Succede solo a Napoli!

Da quando sono tornata a Napoli due anni e mezzo fa mi è capitato spesso di trovarmi in situazioni in cui d’istinto, infastidita e incavolata, ho pensato: “ So’ cose da pazzi, succede solo a Napoli”.

  • Mi succede quando vedo il pettegolezzo diventare maldicenza e condotta apertamente scortese e derisoria, e anche un po’ ossessiva.
  • Mi succede quando i proprietari dei cani non raccolgono la merda del proprio cane.
  • Mi succede di fronte all’arroganza e alla strafottenza.
  • Mi succede di fronte al lamento continuo.
  • Mi succede mentre guido e sembra di trovarsi in mezzo a una lotta tra animali feroci rincoglioniti.
  • Mi succede quando tutto sembra immobile e la rassegnazione sembra farla da padrona.
  • Mi succede quando esco con la macchina dal viale di casa, sono ancora giù, vedo arrivare una macchina e non so da che lato deve girare — a destra, a sinistra? ma! chissà!? — e il guidatore di suddetta macchina invece di mettere una freccia per indicarmi da che cavolo di lato deve girare in modo che io possa andare dal lato opposto inizia a bussare spazientito e se vado da un lato si innervosisce perché deve girare da quel lato e io, povera sciocca, non sono stata capace di capirlo tramite telepatia, visto che di freccia neanche l’ombra.
  • Mi succede quando vedo gruppi di persone chiusi su se stessi, fermi, immobili, sicuri che il loro modo di vedere il mondo, pensare, agire sia l’unico possibile e giusto, rendere la vita difficile a chi vedono diverso da loro.
  • Mi succede quando incrocio persone pronte a incolpare sempre qualcun altro per qualsiasi cosa senza mai prendersi un po’ di responsabilità, perché è sempre colpa di qualcun altro.

Insomma mi succede spesso.

Poi mi calmo, rifletto, ricordo con obiettività Milano, Piacenza, Dublino, luoghi dove ho vissuto per periodi più o meno lunghi. Ricordo i viaggi fatti, ricordo episodi sporadici e normalità quotidiana e mi dico: “No, non succede solo a Napoli”

Francesca Matilde Ferone incrocia sul lungomare di Napoli un altro napoletano che si lamenta della sporcizia della città e dell'inciviltà dei suoi abitanti mentre butta una carta per terra e non raccoglie la cacca del proprio cane.

Signora questa è una città invivibile, è piena di incivili, a Milano sì che si sta bene. Non capisco perché abbia deciso di tornare a vivere a Napoli.

Ho un modo di vedere e sentire il mondo diverso da molti e appaio strana a coloro che sanno riassumere in uno schema e poche parole cosa è normale e cosa non lo è.

Un paio di giorni fa mi sono messa il mio cappotto viola chiaro e ho portato canPiera giù ai giardinetti della stazione della metropolitana sotto casa mia. Avevo alcuni dubbi uscendo: uno riguardava il cappotto, mentre uscivo mi sono detta: “Se riusciamo ad arrivare ai giardinetti, grazie alla presenza dei ragazzini a scuola e non lì a giocare a pallone, l’amato cane potrebbe sporcare il cappotto saltandomi addosso”; canPiera spesso e volentieri mi salta addosso mentre gioca sciolta e io glielo lascio fare. È vero su certe cose sono una pessima proprietaria di cane, come tutti i proprietari di cani, anche quelli che si autoeleggono membri dell’Olimpo dei cinofili esperti.

L’altro dubbio era: “CanPiera ha già un odore forte per i maschi?”, canPiera sta per entrare in calore, è questione di giorni. Quando canPiera è in calore evito, per quanto posso, luoghi dove ci sono altri cani, soprattutto dove ci sono cani sciolti. È una questione di sicurezza per Piera e rispetto per gli altri cani.

A Napoli non esistono aree cani comunali ma ci sono posti che lo sono diventate per consuetudine, i giardinetti vicino alla stazione della metropolitana di Salvator Rosa sono uno di quei posti.  Nessun cane dovrebbe stare lì sciolto a fare i suoi bisogni, giocare o correre, è vietato, c’è un bel cancello all’ingresso che lo dice chiaramente, tutti lo ignorano, me compresa.

Raccolgo la merda di canPiera quasi sempre, non perché abbia vissuto a Milano per tanti anni ma per abitudine, perché lo ritengo giusto. Lo faccio per strada, lo faccio quando la porto a correre nei parchi, lo faccio quando la porto nei giardini della stazione della metropolitana sotto casa.

La merda la raccolgo senza paletta ma con le bustine e le mie manine. La paletta, questa sì, è un abitudine, quasi uno status symbol, napoletano. Ci sono bustine apposite per raccogliere la merda dei cani, si comprano nei supermercati o nei negozi per animali, costano una cifra spropositata e spesso si rompono con eccessiva facilità. Non sono l’unica a non usare la paletta o le apposite, fighissime, bustine per merda di cane, ci sono persone strane come me — ok non come me, io sono stranissima — che pensano che una bustina è una bustina, basta che sia di plastica, che non si rompa appena la guardi e che sia abbastanza larga per poter raccogliere senza toccare la suddetta merda. Io uso bustine per i surgelati, scandalizzando molti: ”Oddio la bustina è trasparente, la cacca si vede, che schifo”, anche in questo non sono l’unica, e la raccolta viene benissimo.

RICONOSCERE I SACCHETTI MIGLIORI
A questo punto, è importante sapere che non esiste una strumentazione universalmente adatta a tutti i raccoglitori, ma che ogni raccoglitore ha il suo sacchetto ideale.

Colore: c’è chi lo intona al portasacchetti, chi al collare del cane, chi ai propri vestiti. Chi lo preferisce semitrasparente o completamente coprente. Va a gusto personale.
Solitamente, i proprietari maschi di cani evitano quelli rosa, o a cuoricini.

L’arte di…raccogliere dal blog  Ti presento il cane

Portare i cani in un posto dove c’è un prato per molti proprietari di cani corrisponde al non dover raccogliere la merda del proprio cane. In genere questi proprietari si lamentano che le aree cani comunali, o i luoghi diventati aree cani per consuetudine e necessità, sono sporchi. Come ho detto raccolgo la merda del mio cane per abitudine e perché non è sempre colpa degli altri se un posto è sporco, la scusa: “Ma nessuno lo fa, perché dovrei essere l’unica/o scema/o a farlo” non regge. Non regge a Napoli, in un posto che è diventato area cani per necessità e non regge a Milano, Roma e in tutti i luoghi dove le aree cani comunali esistono e dove spesso, spessissimo, la gente non raccoglie la merda dell’amato quadrupede. Il ragionamento di base è: “C’è l’erba che raccolgo a fare? E poi è un posto destinato ai cani, qui possono fare come gli pare”. Non è vero nelle area cani regolamentate né cani né padroni possono fare come gli pare, e nei luoghi dove si riuniscono cani non randagi con padroni non allo stato brado dovrebbe vigere la civiltà dei proprietari.

Insomma, diciamo che in certe situazioni può anche succedere di essere sprovvisti nel necessaire pour merde.
Se però sei dentro all’area cani, significa che sei proprio uscito PER far pisciocagare il cane. E perché sei senza sacchetti?
Perché sei pirla?
Nahhh… non ci credo. UNA dimenticanza, per carità, è possibile & umana: ma millemila dimenticanze, no.
No, perché andare in area cani senza sacchetti è come uscire in macchina senza patente, come prendere il treno senza biglietto: non sono pirlate, sono furbacchionate da quattro soldi.

Ma le vogliamo raccogliere ‘ste cacche? dal blog Ti presento il cane

Alcuni proprietari di cani hanno un atteggiamento schizofrenico: redarguiscono gli altri proprietari di cani se non raccolgono la merda del loro amico a quattro zampe, si lamentano che in giro è tutto sporco di merda di cane, li irrita dover fare gimcane tra merde sui marciapiedi, sotto il portone di casa, davanti l’ufficio, sotto la scuola dei figli o nipoti, ma appena possono, appena credono di non essere visti, non raccolgono la merda del loro amato cagnolino. Sono convinta che questo genere di persona agisca così in ogni ambito della propria vita: criticando, redarguendo e facendo come gli pare.

 

Come ho detto all’inizio un paio di giorni fa ho indossato il mio cappottino viola, ho preso canPiera e sono andata ai giardinetti della stazione della metropolitana sotto casa. Ho incrociato un ragazzo con un cane, non ci eravamo mai visti, e dopo un po’ è arrivata una signora della zona con il suo cagnolino. Mentre parlavamo canPiera ha fatto cacca sul prato e io stavo per contraddire tutto quanto ho scritto finora.

CanPiera aveva depositato la sua merda nella parte più interna dell’aiuola e il prato era un tappeto di merda canina, ho visto che aveva fatto cacca, ho fatto finta di niente e ho continuato a chiacchierare. Il ragazzo senza dirmi esplicitamente: “Il suo cane ha fatto la cacca, non la raccoglie?” ha iniziato a dire che quel posto era sporco, lui raccoglieva sempre ma gli altri no. Non so se lui agisca in maniera coerente con quello che dice, e sinceramente non mi importa, il punto è che mentre lo ascoltavo e gli davo ragione mi sono sentita a disagio con me stessa. Dopo un po’ sono salita sul prato e ne sono ridiscesa con in mano una magnifica bustina contenente merda canina. Ho dato l’impressione al proprietario dell’altro cane di averla raccolta perché lui si era lamentato, e la proprietaria del cagnolino deve aver pensato lo stesso. Poco importa.

Perché non ho raccolto subito?

  • Perché Piera aveva fatto la cacca in fondo a tutto e per raccoglierla avrei dovuto superare un tappeto di merda di cane.
  • Perché per terra, a parte il tappeto di merda, era quasi bagnato, cioè fango.
  • Perché ci sono giornate in cui non mi va di essere guardata come quella strana che raccoglie la merda del cane anche dall’aiuola. Voglio essere uguale uguale a tutti quei proprietari di cani che mi guardano, ridacchiano, raccontano ad amici, parenti, conoscenti della signora strana che raccoglie la cacca del cane dal giardinetto — d’inverno spesso con cappottino viola – e si lamentano, si lamentano tanto, perché quel luogo è tutto sporco, pieno di merda di cani, i loro di solito.

Sono andata via dai giardinetti dopo aver raccolto la cacca di Piera con il cappotto decorato di fango. Piera, come previsto, aveva deciso di saltarmi addosso, il fango si è seccato subito e quando sono arrivata a casa già non c’era più.

Certe cose succedono solo a Napoli, i proprietari di cani fuori Napoli, nel nord Italia soprattutto, sono tutti persone civilissime e zelanti raccoglitori di merde come mi raccontano con vigore molti proprietari di cani napoletani? Assolutamente no.

Le aree cani comunali del nord Italia sono posti lindi e puliti dove proprietari e cani si comportano meravigliosamente come mi viene raccontato da molti napoletani?  No, assolutamente no.

A Milano le aree cani sono tante e tutte hanno all’interno distributori di sacchetti di plastica da prendere gratis e cestini della spazzatura: le aree cani milanesi di solito sono piene di merde di cane non raccolte da solerti e civilissimi proprietari. Il regolamento comunale sulle aree cani dice che la merda deve essere raccolta, la gente per lo più se ne frega. Se qualcuno protesta di solito si sente rispondere che le aree cani sono fatte apposta per far defecare i cani. Errore le aree cani sono fatte per lasciar giocare i cani liberi ma seguendo determinate regole, regole di buon senso che nei casi di aree cani comunali diventano regole imposte dal comune. Nelle aree cani milanesi, e nei parchi, ogni tanto arrivano i vigili a fare le multe, in quei periodi è un trionfo di civiltà. Civiltà indotta direi: a Milano, e in molte aree d’Italia, le multe si pagano, quasi sempre; e qui sta la reale differenza tra Napoli e molte altre città.

A Napoli molti pensano che le cose al nord vadano meglio per una presunta civiltà innata degli abitanti di quei luoghi che si acquisisce per contagio appena si sbarca in quelle terre meravigliose. Come ho detto da due anni e mezzo a questa parte ascolto spesso napoletani che si lamentano dell’invivibilità della città e dell’inciviltà dei napoletani, sempre gli altri. Spesso mi raccontano di come amici, parenti e loro stessi abbiano trovato fuori Napoli oasi di civiltà. Molti mi chiedono incuriositi, e pieni di disapprovazione, perché io e Sandro abbiamo deciso di tornare a Napoli e quando provo a spiegarglielo mi trovo di fronte dei muri, anzi no, i muri sarebbero più ricettivi.

Che Napoli sia una città difficile per tanti aspetti è vero, credo lo sia soprattutto per la convinzione di molti napoletani che qui le cose sono sempre andate così e mai cambieranno. Credo che questa convinzione sia per molti una specie di lasciapassare per agire pensando sempre ai cavoli propri, lamentandosi, criticando gli altri e aspettando che arrivi qualcuno da chissà dove a sistemare tutto, a fare tutto, compreso raccogliere la merda del proprio cane.

Negli anni ho imparato che, di qualsiasi argomento si tratti, mettermi a discutere con persone che non vogliono ascoltare e sono certe di avere ragione è inutile, allora, consapevole di apparire strana e ridicola, faccio quello che mi appare giusto anche se contrasta con il modo di pensare e agire dominante.

