se la risposta è: “No” fatevi qualche domanda su cosa rappresenta per voi un semplice saluto; niente niente fosse un modo per manifestare la vostra superiorità, della serie: “Se vuoi ti do l’opportunità di salutarmi, non è detto che ti risponda, forse non sei degno del mio saluto, ma io quest’opportunità te la do.” Nel caso la risposta sia quella riportata tra parentesi sappiate che siete dei coglioni, e più che un buongiorno meritate un cordiale vaffanculo. Consideratevi salutati.

Nel caso la persona che fissate vi abbia sorriso e salutato e voi l’abbiate guardata con soddisfazione e superiorità senza rispondere sappiate che siete doppiamente coglioni; un doppio vaffanculo con pernacchia è il saluto che meritate, e amici come prima. Peccato che spesso non so neanche esattamente chi cazzo siete, e se lo so so anche che siete dei coglioni e ogni attimo perso a prendervi in considerazione e un attimo della mia vita buttato nel cesso.

“Ma Francesca Matilde Ferone che fai inizi un post con cotale maleducazione?”
“Sì Francesca Matilde Ferone, lo inizio e lo continuo così”
Ho un dialogo esteriore decisamente scurrile oggi.

Francesca Matilde Ferone versione Rambo augura a tutti un cordiale Vaffanculo. Illustrazione di Sandro Quintavalle

Vaffanculoooooooo!

Se non rispondo al citofono e vi aspetto, invece di pensare che sono la solita sciagurata quando siete nel palazzo provate a bussate alla porta potrei aprivi. Sapete il citofono potrebbe essere rotto o fuori posto, chissà. Che non senta il citofono è impossibile, Piera abbaia ogni volta che lo sente suonare e non è un abbaio carino e piacevole, sono urla agghiaccianti, è impossibile per me, e per l’intero vicinato, far finta di niente. Certo chi vi ha aperto il portone del palazzo potrebbe anche suggerire: “Hai provato a bussare alla porta” se voi non ci avete pensato, ma mica viviamo di logica qui, no, noi viviamo di pregiudizi, e il pregiudizio è pregiudizio, e due pregiudizi, e un po’ di mala fede, quando si uniscono fanno cose belle. E dato che di sorridere non se ne può più fanculo anche a voi e ai vostri pregiudizi, e a quel modo di fare falso gentile e falso distratto con cui alcuni percorrono il mondo.

Se si è tra i quaranta e i cinquant’anni e non all’asilo formare un gruppetto da cui escludere la bambina che non ci piace sperando che ci rimanga male, fare gruppetti su whatsapp e tenerci a farle sapere: “Noi ci siamo tu no”, chiedere allegramente davanti a lei, per creare disagio: “Ma lei è nostra amica o no?” è coglionaggine, niente di più, niente di meno.

Lo so pensate che è un metodo già usato anni fa e funzionava alla grande, quante belle sfuriate ha fatto la bambina perché si sentiva esclusa,  siete sicuri che le farà anche ora. Che ridere, che soddisfazione.

Come dite? vi sta ignorando. Gesù non è possibile! Non le interessate voi come persone, le vostre uscite, le vostre chattine, le vostre vacanzine e cenettine? Ma non è possiblile! Come dite? Non urla, niente crisi isteriche. Non è possibile! su dateci dentro, prima o poi deve sbottare, lo sanno tutti che è isterica.

Fermi tutti, forse c’è un problema, l’asilo è finito da anni. Lo so, ci rimanete male se venite ignorati; lo so, il vostro scopo era farla arrabbiare ma all’asilo si va dai tre ai cinque/sei anni non dai quaranta ai cinquanta e oltre. Lo so, è inconcepibile che la bambina non sia interessata a voi, ma sapete, vi piaccia o non vi piaccia, siamo adulti, i gruppetti, le amichette del cuore, i tempi dei: “Tu sì, tu no” per molti sono passati. Lo so, è dura da mandare giù, state aspettando la crisi isterica, la sfuriata, rilassatevi non arriverà, mi spiace.

Riprendete le vostre attività preferite: piangervi addosso, recriminare per vivere le vite che avete voluto e vi siete costruiti, non godervi serenamente neanche una delle cose belle che avete. Lo so è più facile e piacevole lamentarvi per tutto e di tutti, sparlare di chiunque, anche all’interno del vostro gruppetto.
Con grazia e leggiadria, senza né rabbia né rancore, solo il bisogno di tenervi lontano, senza sensi di colpa, vi dico: andatevene sonoramente a fare in culo. Lo so, voi siete quelli normali, è questo che mi spaventa.

Hey voi, sì dico a voi mie care donnine, voi che credete che la furbizia e la manipolazione vi porteranno lontano, gentilmente avviatevi per la strada di fanculo anche voi. Oggi è molto affollata, troverete traffico, forse durante il tragitto avrete il tempo di studiare qualche altra astutissima manovra per diventare la principessa di Fanculandia, certo che visti i risultati raggiunti finora credo dobbiate prendere qualche lezione da Will il Coyote, mi sembra più sveglio di voi.

‘O blog

Cosa non fare in un blog? Come non usarlo? Ecco, in un blog serio, un post come questo va cestinato; il galateo del perfetto blogger dice questo, ma il galateo lo pratico poco e male e quindi vaffanculo anche alle regole di galateo. Ora mi sento meglio.

Un blog per raccontarmi, a me stessa principalmente, smettendo di vergognarmi di alcuni aspetti della mia vita. Aspetti di cui mi sono vergognata moltissimo e che ho cercato di nascondere per tanto, troppo tempo. Aspetti che molti per anni non hanno voluto vedere, hanno negato, o hanno usato a loro piacimento.

Un blog per raccontare, soprattutto a me stessa, tutta la fatica e l’impegno che ho messo, e metto ogni giorno, per superare paure e per raggiungere obiettivi che credevo irraggiungibili. Un blog per ringraziarmi dell’affetto che ho deciso di darmi, della capacità di vedere e apprezzare il bello che c’è in me e in quello che mi circonda. Un blog per ricordarmi che sono molto meglio di quello che credo e di come spesso altre persone mi hanno fatto credere, e vorrebbero farmi credere ancora.

Io scrivo e molti interpretano secondo i loro pregiudizi, il loro concetto di normalità e anormalità, le loro convinzione. Per molti il blog va bene, è pure scritto bene, ma alcuni argomenti non devono essere tratti, vanno tenuti nascosti. Lo sanno tutti, di alcune cose non si parla. Signori e signore e qui che vi sbagliate, di certe cose si parla, con calma, serenità, senza livore o rancore, perché sono proprio le cose che per alcuni vanno ignorate, tenute nascoste, negate, che distruggono le persone dall’interno. E sapete che c’è di nuovo: vaffanculo anche a chi legge dando un’interpretazione della mie parole assolutamente falsata dal suo modo di stare al mondo.

Libertà di parole, di pensieri, di sentimenti, di emozioni, di tristezza, di allegria, di vivere la propria vita e il proprio passato senza edulcorarlo per renderlo più accettabile a chi vive etichettando: “Normale, anormale, giusto, sbagliato”. Hey gente lo sapete che i castelli di carte in nome della normalità possono crollare da un momento all’altro e senza neanche capire come è successo potete ritrovarvi nella categoria degli anormali, degli strani, di quelli da evitare? E quella categoria l’avete costruita voi.

Ho un mostruoso bisogno di leggerezza e una voglia inarrestabile di urlare grandi vaffanculo a destra e a manca. Non vaffanculo rabbiosi o livorosi, vaffanculo leggiadri, allegri, spontanei, liberatori, sorridenti. Ho bisogno di esorcizzare persone, emozioni, ricordi, pesantezze e andare avanti.

Ho una voglia incredibile di conoscere gente bella e ho voglia di ridere di gusto e con allegria. Scrivo e sento scivolare via la pesantezza accumulata, volti giudicanti senza curiosità, lamenti continui incapaci di dire grazie alla vita per le cose belle; scivolano via sguardi incattiviti dalla stupidità e dall’arroganza; scivolano via i furbi, i manipolatori, i normali rimasti bambini in cerca di dolori e disgrazie altrui da cui succhiare energia da apportare al loro mondo chiuso in lamenti, invidia, senso di superiorità e senso di inferiorità; scivolano via quelli che vivono mostrandosi sperando di essere invidiati e se li ignori allora giù a malignare e spettegolare, perché cazzo se tu non li invidi le loro vite si polverizzano nel vuoto più totale.

Ho bisogno di leggerezza e chiarezza mentale; ho bisogno di mio padre che mi ripete: “I furbi non sono intelligenti”, perché di mediocri che si credono furbi sono circondata; ho bisogno di andare a mare, nuotare, camminare per arrivare all’acqua, risalire, faticare, sentire il mio corpo vivo.

