Ma che mu, ma che mu, ma che musica maestro!

La basilica di San Severo Fuori le Mura è a piazzetta San Severo a Capodimonte, Rione Sanità, Napoli. Venerdì 10 aprile 2015 a San Severo Fuori le Mura c’era un evento bello, a cui volevo partecipare, il passaggio degli strumenti, per il momento simbolico, da parte dei 44 ragazzi che hanno composto dal 2008 a oggi l’orchestra sinfonica Sanitansamble ai 44 bambini del nuovo corso.

L’incontro tra Ernesto Albanese, presidente de L’Altra Napoli onlus e don Antonio Loffredo parroco della Sanità ha generato progetti belli è concreti, l’orchestra Sanitansamble è uno di questi. Prendendo spunto  dall’orchestra giovanile Simon Bolivar, nata in Venezuela all’interno del modello educativo El Sistema ideato da José Antonio Abreu nel 1975, e perfezionatosi in questi 40 anni, sette anni fa è nata Sanitansamble, orchestra sinfonica giovanile del Rione Sanità di Napoli, un posto bello e degradato, un ghetto al centro della città, pieno di ricchezza storica e artistica e pieno di ricchezza umana. Il Rione Sanità per molti anni è stato simbolo di degrado, violenza, povertà, da qualche hanno, grazie al lavoro di don Antonio Loffredo e di coloro che l’hanno sostenuto e seguito è diventato un esempio di rinascita economica, sociale e culturale mossa dal basso.

Con il progetto Sanitansamble bambini dai 6 ai 9 anni provenienti da ambienti disagiati sono stati avviati allo studio di uno strumento musicale e sono entrati a far parte di un’orchestra sinfonica composta da loro coetanei. I bambini imparando a suonare imparano a impegnarsi, a dare attenzione e valore a quello che fanno, scoprono le loro capacità.
Il fatto che i ragazzi siano parte di un orchestra li porta a confrontarsi con gli altri membri, a entrare in sintonia con loro e a lavorare insieme.

In questi anni quei bambini hanno imparato a suonare, a conoscersi, a seguire una disciplina, a lavorare con rigore e passione. Sono usciti dal loro quartiere ghetto e hanno suonato in luoghi per loro impensabili sette anni fa. Hanno visto il loro impegno e quello delle loro famiglie ampiamente ripagato. Dei 44 membri originari della Sanitansamble quasi nessuno ha lasciato l’orchestra e quasi nessuno ha lasciato la scuola, in un quartiere dove la dispersione scolastica è elevata.

I ragazzi del primo nucleo della Sanitansamble sono cresciuti e cedono il passo ai nuovi arrivati. I grandi proseguiranno il loro percorso musicale con modalità differenti, i piccoli iniziano una strada nuova.

Questi i fatti, forse un po’ imprecisi, ma fatti, i link disposti in giro in questo post danno informazioni più dettagliate, qui incomincia la mia personale versione e visione di questo evento.

Arrivare alla basilica di San Severo fuori le mura è stato uscire dalla mia comfort zone. Il Rione Sanità visto dal mio mondo è un posto pericoloso, da evitare, mi ci sto addentrando da pochi mesi tra quelle strade, ma fino a ieri mi ero mossa sempre tra le stesse strade, e perlopiù in compagnia. Venerdì dopo aver visto su Google Maps dove si trova la basilica di San Severo sono andata un po’ in panico, ho pensato: “Oddio piazzetta San Severo a Capodimonte sta là sopra, c’è un sacco di strada da fare, che cavolo di strada sarà. Gesù mi devo scostare dalle strade che ho fatto finora”, guardando la mappa il tratto di strada da fare dalla strada principale alla basilica di San Severo mi era sembrato lunghissimo. La mia mente leggendo piazzetta San Severo a Capodimonte sull’invito all’evento aveva elaborato la visione di una lunga salita da percorrere, stretta, isolata, con una forte pendenza; un luogo ostile dove mi andavo a ficcare volontariamente.

Mai dare eccessivo peso alle proiezioni catastrofiche della propria mente, soprattutto della mia mente.

Francesca Matilde Ferone canta a squarciagola, illustrazione di Sandro Quintavalle

Canta che ti passa

Alle 16,30 in punto di venerdì 10 aprile 2015 Francesca Matilde Ferone vomerese dalla testa ai piedi entra nella basilica di San Severo fuori le mura. Venerdì ho deciso di uscire di nuovo dalla mia comfort zone e sono stata ricompensata trascorrendo un pomeriggio bello, emozionante e su cui riflettere. Arrivare a San Severo è stato facilissimo, se avessi dovuto ascoltare un parte di me mi sarei nascosta dietro il computer a scrivere il post su cui ho lavorato questa settimana. Rimanere a casa a scrivere quel post sarebbe stata la scusa per non superare le mie paure, i miei pregiudizi, i miei preconcetti. Sarebbe stato un post triste.