Di molti napoletani non sopporto il continuo lamento, vorrei vedere queste persone prendersi le proprie responsabilità e agire in maniera differente, anche impopolare, sapendo di apparire a molti strani e fessi ma fregandosene perché stanno agendo secondo la propria coscienza e il loro modo di vedere il mondo. Parlo di Napoli perché sono nata qui e ho deciso di tornare a vivere qui, ma quello che vale per Napoli vale per l’Italia in generale, e non solo. L’ho detto spesso Chiagnere e Fottere è un detto napoletano esportabile in tutto il mondo.

Da quando sono tornata a vivere a Napoli, spesso istintivamente, per un pregiudizio che in qualche modo c’è anche in me, e perché è rassicurante pensare che basta andare via da questa città per trovare un posto dove vivere è più facile, ho pensato: “Succede solo a Napoli”. A volte in questa città sembra di lottare contro i mulini a vento. A volte sembra che tutto sia immobile. A volte mi sento soffocare e mi chiedo: “Chi ce l’ha fatto fare a voler tornare, qua davvero non c’è speranza”, poi rifletto, ricordo e mi rendo conto che sto scivolando nel modo di pensare più ottuso e più facile.

Ho usato la merda canina e i rapporti tra proprietari di cani come scusa per parlare dei vari miti che molti napoletani hanno sulle altre città. Io e Sandro siamo tornati a Napoli perché vivendo fuori ci siamo resi conto di quanto questa città realmente offra e di quante potenzialità abbia. Negli anni ci siamo resi conto di quanto poco la conoscevamo ed è difficile amare e apprezzare qualcuno o qualcosa se la si conosce superficialmente. Elena Ferrante in Storia della bambina perduta — quarto volume della quadrilogia de L’amica geniale — fa dire a Lenù:

Che grave negligenza era stata nascere e vivere a Napoli senza sforzarmi di conoscerla

La negligenza di Lenù è stata mia, è stata di Sandro ed è una negligenza comune a molti napoletani. Io è Sandro stiamo cercando di porre rimedio alla nostra negligenza.

A volte andare via da Napoli sembra l’unica via d’uscita, quelli che vanno via spesso cercano un posto dove non vige la legge del più forte, dove il lavoro si trova per merito e non per nascita né per amicizia, dove la gente non scambia la gentilezza e la buona educazione per stupidità, dove la furbizia non abbia più valore dell’intelligenza. Dopo 20 anni fuori Napoli ho raggiunto la certezza che un posto così non esiste, la differenza tra Napoli e tanti altri posti considerati più civili è che a Napoli certi modi di pensare e agire sono più evidenti e più apertamente condivisi. Qui quello che in altri posti si pensa e si fa di nascono si pensa e si fa alla luce del sole.

Vedere e parlare del peggio di questa città è facile, è sport cittadino e nazionale, ma a Napoli c’è tantissima gente che ogni giorno si impegna, lavora con passione, realizza cose bellissime. Gente che ha deciso di rimanere anche se non era né facile né comodo e gente che ha deciso di tornare. Nei momenti di stanchezza e avvilimento cadere nella trappola del: “Succede solo a Napoli” è facile, ma no, non succede solo a Napoli.

Francamente me ne infischio!

“Uè guarda quei due! come so’ curiosi”, risatina, piccola gomitata per attirare l’attenzione di amici, parenti, colleghi, compagni di branco, chiunque possa condividere con noi un momento così divertente. Un chiattone all’orizzonte, che culo! roba da ammazzarsi dalle risate. Se poi gira a maniche corte a dicembre per Napoli, all’occasione anche per Roma o Milano, è ancora più divertente. Il chiattone spesso e volentieri si accompagna a una tipa con almeno dieci chili di sovrappeso, capelli grigi cortissimi, abbigliamento non stravagante ma estraneo a schemi precisi. Anche lei mica tanto normale.

Io e il pancione consorte formiamo una coppia strana e spesso siamo additati per strada dai normali. È giusto così, rompere schemi mentali chiusi ha un prezzo.

Nel mio vicinato, come in ogni vicinato che si rispetti, operano varie cellule dell’Armata Brancaleone del Pettegolezzo, una di queste è molto interessata a me e Sandro. Le Armate Brancaleone del Pettegolezzo hanno composizione eterogenea e schemi di comportamento precisi. Sono un’istituzione antichissima, non ci sono confini geografici, temporali o culturali capaci di fermarle. Le Armate Brancaleone del Pettegolezzo sono flessibili, i membri tendono a partecipare a più cellule dell’Armata contemporaneamente, una per ogni ambiente in cui si muovono: scuola, lavoro, luoghi di vacanza, famiglia, ecc…

Le Armate Brancaleone del Pettegolezzo sono democratiche, aggregative, socializzanti. Persone che normalmente non si frequenterebbero, non si rivolgerebbero la parola, si guarderebbero con sospetto mantenendo le distanze formano cellule unite dalla forza misteriosa e potentissima del pettegolezzo e della malignità. Le Armate Brancaleone del Pettegolezzo sono luoghi creativi, veri e propri laboratori di narrativa fantastica, sfornano racconti precisi, puntuali e dettagliatissimi di vite di persone che non conoscono.

Sandro Quintavalle, Can Piera, Francesca Matilde Ferone sono di spalle. Di fronte a loro il golfo di Napoli. Illustrazione di Sandro Quintavalle

Finalmente

Sono una donna fortunata, mi è capitato di essere oggetto di attenzioni e gentilezze da parte di membri di alcune cellule dell’Armata in varie occasioni e posso affermare, avendone conosciuti molti, che essere membro di una cellula dell’Armata richiede impegno, dedizione e una dura fase di addestramento, unita a un talento naturale. Ci sono schemi, procedure e regole da imparare per poterli replicare all’occorrenza: fondamentali sono la raccolta delle informazioni e la loro elaborazione narrativa. La raccolta informazioni, come ho detto, segue schemi ben precisi, qui parlo di come la cellula operante nel mio vicinato agisce da quando io e Sandro siamo tornati a Napoli ma, con le varianti del caso, il racconto ha valore generale.

Capisco che è iniziata la raccolta informazioni, le informazioni vanno aggiornate se possibile, quando, improvvisamente, persone che normalmente non mi salutano, mi guardano dall’alto in basso, rispondono con fastidio al mio saluto, quando rispondono, iniziano a salutare con sorridente cortesia. Queste persone in tempi normali sono infastidite da un mio saluto pubblico, se oso salutarle quando sono in compagnia di loro pari, ovviamente, non rispondono. Salutandole quando sono in compagnia di loro pari infrango la famosa regola: “Mi abbasso a salutarti se non mi vede nessuno, ma se sono con i miei pari non osare nemmeno guardarmi”. Se si ha la fortuna di diventare oggetto delle attenzioni dei membri dell’Armata si dovrebbe avere almeno la buona educazione di conoscere le regole di bon ton alla base dei rapporti tra i membri dell’Armata e i fortunati oggetti delle loro narrazioni, e rispettarle.

La regola precedente va di pari passo con seguente: “Io ho tutto il diritto di deriderti quando sono con i miei amici, additarti, parlare male di te usando un tono di voce abbastanza alto in modo che tu possa sentire e capire che parlo di te. Nel farlo ho l’accortezza di non essere mai troppo esplicito/a, nel caso ti venisse in mente di farmi le tue rimostranze ti risponderei che sei pazza/o, ti sbagli, mica parlavamo di te. Ho supporto degli appartenenti alla mia cellula, in caso di necessità appoggerebbero le mie parole. Ricordatelo”.

La regola delle regole, quella che fa andare su tutte le furie gli appartenenti dell’Armata Brancaleone del pettegolezzo quando non viene rispettata è: “Non osare ignorarci, non provare a vivere la tua vita serenamente come se noi non esistessimo e non ci prodigassimo a costruire e raccontare una vita nuova tutta per te, alternativa, piena di avventure. Non osare ridere di noi”.

I membri della cellula dell’Armata Brancaleone del Pettegolezzo che nel mio vicinato hanno creato per me e Sandro una nuova vita, a noi sconosciuta, sono, con ogni evidenza, esseri a noi superiori. La mia, chiara, inferiorità fisica e morale non mi ha permesso di capire subito le regola alla base della nostra pacifica convivenza. Un’altra regola basilare, che avrei l’obbligo di rispettare, per quanto possa apparire contraddittorio, comporta il mio dovere di saluto per prima. Un saluto fantozziano e deferente. E se faccio la brava potrei anche avere un cenno di risposta al mio saluto, me fortunata! Il mio dovere di saluto con risposta a sorpresa è sottolineato da sguardi fissi, tra il derisorio, l’astioso e il supponente, e da una totale mancanza di gentilezza o di un sorriso. Non avendo capito subito il bon ton dell’Armata mi sono guadagnata la fama, meritata, di essere una scostumata superba che non saluta. Me tapina! Sono regole universali, appartengono a tutte le cellule dell’Armata Brancaleone del Pettegolezzo, come posso non averle colte al volo.

La fase migliori amici dà inizio alla raccolta informazioni, è una fase delicata, deve essere condotta con abilità. Un membro dell’Armata Brancaleone del Pettegolezzo avvicina amichevolmente il protagonista della storia che l’Armata sta costruendo e cerca di instaurare un clima cordiale, amichevole. Butta giù domande con indifferenza apparente, se l’interrogato si mostra malleabile le domande diventano sempre più precise e pressanti ma la conversazione non perde mai il clima cordiale che la caratterizza. I membri dell’Armate Brancaleone del Pettegolezzo sono addestrati fin dall’infanzia. Le informazioni raccolte nell’interrogatorio vengono elaborare e adeguare allo schema narrativo del racconto in costruzione.

I protagonisti del racconto nel caso venissero a conoscenza di questa nuova versione delle loro vite non potrebbero non rimanere colpiti dalla qualità della narrazione e commossi dall’impegno messo dai membri dell’Armata per rendere le loro vite, banali e sciape, avventure meravigliose, lontanissime dalla noia del quotidiano e dal grigiore della realtà. Vite romanzesche, piene di elementi di fantasia mischiati, se il lavoro di investigazione è riuscito, alla realtà, che grazie all’elaborazione narrativa degli autori è resa irriconoscibile. Purtroppo in alcuni casi il protagonista del racconto può mostrarsi ostile e l’attività investigativa infruttuosa. Ma i membri dell’Armata sono coriacei, non si fanno fermare da ostacoli così insignificanti, i migliori racconti sono frutto di pura fantasia, privi di qualsiasi appiglio con il reale ma non per questo sono meno diffusi e seguiti, anzi. Le creazioni dell’Armata Brancaleone del Pettegolezzo sono vere e proprie opere d’arte.

La cellula che gentilmente si occupa di me e Sandro è formata da signore bene, e loro familiari vari – con gravi problemi respiratori causati da puzza sotto il naso — portieri e consorti, negozianti di quartiere e personaggi di passaggio. Nessuno dei membri di questa cellula ci conosce se non di vista, con alcuni di loro ci sono stati degli intimissimi Buongiorno e Buonasera, di molti di loro non conosco nemmeno il nome, ma signori miei se volete sapere vita, morte e miracoli di Francesca Matilde Ferone e Sandro Quintavalle andate da uno di questi signori o da una di queste signore e saprete tutto di noi. Scoprirete una vita piena di cose interessanti, una vita che neanche sappiamo di avere.

Ieri, 31 dicembre 2015, in tarda mattinata, io e Sandro abbiamo fatto una passeggiata per il Vomero. Arrivati in piazza abbiamo incrociato una dei membri più attivi della cellula dell’Armata Brancaleone del Pettegolezzo che si occupa di noi e siamo passati davanti a un paio di negozianti da cui non ci forniamo, o non ci forniamo più, sempre molto attivi nella costruzione del racconto della nostra vita. La signora incrociata dopo un periodo di sospensione del saluto ieri ha ripreso questa strana abitudine, io le ho sorriso, risposto cordialmente, e augurato buon anno. La fase raccolta informazioni sta per ricominciare, ci sono stati movimenti poco chiari nella vita mia e di Sandro ultimamente, bisogna indagare. L’Armata ha registrato e inserito questi cambiamenti nel racconto delle nostre vite, l’ha fatto con precisione e dovizia di particolari, ma un po’ di informazioni di prima mano rielaborare secondo il suo stile narrativo aggiungono mordente al racconto.

Continuando a passeggiare ho incrociato anche un paio di vecchie amiche. In un’altra vita ho costruito molti rapporti d’amicizia malati, seguendo sempre lo stesso schema, da cui mi sono staccata a fatica e con molto lavoro su me stessa. Ci ho messo anni, volontà, attenzione, pazienza, dolore a cambiare il mio modo di approcciare le persone ma alla fine ci sto riuscendo.

Lamicizia delle persone che ho incrociato l’ho fortemente desiderata e rincorsa, in un altra vita. Ho scodinzolato, anche in maniera molesta, per anni in cerca della loro attenzione. Volevo la loro amicizia, volevo essere come loro. Da molti anni, ormai, con il sollievo di tutte noi, non ci rivolgiamo neanche il saluto quando ci incontriamo. Conoscendo la sgradevolezza di cui sono capaci le mie amiche so che ogni volta che ci incrociamo un commento sulla grassezza di Sandro e un commento maligno su di me sono d’obbligo. Il reciproco sollievo per lo scampato pericolo di un saluto sgradito a tutte noi chiude i nostri sporadici incontri.

La verità, per quanto brutta, la devo ammettere onestamente, soprattutto a me stessa: per anni a ‘sta povera gente ho veramente frantumato i coglioni inventandomi, cercando disperatamente, un’amicizia mai esistita e da loro mai voluta. Volevo attenzione e affetto e ho usato le varie disgrazie che mi capitavano per averli. Mai avuti, ovviamente. Per qualche tempo ho ottenuto sopportazione e pena. È una cosa bella? Certo che no, ma è una cosa comune se ci si sente soli, fragili, impauriti e spaventati. Voltare lo sguardo da un’altra parte non cambia il passato.