Ho bisogno di concentrarmi, quella concentrazione che per tanti anni mi è mancata; pensieri, paure, ansie, voglia di fuggire erano così vivi e lo studio così difficile da portare a termine.

Lascio libero chi non sa ma ha sempre parlato, chi non capisce ma ha sempre giudicato, chi ha avuto una vita molto più facile, perché cazzo non raccontiamoci balle non è stato facile, e non è vittimismo – e mi sono pure sopportata le ingerenze del senso di colpa – e mi dice: “È difficile per tutti” ma al primo ostacolo serio crolla o diventa un supereroe pronto a ricominciare a insegnare la vita e la via e chiunque incroci sulla sua strada.

Lontano da me anche chi davvero ha superato montagne tempestose: sì le hai superate ma questo non ti rende dio, non hai il diritto di salire su un piedistallo e giudicare tutto e tutti perché tu ce l’hai fatta e gli altri ancora arrancano. lI bisogno di un piedistallo per vivere la tua vita mi dice che di strada da percorrere ne hai ancora tanta e ben poco da insegnare.

Perché ho scritto un post così? Perché sono stanca e rotta i coglioni; perché troppa immondizia portata da fuori mi stava entrando in circolo; perché forse questo è il mio post più universale: voi che leggete, sì, sì, dico proprio a voi, quanti vaffanculo avete in gola? Tanti eh. No, non siete così diversi da me anche se ora state pensando: “Ma allora è vero, questa è pazza! Guarda che post scrive”.

Ho bisogno di raccogliere tutto il meglio di me stessa per andare avanti in maniera serena, e allora un enorme, ma enorme, enorme vaffanculo lo grido al mondo e lo grido soprattutto a me stessa, la me stessa che permette a persone e cose di entrarle sotto la pelle e crearle disagio. Eh no cara la mia donnina se fai così meriti tu per prima un vaffanculo.

I vaffanculo ben dosati salveranno il mondo.

Con affetto, vaffanculo!

 

 

È per finta!

Rivelazioni

“Zia Bianca e Bernie non esistono sul serio, sono i personaggi di un cartone”.

Me l’ha fatto di nuovo, mi dà notizie così sconvolgenti senza preavviso, mesi fa era stata la volta di Anna ed Elsa, stavamo organizzando una delle nostre feste grandiose e al momento di scrivere la lista degli invitati le ho chiesto: “Anna ed Elsa vengono, vero?”, lei si è girata seria ma un po’ preoccupata, stava per darmi una notizia sconvolgente dopotutto, e mi ha detto: “Sì zia vengono, ma è per finta; Anna ed Elsa non esistono, Anna ed Elsa sono i personaggi di un cartone, Frozen, lo conosci zia?”

La botta finale due settimane fa: “Zia ma sono tutti per finta, Anna, Elsa, le Winx, lo Stregatto, Alice, Cenerentola, tutti”. Io ho protestato, le ho detto chiaramente il mio punto di vista: “Ma che stai dicendo? non esistono? Ti sbagli esistono, io li ho visti”, ma niente: “Sono personaggi dei cartoni e delle favole, tutti, tutti. Anche il Bianconiglio che stamattina era al museo era finto, un signore travestito da Bianconiglio”.

Dopo lunghe insistenze mie e di Sandro lei ci ha fatto una concessione: forse esistono Pinocchio e il Bianconiglio, che non era potuto andare al museo a incontrare i bambini quella mattina perché era malato così al suo posto era andato un signore travestito da Bianconiglio. Mentre ci regalava la speranza dell’esistenza del Bianconiglio e di Pinocchio ci guardava seria, ma anche con un po’ di compatimento. Credo che tra sé e sé stesse pensando: “Ma guarda! ‘sti due vecchi rincitrulliti dei miei zii credono ancora che esistono i personaggi dei cartoni e delle favole, vabbè lasciamoglielo credere”.

Bianca, quattro anni e mezzo, mia nipote, è la fredda e spietata rivelatrice di dure realtà. Spiegarmi chi esiste sul serio e chi no, specificarmi che quando si gioca si fa per finta, è una cosa che le sta molto a cuore.

Bianca è una bambina come tante, con la sua ricchissima fantasia, la capacità di inventare giochi sempre nuovi, la sua straordinaria curiosità, la sua voglia di giocare e conoscere nuovi bimbi.

Passaggio di mutande da mettere in testa tra Francesca Matilde Ferone e la nipote. Illustrazione di Sandro Quintavalle

Tieni. Grazie zia.

Quando mi ha rivelato che Bianca e Bernie non esistono eravamo a casa mia, aveva la copertina della videocassette de Le Avventure di Bianca e Bernie in mano e stava aspettando l’inizio del film in poltrona. Sì ho ancora un videoregistratore e lo uso. Mentre mio fratello armeggiava con televisore, e videoregistratore che non partiva, lei non sì è persa d’animo, stringendo tra le mani la copertina della videocassetta mi fa: “Facciamo finta che questo è un tablet e noi stiamo vedendo qui Bianca e Bernie”, io ho detto distrattamente qualcosa tipo: “Che sanno facendo ora Bianca e Bernie?” e lei, calma e sorniona, mi ha dato la notizia: “Zia Bianca e Bernie non esistono, sono i personaggi di un cartone” e poi ha ricominciato a giocare con la copertina della videocassetta.

Vedere Le avventure di Bianca e Bernie con Bianca è una faccenda complicata; infatti non l’abbiamo mai visto tutto. Ha paura dei coccodrilli e di Madame Medusa, la cattiva del film, quella sera ha iniziato ad agitarsi quando i due topini, Bianca e Bernie, sono andati all’orfanotrofio di Penny, la bambina che aveva scritto la richiesta d’aiuto chiusa in una bottiglia lanciata in mare e raccolta dai topini della Società di Salvataggio, con sede nelle fondamenta del Palazzo dell’ONU a New York. Ma che sto facendo?! Vi racconto Le Avventure di Bianca e Bernie come se voi non le aveste già visto dozzine di volte. Certo che l’avete visto, e se non l’avete fatto rimediate immediatamente, è stupendo. Eh sì, mi piacevano da piccola e mi piacciono ora i film di Walt Disney, e non mi hanno affatto bloccato lo sviluppo della fantasia. Mi piacciono i classici: Cenerentola, Biancaneve, Gli Aristogatti, La Carica dei 101, ecc., la nuova produzione la conosco poco. Ma qui stiamo scantonando.

Torniamo a Bianca e Bernie, la scena in cui i topini vanno a cercare notizie di Penny all’orfanotrofio e incrociano il gatto Rufus da cui hanno un po’ di informazioni sulla bambina è stata un incubo. Vai a spiegare alla quattrenne cos’è un orfanotrofio. Di seguito il surreale dialogo tra me e la quattrenne durante quella scena.

Bianca: “Zia ma dove sono, cos’è un orfanotrofio?”
Io: “Un orfanotrofio è un luogo dove ci sono dei bambini in attesa di conoscere i genitori”
Bianca: “Ma zia com’è possibile, se questi bambini sono nati devono avere una mamma ed un papà, se no non potevano nascere”

A questo punto ho rischiato di diventare figlia unica e Bianca orfana di padre, mio fratello seduto sul divano ridacchiava ascoltando e mi ha lanciato un’occhiata della serie: “E ora rispondile”. Un moto di nostalgia dei bei tempi in cui i bambini nascevano sotto i cavoli e le rose, o portati dalla cicogna, mi ha colta improvvisa e fortissima. Invece no, i bambini nascono da una mamma e un papà, e tutti i bambini hanno una mamma e un papà se no non possono nascere, quindi come possono esistere bambini senza mamma e papà che vivono in orfanotrofi? Rispondere: “Non ne ho la più pallida idea” non era un’ipotesi possibile, rispondere: “Chiedi a tuo padre, l’uomo che ridacchia seduto sul divano” neanche, e allora pronti, partenza, via: “A volte capita che i genitori partano, ma solo per un po’ di tempo, e allora i bambini vanno negli orfanotrofi, posti belli dove possono giocare con altri bambini, lì aspettano altri genitori, buoni e simpatici, che li tengono con sé fino a quando i loro genitori veri non tornano”.