Quando sono arrivata la basilica di San Severo era già quasi tutta piena, i ragazzi della Sanitansamble nello spazio davanti all’altare provavano, ridevano, scherzavano, e a un tratto alcuni di loro ballavano; i bambini, i nuovi arrivati, erano seduti vicino ai grandi. Le famiglie avevano preso posto sulle panche, soprattutto madri, molto giovani quelle dei piccoli, meno giovani quelle dei grandi, ma comunque giovani: al Rione Sanità, come in molti altri luoghi di Napoli, si diventa madre presto, spesso troppo presto; qualche padre. C’erano i maestri di musica, c’era il direttore dell’orchestra, c’erano i rappresentanti de L’Altra Napoli onlus grazie a cui la Sanitansamble è nata e ha proseguito il suo percorso in questi sette anni, e i rappresentati della Pianoterra onlus entrati da settembre 2014 nel progetto Sanitansamble. Napoli diverse, mondi differenti, uniti in uno scopo comune.

Io ero un pesce fuor d’acqua, uno spettatore curioso ed estraneo. Mi incuriosivano soprattutto le madri. Quelle dei bambini erano elettrizzate, si salutavano tra loro rumorose, erano visibilmente felici ed eccitate per l’avventura che i loro figli stavano iniziando.
Le madri dei ragazzi sembravano un po’ più tristi, come se si fossero chieste tra sé e sé  “E adesso?”, ma forse è solo il trasferire un mio pensiero ad altri. Ad ogni modo erano orgogliose dei loro ragazzi.

Venerdì ho avuto difficoltà a costruire mappe familiari: chi è la madre? chi è la nonna? chi è la sorella? Poi frasi colte al volo rimettevano quei legami familiari a posto. Come ho detto in alcuni luoghi di Napoli si diventa madri troppo presto.

Guardando i ragazzi della Sanitansamble, i grandi, con i loro strumenti, il loro aspetto, la loro gioia ho avuto difficoltà a collocarli in famiglie come quelle presenti lì. I piccoli erano più in tono con le famiglie, tra qualche anno forse anche loro sembreranno un po’ alieni alle loro origini.

Sta parlando la me ottusa, perché come è stato detto venerdì, se quei ragazzi per anni si sono impegnati nello studio del loro strumento e nel lavoro con il resto dell’orchestra, se quei ragazzi hanno perso pochissime lezioni e prove, se quei ragazzi hanno suonato in luoghi di cui forse i loro genitori non conoscevano neanche l’esistenza, se quei ragazzi hanno imparato a suonare musiche estranee al loro ambiente, lo hanno fatto grazie al sostegno delle famiglie, delle loro madri soprattutto, diversamente non sarebbe stato possibile.

È il caso che io scenda dal mio piedistallo, mi scrolli di dosso un po’ di spocchia e mi ficchi in testa questa verità: quei ragazzi sorridenti, orgogliosi, pieni di vita, quei ragazzi con in mano violini, violoncelli, oboi, flauti, trombe e quant’altro sono frutto e parte di quelle famiglie a cui io e quelli del mio mondo guardiamo con sufficienza e paternalismo, dall’alto in basso, anche, e a volte soprattutto, quando vogliamo raccontare a noi stessi la storiella di essere persone con la mentalità aperta.

Il percorso musicale della nuova classe della Sanitansamble sarà più eterogeneo, non toccherà prevalentemente la musica sinfonica. Il passaggio del testimone tra i ragazzi del primo corso della Sanitansamble e i bambini all’inizio di questa nuova avventura ha avuto come testimonial Sal Da Vinci, un cantante amatissimo prevalentemente dagli abitanti di mondi lontani dal mio, come il Rione Sanità.

Venerdì all’arrivo di Sal Da Vinci alla basilica di San Severo fuori le mura si è alzato un boato, le più emozionate erano le madri, le sorelle, le nonne dei bambini e dei ragazzi dell’orchestra, alcune erano in lacrime. Una ragazza seduta avanti a me è riuscita a sfiorare una spalla di Sal Da Vinci mentre passava, dopo mostrava la mano alla sorella ed alla madre tutta gioiosa ed eccitata. Era surreale. No non lo era, stava passando il loro idolo, è normale, per me era surreale perché l’idolo in questione mi è estraneo.

La scelta di Sal Da Vinci come testimonial dell’evento è stata perfetta, non conosco nemmeno una delle sue canzoni, forse dovrei provare ad ascoltarle senza pregiudizi e non vergognarmi nel caso mi piacesse qualcosa di quello che ascolto.