Ho passato molti anni a crogiolarmi nella sensazione di sfortuna, nella paura, nella rabbia, nel rancore, nella superstizione. La mia vita è cambiata quando ho deciso di cambiare io e il mio modo di stare al mondo. I rapporti umani sono ruoli. Ognuno di noi sceglie il suo ruolo, lo fa inconsciamente di solito, in base a come si vede, a come vede gli altri, a come vede il mondo. Le persone attorno a noi a loro volta ci affidano dei ruoli ben precisi nelle loro vite in base a come ci vedono, si vedono e vedono il mondo. Se il nostro sguardo su di noi, sul mondo e sugli altri cambia cambia anche il ruolo che ci diamo. Di solito, quando all’interno di rapporti interpersonali i ruoli sono ben precisi, statici, fermi, rassicuranti, strutturati, i cambiamenti di ruolo non sono ben accetti.

Gli incontri di ieri mi hanno fatto riflettere sui miei cambiamenti e su come determinati ruoli, che mi ero costruita, inconsciamente, su misura, crescendo, cambiando, andando avanti, non mi appartengono più.

L’Armata Brancaleone del Pettegolezzo prende molto sul serio il suo ruolo sociale: spalmatrice di racconti fantasiosi e dettagliati di vite a lei sconosciute. In altri momenti della mia vita gente così mi ha ferita moltissimo, mi ha fatto paura, mi ha fatto sentire schiacciata. Il loro modo di vedermi e raccontarmi mi sembrava giusto. Ero molto più fragile, avevo un bisogno disperato di affetto e approvazione, ero più debole e isolata.

Le amiche incrociate ieri hanno avuto un ruolo importante nella mia vita per anni. Ho imposto a lungo la mia presenza nelle loro vite, farne parte mi faceva sentire più sicura. Ho costruito quasi tutti i miei rapporti d’amicizia in passato su queste basi. Alcuni rapporti con gli anni si sono evoluti in rapporti reali, affetti sinceri, tra persone adulte, alla pari. Altri sono andati in frantumi senza dolore o danno. Alcuni sembravano rinati su basi più mature ma il mio cambiamento come essere umano, la mia volontà di avere un rapporto sincero e paritario, un nuovo ruolo, si è infranta contro la nostalgia e il bisogno di ricostruire la nostra amicizia sulle stesse basi, rispettando gli stessi ruoli e modelli del passato. Ieri incontrare le mie amiche è stato importante, mi ha ricordato da dove vengo.

Essere parte di un gruppo che mi appariva figo e dominante mi faceva sentire meno isolata, meno attaccabile. Incrociando ieri la tipa — gregaria di un’ape regina – membro della cellula dell’Armata Brancaleone del Pettegolezzo a noi interessata ho provato non paura ma repulsione. Il saluto fintamente gentile, il suo sguardo stupido e feroce erano roba già vista, stantia. I due commercianti di cui abbiamo incrociato lo sguardo, a loro volta membri della cellula e da cui si servono i loro commilitoni, erano pronti a salutare con aria cordialmente servile i loro commilitoni: clienti di riguardo. Uno di loro ha chiamato la cara signora, sua cliente e commilitona, mentre passava avanti al suo negozio, e le ha fatto dei calorosissimi auguri di buon anno. È stata una scena interessante da osservare, metteva in luce chiaramente le dinamiche di gruppo. Dopo il fastidio iniziale l’intreccio di incontri mi ha fatto ridere, poi riflettere.

Io e Sandro siamo le prede ideali per le varie cellule dell’Armata Brancaleone del Pettegolezzo: abbiamo un aspetto fuori dagli schemi, soprattutto Sandro ha un aspetto che attira la derisione e la cattiveria gratuita dei normali. Viviamo una vita molto tranquilla costruendo giorno dopo giorno, con lavoro, fatica, pazienza, determinazione, studio, serietà, una vita familiare e lavorativa che ci somiglia ma completamente fuori gli schemi prestabiliti dei normali. I normali, generalmente, non accettano tutto quello che vive fuori le ristrette mura della loro visione del mondo e tendono ad attaccarlo, a distruggerlo.

Io e Sandro non possiamo impedire alle varie cellule di Armata Brancaleone del Pettegolezzo di inventare la nostra vita, non possiamo impedire la scortesia gratuita né la stupidità, ma possiamo ignorarli. Nei momenti di difficoltà e stanchezza è più difficile ma non impossibile.

La fine di un anno e l’inizio di un nuovo anno di solito sono un momento di passaggio simbolico, la vita poi prosegue sui soliti binari. Il passaggio tra il 2015 e il 2016 per me e Sandro rappresenta un cambiamento reale. Dobbiamo diventare grandi a 50 anni, prenderci responsabilità, fare attenzione a cose per cui non ci sentiamo portati. È il prezzo da pagare per aver raggiunto delle mete. La nostra nuova avventura incomincia con l’inizio del 2016, è una meta e un punto di partenza, richiede impegno, lucidità, concentrazione. Non abbiamo tempo per le sciocchezze e per gli idioti.

Negli anni ho imparato a selezionare le persone da fare entrare nella mia vita, sono diventata intransigente ed esigente. I portatori di cattiveria gratuita e mancanza di rispetto, chi tenta di approfittare delle mie debolezze e fragilità lo allontano senza rimpianti o sensi di colpa. Non tollero l’invidia mal celata dietro la denigrazione gratuita. Non tollero i tentativi di svilire lavoro e scelte altrui, anche molto difficili e faticose, fatti con la subdola volontà di riportare i rapporti e le persone a vecchi ruoli. Non tollero l’arroganza mascherata da consiglio saggio.  In questi ultimi anni mi sono guadagnata la fama di ingrata, la vivo con leggerezza, meglio ingrata che burattino costretto a ripetere lo stesso spettacolo per mantenere inalterate le visioni altrui del mondo e delle persone o fare da valvola di sfogo per l’insoddisfazione altrui.

Oggi è una giornata attivissima e pigra, scrivere questo post non è stato facile. Ogni volta che scrivo un post mi espongo sapendo che forse l’1% dei lettori coglierà quello che dico nella sua interezza, ed è una stima al rialzo. Ma scrivere e buttare fuori mi disintossica. Paure, insicurezze, angosce, ansie smettono di navigare sotto pelle, mentre scrivo prendono forma concreta, le vedo con chiarezza. Le depongo sullo schermo del computer e le lascio andare per il mondo. Continuano ad appartenermi senza dominarmi.

Ho passato questo primo giorno del 2016 scrivendo, è stato duro e liberatorio. È stato indispensabile per la mia serenità. Per il nuovo anno non faccio nessun buon proposito, ho già troppi impegni emotivi e concreti da rispettare ogni giorno, i buon propositi sono di troppo.

Buon Anno! Buon 2016

Ognuno ha i suoi ricordi. Ciao Giancarlo

Il 23 settembre 1985 avevo 18 anni, compiuti da poco più di un mese, pesavo quasi 100 chili, avevo cambiato scuola perché ero stata bocciata dopo essere stata rimandata a settembre: filosofia, promossa; fisica e chimica, bocciata. Facevo il liceo classico eh! Quel pomeriggio l’avevo passato in libreria con mia zia per comprare i libri scolastici, immagino di aver litigato con mia madre, come sempre in quel periodo, e verso le 21,00 ero davanti alla televisione.

Una serata normale in un periodo di merda.

Se hai 18 anni, pesi 100 chili e sei piena di brufoli non hai molti ragazzi dietro, allora sogni, prendi cotte improbabili e fantastichi, anche, su ragazzi fighi che abitano dalle tue parti. Nel palazzo di fronte al mio abitava un ragazzo magro, alto, bruno, capelli un po’ lunghi e occhiali, molto carino e con un’aria simpatica. Aveva otto anni più di me, questo l’ho scoperto dopo, e aveva una specie di geep decapottabile verde. Quel ragazzo mi piaceva da morire, non ci conoscevamo, non ci eravamo mai parlati, non sapevo il suo nome. Non che abbia mai avuto una cotta per lui ma decisamente mi piaceva.

Asso di bastoni e asso di cuori. Illustrazione di Sandro Quintavalle

Bastoni, cuori: scegli la carta, o rimani a guardare

Ci sono giornate di merda in periodi di merda così uguali a se stesse che passano senza lasciare traccia, il 23 settembre 1985 non è una di quelle giornate.

Uno, due, tre, quattro – oggi ho letto 10, non so se sia vero – spari, spari, spari; la corsa in camera di mia madre, le sue urla rivolte a me e mio fratello: “Allontanatevi dalla finestra, non vi affacciate, sparano!”

Io abito ai confini tra Vomero e Arenella, zona bene, io abito in un viale di professionisti, io non abito dove si spara. E invece è un’illusione, sparano.

Dal mio viale, che viale non è ma strada privata, iniziano delle scale che portano alla fermata della metropolitana di Salvator Rosa, sono aperte da circa 12-13 anni, da quando è in funzione la metropolitana collinare. 30 anni fa la metropolitana era in costruzione e dove iniziano le scale c’era un muro. Se passate da via Romaniello, andando a prendere o uscendo dalla metropolitana, poco prima dell’imbocco delle scale, o appena ne uscite, incrociate un palazzo, sotto quel palazzo ci sono dei posti auto, sul muro del palazzo, davanti il primo posto auto, c’è una targa alla memoria di un ragazzo.

La corsa mia e di mio fratello in camera di mia madre, le sue urla, gli spari. Dopo un po’ ci affacciamo: un’ambulanza, polizia, gente affacciata, gente giù. C’è una macchina parcheggiata sotto il palazzo di fronte, dentro, al posto del guidatore, c’è un corpo riverso, è una geep decapottabile, la capotte è aperta.

La fine del mondo, e lì è finito un mondo.

Ci sono giornate di merda in periodi di merda che si perdono nella nebbia della normalità e giornate dove il mondo cambia. La sera del 23 settembre 1985 un ragazzo molto carino, dall’aria simpatica, con una macchina figa è stato ucciso. Aveva compiuto 26 anni da pochi giorni, era un giornalista de Il Mattino di Napoli, si occupava di camorra, scriveva articoli che non piacevano ai boss, non aveva protezioni, non era assunto dal giornale. Quel ragazzo si chiamava Giancarlo Siani.

Tutte le informazioni su quel ragazzo le ho sapute dopo, da gente del palazzo, dal portiere, dai giornali, dalla televisione. Fino a quella sera, a quegli spari, per me era una ragazzo carino, che mi piaceva molto, con una macchina figa, di cui non sapevo il nome.

Oggi è il 23 settembre 2015, sono passati 30 anni, in questa città, bellissima e durissima si continua a sparare, soprattutto in alcune zone. Si continua a vivere, si continua a morire, molti muoiono ammazzati, meno di prima in verità. A Napoli c’è degrado e c’è lavoro onesto, persone perbene. C’è chi parte, c’è chi rimane, c’è chi torna. C’è chi distrugge e c’è chi ostinatamente costruisce o ricostruisce. C’è chi vive indifferente a tutto, pensando ai fatti suoi, spesso lamentandosi. In questa città c’è gente di merda, persone splendide, e una maggioranza di ignavi.

Da questa città sono stata lontana 18 anni, in questa città ho scelto di tornare. In questa città ho incrociato per anni, tornando a casa o uscendo, un ragazzo carino, più grande di me, che mi piaceva. Quel ragazzo è stato ucciso nella sua macchina, sotto casa sua, mentre parcheggiava, una sera di settembre come tante, 30 anni fa. Quel ragazzo è diventato un simbolo, da usare, spesso e volentieri, a proprio piacimento.

Io ricordo un bel ragazzo dall’aria simpatica e con una macchina figa, quel ragazzo mi piaceva molto. Ciao Giancarlo, dal 23 settembre 1985 so il tuo nome.
P.S. Nel post c’è un’inesattezza: dico che la capotte era aperta. Dopo aver messo on line questo mio ricordo mi è capitato di vedere foto di quella sera, la capotte  era  chiusa. Ho deciso di lasciare il post intatto perché nel mio ricordo è aperta. La memoria fa brutti scherzi, devo aver fissato insieme al ricordo di quella sera, immagini viste dopo e creato un ricordo mio, una mia immagine mentale. Lo facciamo tutti, è una cosa naturale. Forse la capotte  è stata aperta in un secondo momento da chi è intervenuto quella sera, ma questa è solo un’ipotesi senza fondamento. Questo non è un articolo di cronaca, è un mio personalissimo ricordo, per questo lascio l’inesattezza evidenziandola.

N.B. Oggi, 23 settembre 2016, sul muro di fianco al posto dove Giancarlo Siani parcheggiò la macchina quella sera, e subito dopo venne ucciso, è stato inaugurato un murales che lo ricorda. Se passate per questa stradina fermatevi a guardarlo, leggete le parole che ci sono scritte. Parlano di un ragazzo e di quello in cui credeva.

Amma arrivà fin’ ‘o bass Lazio

— Amma arrivà fin ‘o bass Lazio.

—Pe’ me putit arrivà fin’ ‘a Svizzera, nun me pass manc pa capa.

Nella terza puntata di Gli effetti di GOMORRA LA SERIE sulla gente di The Jackal c’è questo dialogo esilarante; la famiglia Quintavalle-Ferone Ferone-Quintavalle quest’estate ha seguito il consiglio di The Jackal e ha girato la Campania arrivando fin ‘o bass Lazio.