Leggendo le mie parole mi sento molto stupida, per giustificarmi posso dire che mentre il gatto Rufus diceva a Bianca e Bernie che Penny era molto triste per non essere stata scelta da nessuna coppia anche nell’incontro con i possibili genitori avvenuto il giorno in cui l’aveva vista l’ultima volta Bianca, mia nipote non la topolina, si stava agitando; da poco le è stato spiegato il concetto di morte, fino a poco tempo fa era convita che morire e farsi una dormita bella profonda fossero la stessa cosa. Dopotutto Biancaneve e Aurora, la Bella Addormentata nel Bosco, si risvegliano; e uno dei suoi giochi preferiti per mesi è stato essere la Winx Bloom: ogni tanto moriva per colpa della magia delle perfide Trix, io, la mamma di Bloom per chi non lo sapesse, ogni volta che la mia cara figliola moriva telefonavo a Sky, il suo fidanzato, lui veniva a salvarla dandole un bacio e il gioco andava avanti tra morti e resurrezioni. Bella trama eh! Regia, soggetto e sceneggiatura di Bianca Ferone.

Bianca non so quanto sia stata convinta dalla mia spiegazione, ad ogni modo che ci fosse un posto dove i bambini vivono in attesa di trovare dei genitori non le è piaciuto per niente, i bambini se sono nati hanno dei genitori, perché cavolo alcuni di loro vivono in questi orfanotrofi.

L’apparizione di Madame Medusa ha decretato lo stop immediato della cassetta, Bianca seduta in poltrona che si copriva gli occhi, i due coccodrilli che seguivano l’amata padrona, e le urla “Ho paura, zia ho paura” mi hanno reso il messaggio chiaro.

Abbiamo tolto Le Avventure di Bianca e Bernie, messo Gli Aristogatti e abbiamo iniziato a disegnare al ritmo di Tutti quanti voglion fare jazz. Tutto bene quel che finisce bene. Ma mi era rimasto un punto in sospeso: far vedere a Bianca che Le Avventure di Bianca e Bernie finisce bene nella speranza di farle passare delle paure, nel caso le fossero rimaste. Dopo qualche giorno Bianca è tornata da me, voleva disegnare e voleva farlo ascoltando Tutti quanti voglion fare jazz, ottima scelta a mio parere, ma volevo prima farle vedere la fine de Le Avventure di Bianca e Bernie, le ho spiegato che volevo farle vedere che Penny trova la mamma e il papà, e che i coccodrilli alla fine perdono, mi ha risposto: “Va bene, ma solo la fine” e così è stato, abbiamo visto la fine del film, abbiamo rimesso Gli Aristogatti e abbiamo ripreso a disegnare al ritmo di Tutti quanti voglion fare Jazz.

Non so esattamente cosa fosse rimasto in Bianca dopo aver visto l’inizio de Le avventure di Bianca e Bernie, non so se ho esagerato a preoccuparmi di farle vedere la fine del film per mostrarle che si aggiustava tutto, e non so, nel caso la mia paura che Bianca potesse aver rimuginato su orfanotrofi e bambini senza genitori fosse fondata, quanto il mio intervento sia stato utile nel dissiparle dubbi e paure. Temo ben poco.

Chiariamo non sono una pazza che obbliga la nipote a vedere Le Avventure di Bianca e Bernie, quando Bianca arriva a casa mia spesso si fa prendere in braccio e portare avanti allo scaffale della libreria dove sono i film di Walt Disney, sceglie lei il film da vedere, e spesso sceglie Le Avventure di Bianca e Bernie e poi ha paura e me lo fa togliere.

Io e Bianca siamo molto legate, lo siamo sempre state, spesso mi sono chiesta se fosse stata una bambina differente quanto le sarei legata, e la risposta è sempre la stessa, senza ipocrisie: molto meno.

Sono legata a Bianca non strettamente perché è mia nipote ma perché è lei, e lei mi è simpatica, mi piace molto, mi è sempre piaciuta. Lei è legata a me non perché sono sua zia ma per un semplice motivo: con me riesce a giocare a modo suo, si sente libera. Riesco a seguire i suoi giochi, riesco a capire il suo bisogno di raccontare storie e viverle, quando giochiamo insieme le lascio sviluppare il racconto e scegliere i personaggi, negli ultimi tempi le istruzioni di regia sono sempre più dettagliate, comprendono anche il tono di voce da utilizzare per ogni personaggio. Sandro dice che finalmente ho trovato l’amichetta con cui giocare come piace a me.

Qualche giorno dopo avermi annunciato che tutti i personaggi protagonisti dei nostri giochi degli ultimi mesi non esistono ma sono personaggi dei cartoni Bianca è andata con i genitori al MADREMuseo d’Arte Contemporanea Donnaregina — lì ha partecipato a un laboratorio per bambini in cui le hanno fatto costruire il Paese delle Meraviglie; pare che il capo cantiere fosse un impostore vestito da Bianconiglio da lei prontamente smascherato, per questo quando si è trovata di fronte i due adulti distrutti dalla notizia che tutti i loro migliori amici non esistevano ma erano solo personaggi di fantasia protagonisti di favole e cartoni ha tentato di edulcorargli la pillola dicendogli che il vero Bianconiglio era malato e al museo aveva mandato un amico travestito da lui, ma lui e Pinocchio forse esistevano, solo loro però. Io e Sandro, i suddetti adulti, abbiamo trovato questa soluzione geniale e ci ha molto rassicurato sapere che il Bianconiglio forse esiste, anche se al momento pare non godere di ottima salute, e che anche sull’esistenza di Pinocchio c’è speranza.

Statt’accort!

Un paio di settimane fa io e Sandro siamo andati a mangiare una pizza con mio fratello e mia cognata e le loro figliole, Bianca la quattrenne e Vittoria giovane donna di otto mesi e mezzo. Dopo la pizza siamo andati a vedere il parco giochi da poco aperto nei giardinetti a fianco la chiesa di Santa Chiara. Appena siamo arrivati Bianca è voluta andare sullo scivolo, era uno di quegli scivoli attrezzati: si sale, c’è un ponticello, si passa dentro una casetta aperta e in fine si arriva allo scivolo vero e proprio e si scende. Bianca è salita, lo scivolo era occupato da vari bambini della sua età, giocavano tutti tranquillamente, alcuni cercavano di salire dallo scivolo invece che dalle scalette, qualsiasi bambino ci prova — io l’ho fatto tante volte da piccola — altri scendevano a testa in giù, più pericoloso ma se la madre della creatura, lì presente, non se ne preoccupa perché dovrei farlo io, altri cercavano di scendere a testa in giù e pancia all’aria, decisamente pericoloso perché non vedi quando arrivi giù, qualche intervento genitoriale c’è stato.

Bianca, come gli altri bambini, si stava divertendo quando è arrivata lei, aspirante, piccola, Ape Regina. Ormai le riconosco da lontano, qualsiasi età abbiano, quindi mi è scattato un campanello di allarme che ha trasformato una donna di quasi 48 anni che guarda la nipote di quattro anni e mezzo in un misto tra Mamma Chioccia e Terminator. La simpatica bambina è salita sullo scivolo e da quel momento Chioccia-Terminator non le ha tolto un attimo gli occhi di dosso.

La creatura amorevole aveva 8/9 anni, i bambini che stavano giocando sullo scivolo erano tutti più piccoli, appena è salita si è piazzata avanti alla discesa dello scivolo, con lei c’erano due bambini della sue stessa età, le madri, amiche tra loro, parlavano per i cavoli loro su una panchina, i due bambini provvedevano a rompere i coglioni soprattutto ai maschietti, ogni tanto scendevano e  andavano a rompere le palle ai bambini altri giochi, ovunque non arrivasse un adulto, o la madre, un po’ più reattiva della madre dell’Ape Regina, a imporgli di smettere di rompere le palle agli altri bambini, ovviamente più piccoli.

La bimba sale, si piazza avanti la discesa e ferma ogni bambino che deve scendere dicendo che lei è il capo dei giochi e decide lei chi scende e chi no. In più ogni bambino passando deve dirle il suo nome. Chioccia-Terminator conia una sua regola di galateo: “Non si interviene nei giochi dei bambini ma con alcune eccezioni, una di queste è: se una stronzetta che ha il doppio degli anni ed è alta il doppio di mia nipote, che sta giocando e si sta divertendo, le rompe le palle si interviene. Con calma, gentilezza, ma certo che si interviene”

Mi avvicino di più allo scivolo e osservo in silenzio, Bianca arriva all’imboccatura della discesa, la bambina la ferma e le chiede il nome, Bianca risponde, la bambina si sposta. La dolce creatura fa lo stesso con tutti i bambini, Bianca risale e la bambina le chiede di nuovo il nome, Bianca le risponde: “Mi chiamo Biancaaa, te l’ho già detto” la bambina non so cosa le dice ma la fa passare. Alla terza volta che Bianca sale la cara bimbetta le dice che lei è il capo e ha deciso che lei non può più salire sullo scivolo, io mi avvicino e dico a Bianca, ignorando la creatura, di passare, la bambina si sposta immediatamente. Bianca fa un altro paio di giri, io sono fissa a fianco allo scivolo, il copione sempre lo stesso la bambina cerca di fermare Bianca e altri bambini, io al turno di Bianca le dico di passare ignorando del tutto il famigerato capo scivolo.