I muri, brutta cosa, soprattutto quelli nella testa delle persone. I muri nella mia testa sono duri da abbattere, ci sto provando ma ho ancora tanta strada da fare.

Ho iniziato ad ascoltare il discorso di Sal Da Vinci distrattamente, con sufficienza, a poco a poco la mia attenzione è stata catturata del tutto. Quando gli è stato chiesto cosa consigliava ai ragazzi del primo corso della Sanitansamble se avessero voluto continuare il loro percorso nella musica la sua risposta è stata semplice, lucida, chiara: “Proseguite con la scuola. Un popolo senza cultura non ha ragione di esistere, dove non c’è cultura c’è degrado”, dopodiché ha fatto presente che ogni percorso lavorativo richiede sì passione, ma soprattutto impegno e capacità di affrontare le difficoltà con intelligenza e determinazione: “Io non vivo nel paese delle meraviglie, porto avanti il mio lavoro con grandi difficoltà”. Anche un percorso lavorativo in ambito musicale fatto con serietà è duro, molto duro, da intraprendere e proseguire.

Chi si fa portatore di un messaggio deve essere in sintonia con coloro a cui si rivolge e deve usare il loro linguaggio. Se a dire le parole di Sal Da Vinci fosse stata una persona percepita come estranea quelle parole sarebbero scivolate via senza lasciare traccia, ma le ha dette Sal Da Vinci, uno di loro, è questo le rende autorevoli, un messaggio da ascoltare.

Ho una frequentazione con la musica classica molto superficiale, ma sentendo i ragazzi del primo gruppo della Sanitansamble suonare mi sono sembrati tutti bravissimi. Qui un piccolo video del concerto. Sono una pessima film-maker che il mondo lo sappia.

Non so in base a quali criteri siano stati selezionati 7 anni fa i bambini da far entrare nell’orchestra, né so se ogni bambino abbia scelto lo strumento da suonare o se gli sia stato affidato lo strumento ritenuto più adatto a lui. Di certo in questi anni ognuno di loro ha speso molto impegno, attenzione, pazienza, tempo per imparare a suonare, migliorarsi, riuscire a interagire con gli altri componenti dell’orchestra, i maestri, il direttore. Questi sono pilastri forti e stabili nelle fondamenta di una persona, lo sono per i ragazzi che hanno terminato il loro percorso nella Sanitansamble: gli saranno utili se volessero proseguiranno il loro cammino con la musica o in qualsiasi altra scelta essi facciano; lo saranno per i bambini a cui ieri sono stati simbolicamente consegnati gli strumenti.

Ieri sono uscita dalla basilica di San Severo fuori le Mura, Rione Sanità, Napoli — luogo bello e difficile, caparbiamente in rinascita — rasserenata e piena di emozioni e pensieri. Per raggiungere via Sanità ho percorso un vicolo differente da quello che avevo percorso all’andata; se all’andata mi ero sentita insicura e un po’ spaventata al ritorno ero serena. Una serie di mattoncini che compongono i miei muri mentali e i miei muri emotivi erano caduti. Devo stare attenta, i miei muri si ricompattano velocemente lasciati senta manutenzione.

Camminando pensavo alle parole di Sal Da Vinci: “Un popolo senza cultura non ha ragione di esistere, dove non c’è cultura c’è degrado” così semplici e così poco familiari a tanti, non solo nel Rione Sanità, non solo in luoghi considerati malfamati. Riflettevo sull’importanza del saper mettere insieme le persone, quelli bravi dicono fare rete, unire competenze, fare da tramite tra mondi, riuscire a capirne i diversi meccanismi e i differenti linguaggi: mediare, costruire ponti tra persone vicine e distantissime.

Tornavo a casa pensando a quanto egoisticamente ho bisogno di padre Antonio Loffredo, degli abitanti del Rione Sanità, delle persone disposte a mettere impegno, competenza, tempo in progetti di riqualificazione di un territorio senza metterci le mani sopra avidamenta facendo in modo che siano gli abitanti di quel territorio a prendere coscienza di sé, delle loro potenzialità, della bellezza intorno a loro e diventino capaci di produrre ricchezza in modo sano. Ho bisogno di tutti loro per abbattere i miei muri.

Padre Antonio Loffredo andrà il 18 aprile a Milano per raccontare a una TED conference i mutamenti in atto al Rione Sanità. Quando l’ho saputo l’ho trovato geniale. Raccontare, raccontare, raccontare. È fondamentale raccontare, è fondamentale farlo nel modo giusto, con il giusto linguaggio, usando con consapevolezza i mezzi di comunicazione. Le cose è fondamentale farle ma se non le racconti, se non spieghi come hai fatto, cosa hai fatto, da dove parti, dove sei arrivato e dove vuoi arrivare, rischi di scivolare nel dimenticatoio e col tempo perdere tutto il lavoro fatto.