La conquista di una Campania a noi sconosciuta, o dimenticata, è durata circa due settimane: un susseguirsi di luoghi, persone, scoperte. Abbiamo preso atto del fatto che abbiamo girato tanto lontano da casa e conosciamo poco la nostra casa — Napoli — e i luoghi che la circondano.

La mucca che ci guarda esterrefatta sul monte Mottola; il Turismo rurale Le Grazie a Piaggine dove abbiamo soggiornato quattro giorni; le Gole del Calore; il ristorante L’Occhiano a Felitto; il concerto di Noa a Laurino, e averla come vicina di stanza al Turismo Rurale Le Grazie; Roscigno Vecchia;  il centro storico di Piaggine; l’escursione sul Monte Cervati; il centro storico di Laurino; la passeggiata sulle rive del fiume Calore Lucano e i piedi immersi nelle sue acque pulite e gelide; il Caseificio Luise di Castel Volturno e il sapore della sua mozzarella immutato dopo 40 anni che porta alla luce ricordi bellissimi; Caserta Vecchia; il belvedere di San Leucio, la sua fabrica di seta e il suo sistema sociale; il ristorante Antica Locanda di San Leucio; la Certosa di Padula; Cusano Mutri (Benevento) e il pane integrale spettacolare del ristorante-panetteria Antichi Sapori, ma anche il resto meritava; il borgo antico di San Felice al Circeo e la passeggiata coi cani sul monte Circeo, sì i cani: Piera e Arturo; l’Abbazia di Fossanova; la Reggia di Caserta; l’agriturismo Le Campestre di Castel di Sasso (Caserta). Ecco la nostra estate.

Francesca Matilde Ferone mette bandierine a forma di mutandoni in tutti i luoghi visitati della Campania. Illustrazione di Sandro Quintavalle

Celo, celo, celo, manca

Vacanza costruita giorno per giorno, inaspettata e nata per caso. Il supporto di internet c’è stato fondamentale per scegliere dove dormire, i luoghi da visitare, dove mangiare. Il navigatore ha avuto un ruolo fondamentale nel farci perdere, trovare la strada più lunga e difficile, finire in posti, anche molto belli, ma ben distanti dalla nostra destinazione.

Prenda il lettore le pagine che seguono come sfida e invito. Faccia il proprio viaggio secondo un proprio progetto, presti minimo ascolto alla facilità degli itinerari comodi e frequentati, accetti di sbagliare strada e di tornare indietro, o, al contrario, perseveri fino a inventare inusuali vie d’uscita verso il mondo. Non potrà fare miglior viaggio. E, se sarà sollecitato dalla propria sensibilità, registri a sua volta quel che ha visto e sentito, quel che ha detto e sentito dire. Insomma, prenda questo libro come esempio, mai come modello. La felicità, che il lettore lo sappia, ha molte facce. Viaggiare, probabilmente, è una di queste. Affidi i fiori a chi sappia badarvi, e cominci. O ricominci. Nessun viaggio è definitivo […]

[…] Il viaggio non finisce mai. Solo i viaggiatori finiscono. E anche loro possono prolungarsi in memoria, in ricordo, in narrazione. Quando il viaggiatore si è seduto sulla sabbia della spiaggia e ha detto: “Non c’è altro da vedere”, sapeva che non era vero. Bisogna vedere quel che non si è visto, vedere di nuovo quel che si è già visto, vedere in primavera quel che si è visto in estate, vedere di giorno quel che si è visto di notte, con il sole dove la prima volta pioveva, vedere le messi verdi, il frutto maturo, la pietra che ha cambiato posto, l’ombra che non c’era. Bisogna ritornare sui passi già dati, per ripeterli, e per tracciarvi a fianco nuovi cammini. Bisogna ricominciare il viaggio. Sempre. Il viaggiatore ritorna subito.

Viaggio in Portogallo Josè Saramago

Adoro l’incipit di Viaggio in Portogallo di Josè Saramago, quando cercavo un nome per la linea di ornamenti per il corpo che realizzo mi è capitato di rileggerlo: nei miei pensieri le Sculture da Viaggio di Bruno Munari si sono fuse con le parole di Josè Saramago dando alla luce Piccole Sculture da Viaggio.

I viaggi miei e di Sandro sono sempre stati un procedere a caso, alcune volte c’era un punto fisso da cui partire e dove tornare ogni sera, altre volte ci siamo spostati secondo l’umore. La macchina è il nostro mezzo di trasporto preferito, quello che ci rende liberi e ci permette di scoprire luoghi ameni, fuori mano. Per me la macchina è una conquista, ne ho già parlato in Elogio della mia lentezza. Guidare diverse ore al giorno, spesso per strade sterrate, di montagna, di campagna, perdermi, è stata la caratteristica dei viaggi in Francia: Bretagna, Alsazia, Costa Azzurra, Ain, Provenza. Una casa affittata, dal circuito Gites de France, in un posto bellissimo decisamente fuori mano, tranne in Alsazia, lì la casa era al centro di un paesino splendido, da cui muoverci ogni giorno, guidare tanto, scoprire posti cercando di evitare quelli più turistici.

La nostra scoperta della Campania ha seguito la falsariga delle nostre vacanze francesi, il Turismo rurale Le Grazie di Piaggine e la casa di Napoli sono stati i Gites da cui partire la mattina e a cui tornare la sera, la macchina è la stessa di tutti i nostri viaggi più recenti, l’equipaggio a bordo invariato, io, Sandro il pancione consorte, can Piera.

“Sembra di essere in Francia” è una frase che abbiamo detto spesso girando nel Cilento interno, in una provincia di Caserta a noi sconosciuta e lontana dal nostro immaginario fatto di distruzione del territorio, abusivismo e brutture varie, scivolando nel beneventano. La nostra Francia è piena di verde, di paesini antichi ben tenuti, di posti bellissimi dove non ti immagini di trovarli. La Campania che abbiamo scoperto è fatta di tutto questo.

Non sono una grande fan di Tripadvisor ma spesso si rivela utile, con Sandro lo usiamo seguendo le nostre regole: se ci sono molti commenti buoni e pochi cattivi leggiamo prima quelli cattivi e poi quelli buoni, quelli cattivi spesso sono surreali. Quest’estate grazie a questa tecnica abbiamo scoperto il Turismo rurale Le Grazie di Piaggine, il ristorante L’Occhiano di Felitto, l’agriturismo La Campestre di Castel di Sasso. Ognuno di questi posti ha commenti eccellenti e noi ci uniamo a quei commenti anche se su Tripadivisor non abbiamo scritto niente, riproponendoci di farlo prima o poi. Come al solito non lo faremo per pigrizia. L’Antica Locanda a San Leucio l’abbiamo scoperta per caso, anche questa gran bella scoperta, era lì, vicino l’ingresso dell’antico borgo di San Leucio, era aperta a pranzo il 16 agosto quasi alle 15,00 e noi avevamo fame; siamo entrati e abbiamo mangiato benissimo. Anche per questa, a posteriori, il metodo Tripadvisor Quintavalle-Ferone Ferone-Quintavalle si è rivelato esatto.

Agosto è iniziato con una badilata sui denti, e la nostra vacanza per certi versi è stata la nostra reazione all’accaduto. Gironzolando su internet mi sono trovata per caso sul profilo del Turismo rurale Le Grazie di Piaggine su Booking.com, dalle foto sembrava il posto che cercavo, la realtà si è rivelata identica alle foto, anche meglio. Ho controllato se ci fosse ancora posto per i giorni successivi, era il 7 agosto, c’era; sono andata visitare il loro profilo su Tripadvisor, commenti entusiasti, tranne pochissimi sinceramente insignificanti. Sembrava troppo bello per essere vero. La mattina dopo ho telefonato al proprietario chiedendo se accettavano cani e chiedendo conferma della disponibilità, e abbiamo prenotato. Preferisco prenotare e pagare direttamente senza intermediazione.

Perdersi, rendersi conto che il navigatore in determinati posti è meglio spegnerlo, farsi entrare bene in mente che spesso i posti belli sono raggiungibili per strade strette, di montagna o di campagna, sterrate o altro. Quando andando a Piaggine ci siamo ritrovati a svalicare il monte Mottola ho bestemmiato molto, ma avevo l’allenamento: 15 giorni nell’Ain, una bellissima regione della Francia del sud, selvaggia, montuosa, con strade sterrate, di montagna, strette, strade che portavano in posti bellissimi, mi avevano svezzata alla guida non in condizioni ottimali. La Bretagna, quella che abbiamo visitato noi, meno turistica, più nascosta, l’Alsazia, la Costa Azzurra vissuta avendo come punto di partenza una deliziosa casetta di Gorbio, piccolo borgo medioevale sopra Mentone che i francesi, che fessi non sono, hanno deciso di  restituire a nuova vita. A Gorbio non si costruiscono nuove case, se compri casa lì compri una casa antica, un rudere, e hai l’obbligo di ristrutturarla secondo parametri rigidissimi. Un borgo medievale sta riprendendo vita. Gorbio è sul pizzo di una montagna e anche per arrivare lì il navigatore ha deciso di farci fare la strada più impervia, una mulattiera. E se sul monte Mottola è stata una mucca a guardarci perplessa su quella mulattiera sulla collina tra Montecarlo e Mentone sono stati un asino e un cane da pastore a fissarci con sguardo incredulo.

Parliamoci chiaramente per me e il pancione consorte il Cilento fino a quest’estate significava mare, un mare che Sandro conosce poco e io non conosco affatto. Il Cilento interno? e che è? È un posto bellissimo.

Verde, verde, verde, io cercavo posti poco affollati, pieni di verde, con gente gentile, dove mangiare bene, camminare, sentirmi serena e li ho trovati.

Confusa e felice è il titolo di uno dei primi album di Carmen Consoli, ecco se lei si sentiva confusa e felice io quest’estate, non solo nel Cilento, mi sono sentita incredula e ignorante. Non ero l’unica. Se io e Sandro ci siamo sentiti come ci siamo sentiti per anni in Francia molti ospiti del Turismo rurale Le Grazie, clienti de L’Occhiano, escursionisti alle Gole del Calore, visitatori di Roscigno vecchia, si sentivano come in Toscana, in Umbria, in Trentino.

Francia, Toscana, Umbria, Trentino, e quant’altro, invece no: Campania. Sto diventando campanilista, mi piacerebbe se tra qualche anno in Francia, in Toscana, in Umbria, in Trentino, i turisti e i viaggiatori dicessero: “Sembra di stare in Campania”.

Persone che vogliono rimanere nella terra dove sono nate e cresciute, non per ottusità o chiusura mentale, ma perché la conoscono, la amano, ne riconoscono le potenzialità; persone che vedono con chiarezza le potenzialità turistiche dei luoghi dove vivono, vedono con chiarezza il pericolo di un turismo di massa, persone che voglio strade aggiustate ma non superstrade o autostrade, l’accesso difficoltoso ai luoghi li tutela.

Il cibo, il territorio, le coltivazioni e i metodi di coltivazione, gli animali al pascolo, un mondo, un mondo che unisce il Cilento, al Sannio, alla provincia di Caserta, un mondo antico e modernissimo. Superare rivalità ataviche tra paese e paese, tra frazione e frazione non è facile, decidere di rimanere nella propria terra invece di andare a costruirsi un futuro dove ci dicono la vita sia più facile è difficile assai, tornare, tornare a casa, può essere durissimo e meraviglioso contemporaneamente.

La storia dell’agriturismo Le Campestre è una storia di ritorni, ritorno di una famiglia dal Belgio alla sua terra, ritorno alla produzione di un formaggio dimenticato: il conciato romano. La famiglia Lombardi, proprietari dell’agriturismo, ha ricominciato a produrre questo formaggio, tipico della zona, la cui produzione era stata abbandonata. Castel di Sasso provincia di Caserta, io per ignoranza, fino a un mese fa a sentir parlare di provincia di Caserta storcevo il naso, uscire dall’autostrada a Caianello per andare a Cusano Mutri o a Santa Maria Capua Vetere per andare a Castel di Sasso, guidare circondata da paesaggi bellissimi e inaspettati mi ha evidenziato che pregiudizi e ignoranza, i miei in questo caso, chiudono le prospettive, rendono i propri mondi personali spazi angusti e ristretti.

La breccia creata quest’estate nei miei spazi angusti e ristretti mi ha portato a mangiare cose buone, coltivate, allevate, cucinate con cura, mi ha fatto conoscere posti e persone, mi ha confermato che tutto parte dalla propria testa, dal proprio modo di vedere il mondo e se stessi, che la calma è la virtù dei forti non è un luogo comune: io che soffro di vertigini grazie alla calma mantenuta ho fatto una splendida escursione sul monte Cervati, guidati da Michele il figlio del proprietario del Turismo rurale Le Grazie. Michele è stata una guida perfetta, quando mi ha vista in difficoltà in punti del percorso particolarmente difficili per me mi ha fatto sentire a mio agio, mi ha dato il tempo di calmarmi, riprendere possesso della mia mente e del mio corpo annebbiati dalla paura e di andare avanti con i miei tempi. Eh sì, avere a fianco persone che ci incoraggiano e non approfittano o ridicolizzano le nostre paure e debolezze è fondamentale. La calma mantenuta su strade strette, spesso sterrate, di montagna — la scritta Statevi accorti che non ci stanno i parapetti, ok la scritta non è riportata letteralmente il significato però quello è e l’ansia che crea anche — è frutto della capacità che ho acquisito nel tempo, e continuo ad acquisire, di dominare pensieri, paure, emozioni negative.

Un’estate in cui i ricordi sono diventati riscoperte: la mozzarella del Caseificio Luise a Castelvolturno, l’Abbazia di Fossanova, il Circeo.