Dopo poco Bianca decide che vuole andare a l’altro scivolo che ha adocchiato al lato opposto del parco giochi, come Bianca tutti i bambini più piccoli decidono di non volere più andare sullo scivolo grande, che strano eh!. Sullo scivolo rimane solo la nostra Ape Regina, da quando è salita non ha mai fatto una sana scivolata, è stata lì rompere le palle agli altri bambini e punto, è quello il suo divertimento.

Lo scivolo dall’altro lato del campo parco giochi è più basso perché è progettato per bambini più piccoli, Bianca fa un paio di scivolate ma ci rimane male, quello scivolo è davvero basso, la discesa finisce subito. Lì vicino c’è una casetta di legno, è occupata da un gruppo di bambine, non hanno un’aria simpatica — i bambini fanno branco e difficilmente accettano elementi estranei — mentre Bianca corre verso la casetta so già che non la faranno giocare, infatti non la fanno giocare. Bianca rimane indecisa vicino alla casetta per un po’, le bambine sono infastidite, non la fanno entrare ma mentre è fuori non le dicono niente, poi la capobranco decide che vuole andare a giocare sullo scivolo piccolo e Bianca entra nella casetta; è sola, mi guarda, giochiamo un po’ alla signora affacciata alla finestra e al venditore di frutta. Lo scivolo grande è ancora la sua l’attrattiva principale e torniamo lì, la bambina è ancora lì a rompere i coglioni, ora è più ostile verso Bianca, io sempre attaccata allo scivolo, appena lei blocca Bianca io invito Bianca ad andare avanti ignorando del tutto la dolce bimbetta. Un paio di giri e si libera l’altalena, faccio salire Bianca sull’altalena e la spingo, a Bianca non piace essere spinta forte e così mentre lei dondola chiacchieriamo, prima del più e del meno, lei mi invita a mettermi lo smalto rosso sulle unghie come lei – se pensate che lo smalto su una bambina sia volgare fate pure, a Bianca piace, io da piccola avrei ucciso per poterlo mettere, e qui si chiude il discorso in maniera assolutamente antidemocratica – poi il discordo diventa serio:

Bianca: “Zia quella bambina dice di essere il capo del parco giochi e che io non posso andare sullo scivolo grande”.

Chioccia-Terminator: “Non ci sono capi al parco giochi, giocano tutti i bambini su tutti i giochi, a turno senza fare i dispetti agli altri”.

La bambina seduta a fianco a Bianca sull’altro sgabello dell’altalena sente quello che diciamo, anche lei prima stava giocando sullo scivolo grande e anche lei è stata infastidita dall’Ape Regina, sentendo le nostre parole si gira e dice: “L’avevo detto io che non esistono capi al parco giochi e che possiamo giocare tutti, ma lei insiste ed è cattiva”.

Chioccia-Terminetor si gira verso la bambina è le dice: “Infatti, non esistono capi del parco giochi, quella bambina è solo una prepotente”.

La dolce creatura arriva a rompere le palle anche all’altalena, Bianca ha appena deciso di scendere, lei arriva e dice a Bianca, che sto facendo scendere dall’altalena: “Sei stata troppo tempo, te ne devi andare”. Io mi giro sorridendo e le dico che andiamo via perché Bianca si è stancata di andare sull’altalena non certo perché lo dice lei. La creatura che oltre ad essere una stronzetta è anche una paracula mentre ce ne stiamo andando mi fa: “Voglio salire sull’altalena ma non sono capace”. L’altalena è di quelle con un bordo attorno al sediolino, Chioccia-Terminetor prende in braccio la bambina, la fa accomodare sull’altalena e fa per allontanarsi, la creatura con sguardo tenero fa: “Non ho nessuno che mi spinga”, Chioccia-Terminetor le sorride tenera e le dice: “Mi di spiace” e se ne va pensando tra sé e sé: “Ma vaffanculo brutta stronzetta”. Uno dei bambini suoi amici si offre di spingere la nostra Ape Regina.

Io e Bianca torniamo allo scivolo grande, Bianca mentre ci avviciniamo allo scivolo mi fa: “Zia glielo devo dire a quella bambina che lei non è il capo ma è solo una prepotente e non è vero che non posso giocare”. Sono abbastanza vecchia per sapere che le stronzette vanno ignorare e basta, il dialogo non paga, e allora dico a Bianca di lasciar perdere quella bambina e di divertirsi.

Ma è la creatura a non lasciar perdere, dopo poco che siamo allo scivolo arriva di nuovo saltellante a frantumare i coglioni, tra me e me penso: “Ma benedetta creatura non avevi detto che eravamo state troppo sull’altalena e che ci dovevi andare tu, noi ce ne andiamo, io ti faccio salire sull’altalena, hai pure trovato chi ti spinge ma che cazzo ci fai di nuovo qui. Allora sei stronza nel profondo”.

Chioccia-Terminetor all’esterno riesce a mantenere le sembianze di una dolce zia che fa giocare la nipotina, l’orrenda creatura si riavvicina allo scivolo e si ricomincia. Bianca risale dopo aver scivolato e se la ritrova davanti, la creatura la blocca e le dice: “Sono il capo del parco giochi e non puoi stare sullo scivolo”, mi avvicino, la ignoro, dico a Bianca: “Amore continua a giocare”, la stronzetta si sposta, stessa scena un altro paio di volte poi le cose sembrano andare meglio, Bianca fa un altro paio di giri poi mi dice andiamo, io le chiedo che succede e lei mi risponde che la bambina continua a dirle che non può stare sullo scivolo, io le dico che non è vero, se vuole, solo se vuole, può continuare a giocare sullo scivolo se no andiamo a un altro gioco. Bianca fa un altro giro sullo scivolo poi mi dice: “Zia andiamo sul cavallo”, e cavallo sia.

Mentre era sul cavallo a dondolo Bianca pensava ad alta voce: “Quella bambina è cattiva”, la bambina è passa di corsa diretta allo scivolo più piccolo, Bianca continuva a rimuginare tra sé e sé ad alta voce, l’argomento era quella bambina ma non sono riuscita a capire esattamente cosa stesse dicendo; quando la bambina è ripassata di corsa Bianca l’ha chiamata, le ha urlato ciao e l’ha salutata con la mano, la bambina non le ha risposto, Bianca tra sé e sé, un po’ sconsolata: “Non mi ha salutato”.

I contatti con la nostra Ape Regina si sono conclusi qui, dopo poco ce ne siamo andati e la bambina avrà continuato a rovinare il pomeriggio di altri bambini.

Elogio della ziitudine

Non sono madre per scelta, una scelta di cui non mi sono mai pentita. Non credo affatto che ogni donna sia adatta alla maternità, non credo che quelle che hanno deciso di essere madri, o lo sono diventate per caso, abbiano una marcia in più di quelle che madri non sono. Sono profondamente convinta che la scelta di mettere al mondo un figlio sia la decisione più importante che si prenda nella vita, parlo di scelta anche quando il figlio arriva inaspettato. Rimango basita di fronte alle donne, tante, che accecate dalla corsa al figlio a tutti i costi decidono per sé e per il compagno, tanto poi a cose fatte anche l’uomo all’inizio restio all’idea di avere un figlio si farà travolgere dal ruolo paterno, se questo non avviene questo genere di donna, assolutamente non portata all’autocritica, dà tutta colpa all’uomo di turno, immaturo ed eterno bambino. Detesto gli uomini che decidono di essere padri facendo pressione sulle loro compagne, donne che di maternità non vogliono sentir parlare, facendole vivere la loro scelta di non maternità come se fosse qualcosa di abominevole e sbagliato, o spingendole a maternità non realmente desiderate. Sto entrando in discorsi molto seri e delicati e oggi non mi va.

Non sono adatta a essere madre e non me ne pento né vergogno ma sono adatta a essere zia, o meglio sono adatta a essere la zia di Bianca e con Vittoria ci stiamo lentamente conoscendo. Bianca mi piace e mi è simpatica, mi è sempre piaciuta, è sempre stata una bambina sorridente e serena, anche Vittoria lo è, col tempo ci conosceremo meglio, stando attenta a non togliere niente a Bianca che un po’ gelosa lo è.