Raccontare serve anche per far capire a chi è ancora fermo, immobile, chiuso nel suo buio che le cose possono cambiare, i sogni possono diventare realtà. La cosa di base è agire, non aspettare miracoli, non credere al paese delle meraviglie. Le cose succedono se ci si impegna a cambiare prospettiva, punti di vista, se si lavora su sé stessi e in gruppo per uno scopo comune. Se si riescono a coinvolgere le persone e farle sentire utili, vive, se a ognuno viene data la possibilità di sperimentare il proprio valore.

I ragazzi della Sanitansamble in questi anni hanno messo impegno, lavoro, pazienza, tempo, dedizione in quello che facevano; contemporaneamente sono stati sostenuti, incoraggiati, spronati; gli sono state date opportunità, hanno ottenuto riconoscimenti. Il loro percorso all’interno dell’orchestra finisce qui, o meglio il loro percorso con la musica prende nuove strade. Le fondamenta costruite in questi anni li sosterranno e gli faranno da sprone per andare avanti. Ai bambini che iniziano ora sono offerte nuove prospettive e nuovi punti di vista sul mondo.

Io vomerese spocchiosa venerdì sono scesa alla Sanità piena di timori, paure, pregiudizi, sono tornata a casa sentendomi molto felice e molto stupida, consapevole di quanto muri mentali e paure nascosti dietro il velo della ragionevolezza mi mantengano in una falsa comfort zone. È evidente che ho più bisogno io della gente del Rione Sanità, e di tutti i posti in cui c’è una trasformazione verso il bello in atto, di quanto loro abbiano bisogno di me. Mi piace l’idea della trasformazione, della presa di coscienza di sé e del proprio territorio attraverso la conoscenza dell’arte, della musica, del teatro, mi piace l’idea di bambini che imparando a suonare insieme imparano a conoscere sé stessi e l’altro da sé.

Non ho mai suonato uno strumento, neanche il famigerato flauto alle medie e la mia unica esperienza in un coro alle elementari è finita prima di cominciare: ero nell’aula dove il coro della scuola stava provando perché mancava la mia maestra e avevano diviso la classe, ero entusiasta, finalmente anch’io potevo far parte del coro, le mie doti canore fino a quel momento nascoste sarebbero state svelate al mondo. La mia voce da usignolo ha echeggiato tra quelle mura per pochi attimi.  L’insegnate del coro, donna chiaramente priva di orecchio, dopo aver udito per pochi secondi i suoni suadenti provenienti dalla mia boccuccia mi ha relegata in ultima fila chiedendomi gentilmente di non emettere ulteriori suoni. Quella mattina, per cause di forza maggiore, anch’io ero parte della sua classe, e avevo un ruolo preciso e insostituibile: aprire la mia boccuccia e fingere di cantare rimanendo in silenzio assoluto. La cara signora avrà avuto un modo di fare un po’ brusco ma aveva i suoi buoni motivi, io non sono semplicemente stonata, io emetto suoni sgraziati, fastidiosi e improbabili difficili da sopportare per orecchie umane e animali. Uno dei miei gatti quando mi sentiva cantare correva da me piangendo disperata e tentava di farmi smettere in tutti i modi.

La mia carriera in campo musicale è finita lì. L’idea di suonare uno strumento mi ha sempre affascinata, ma ho sempre pensato che richiedesse un impegno di cui non ero capace. Venerdì ascoltando quei ragazzi suonare ho invidiato l’impegno di cui erano stati capaci, guardando i piccoli mi sono chiesta se fossero consapevoli del lavoro che li attendeva. Impegnarsi in qualcosa spesso richiede un cambio di mentalità e un nuovo sguardo su di sé. Vale per i ragazzi e i bambini della Sanitansamble e vale per tutti quelli che cercano di migliorare le loro vite e i luoghi dove vivono; le nuove strade difficilmente sono facili, rimanere nella propria comfort zone è una tentazione forte. Spesso la comfort zone è un luogo buio e pieno di muri umidi e freddi, un luogo dove ci sentiamo schiacciati da pesi enormi e a disagio, ma sono pesi e disagi conosciuti, ci sentiamo immobili e sicuri. Muoversi al di fuori fa paura, meglio rimanere fermi, schiacciati, infreddoliti, in un luogo conosciuto. O forse no, un mattone alla volta, spesso con molta fatica, i muri crollano e appaiono luoghi bellissimi e inaspettati. Che soddisfazione!