La mozzarella del Caseificio Luise è uno dei ricordi più belli della mia infanzia: quando abbiamo comprato la casa a Baia Verde non c’era acqua potabile, per molti anni la situazione è rimasta la stessa, mio padre una o due volte a settimana andava a Castelvolturno a riempire le taniche di acqua potabile, spesso l’operazione acqua da bere diventava l’occasione per la sosta da Luise; Luise era dove è adesso, sulla Domiziana, andando verso Castelvolturno, allora era molto più piccolo, aveva l’ingresso direttamente sulla strada e sulla porta c’era una di quelle tende composte da strisce di plastica colorate. Quando nell’operazione acqua era coinvolta tutta la famiglia Ferone papà scendeva dalla macchina, entrava nel caseificio e ne usciva con due buste, una contenete le mozzarelle grandi per la cena, mai meno di un chilo, e una più o meno dello stesso peso piena di bocconcini di mozzarella da consumare subito, in macchina, come merenda. I cinque famelici membri della famiglia Ferone: io, mio fratello, mio padre, mia madre, e finché ha potuto zia Maria, la zia di mio padre proprietaria dei mutandoni che hanno reso felice parte della mia infanzia e regalato il titolo a questo blog, erano gente serie, gente che di mozzarella se ne intende, i bocconcini di mozzarella di Luise non sono hanno mai visto Castelvolturno paese, sono sempre stati fatti fuori molto prima.

Quest’estate questo ricordo mi è tornato in mente, Sandro ha fatto una ricerca su internet e ha scoperto che il Caseificio Luise era sempre lì, ingrandito e con un sito web da cui vende mozzarella in ogni dove. La mattina di Ferragosto abbiamo telefonato e appurato che erano aperti anche quel giorno siamo andati a procacciarci il pranzo di Ferragosto, il più buono da anni, mozzarella, solo mozzarella, buonissima. I bocconcini erano finiti, siamo tornati altre volte a prenderli. A pranzo ho fatto assaggiare la mozzarella prima a Sandro, lui non aveva mai mangiato la mozzarella di Luise prima ma una mozzarella buona la sa riconoscere — avevo paura che un bel ricordo si trasformasse in un brutto presente — la faccia estasiata di Sandro masticando la mozzarella mi ha rassicurata. Baia Verde, Castelvolturno, quei luoghi della mia infanzia ormai sono posti degradati, brutti, deturpati, la mozzarella no, la mozzarella di Luise ha retto gli anni che passano, e in quei luoghi gli anni sono passati come bulldozer impazziti che distruggono tutto e tutti; ma qualcosa ha retto, il Caseificio Luise ha retto, e forse, anzi sicuramente, altre realtà eccellenti si nascondono in quei luoghi, in attesa di essere scoperte.

A San Felice al Circeo e al suo  borgo antico sono legati molti ricordi della mia infanzia e preadolescenza, all’Abbazia di Fossanova è legato un ricordo di quel periodo, che mi fa capire come cose che al momento ci sembra di vivere malissimo in realtà ci fanno stare bene. La rassegna di musica mozardiana all’Abbazia di Fossanova non so se si è tenuta un solo anno o si è ripetuta più anni, so che al momento l’ho odiata, mi portava via tempo di mare e tempo di gioco. Il martedì pomeriggio, se non erro, si usciva verso le quattro e si partiva da casa di zia al Circeo per andare ad ascoltare Mozart, non lui in persona eh, all’Abbazia di Fossanova, il gruppo d’ascolto era composto da me, mio fratello e mia zia, forse qualche amica di zia non ricordo. Come le ho detto quest’estate, con profondo affetto, odiavo mia zia e odiavo quel posto durante quelle escursioni estive ad ascoltare una musica che mi annoiava a morte. La mente umana è strana, e la mia è strana forte, una delle cose più noiose della mia vita si è trasformata in un ricordo meraviglioso. Dopo averci pensato su credo di aver trovato la soluzione al mistero: è vero che andando a sentire il concerto a Fossanova zia ci privava di mare e di gioco ma la bellezza dell’abbazia, il fresco che trasudava dai quei muri in caldi pomeriggi estivi, quella musica a me estranea, in realtà mi regalavano una grande serenità.

Non tornavo al Circeo da anni e quest’anno siamo tornati a trovare zia, abbiamo trascorso due giorni sereni, al ritorno ci siamo fermati all’Abbazia di Fossanova, ristrutturata e ancora più bella di quanto la ricordassi; eh sì!: simm arrivar fin ‘o bass Lazio.

Da Napoli abbiamo fatto spedizioni giornaliere, in luoghi conosciuti come Casertavecchia e la Reggia di Caserta, dove non tornavo da anni, sconosciuti come Cusano Mutri, rinomati ma mai visti come la Certosa di Padula, il Belvedere di San Leucio, il borgo antico e la fabbrica di seta.

Ordine, ci vuole ordine, una cosa alla volta; vediamo di far procedere ‘sto racconto con un senso compiuto.

A Casertavecchia ero stata di sera a mangiare un paio di volte con amici, una volta tantissimi anni fa con mio padre e il resto della famiglia. Ritornandoci l’ho trovata  bella ma troppo turistica per i miei gusti. E al bar in piazza sono antipatici: no ecco se mi siedo, prendo un caffè e una bottiglia d’acqua, ti prendi quattro euro, ti lascio 1 euro di mancia, sto seduta al massimo 15 minuti e poi ti chiedo di cambiarmi in monete cinque euro, il bar è pieno, e mi dici di non avere spiccioli, diventi subito vincitore del premio Col cavolo mi vedi più mentecatto. Casertavecchia è bella ma non ci appartiene, la cosa più bella del tempo trascorso lì è stata guardare il cane che giocava a calcio con i bambini del posto.

Il Belvedere di San Leucio e la fabbrica di seta sono belli, belli. Lì abbiamo incontrato un guida preparata ed entusiasta e un uomo triste assai che ha deciso di manifestare la sua furbizia risparmiando i 2 euro della guida dato che gli altri componenti del gruppo avevano già raggiunto e superato il prezzo da lei richiesto per la visita. I soldi raccolti, anche se erano un po’ in più, li abbiamo dati tutti a questa ragazza simpatica e preparata, e dato che esistono esseri brutti al mondo e persone belle una signora del gruppo alla fine della visita presa dall’entusiasmo le ha dato altri soldi in regalo, perché li meritava tutti. Io e il pancione siamo esseri mediocri e abbiamo contribuito solo con la nostra quota.

A San Leucio ho pianto, guardando la fabbrica, ascoltando la guida e scoprendo l’esperimento sociale fatto in quel luogo, perfettamente riuscito, dai Borbone. Dalla pagina di Wikimedia su San Leucio riporto alcune note sull’organizzazione della Real Colonia di San Leucio, pregherei di notare la modernità dell’organizzazione leuciana e come nel 2015 stiamo correndo indietro. Se notate una certa vena polemica accade perché c’è una certa vena polemica.

Il re Carlo di Borbone, consigliato dal ministro Bernardo Tanucci, pensò di inviare i giovani in Francia ad apprendere l’arte della tessitura, per poi lavorare negli stabilimenti reali. Licenziato Tanucci nel 1776, gli subentrò Domenico Caracciolo che diede grande impulso alla colonia. Fu così costituita nel 1778, su progetto dell’architetto Francesco Collecini, una comunità nota come Real Colonia di San Leucio, basata su norme proprie. Alle maestranze locali si aggiunsero subito anche artigiani francesi, genovesi, piemontesi e messinesi che si stabilirono a San Leucio richiamati dai molti benefici di cui usufruivano gli operai delle seterie.

Ai lavoratori delle seterie era, infatti, assegnata una casa all’interno della colonia, ed era, inoltre, prevista per i figli l’istruzione gratuita potendo beneficiare, difatti, della prima scuola dell’obbligo d’Italia che iniziava fin da 6 anni e che comprendeva le materie tradizionali quali la matematica, la letteratura, il catechismo, la geografia, l’economia domestica per le donne e gli esercizi ginnici per i maschi. I figli erano ammessi al lavoro a 15 anni, con turni regolari per tutti, ma con un orario ridotto rispetto al resto d’Europa. Le abitazioni furono progettate tenendo presente tutte le regole urbanistiche dell’epoca, per far sì che durassero nel tempo (abitate tuttora) e fin dall’inizio furono dotate di acqua corrente e servizi igienici.

Per contrarre matrimonio gli uomini e le donne, compiuti rispettivamente almeno 20 e 16 anni, dovevano dimostrare di aver conseguito uno speciale “diploma al merito” concesso dai Direttori dei Mestieri. I matrimoni si svolgevano il giorno di Pentecoste con una celebrazione particolare: a ogni coppia era assegnato un mazzo di rose, bianche per gli uomini e rosa per le donne, fuori la chiesa li aspettavano gli anziani del villaggio, di fronte ai quali le coppie si scambiavano i mazzi di fiori come promessa di matrimonio. Ciascuno era libero di lasciare la colonia quando voleva, ma, data la natura produttiva del luogo, si cercava di inibire tali eventualità, ad es., facendo divieto di ritorno in colonia oppure riducendo al minimo le liquidazioni.

La produttività era garantita da un bonus in danaro che gli operai ricevevano in base al livello di perizia che avevano raggiunto. La proprietà privata era tutelata, ma erano abolite le doti e i testamenti. I beni del marito deceduto passavano alla vedova e da questa al “Monte degli orfani”, cioè la cassa comune gestita da un prelato che serviva al mantenimento dei meno fortunati. Le questioni personali erano giudicate dall’Assise degli Anziani, cd. seniores, che avevano raggiunto i massimi livelli di benemerenza ed erano di nomina elettiva. I seniores monitoravano anche la qualità igienica delle abitazioni e potevano deliberare sanzioni disciplinari nonché espulsioni dalla colonia

Come ho detto all’inizio prima di salire sul belvedere in una traversina della piazza dove inizia la Real Colonia di San Leucio trovate L’Antica Locanda, un ristorante piccolo, ben curato, con un cuoco e un proprietario simpatici assai, dove ho mangiato un risotto alla pescatora spettacolare, del baccalà fritto che non ve lo dico proprio e un antipasto di crudo di mare serio, sì davvero serio. Fanno anche piatti a base di carne e verdure e ci torneremo per informare il mondo su come se la cavano con quelli ‘sti ragazzuoli.

Della Reggia di Caserta che dire? Bella, enorme, il parco con le fontane in funzione e il giardino inglese meravigliosi. I dintorni? Ecco sui dintorni stenderei un velo. Un cosa la aggiungo, una visita ben fatta all’interno della Reggia, al parco e al giardino inglese richiede più di un giorno.

Napoli-Certosa di Padula/Certosa di Padula Napoli tutto in una giornata, in tutto 5 ore di macchina. Ne è valsa la pena? Assolutamente sì. È stato faticoso? Non più di tanto. A parte andare avanti indietro la Certosa l’abbiamo visitata? Sì!

Descrivere la Certosa di Padula mi è impossibile, come per tutti gli altri luoghi di cui parlo in questo post, ci vorrebbe un post intero dedicato a lei, una cosa però la voglio dire, se non ve ne frega un fico secco dell’arte ma siete appassionati di arredamento d’interni correteci: refettorio, chiostri, chiesa, gli ambienti che contengono il Museo archeologico provinciale della Lucania occidentale, sono belli; la biblioteca non è visitabile ma la scala da cui si accede è un miracolo di architettura, ma signori miei la cucina della Certosa è uno di quei posti dove ti vengono le lacrime agli occhi, un posto bello, caldo, accogliente, tenuto talmente bene da darti l’impressione che possa prendere vita sotto i tuoi occhi.

La Reggia di Caserta, la Certosa di Padula e Il Belvedere di San Leucio sono patrimonio UNESCO, giusto per notizia in Campania ci sono molti siti UNESCO, tra cui il centro storico di Napoli.

Gesù stavo finendo il post senza ritornare su Cusano Mutri, in provincia di Benevento, nel Parco Regionale del Matese, un piccolo borgo medioevale, fa parte del Club dei borghi più belli d’Italia. Arrivando a Cusano Mutri abbiamo detto per l’ennesima volta: “Sembra di stare in Francia”, e perdendoci al ritorno l’abbiamo ripetuto, esattamente in Alsazia. Cusano Mutri è piccolo assai ed è un ottimo punto di partenza per escursioni, sul sito del paese, o se si e lì andando alla Pro loco, si possono avere informazioni accurate. È un posto reale, abitato da chi ci è nato, non un posto ormai finto come se ne trovano spesso in giro. Tutti i posti che abbiamo visitato quest’estate sono posti reali abitati da gente reale.

Facciamo venire i nodi al pettine di quest’estate che sta finendo, sì è il 10 settembre è ancora estate, e di questo post.

Abbiamo mangiato tanto e cose buone, e straordinario ma vero siamo dimagriti, abbiamo visto posti belli e siamo tornati in posti già visti che ci continuano a piacere, abbiamo capito che la Campania è grande, ricca di storia, natura, cibo, arte, gente che lavora con impegno, passione e dedizione. Noi abbiamo ancora tanto da scoprire, e tanti luoghi dove tornare. Abbiamo preso atto del fatto che se non avessimo visitato prima posti lontani per poi dedicarci a luoghi vicini forse non avremmo apprezzato la bellezza di questi ultimi.

Muoversi, viaggiare, conoscere posti lontani e posti vicini, riuscire a capire il valore della propria terra e delle persone che passano la vita a valorizzarla con il loro lavoro, ripartire, tornare con nuove idee, nuovi spunti per migliorare il proprio territorio. Ecco questa è la mia idea attuale di viaggio.