È un tabù ammettere che non ci piacciono tutti i bambini, che non troviamo amabili tutte queste piccole creature, ma è così per tutti, io lo ammetto chiaramente. È un tabù ammettere che all’interno del nostro nucleo familiare ci sono bambini che ci piacciono di più e bambini che ci piacciono di meno, ma è così. Come zia sono fortunata, Bianca mi piace, Vittoria anche; non dico che non avrei amato le mie nipoti se non mi fossero piaciute, le avrei amate comunque, ma in modo differente, meno entusiasta. Dico chiaramente che il legame con Bianca è così forte perché ci piacciamo e capiamo, quello con Vittoria è sulla buona strada per diventarlo. Se fossero state bambine sgradevoli, inutilmente capricciose e prepotenti, con poca fantasia i rapporti sarebbero stati affettuosi ma più distanti. Ok per Vittoria è un po’ presto per dirsi ma i presupposti  per piacerci molto ci sono tutti.

Mentre quella bambina al parco giochi rompeva le scatole a Bianca e agli altri bambini e mi trasformavo da una tranquilla zia in Chioccia-Terminetor sono stata assalita da mille dubbi: era il caso di intervenire? Bianca doveva imparare a sbrigarsela da sola; dovevo superare il mio terrore che una bambina solare e aperta al mondo si trasformi in una bambina chiusa e spaventata per colpa della prepotente di turno e rimanere in disparte a guardare? Non ho trovato risposte certe ai miei dubbi, in quel momento ho ritenuto giusto intervenire perché si trattava di una bambina più grande che andava a rompere i coglioni ai bambini più piccoli, dai gruppi di bambini ben formati e della sua età stava alla larga. Se qualcuno sta pensando che forse quella bambina si comportava così perché ha dei problemi rispondo in maniera molto poco caritatevole: “Non mi interessa”. O meglio mi può interessare ma in un contesto differente. Non ho mai detto alla bambina di smettere di rompere i coglioni, neanche in forma velata e gentile, ho detto a mia nipote di continuare a giocare e divertirsi ignorando la bambina. È vero, quando Bianca stava scendendo dall’altalena e lei le ha detto che doveva andarsene perché stava lì da troppo tempo sono stata sul punto di mandarla a fare in culo, non l’ho fatto, mi sono limitata a dirle che andavamo via perché Bianca era stanca di stare sull’altalena e non perché era lei a ordinarcelo. Sono perfettamente cosciente che la cosa giusta da fare era ignorarla del tutto, lo terrò a mente per il futuro.

In questi anni osservando Bianca e giocando con lei ho imparato, o reimparato, tante cose. Bianca in alcune cose mi ricorda me piccola, in altre è diversissima da me. Sono fortunata, i nuovi arrivi in famiglia hanno un’aria serena e solare e averci a che fare è piacere allo stato puro. Anche Asia, la figlia di mio cugino, è della stessa pasta, tranquilla e sorridente, osservo questi nuovi arrivi con leggerezza e affetto, mi piace quello che vedo e sento.

Essermi trovata faccia a faccia con Chioccia-Terminator è stato interessante, ho sempre saputo che c’era, vederla in azione mi ha dato molto da pensare, so che farà spesso capolino e dovrò tenerla a bada.

Ascoltare Bianca mentre mi spiega cosa è reale e cosa non lo è mi ha portato a pensare che la quattrenne ha un’idea del mondo molto più chiara di molti adulti. Grazie a lei ieri ho celebrato il mio primo battesimo: nel ruolo di Pulcinella alla mano sinistra e Colombina alla mano destra sono diventata il prete, o meglio Pulcinella e Colombina erano il prete, che officiava il battesimo del piccolo Eduardo. Il battesimo vero di Eduardo, cuginetto di Bianca da parte di madre, c’è stato il giorno prima e due settimane fa c’è stato il battesimo di Vittoria, Il gioco del battesimo è una new entry nei nostri giochi. Ammetto che fare il prete con due burattini sulle mani — burattini per niente somigliati a Pulcinella e Colombina dato che uno è un pompiere e l’altra è una donna chirurgo, molto simili ai pupazzi del Muppet Show che Bianca adora — è stata un’esperienza nuova e surreale.

A Bianca in realtà non importa se Pulcinella e Colombina hanno l’aspetto canonico che ha visto nei teatri di burattini, se sono due calzini, due mani spoglie che si muovono o sono due pupazzi del tutto differenti da Pulcinella e Colombina, a Bianca interessano le vocine che faccio quando li interpreto, il modo in cui muovo le mani e la storia che racconto, di cui lei spesso cura soggetto, sceneggiatura e regia, come ho già detto.

Ripeto Bianca è una bambina normale, termine che odio e qui uso nell’accezione di non straordinario, e sono normali anche Vittoria e Asia; tutte loro hanno la fortuna di crescere in famiglie in cui viene riconosciuto il valore del gioco e della fantasia, questa forse è la chiave della loro serenità, a parte un carattere solare di base.

Chiudere questo post è dura, mi vengono in mente i momenti esilaranti che mi ha regalato Bianca in questi quattro anni, mi vengono in mente i sorrisoni di Vittoria e Asia, le facce assurde che fanno in alcuni momenti, mi rendo conto dell’impegno che ci vuole per costruire un’impalcatura solida per una giovane vita sono e contenta delle mie scelte. Osservare queste tre bambine rende più forte la mia convinzione che essere genitore è una cosa davvero seria, non adatta a tutti, non adatta a me. Lo dico con grande serenità, è un dato di fatto. La ziitudine è la mia dimensione, la zia strampalata con cui giocare e a cui dare qualche insegnamento di vita.

Un avviso ad alcuni bambini, quelli odiosi, prepotenti, antipatici: codeste bambine hanno genitori per bene, gente seria e civile, ma hanno una zia piuttosto strampalata che in un battibaleno si trasforma in Chioccia-Terminetor, pensateci bene prima di infastidirle. Poi non dite che non vi avevo avvisato.

Vengo anch’io, no tu no!

Ricordare Lucia mi fa sempre tristezza. Tristezza per lei, per come abbia passato un’estate derisa e braccata da delle piccole mentecatte. Tristezza per me, ero una delle mentecatte.

Lucia passava l’estate a Baia Verde come me, era cicciotta e un po’ imbranata, non so neanche dire se fosse simpatica o antipatica, diciamo era neutra. Ci giocavo spesso, andavo a casa sua a fare merenda o a giocare e lei veniva da me. Non ricordo grandi dissapori, pomeriggi tranquilli dopo il mare.

Poi c’era Annamaria, abitava nell’appartamento sopra il mio e passavamo tantissimo tempo insieme. Annamaria era molto magra, carina, prepotente, maligna, manipolatrice e viziata. Non si scandalizzi nessuno i bambini spesso sono crudeli, cattivi e manipolatori.

Mio padre ha comprato la casa di Baia Verde quando mia madre era incinta di mio fratello, credo di aver passato la mia prima estate lì a tre anni, il parco era ancora in costruzione, nell’estate del 1970.

Io e Annamaria ci siamo conosciute quell’anno, le nostre famiglie non dico fossero amiche ma avevano ottimi rapporti di vicinato e noi avevamo la stessa età.

Le primi estati trascorse a Baia Verde io e Annamaria eravamo tutt’uno. Annamaria aveva una quantità improbabile di giocattoli, la madre e uno zio le compravano di tutto, il padre era un po’ assente. Ogni suo capriccio era un ordine per la madre, e lei lo sapeva bene. Giocare con Annamaria significava entrare nel paese dei balocchi, ogni mio desiderio per lei era realtà.

A casa mie le cose erano ben diverse, mio padre mi adorava e per certi versi mi viziava, ma non di giocattoli e altri beni materiali. Su certe cose era rigidissimo, avevo i miei giochi, di certo non erano pochi, ma era ben chiaro il limite e il valore delle cose.

Annamaria è un esempio classico di ape regina, ne ho incontrate molte altre negli anni, le caratteristiche sono sempre uguali a 3 e a 100 anni, il modo di agire lo stesso, le meccaniche di gruppo rimangono immutate. Ho imparato a fiutarle a distanza, non mi deludono mai.

La collezione di api regine di Francesca Matilde Ferone, illustrazione di Sandro Quintavalle

La mia preziosa collezione di api regine

L’ape regina sa di avere una fortissima attrattiva sugli altri e di fare paura a quelli esclusi dal suo gruppo, soprattutto quelli non inseriti in altri gruppi, isolati, diversi.  Sa di avere il perfetto controllo sui suoi adepti, disposti a fare qualsiasi cosa per essere e rimanere nelle sue grazie. È egocentrica, cattiva, ottusa, assolutista, autoreferenziale, pettegola, cerimoniosa, manipolatrice, aggressiva: secondo le circostanze in maniera esplicita o in maniera più subdola. È molto sicura di sé, delle sue idee e delle sue ragioni. Di solito la sua corte è formata da persone simili a lei, ma meno dominanti, e da persone più fragili e spaventate che vogliono far parte della sua cerchia per sentirsi più sicure e acquistare autostima per luce riflessa.

Parlo di un mondo femminile ma c’è un corrispondente maschile uguale e diverso, per comodità lo definirò il mondo del principe figo. Anche lui ha una sua corte con dinamiche di gruppo e di interazione verso l’esterno simili a quelle della corte dell’ape regina ma con caratteristiche più maschili.

Le caratteristiche sopra descritte sono quelle dell’ape regina serie top, poi ci sono le api regina medium e le api regina small. Le api regina medium e small ambiscono a essere in tutto e per tutto come la top ma sono più sfigate, hanno corti meno lucenti e fanno vite meno fighe. A volte le damigelle e le gregarie dell’ape regina top formano corti autonome, ma meno splendenti, e nel loro piccolo si trasformano in  api regine medium e small.

Come ho detto Annamaria era carina, popolare e viziata. Lucia era neutra, bruttina, timida, e tutt’altro che viziata. Aveva un bel po’ di sorelle e un fratello, la famiglia non navigava nell’oro e lei indossava i vestiti dismessi della sorella più grande, non aveva molti giocattoli e li divideva con gli altri componenti della famiglia. I genitori erano un po’ isolati anche dai vari gruppetti di adulti che si erano formati nel parco, i rapporti con i miei genitori erano cordiali ma nulla di più.

Per alcuni anni io Lucia, Annamaria e altre bambine abbiamo giocato insieme, non dico che filasse tutto liscio, c’erano litigi, piccole invidie, voglia di primeggiare, ma tutto nei limiti della norma. Col tempo Annamaria è diventata sempre più assolutista, arrogante, cattiva, e figa.

Era amica di altre bambine fighe, era corteggiata dai bimbi più carini, insomma era l’ape regina del parco, con le sue damigelle e le gregarie.

L’estate di cui parlo ero stata retrocessa da damigella a gregaria, le nuove damigelle erano aspiranti api regine e l’unione tra loro e Annamaria è stata devastante per la vita di molti bambini di quel parco, soprattutto per Lucia.

Il primo reale episodio di crudeltà dei bambini l’avevo visto nel pulmino con cui andavo all’asilo, alcuni bambini delle elementari prendevano in giro un bambino più piccolo, lo facevano ogni santo giorno al ritorno da scuola, l’autista non diceva niente e loro erano sempre più crudeli, ero terrorizzata. Non credo di averne mai parlato ai miei genitori o con qualcun altro.

Ero dispiaciuta per quel bambino ma la parte vigliacca di me continuava a ripetere: “Meglio a lui che a me”. Avevo paura di venire notata, di diventare il nuovo bersaglio. Il tragitto da scuola a casa lo passavo ferma, avevo paura di fare una mossa di disappunto verso il loro comportamento o mostrare la mia paura, altri bambini erano rimasti vittime della loro cattiveria per questi motivi. Il bersaglio principale rimaneva quel bambino piccolo e spaventato, gli altri erano piatti di contorno di cui nutrirsi giusto per chiarire chi comandava.

Do una notizia a molti esperti: Internet non ha inventato gli atti di bullismo, ci sono sempre stati e sempre ci saranno. Internet amplifica, nel bene e nel male, non inventa.

Come dicevo Annamaria non era mai stata una bambina amabile ma l’unione con le nuove damigelle aveva portato alla luce il suo peggio, se volevo rimanere nelle sue grazie dovevo fare quello che diceva lei; e io volevo assolutamente rimanere nelle sue grazie.

Lucia era diventata il suo bersaglio preferito, fino a quel momento era stata una bambina come un’altra, ma quell’anno, avremmo avuto 6/7 anni, per Annamaria e le damigelle è diventata il nemico da umiliare e abbattere, e noi gregarie abbiamo preso molto sul serio gli ordini che c’erano stati impartiti.

Le gregarie del gruppo, io e altre due o tre bambine, avevamo il divieto di giocare con Lucia, se fossimo state viste da Annamarie o dalle damigelle mentre giocavamo con lei saremmo state cacciate dal gruppo e saremmo andate ad ingrossare le fila dei perdenti da tormentare.

Da un giorno all’altro Lucia è stata isolata, se si avvicinava a noi quando eravamo in gruppo le urlavamo che era brutta, grassa, scema e che doveva andare via. All’inizio erano Annamaria e le damigelle a dare il via alle danze, col tempo anche noi gregarie abbiamo iniziato a urlarle dietro quando eravamo in gruppo e la vedevamo avvicinarsi. Altre volte aspettavamo che uscisse sola di casa, ci mettevamo ad aspettarla in pineta sotto la scala che portava al suo appartamento e appena arrivava le urlavamo di tornare in casa, di andarsene, che ci rovinava il parco e i giochi. Siamo andate avanti così un’estate intera. Se la vedevamo con i genitori o con la sorella e il fratello più grandi eravamo uno zucchero, la salutavamo, la invitavamo a giocare con noi, se la vedevamo da sola il delirio.

Un giorno mentre Lucia tornava a casa con i genitori Annamaria e le damigelle le si avvicinano gentilissime e le dicono con il loro sorriso più amabile: “Vieni a giocare con noi”. Non so se  Lucia avesse raccontato in famiglia quello che le stava accadendo o se la madre vedendo quelle bambine amabili e gentili abbia pensato che la figlia avesse esagerato nel racconto, fatto sta che la spinse a giocare con noi; appena i genitori si sono allontanati Annamaria ha iniziato a urlarle: “Scema, scema, davvero ti credevi che ti facevamo giocare. Scema, scema, cicciabomba, tornatene a casa”. Lucia è scappata via piangendo, ci eravamo unite tutte ad Annamaria. Lucia era terrorizzata. In verità lo ero anch’io, ma questo non mi ha impedito di urlarle dietro “Ciccia bomba, scema, scema”.

Se Annamaria era un orrendo essere umano in miniatura io non ero meglio di lei. Lei e le damigelle erano convinte di quello che facevano, io no, io di nascosto giocavo con Lucia: a volte la banalità del male è racchiusa nella vigliaccheria di chi si sente fragile e spaventato e cerca protezione aggregandosi ai più forti.

Lucia nonostante la mia partecipazione attiva ai suoi linciaggi era contenta e gentile quando giocavamo. Io, molto vigliacca, le avevo detto di non avercela con lei, volevo solo essere amica di Annamaria, lei mi aveva detto di non preoccuparmi sapeva che non ero cattiva come Annamaria e sapeva che se avessi disubbidito ai suoi ordini avrei fatto la sua stessa fine.

Un giorno ero a casa di Annamaria per merenda, lei davanti a una brioscina con la Nutella mi disse, con una gentilezza da rabbrividire: “Lo so che giochi con Lucia, me l’hanno detto, o la smetti subito o scompagne a morte”. Ho provato a negare ma lei sapeva quando, dove e a cosa stavamo giocando. La cosa buffa è che non erano state le damigelle a dirglielo ma una delle gregarie.

Più ci penso e più sono convinta che le peggiori in questa storia fossimo noi gregarie. Noi agivamo solo per essere parte della corte di Annamaria e non diventare noi stesse vittime di Annamaria e damigelle, nessuna di noi provava astio o antipatia per Lucia.

La cosa più brutta l’ho fatta un giorno che pioveva: eravamo in una zona al coperto nel parco, io, Lucia e la sorella più piccola stavamo giocando a palla, un po’ a palla avvelenata e un po’ a chi faceva più palleggi sul muro. Non so dove credevo fossero le altre del gruppo ma mi sentivo serena, a un certo punto è arrivata la corte al completo, appena le ho viste mi sono girata verso Lucia urlandole: “Scema, scema, cicciabomba, vattene, mi hai rubato il pallone” e altre assurdità. Sentendomi urlare le altre sono corse a darmi man forte, tutte insieme abbiamo fatto scappare Lucia e la sorella. Peccato che fino a pochi istanti prima quelle stesse bambine fossero mie amiche e stessimo giocando insieme.

Mi vergogno molto pensando a questa storia, ma è andata così.

Annamaria quell’estate, con l’aiuto di damigelle e gregarie ha messo a ferro e fuoco il parco. Urlavamo: “Cicciobombo” a un bambino grasso ogni volta che passava o andavamo a stanarlo a casa. Urlavamo: “scema, scema” a Maria Josè, una bambina molto timida che amava leggere e i cui genitori anziani non erano di gradimento alle capogruppo. Rendevamo la vita difficile a chiunque non ci piacesse. Ed eravamo brave a farlo, o forse in quel parco c’erano molti adulti ignavi, perché il parco non era grandissimo e questa storia non è mai arrivata ai miei genitori. Se mio padre l’avesse saputo credo mi avrebbe portata a Napoli a trascorrere il resto dell’estate e mia madre mi avrebbe riempita di botte. Di certo non avrei proseguito per molto in quegli atti eroici.