Questo è un post senza link, o meglio con link solo ai post precedenti di questo blog a cui faccio riferimento. Voglio lettori attenti, curiosi, non pigri; voglio che se qualcosa nel post vi ha incuriosito e volete approfondire facciate una vostra ricerca personale, sarà più soddisfacente.

Il nostro viaggio in Campania è appena cominciato, o ricominciato, e come dice Josè Saramago i viaggi non finiscono mai.

La città geniale

Storie e…

Domenica 24 maggio 2015 ho sentito parlare per la prima volta de L’amica geniale di Elena Ferrante; sapevo che Elena Ferrante era candidata al Premio Strega, sapevo che era una candidatura contestata, principalmente perché l’identità di Elena Ferrante rimane un mistero; sapevo che era l’autrice de L’amore molesto da cui Mario Martone aveva tratto un film; non avevo letto il libro, non avevo visto il film.

Allo Strega era candidato Storia della bambina perduta il quarto volume della quadrilogia iniziata con L’amica geniale, un unico libro in quattro volumi pubblicati a distanza di circa un anno l’uno dall’altro: L’amica geniale, Storia del nuovo cognome, Storia di chi fugge e di chi resta, Storia della bambina perduta.

Storia della bambina perduta da solo non ha senso, candidandolo, a mio parere, si candidavano automaticamente tutti e quattro i libri, tutta la storia. Per alcuni l’opposizione alla candidatura allo Strega si basava su questo.

Prima di domenica 24 maggio 2015 il mio interesse per Elena Ferrante e per i suoi libri era inesistente. Seduta a un tavolo di Concettina ai Tre Santi — pizzeria al Rione Sanità, Napoli — per la prima volta mi sono interessata a Elena Ferrante e la quadrilogia de L’amica geniale è diventata un consiglio di lettura da tenere ben presente.

Ci sono persone di cui mi fido se mi dicono: “Leggi quel libro, vedi quel film, quella mostra è bella”, mia cugina Fabrizia è una di queste. A lei quei quattro libri erano piaciuti, la cosa era da tener presente.

Grazie Fabrizia, li ho amati profondamente.

Non ho iniziato subito a leggere L’amica geniale, ho colto il consiglio e l’ho messo da parte, a riposare. Domenica 28 giugno alla radio ho risentito parlare di questi quattro bellissimi libri e ho iniziato a leggere il primo, così, per capire. Dalle prime pagine sono scivolata in un mondo, e in un’ossessione, durata cinque giorni. Venerdì 3 luglio ho letto l’ultima pagina di Storia della bambina perduta e tutta la storia ha preso un senso nuovo.

Ho trovato il finale bellissimo, compiuto e aperto, la risposta a una domanda che mi stavo facendo dalle prime pagine del primo volume; la risposta necessaria. Il dopo, qualsiasi esso sia prende una luce differente; anche il prima cambia senso. Al contrario di me arrivati alla fine molti lettori si sono sentiti ingannati, orfani di risposte. Spero che la casa editrice non chieda alla Ferrante di pubblicare un quinto volume visto il successo dei primi quattro, se lo facesse vorrei che la Ferrante rispondesse un secco no; altri lettori forse quel quinto libro  lo aspettano con ansia.

Io e Fabrizia abbiamo letto gli stessi libri? Sì e no. : le parole, le storie, i luoghi, i personaggi erano gli stessi. No: io e Fabrizia siamo due persone differenti, ognuna con la sua storia, il suo modo di stare al mondo, la sua emotività, i suoi sentimenti, ognuna di noi ha letto la sua versione de L’amica geniale.

Leggendo le recensioni su Amazon questa cosa mi è stata chiarissima, non perché ad alcuni lettori i libri erano piaciuti e ad altri no, ma perché il punto di vista dei lettori e i motivi per cui li avevano amati, o odiati, erano differenti, personali, intimi.

Elena Ferrante sa bene che i libri diventano del lettore, lo dice con chiarezza ne La Frantumaglia, raccolta di lettere e interviste nata per far conosce ai lettori questa scrittrice, misteriosa e potente, in maniera più personale:

Ogni lettore ricava dal libro che legge nient’altro che il suo libro

L’amica geniale (da ora indicherò tutta la quadrilogia con il titolo del primo volume)  ci porta in un Rione difficile e periferico di Napoli, conosciamo due bambine, Raffaella-Lina (Lila solo per Lenuccia) Cerullo e Elena-Lenuccia-Lenù Greco; le vediamo diventare amiche — con tutte le invidie, le gelosie, le meschinità, l’affetto e la complicità di un’amicizia femminile — le seguiamo nell’età adulta, siamo ancora con loro quando diventano anziane. Conosciamo i loro amici, i loro amori, le loro difficoltà e le loro gioie: le loro vite.

Francesca Matilde Ferone abbraccia Napoli. illustrazione di Sandro Quintavalle

Eccola!

Lenuccia da quel Rione esce, va via da Napoli, odiandola; scivola in un mondo che visto da lontano le sembrava un porto sicuro, privo di violenza, basato sulla ragione, sulla cultura, sull’ordine, a poco a poco ne vede gli angoli oscuri. Scopre che sotto il velo di ordine e raziocinio c’è ben altro.

Il Rione e Napoli sono personaggi vivi; del Rione non viene mai fatto il nome ma le descrizioni dei luoghi, al suo interno e nelle vicinanze, sono minuziose; mi sono improvvisata investigatrice geografica e mentre leggevo con Sandro ricostruivamo posti a noi poco conosciuti, o del tutto sconosciuti, fermate della metropolitana, distanze. Scoprivamo che il Centro Direzionale è costruito su paludi; ci chiedevamo quale fosse la fermata della metropolitana vicina al Rione: “Ma certo Gianturco!” — la conferma l’ho avuta leggendo L’amore molesto, il Rione dove si svolge l’infanzia della protagonista è lo stesso in cui è ambientata L’amica geniale —; per la prima volta sento parlare dei Granili; per la prima volta faccio mente locale e grazie a Google Maps vedo con chiarezza che via Marina prosegue, cambia nome, diventa via Reggia di Portici, via Ponte dei Granili, arriva a San Giovanni a Teduccio, e va avanti in luoghi che non conosco o che conosco per sentito dire.

E poi c’è quel tunnel, un sottopasso ferroviario, a via Emanuele Gianturco, vedo due bambine tenersi per mano attraversandolo alla ricerca del mare; sanno che a Napoli c’è, o dovrebbe esserci, alcuni del Rione dicono di esserci andati.

E il Rione si materializza, il Rione Luzzatti, corrisponde. Tra via Emanuele Gianturco, via Traccia a Poggioreale, i binari della ferrovia, gli stagni diventati Centro direzionale, Poggioreale. Un mondo.

La Ferrante ci dà indicazioni precise, indizi sparsi qua e là.

Lila si sposa nella chiesa della Sacra Famiglia, se si fa una ricerca su Google: “Chiesa della Sacra Famiglia Napoli” la risposta è immediata, il primo risultato: “Parrocchia della Sacra Famiglia al Rione Luzzatti via Carlo Bussola”. Il sito della parrocchia racconta la storia di quei luoghi, ma ci parla anche del “risanamento” di una zona centrale della città durante il fascismo, del trasferimento dell’interno di una chiesa del 1500, e delle opere in essa contenute, dal centro di Napoli a una periferia appena costruita. Nuovi rioni popolari dove le genti, sulla carta, nei progetti, sarebbero state meglio; la realtà è stata, ed è, un’altra. Per i più curiosi qui il link al sito della Parrocchia della Sacra Famiglia

Vedo passeggiare Lenuccia e Lila tra le strade del Rione, le vedo sedute ai giardinetti, le vedo affacciarsi fuori dal Rione con rabbia, paura, disagio; le vedo  tornare con altrettanta rabbia, ma sentendosi al sicuro al centro del loro mondo ai margini che vorrebbero cambiare dall’interno.

Le case nuove, vicino alla ferrovia, dove va ad abitare Lila da sposata, i giardinetti, le palazzine a quattro piani, la chiesa, la scuola, lo stradone. La tecnologia di Goolge Street View evidenzia la minuzia con cui la Ferrante ha raccontato quei luoghi. Di fronte alla realtà di quelle strade, al realismo di quell’amicizia, alla verità dei mondi lontanissimi dal Rione vissuti da Lenuccia, alla chiusura del Rione-mondo, mi sento soffocata e vivissima.

Google Street View mi porta in quei luoghi e a me la voglia di vederli da vicino proprio non viene.

Napoli è protagonista de L’amica geniale, come lo è de L’amore molesto, capire il luogo di provenienza delle protagoniste, il loro muoversi emotivo e fisico nella città è parte fondamentale del viaggio nella vita di queste due donne. È difficile non cercare di ricostruire la geografia di questa storia, se sei napoletano impossibile, credo.

Ho percorso una Napoli a me sconosciuta: i luoghi che circondano il Rione Luzzatti li conosco per sentito dire o per passaggi frettolosi e obbligati sempre con la voglia di uscire il più velocemente possibile da quella parte di città, con la paura e il senso di non appartenenza che la facevano da padroni. Del Rione Luzzatti non avevo mai sentito parlare. Ho riconosciuto una Napoli dove so muovermi con agio e disagio, di cui conosco pregi e difetti.

Dopo aver trovato la chiesa dove Lila si sposa ho cercato la scuola elementare del Rione: l’Istituto comprensivo Ruggiero Bonghi del Rione Luzzatti ha tre sedi e quattro plessi; tra sedi e plessi mi sono un po’ persa: due scuole elementari, un asilo, una scuola media. Lila e Lenuccia sono andate a scuola in uno di questi edifici? Forse.

Alla scuola media c’è una sezione a indirizzo musicale, alcuni tra i giovanotti e le signorine che frequentano codesta sezione fanno parte di un’orchestra: l’Orchestra Bonghi. Se vi va di curiosare ecco la pagina Facebook dell’Orchestra Bonghi

I ragazzi dell’orchestra sono decisamente bravi e collezionano premi, qui il racconto di un po’ della loro storia.

La musica per andare avanti in posti difficili dove crescere mi fa venire in mente la Sanitansable, l’Orchestra Bonghi e la Sanitansamble sono due realtà differenti, una scolastica, l’altra un progetto educativo extra scolastico che può portare a percorsi scolastici con cui completare la propria formazione musicale, ma finiscono per avere una stessa funzione: costruire fondamenta sane di giovani vite attraverso la musica.

Non so se Elena Ferrante sia un uomo o una donna; credo, spero, una donna. Mi piace pensare che solo una donna possa raccontare le donne con tanta lucidità, in un rapporto vero, reale, privo di melassa, duro e affettuosissimo. Elena Ferrante deve essere napoletana, un Rione lo racconti così solo se lo conosci bene, la città la racconti in quel modo solo se la vivi, o l’hai vissuta, la senti, ti arrabbi e poi impari anche ad amarla. Impari ad amarla conoscendo la sua storia millenaria, imparando a conoscere luoghi visti mille volte ma mai guardati con attenzione, addentrandoti in posti sconosciuti il cui nome ti ha sempre creato paura e disagio.

Lila dopo un grande dolore inizia a studiare la storia di Napoli, ne rimane incantata, e conoscendola impara ad amare la città in tutta la sua feroce bellezza, Lenuccia quando lo scopre dice una frase che ho sentito mia:

Che grave negligenza era stata nascere e vivere a Napoli senza sforzarmi di conoscerla

Elena Ferrante, come ogni autore, è nei suoi libri; l’anonimato forse le dà la libertà di raccontare senza ferire chi le sta intorno e di esporsi senza esporsi, forse è marketing, forse è un gioco. Ne La Frantumaglia sono raccolte le domante che gli ascoltatori di Fahrenheit, trasmissione di radio 3 RAI, hanno posto alla Ferrante scrivendo alla sua casa editrice e le relative risposte; domante e risposte sono stare lette in trasmissione, Concita De Gregorio ha dato voce alla Ferrante. La risposta a un ascoltatore che le chiedeva se i suoi libri fossero autobiografici:

Nella finzione diciamo e riconosciamo, di noi, ciò che per convenienza nella realtà taciamo e ignoriamo

si intreccia a una riflessione di Lenuccia sul modo di raccontare di Lila:

Mi sembrò — formulato a parole d’oggi – che non solo sapesse dire bene le cose ma che stesse sviluppando un dono che già conoscevo; meglio di come facesse da bambina, prendeva i fatti e li rendeva con naturalezza carichi di tensione; rinforzava la realtà mentre la riduceva a parole, le iniettava energia

Elena Ferrante ha lo stesso dono che attribuisce a Lila, rinforza la realtà mentre la riduce a parole? Forse. Un bravo scrittore trasforma il personale in universale.

…luoghi

Il primo martedì di luglio al Rione Sanità di Napoli c’è la processione in onore di San Vincenzo Ferrer, detto ‘o Monacone, patrono della Sanità. La processione conclude i festeggiamenti in ricordo dei miracoli fatti dal Santo durante l’epidemia di colera dilagata a Napoli nel 1836. In passato i festeggiamenti erano più ricchi come racconta don Antonio Loffredo nel libro Noi del Rione Sanità

Un tempo la gente si impegnava perfino i materassi per contribuire alle spese e partecipare ai fasti di questa ricorrenza. Oggi, per quanto in forma ridimensionata, la tradizione continua a tramandarsi. Si cerca di preservarne il più possibile le forme originarie dall’offuscante usura degli anni e delle contingenze

Di don Antonio Loffredo e del suo lavoro al Rione Sanità ho già parlato in questi post: Alla scoperta di strani, nuovi, mondi. Una vomerese alla SanitàLa bellezza che c’è in noiMa che mu, ma che mu, ma che musica maestro!. Don Antonio è il parroco della Sanità; è stato, ed è, il motore portante della rinascita economica e culturale di questo luogo al centro di Napoli, bellissimo e oscuro, pieno di beni artistici e architettonici che stavano lentamente marcendo.