La vita di corte non era semplice: dopo un pic nic nel mio giardino è sparita una delle mie bambole e l’ho ritrovata su una panchina del parco messa in vendita dalle due damigelle. Altre volte tra noi gregarie ci facevamo i dispetti o facevamo la spia ad Annamaria sul comportamento non pienamente corrispondente all’etichetta di corte di una di noi sperando di entrare maggiormente nelle sue grazie. Vista da qui quella è stata davvero un’estate di merda.

Non ricordo come sia finita questa storia, è durata un’estate e poi puff. Io sono stata definitivamente espulsa dal gruppo di Annamaria, ormai formato da lei, le sue comprimarie e varie bambine di passaggio. Non ci infastidivamo a vicenda, semplicemente ci ignoravamo.

Recentemente Veronica Spora Benini ha pubblicato questo post su gruppi e fazioni, anche lei fa riferimento a un modo di essere non esclusivamente femminile ma che ha precise caratteristiche nell’universo femminile.

Su Facebook seguo molte persone verso le quali non provo un reale interesse, né umano né professionale, le seguo perché fanno parte di vari network lavorativi, o come li definisce Veronica senza peli sulla lingua, gruppetti o fazioni. Mi interessa vedere come si muovono le fazioni, come i vari membri si supportano, come ogni voce di dubbio e dissenso venga ridicolizzata e attaccata dai vari membri del gruppo chiamati a raccolta da chi ha iniziato la discussione o arrivati in sostegno spontaneo.

La cosa inquietante è la totale mancanza di dissenso e reale discussione costruttiva all’interno di questi gruppi, una sola volta ho visto un’ape regina messa in discussione, a farlo era un’ape regina più potente e con un alveare più grande. Il mutamento dei toni dell’ape regina messa in discussione pubblicamente è stato immediato. Ha cercato scuse insensate al suo comportamento degli ultimi tempi e da donna forte, sarcastica e sicura di sé e del suo gruppo di sostenitrici si è trasformata in una Fantozzi di periferia. Il miracolo c’è stato nei giorni successivi, niente più post auto-esaltanti e polemici pubblicati per creare discussioni e avere visibilità sui social media, solo post neutri con pochi commenti e poca visibilità. L’ape regina top era stata retrocessa ad ape regina medium da un’ape regina top top.

Per quanto ci si possa scherzare gruppi, gruppetti, fazioni non possono essere evitati se si fanno determinati lavori. Rubo le parole a Veronica Spora Bennini:

“Se lavori online, lo sai: esistono le fazioni.
Le combriccole. I gruppetti. Le cerchie.

Anche tu a un certo punto ti rendi conto di avere un certo giro, e piano piano cominci a individuare gli altri giri. Giri dove non entri se non conosci, dove non entri se stai sulle balle a una. Giri che entri solo se sei un po’ ipocrita e fai la lecchina, oppure giri che non entri se non sei super. Giri dove entri solo se stai diventando famosa quindi appetibile. Altrimenti no, non sei nessuno. Oppure giri dove improvvisamente ti cagano perché hai dei clienti grossi che vogliono anche i capi della fazione, o che vogliono apportare in dono i pesci piccoli della fazione per scalare la propria gerarchia. […]

[…] La cosa buffa dei giri è che nessuno ne parla, ma sono intangibili. 
Se ci pensate, i giri esistono in tutte le realtà. Sono spesso una menata ma certe volte non puoi farne a meno. Non avanzi in certe cose se non hai a che fare con certi giri.
 Certe volte hai bisogno di gente che sia dentro un giro per far meglio un lavoro, per passare al livello successivo. Si sa.
E poi gli odii fra certi giri sono fortissimi. Giri che vogliono dominare lo stesso mercato. 
Una fatica tremenda! […]”

Come dice Veronica i giri esistono in tutte le realtà, piaccia o non piaccia esistono. Se fai un lavoro autonomo sono fondamentali, se fai un lavoro dipendente capire bene come si muovono le persone nel tuo posto di lavoro è di vitale importanza, spesso serve a pararsi le spalle da attacchi imprevisti ma non imprevedibili.

I giri non valgono solo per le relazioni sociali e lavorative femminili, la differenza come ho già detto sta nei meccanismi interni ed esterni dei gruppi che si diversificano in base a una prevalente presenza maschile o femminile.

Vedo il mio eremo sempre più vicino, io con i giri, le fazioni, i gruppi, i network non sono brava. Ne vedo chiara l’esistenza, ne vedo chiara l’importanza, ma non sono brava, mi fanno venire la voglia di scappare a gambe levate.

Il mio giro utopico lo’ho ben presente: è formato da persone che mi piacciono e a cui piaccio, basato su fiducia, chiarezza, rispetto reciproco. Un giro così è un utopia nella vita privata figuriamoci in quella lavorativa.

Rubo di nuovo le parole a Veronica Spora Bennini che esprime con chiarezza un concetto a me evidente da anni ormai:

“Trovo personalmente disdicevoli i loro sorrisini e frecciatine con quel che poi mi viene riferito. Dovrei esserne personalmente abituata perché, oh, siamo donne. E noi donne siamo serpi.”

La ruota gira e la mia paura di essere oggetto di scherno, derisione, cattiveria gratuita è diventata realtà.

Gli anni delle medie sono stati un incubo, la morte di mio padre e i rapporti sempre peggiori con mia madre mi hanno fatto precipitare nel buio più profondo. In prima media ho visto rivoltarsi contro di me la mia compagna di banco delle elementari, il gruppo figo della nostra nuova classe, le sue nuove amiche, non mi ritenevano degna del loro gruppo e lei non poteva più essere mia amica. Quasi le stesse parole che avevo detto io a Lucia anni prima.

Gabriella  frequentava un centro di aggregazione dell’Opus Dei, il Punto Club, dove si facevano varie attività: ginnastica, inglese, artigianato, cucina, pittura sul vetro e altro. C’ero stata l’anno precedente a una festa di domenica, mi aveva invitata lei, il pomeriggio di quel giorno ero andata al Nuovo Policlinico a trovare mio padre e gli avevo raccontato quanto mi fossi divertita. All’inizio della prima media la madre di Gabriella aveva convinto mia madre a iscrivermi, io e Gabriella avremmo passato più tempo insieme e io mi sarei distratta in un momento difficile e mi sarei fatta nuove amiche. Quando Gabriella ha deciso di interrompere i rapporti con me l’ha fatto totalmente, al Punto Club mi ignorava, lei era già inserita, c’erano vari gruppetti già formati e io mi sentivo del tutto isolata.

È stato un precipitare nel buio velocissimo, diventavo sempre più grassa, più svogliata, mia madre sempre più aggressiva e a tratti violenta.

Essere trovata a masticare una gomma sotto il palazzo al ritorno da scuola, dopo aver aspettato un’ora fuori casa, ed essere trascinata urlante da mia madre in ascensore è stato un tutt’uno. Essere picchiata per due giorni perché la facevo vergognare di fronte all’ape regina della sua infanzia che era venuta ad abitare nel nostro viale: “Le gomme da masticare sono volgari che figura ci faccio con una figlia simile”. Ogni tanto smetteva di picchiarmi e telefonava in giro a raccontare l’orrendo oltraggio che le avevo fatto di fronte all’ape regina. Per chiarire la suddetta ape regina svolazzava avanti il palazzo quando mia madre è tornata a casa.

L’ape regina di cui mia madre anelava l’amicizia e verso la quale nutriva un enorme senso di inferiorità era bella, sicura di sé, arrogante, pettegola: che avesse reso la vita difficile a mia madre nell’adolescenza non mi meraviglia.

Ho passato due giorni, per un giorno non sono neanche stata mandata a scuola perché ero un essere così abominevole da non poter essere mostrato in pubblico, a essere picchiata, minacciata di essere spedita in un collegio per orfani di magistrati in Umbria e ad ascoltare telefonare assurde fatte da mia madre a mezzo mondo in cui raccontava quanto fossi cattiva.

In quegli anni nel viale dove abitiamo mia madre era diventata la signora pazza ed io la figlia pazza della pazza, questa parte l’ho già raccontata in questo post e non la ripeto, tranquilli. Aggiungo solo che  ho saputo che mia madre era pazza da un discorso fatto avanti a me da un cotal Ammiraglio che abitava al pian terreno del mio palazzo: “Umberto (il nome del portiere) devi dire alla signora Ferone di smettere di urlare, vabbè che è pazza ma non si può andare avanti così”. Notate la sensibilità dell’uomo, vero? Sapeva benissimo chi ero, non se ne è minimamente preoccupato.

Conosco le dinamiche di alcune persone che popolano questo viale fatto di gente molto per bene di un quartiere residenziale e molto ambito di Napoli. Ci sono anche persone gentilissime chiariamo. Conosco il modo di guardarti dall’alto in basso e aspettare che li saluti senza mai farlo per primi. Ovviamente sei tu strana e scostumata e non saluti. Conosco i gruppetti da cui escono per caso parole ad alta voce dirette a me o a tuo Sandro lanciate lì in modo quasi casuale, se dicessi qualcosa mi sarebbe risposto: “Ma è pazza?! Mica ce l’avevamo con lei!”. Ho visto lo strano fenomeno che porta persone gentilissime quando sono sole a non salutare quando sono insieme a membri della corte dell’ape regina o del principe figo di turno. Ho visto anche membri della corte fare il contrario e salutare quando sono soli e non rispondere al saluto se sono in gruppo. Parlo di persone già adulte quando ero piccola, parlo di membri della corte dell’ape regina di mia madre già attivi all’epoca, parlo dei loro figli cresciuti con quell’imprinting.

Da quando sono tornata a Napoli di incontri con queste amabili persone e i loro modi di fare malati ne ho avuti molti, li ignoro, ne scrivo, a volte mi mettono a disagio. Guardando queste persone so che molte di loro hanno riservato lo stesso trattamento, e molto peggio, a mia madre. Non incolpo loro per la malattia di mia madre ma un ambiente ostile tra sorrisini sarcastici, parole volate a voce troppo alta, pettegolezzi sparsi, non deve averle giovato.

Mia madre, che può sembrare un mostro, e da alcuni potrebbe essere definita una Pazza manicomio, espressione orrenda e di una superficialità abominevole, era una donna fragile, con un disturbo emotivo ormai noto e curabilissimo, depressione-bipolare, con medicine e terapia psicologica di sostegno sarebbe stata meglio. Lo scoglio fondamentale, se avessimo saputo da subito quale disturbo aveva, sarebbe stato convincerla a curarsi e il passaggio successivo sarebbe stato ancora più delicato: trovare un bravo medico, una persona umana e competente capace di somministrarle il giusto dosaggio di medicinali, ascoltarla, rassicurala.

Negli ultimi anni mia madre ha deciso di curarsi e tra giovani medici e professori conosciuti in tutta Italia casa Ferone si è trasformata in una fiera da baraccone del medico incompetente e arrogante. Storia antica ormai.

Se ora capisco la fragilità di mia madre per anni mi sono limitata ad odiarla e lei ad odiare me, interrompevamo il nostro odio reciproco con grandi momenti d’affetto e poi ricominciavamo.

L’essere la figlia pazza della pazza mi ha portato a essere derisa, presa in giro, diventare vittima di scherzi crudeli e via dicendo. Eh sì i ruoli spesso di invertono.

Fino a circa trenta anni ho scodinzolato molto in cerca di amicizia. Alcune amicizie hanno retto alla mia crescita personale e hanno preso altra forma, altre sono finite nel dimenticatoio, altre hanno avuto una ripresa stoppata dell’evidenza che quel rapporto era basato su una Francesca incasinata e piena di problemi e una controparte in versione amica fin quando era su un gradino superiore, alla parità non hanno retto, e non hanno retto alla differenza abissale delle adulte che siamo diventate.

“‪#‎cisonocosechenonsifanno‬ In genere non rispondo. In genere lascio scivolare via. Non si può essere amati da tutti. È così. È la vita. Ma ci sono dei limiti, soprattutto quando c’è chi, in nome del Vangelo, si permette di scrivere cose che, chi lo ha anche solo letto il Vangelo, non penserebbe nemmeno… A cosa mi riferisco? A quest’articolo pubblicato sul sito “Vangelo e Democrazia”, in cui si legge: “Purtroppo il giudizio politico della professoressa Marzano su Renzi è il frutto del suo vissuto personale, che è un vissuto psichico oltremodo tormentato e significativo. Basti pensare a quel che scrive di sé in un suo libro intitolato “Volevo essere una farfalla – Come l’ anoressia mi ha insegnato a vivere” (Mondadori 2011) […] Sulla fragilità emotiva di Michela Marzano non ci sono dubbi. […] Il mondo, fatti salvi i suoi indiscutibili meriti, le ha dato tanto, troppo, e forse è anche per questo che persino la Chiesa di Cristo le sta stretta! Impari ad essere filosofa del vero “
Sono orgogliosa della mia vita e delle mie fratture. Che poi, anche se diverse, hanno tutti. Anche chi scrive queste righe che ritengo indegne. Senza nemmeno degnarsi di firmarle! Quanto al mio rapporto con la fede, Lui è l’unico a sapere…”

Le parole che ho appena riportato sono la risposta di Michela Marzano a un post apparso sul sito Vangelo e Democrazia, di cui lei cita alcuni passaggi. Il post non è firmato, l’autore usa il passato di anoressica di Michela, da lei stessa raccontato in un libro, per etichettarla come una squilibrata e usare questo squilibrio mentale per sostenere che il suo dissenso nei confronti di Matteo Renzi sia il frutto di una mente malata, come lei, secondo l’interpretazione dell’autore, avrebbe ammesso nel libro. Strano modo di leggere il racconto che una donna fa di una parte del suo vissuto particolarmente difficile e dolorosa.

Mentre scrivo il blog sono consapevole di espormi a giudizi simili e so perfettamente che le mie parole saranno interpretate da ognuno secondo la sua visione del mondo e i suoi criteri di normalità. Le mie parole arriveranno nel loro preciso significato a pochi, il pericolo di vederle travisate è reale, lo corro io e lo corre chi decide di raccontare pezzetti della propria vita in pubblico con onestà e senza falsi pudori.

Michela Marzano è una filosofa, docente universitaria, scrittrice e in questa legislatura siede alla Camera nelle file del PD, ha scritto un libro, Non seguire il mondo come va, su questo suo impegno politico iniziato due anni fa, il parlamento italiano non esce di certo bene.

Michela ha deciso di dimettersi dal suo incarico parlamentare e ha espresso la sua opinione su Matteo Renzi, sul suo governo e sul PD in generale. È un opinione personale, una valutazione della differenza tra le sue aspettative di parlamentare al primo mandato e la realtà. Potrebbe essere vista come ingenua ma marchiarla come incapace di intendere e di volere in quanto ex anoressia mi sembra un po’ forzato e in mala fede, tanta mala fede.

Michela Marzano ha risposto con garbo, ha evidenziato la gravità di un simile episodio e ha messo in luce il fatto che tutti abbiamo problemi emotivi, ognuno ha la sua storia, pochi li accettano, li affrontano e decidono di parlarne rompendo quella coltre di vergogna dalla quale ci sentiamo schiacciati. Io aggiungo che a farlo sono i più forti, quelli pronti a fare i conti col proprio passato e con il proprio presente.

Con Sandro discutevamo del numero elevatissimo di relazioni disfunzionali che ho intessuto per anni, io con i miei casini, le persone con cui interagivo con i loro, secondo modelli prestabiliti. Se nella vita privata posso scegliere chi far scivolare lontano e chi tenermi vicino nella vita lavorativa non posso farlo, le relazioni interpersonali sono fondamentali nel lavoro e spesso prendono le stesse derive di quelle puramente private.

Come scrive Veronica Spora Bennini con chiarezza il mondo lavorativo è fatto di gruppi, fazioni, network lavorativi, o come preferite chiamarli. Le dinamiche da lei evidenziate sono tutt’altro che sane, sono spesso le stesse dell’ape regina e del principe figo. So di non essere adatta a dinamiche simili e so che la professionalità senza un’adeguata capacità relazionale non porta lontano.

Alla fine la soluzione è costruirmi delle basi professionali sempre più forti e attingere dal bagaglio di esperienze relazionali sbagliate per riconoscere comportamenti e dinamiche mie da evitare e comportamenti e dinamiche di altri da cui fuggire a gambe levate e affrontare ogni situazione quando si presenta cercando di rimanere calma e lucida.

Non sono giovanissima, cosa che per certe cose è uno svantaggio e per altre è un vantaggio, negli ultimi anni sono riuscita a mutare tante cose in meglio e ad affrontare grandi cambiamenti con fatica ma in modo costruttivo, perché non dovrei riuscirci in nuovi campi?