Il Rione Sanità è stato, ed è, nell’immaginario di molti napoletani uno di quei buchi neri dove non andare, regno di degrado e violenza. Non si offendano le tante persone per bene che abitano quei luoghi, l’immaginario comune e la fama del Rione erano, e per molti sono ancora, questi, negarlo è voler negare il lavoro immenso fatto negli ultimi anni da don Antonio e dai suoi ragazzi.

Al Rione Sanità si è creato un modello di economia solidale e sostenibile; si fa impresa valorizzando il territorio e i suoi beni artistici e culturali; si crea lavoro in tempo di crisi. Da alcuni anni turisti, italiani e stranieri, si addentrano in questa parte di Napoli, considerata ancora da molti napoletani luogo pericoloso, da evitare. A volte ho la sensazione che siano proprio i napoletani i più restii a lasciarsi trasportare nella rinascita della Sanità.

Don Antonio Loffredo parlando della Sanità dice:

La chiusura di un luogo si riflette fatalmente sulla mentalità dei suoi abitanti. Quando un estraneo «entra» in questo Rione, la gente si fa guardinga, sospettosa. Esamina il nuovo venuto, vuole sapere

Parlando della Sanità don Antonio automaticamente parla di tutti i luoghi chiusi in cui vigono regole ben precise, inviolabili, conosciute bene dagli abitanti:

Lello (il sagrestano) […] mi ha istruito su come ogni cosa andava fatta «perché così si è sempre fatta e così va conservata». Al Rione le novità e i cambiamenti non sono i benvenuti: provocano angoscia

Don Antonio aggiunge:

Qui non si sogna. E le lotte fra poveri sono sempre le più amare: tanto caparbie quanto vuote di senso

Le parole di Don Antonio si incrociano con quelle con usate dalla Ferrante ne L’amica geniale per descrivere il modo di vivere e pensare al Rione Luzzatti.

Non ho nostalgia della nostra infanzia, è piena di violenza. Ci succedeva di tutto, in casa e fuori, ogni giorno, ma non ricordo di aver mai pensato che la vita che c’era capitata fosse particolarmente brutta. La vita era così e basta, crescevamo con l’obbligo di renderla difficile agli altri prima che gli altri la rendessero difficile a noi

Rione Sanità e Rione Luzzatti si fondono e con loro tutti quei luoghi in cui nascere, crescere, vivere per molti è fatica immensa e quotidiana.

Elena Ferrante racconta storie di donne fatte, anche, di ordinaria violenza quotidiana, don Antonio racconta le stesse storie parlando delle condizioni di vita di molte donne al Rione Sanità:

Vivono troppo spesso storie di violenza che non raccontano, specialmente se sono giovani.[…] L’omertà si mescola alla convinzione di meritare le percosse e le sevizie, all’assurda credenza che siano, in fondo, manifestazioni di passione e, in ogni caso, obblighi cui sottomettersi

Elena Ferrante aggiunge tramite Lenuccia, la voce narrante di tutto il libro:

Eravamo cresciute pensando che un estraneo non ci doveva nemmeno sfiorare, ma che il genitore, il fidanzato, il marito potevano prenderci a schiaffi quando volevano, per amore, per educarci, per rieducarci

Mentalità che possiamo guardare dall’alto in basso dicendoci che sono racchiuse solo in determinati luoghi, in determinate aree geografiche, ma ci sbagliamo; sono mentalità diffuse, frutto di un concetto perverso di famiglia, di donna, di tradizione; a volte nascoste dietro un velo di civiltà e progresso, in agguato, con la complicità delle stesse donne nel ruolo di vittime, carnefici, o testimoni omertose.

Don Antonio cita le parole di padre Alex Zanotelli, che da vari anni vive alla Sanità, per raccontare la difficoltà del cambiamento:

Questo popolo è abituato a un individualismo storico, perché ha sempre dovuto cavarsela da solo, quindi non è avvezzo a pratiche sociali cooperativistiche

Ma lo stesso padre Alex dice:

Piano piano, sta crescendo una nuova cittadinanza attiva, che si oppone al clientelismo e non chiede più favori ma reclama diritti

In una situazione di stasi in movimento don Antonio prosegue il suo cammino:

A me non resta che riprendere a lavorare per scardinare ancora una volta l’atteggiamento di chiusura altera e depressa e tornare alla carica per attivare il cambiamento

Il cambiamento don Antonio alla Sanità l’ha attivato puntando sui giovani, alcuni di loro si sono lasciati attirare dal nuovo modo di pensare che gli veniva proposto e, lavorando duramente, hanno realizzato cose che fino a pochi anni fa sarebbero state considerate sogni folli solo a sognarli.

Trovare il giusto approccio, i giusti canali di comunicazione, il giusto linguaggio è fondamentale per scalfire corazze e provocare cambiamenti dall’interno, gli unici duraturi.

[…] per allargare gli orizzonti di questi ragazzi e ripulirli dai pregiudizi che avevano avvelenato il passato e il contesto in cui erano cresciuti, sarebbe stato utile uscire dai confini ristetti del quartiere. In altre parole, farli viaggiare. Dapprima abbiamo visitato i dintorni, le spiagge della Costiera, la Sicilia, poi ci siamo spinti a Parigi, in Palestina, in Marocco…

Don Antonio ci racconta che i suoi ragazzi si sono aperti al mondo uscendo dal Rione, viaggiando; anche Lenuccia si è aperta al mondo uscendo dal Rione, viaggiando; Lila no, Lila realizza grandi cose rimanendo dov’era, uscendo pochissimo dal Rione. Lila è un mondo a parte, pieno di luci e ombre. Lila costruisce e distrugge.

Lila e Lenuccia vogliono cambiare il Rione; Lila, soprattutto, lo vuole cambiare dall’interno portando un nuovo modo di pensare e agire:

Era quella l’ultima novità che s’era inventata? Voleva uscire dal Rione restando nel Rione? Voleva trascinarci fuori da noi stessi, strapparci la vecchia pelle e imporcene una nuova, adeguata a quella che si stava inventando lei?

I nuovi modi di agire e pensare fanno intravedere la possibilità di cambiamento, Lenuccia e i suoi amici quel cambiamento lo vogliono ma si sentono spaesati, nel nuovo modo d’agire e di pensare non si riconoscono, e, con ingenuità, rimettono in scena schemi conosciuti dissolvendo i passi fatti verso una nuova direzione. Accortasi dell’errore commesso Lenuccia dice:

Segno che forse Lila aveva ragione: la gente di quella risma bisognava combatterla conquistandosi una vita superiore, di quelle che loro non potevano nemmeno immaginare

La vita superiore voluta da Lila non è fatta di soldi e arroganza ma è basata su comportamenti rispettosi degli altri, sull’ignorare provocazioni e insulti evitando un susseguirsi di violenza, una vita dove non vige la legge del più forte. Il tentativo di Lila fallisce, perde la battaglia non la guerra; don Antonio, i suoi ragazzi e i suoi complici vanno caparbiamente avanti ottenendo risultati concreti.

La Sanità è un luogo storico di Napoli e dalla sua storia sta traendo ricchezza e lavoro; a don Antonio e ai suoi ragazzi piace ricordare che la ricchezza del loro Rione viene dal passato da valorizzare nel presente per costruire il futuro:

[…] Ancora una volta, il futuro chiama il passato e chiede aiuto al presente per andare avanti

Alla Sanità ci stanno dimostrando che con la valorizzazione del bello e con la cultura si mangia, alla Sanità si costruisce uscendo dagli schemi preordinati.

Benvenuti al Rione Sanità è il titolo della festa organizzata quest’anno alla Sanità dal 3 al 9 luglio: mostre, spettacoli, degustazioni, visite guidate e tanto altro. Un occasione per conoscere, o esplorare con maggiore attenzione, questo luogo bello e difficile, ricco di cultura e degrado, posto al centro di Napoli.

Martedì 7 luglio 2015 alle 19,00 ero nella basilica di Santa Maria della Sanità per partecipare alla cerimonia religiosa che ha preceduto la processione in onore di San Vincenzo Ferrer. Non sono una persona religiosa e non ha mai partecipato a una processione in vita mia ma quest’anno mi è capitato spesso di andare alla Sanità, superando paure e tabù mentali, e dopo aver letto Noi del Rione Sanità di don Antonio Loffredo mi era venuta voglia di partecipare alla processione di San Vincenzo Ferrer.

Il caldo e l’umido quella sera l’hanno fatta da padroni e le mie sensazioni e i miei pensieri sono stati contaminati da quel caldo e quell’umido.

Arrivando alla Basilica di Santa Maria della Sanità pensavo di trovare la chiesa gremita, alle 18,45 erano piene solo le panche avanti alla cappella, in una delle navate laterali, dove era stata sistemata la statua di San Vincenzo Ferrer e dove si sarebbe celebrata la messa. Davanti la bellissima scalinata, nella navata principale, era stata montata una grande pedana dove si sarebbe tenuto lo spettacolo la sera del 9 luglio a conclusione della settimana di festeggiamenti alla Sanità, forse aveva ospitato nei giorni precedenti altri spettacoli ma sono una cronista imprecisa e ammetto di non saperlo. Mi sono seduta su una delle prime panche oltre la pedana, di fronte la statua del Santo, quella navata della chiesa era quasi vuota al momento del mio arrivo, come le panche nella navata centrale. Nel quarto d’ora successivo la chiesa si è riempita, ma meno di quanto credessi.

Ho ascoltato la funzione guardandomi intorno, c’era pochissima gente venuta da fuori Rione, mi sono sentita a disagio, un pesce fuor d’acqua. Ho partecipando alla funzione religiosa seguendone i rituali, da non credente, con profondo rispetto.

Al mio fianco si sono sedute due signore anziane, una delle due era molto enfatica nel pregare, urlava le risposte dei fedeli alle parole dei celebranti come se stesse mostrando l’evidenza della sua fede. Me la sono immaginata pronta a giudicare tutto e tutti in nome di un dio che solo lei sapeva servire e seguire, l’ho immaginata spettegolare e malignare, mi ha ricordato persone già viste e ho provato una forte antipatia per lei. Forse mi sbaglio, forse mi ha solo evocato brutti ricordi.

Prima dell’inizio della funzione dietro di me ho sentito voci conosciute, erano le voci di Miriam e Flora, due delle ragazze che fanno parte della cooperativa la Paranza che ha in gestione le Catacombe di San Gennaro e quelle di San Gaudioso, erano con altri ragazzi, forse anche loro della cooperativa.

Il mio interesse a quello che sta accadendo alla Sanità è nato con una visita serale alle Catacombe di San Gennaro nell’ottobre dello scorso anno. In quel periodo nei fine settimana la sera i ragazzi della Paranza insieme ad alcuni artisti napoletani avevano organizzato un percorso guidato serale: Le luci di dentro, visita guidata alle catacombe arricchita da tre istallazioni multimediali. Alla cassa c’era Miriam, la nostra guida Flora. Flora mi colpì molto: competente e chiara, paziente con un pubblico in certi momenti sgradevole e arrogante; ma la cosa cosa che mi colpì di più fu il modo in cui si illuminava parlando del lavoro fatto in quegli anni alla Sanità, dei suoi compagni di viaggio e di don Antonio, di cui io ignoravo completamente l’esistenza.

Una domenica mattina di marzo con Sandro, e Manuela e Silvia, delle amiche venute da Milano, abbiamo percorso il Miglio Sacro guidati da Miriam, Flora era alla cassa. Il Miglio Sacro comprende le catacombe di San Gennaro, quelle di San Gaudioso, la basilica di Santa Maria della Sanità, il Cimitero delle Fontanelle, un giro del quartiere con visita a Palazzo Sanfelice e Palazzo dello Spagnuolo e si conclude a Porta San Gennaro. Miriam ha lo stesso entusiasmo di Flora, la stessa preparazione, emana la stessa luce; credo siano molto amiche.

Manuela e Silvia sono rimaste molto colpite da quella visita in una Napoli un po’ fuori dai percorsi turistici più tradizionali, sconosciuta spesso agli stessi napoletani; e colpite da Miriam, il suo entusiasmo, la sua preparazione. Abbiamo concluso la mattinata con sfizietti e genovese alla Cantina del Gallo, sempre al Rione Sanità.

Domenica 24 maggio seduti a un tavolo di Concettina ai Tre Santi eravamo in cinque: io, Sandro, zia Adriana, Fabrizia e Stefano, suo marito. Io, Sandro e zia nella mattinata avevamo visitato le catacombe di San Gennaro e ascoltato la messa celebrata da don Antonio; Fabrizia e Stefano avevano percorso il Miglio Sacro guidati da Flora, durante il percorso si erano fermati a un tarallificio e il proprietario gli aveva parlato della processione di San Vincenzo Ferrer e dei tempi in cui suo padre era uno degli organizzatori.

Fabrizia aveva prestato a zia L’amica geniale e le ha chiesto se avesse iniziato a leggerlo, poi si è rivolta a me chiedendomi se io l’avessi letto; al mio no mi ha raccontato di queste due donne, della loro vita raccontata in quei quattro volumi partendo dall’infanzia, e della loro amicizia. Mi ha detto che il Rione dove erano ambientati i libri ricordava la Sanità.

Martedì 7 luglio, giorno della processione di San Vincenzo Ferrer, avevo finito di leggere L’amica geniale da pochi giorni: il paragone fatto da Fabrizia tra il Rione dove sono ambientati i libri e la Sanità è azzeccato, come mentalità, come atteggiamenti, come valori. La differenza sostanziale sta nel fatto che la Sanità ha una storia da cui attingere ricchezza e su cui costruire il futuro, il Rione Luzzatti, e tutti i rioni periferici di costruzione più o meno recente, devono trovare altre formule per scardinare mentalità, degrado, modo di vivere. La Sanità è stata, e per certi versi lo è ancora, un ghetto al centro della città, è precipitata in un buco nero dopo la costruzione del ponte che la sovrasta fatto edificare da Gioacchino Murat per facilitare i collegamenti tra la Reggia di Capodimonte e il centro di Napoli. I rioni come il Luzzatti nascono come periferia e diventano periferia povera e degradata.

Torno alla celebrazione religiosa precedente la processione, l’ho seguita guardandomi intorno con attenzione, in chiesa c’erano alcuni ragazzi che fotografavano e riprendevano, non sembravano del Rione ma posso sbagliarmi, e c’erano gli abitanti della Sanità venuti a onorare il loro patrono. Vari sacerdoti hanno officiato la messa al cui termine don Antonio ha detto poche parole che mi hanno dato da pensare: a quanto ho capito quest’anno è il primo anno in cui prima della processione si celebra il rito religioso in chiesa, il percorso della processione quest’anno era prestabilito e non avrebbe compreso deviazioni, sarebbero state percorse solo le strade più larghe del Rione perché la processione è un momento di gioia e festa e non deve trasformarsi in un momento di pericolo dovuto alla larghezza dei vicoli o ad altri fattori. Don Antonio ha aggiunto che per la prima volta la processione aveva avuto tutte le autorizzazioni, negli anni precedenti era stata un processione abusiva.

Il fatto che il percorso della processione fosse stato modificato includendo solo le strade più larghe del Rione, e solo la Sanità senza scivolare nei Vergini o altri luoghi vicinissimi ma non strettamente Sanità, la scelta di un percorso prestabilito da non deviare, aveva creato attriti e proteste, che pare fossero culminati in una discussione la domenica precedente dopo la messa.

Non avevo mai riflettuto sull’importanza del percorso di una processione, non avevo mai riflettuto che una modifica di tale percorso potesse accendere gli animi ed essere vissuta come un’offesa da alcuni.

Mentre seguivo questo pensiero ha avuto inizio la processione partendo dalla cappella laterale dove era stata sistemata la statua del Santo e celebrata la funzione religiosa. La processione era aperta dalle bandiere delle varie associazioni e congreghe che l’avevano organizzata, almeno credo che questa sia la loro funzione nei festeggiamenti.

Non avevo mai neanche considerato l’importanza e l’impegno che molte persone danno e mettono nell’organizzare eventi come la festa di un santo patrono o una processione.

L’uscita della statua sulla piazza antistante le chiesa è stata un emozione unica, a una piazza non gremita faceva da contraltare lo spettacolo dei palazzi. Ogni finestra, ogni balcone, era tappezzato di persone: abitanti storici affiancati da nuovi venuti, colori e provenienze geografiche differenti uniti nell’entusiasmo con cui salutavano il loro patrono.

Non ho seguito tutto il percorso della processione: usciti dalla Basilica abbiamo proseguito per via San Severo a Capodimonte, via Santa Maria Antesaecula e da lì siamo sbucati a via Arena della Sanità, all’altezza di Concettina ai Tre Santi, abbiamo proseguito verso via Sanità; arrivati all’altezza dell’ascensore che collega la Sanità a corso Amedeo di Savoia ho preso la strada di casa, San Vincenzo Ferrer si è avviava verso la zona di San Gennaro dei poveri.

Seguire la processione non è stato facile, come ho già detto mi sentivo fuori posto e pensavo ci fosse più gente venuta da fuori Rione incuriosita dalla settimana di festa, invece eravamo in pochi. Il caldo e l’umido hanno aumentato il mio disagio. Passando per quelle strade mi sono ritrovata a guardare dentro i bassi aperti, gli abitanti salutavano il Santo e io osservavo gli spazi angusti e bui, le famiglie numerose.

Ai bassi di Napoli sono abituata, da piccola ne avevo un’idea romantica, sognavo di viverci, mi piaceva l’idea di libertà che mi davano, la strada a un passo, la possibiltà di uscire di casa in un’attimo. I bassi in genere sono curatissimi, è difficile guardare dentro un basso è vedere disordine; sono sempre puliti. Alcuni bassi visti nella mia infanzia hanno particolarmente stimolato la mia fantasia, un basso in particolare mi affascinava, era in un vicolo in cui passavo spesso in macchina con mio padre per andare giù Napoli — come diciamo noi del Vomero — aveva un soppalco in legno dove c’era la zona notte, era arredato con gusto, sempre sistemato, lo vedevo come la versione napoletana della casa degli Ingalls ne “La casa della prateria”, sognavo di abitarci.

È da un bel po’ che la visione romantica della vita in un basso mi ha detto “Ciao, ciao”, molti bassi ora sono abitati da stranieri che li tengono con la stessa cura dei precedenti inquilini napoletani e sono altrettanto numerosi all’interno di queste piccole abitazioni. I bassi dei vicoletti di Chiaia che si intrecciano verso il lungomare sono stati trasformati in posti fighi dove va gente molto figa a fare cose fighissime, verso piazza Sannazzaro l’intreccio di vicoli e vicoletti è rimasto abitato dagli abitanti originari, è il luogo di Napoli che, a mio parere, ti sbatte in faccia con più evidenza i mondi lontanissimi e contigui che compongono questa città.

I bassi della Sanità quella sera avevano porte e finestre aperte, gli abitanti salutavano la processione e io approfittavo dell’occasione per guardare nelle loro case. Guardando dentro quelle abitazioni ho sentito disagio, non per la maleducazione insita nello scrutare in casa altrui ma per un pensiero insistente: “Come faranno a stare lì dentro con questo caldo, con quest’afa, tutte queste persone”.

Di romantico i bassi della Sanità quel martedì sera non avevano niente.

Se uscendo sulla piazza a seguito della processione il colpo d’occhio mi aveva dato gioia proseguendo nei vicoli la gioia è stata affiancata da malumore, potevo vedere meglio i visi che circondavano il passaggio del Santo, e se alcuni erano festosi altri erano astiosi. Frasi recepite al volo hanno aumentato il mio disagio: c’era chi si lamentava perché la processione non sarebbe passata in un determinato vicolo, ho seguito con lo sguardo l’indicazione del vicolo e vedendolo mi sono chiesta come fosse stato possibile in passato far passare la processione di lì, per i portatori doveva essere stata una fatica enorme: era un vicolo strettissimo, la distanza tra i palazzi non era molto maggiore della larghezza della statua.

Le parole di due uomini anziani mi hanno reso evidenti le difficoltà incontrate ogni giorno da don Antonio e i suoi ragazzi, i muri mentali e l’astio si sono materializzati in quelle parole:

Vo’ cagnà, fa venì pure a gent’ ‘a for  (Vuole cambiare, fa anche venire la gente da fuori quartiere)

Il tono dei due uomini non aveva niente di amichevole, nello stesso tempo avanti a me sono riapparsi alcuni ragazzi della Paranza — comprese Flora e Miriam — festosi e allegri. Eccomi immersa in due parti dello stesso mondo, una aperta verso l’esterno, caparbia nella sua voglia di costruire e cambiare mostrando tutta la sua luce è bellezza; una chiusa, ostinata nel combattere il cambiamento.

Dopo poco siamo arrivati al ponte e ho preso l’ascensore, arrivata su ho dato un’ultima occhiata alla processione dall’altro e mi sono avviata per i vicoli di Materdei a prendere la metropolitana. Erano ormai le 21,00 passate, ero da sola, sono arrivata a casa verso le 21,30 grazie alla metropolitana passata subito. Per l’ennesima volta ero stata alla Sanità da sola, per l’ennesima volta non mi era successo niente.

Scoprire virtualmente luoghi sconosciuti della mia città protagonisti di un libro che ho amato moltissimo, inoltrarmi in una zona di Napoli il cui nome incute ancora inquietudine a molti napoletani — come dice don Antonio con un sorriso sereno: “Arriveranno anche loro” — ha reso materiche emozioni e pensieri: staticità, cambiamento, passi avanti, rischio di scivolare indietro.

L’amica geniale ha in sé movimento e staticità.  Alla Sanità il cambiamento di un nucleo cerca di rompere la staticità di molti; la manutenzione di quello che si è costruito, e la costruzione di nuove cose, richiedono impegno quotidiano. L’energia e la voglia di fare non manca, soprattutto non manca una visione chiara della situazione del quartiere in tutte le sue sfumature.

I cambiamenti reali possono avvenire solo dall’interno, gli abitanti dei luoghi hanno propri linguaggi, codici, meccanismi; per arrivare a un cambiamento reale e duraturo, che non porti sradicamento e spaesamento, bisogna conoscerli e rispettarli. I cambiamenti improvvisi e forzati, spinti dall’esterno, sono fragili, le fondamenta su cui sono costruiti sono friabili, crollano al primo scossone.

Alla Sanità stanno risalendo riportando alla luce un passato ricco e sfolgorante per costruire un presente e un futuro luminosi e vitali. Lo stesso sta accadendo in altre parti di Napoli.

Appropriazioni

Leggendo L’Amica geniale mi sono spesso ritrovata a pensare: “Lila è Napoli: bellissima, forte, luminosa, buia, mai banale. Ha momenti di folgorante splendore e cadute nel buio dalle quali sembra non poter risalire. Ma risale: forte, luminosa, rinnovata”. Arrivata alla conclusione della storia mi sono detta: “L’amica geniale non è né Lila né Lenuccia, sono entrambe l’amica geniale: l’una per l’altra”. E poi ce Lei, l’altra protagonista.

Napoli per Elena Ferrante non è un luogo comune, quando nasci e cresci qui l’impari presto; te la porti dentro. Si resta, si fugge, si torna, si rimane a distanza guardinghi, e la si contiene dentro di sé, buio e luce. Non so se Elena Ferrante sarà d’accordo: per me Napoli è La città geniale.

 

Ogni impedimento è giovamento

Fessi e contenti

Ci crediamo un popolo furbo e invece siamo un popolo fesso”, ascoltare questa frase seduta ai tavolini di un bar a piazza Cavour mentre con Sandro prendevamo un caffè nell’intervallo tra la passeggiata alla ricerca di nuove strade per scendere giù Napoli a piedi e la visita guidata al MADRE è stata un’illuminazione.

Abbiamo vagato per Materdei, un quartiere di Napoli che conosco pochissimo e mi affascina un bel po’, siamo sbucati alla Sanità per una strada nuova, l’abbiamo attraversata e siamo arrivati a piazza Cavour.

La visita guidata al MADRE iniziava alle 18,00, avevamo deciso di andare un po’ prima e girare un po’ da soli per le sale, comunque era troppo presto e un caffè ci stava bene. Tempo fa avrei scartato quel caffè a priori, avrei sbagliato; il caffè era buono, i proprietari gentili, le conversazioni al tavolo a fianco interessanti. Sì ascolto le conversazioni attorno a me se mi incuriosiscono. Lo fate anche voi, lo so.

A proposito il MADRE è il Museo d’Arte Contemporanea Donnaregina. Non sono una grande appassionata di arte contemporanea e tantomeno sono un’esperta, ma sono una persona curiosa, se non capisco quello che vedo non do per scontato che sia una schifezza. Di fronte a un’opera d’arte contemporanea a volte vado oltre perché in quel momento non mi appartiene, ma in un altro momento chissà, altre volte mi soffermo per cercare di capire. Adoro il MADRE, il palazzo che lo ospita, il luogo dove si trova, il contrasto tra il suo contenuto, l’allestimento delle sale e i vicoli di Napoli su cui cade lo sguardo osservando fuori dalle finestre.

Notizia di servizio: il lunedì l’ingresso al MADRE è gratuito e ci sono anche due visite guidate gratis. Ok per le visite guidate controllate sul sito, non so se ci sono sempre.

Ma torniamo alla frase iniziale: “Ci crediamo un popolo furbo invece siamo un popolo fesso”, la pronuncia una ragazza parlando con un vecchietto, sono entrambi della zona, lei lavora in qualche negozio delle vicinanze e abita da quelle parti, ha interrotto il lavoro per prendere un caffè al bar, eh sì ‘sti napoletani che non tengono genio di fare niente. Arrivando al bar ha visto il vecchietto seduto al tavolino a fianco al nostro, lo ha salutato e gli ha chiesto se avesse vinto qualcosa al lotto. Hanno continuato a chiacchierare di lotto, di quanto è importante giocare con moderazione senza farne un’ossessione.

Mi arrivavano parole a caso e non facevo particolare attenzione alla conversazione quando sento: “Ci crediamo un popolo furbo e invece siamo un popolo fesso” e mi si drizzano le antenne. Cavoli sono anni che lo vado ripetendo beccandomi derisione e aria di sufficienza e lì, in quel bar, trovo due alleati.

Lo ammetto di questi tempi i discorsi più sensati su Napoli li sto ascoltando nei momenti più inaspettati e da persone a cui non avrei dato molto credito a primo acchito.

Questa discussione è avvenuta lunedì 28 aprile 2015 ore 15,30 in una Napoli piena di turisti, italiani e stranieri. Ne avevamo incrociati a Materdei e alla Sanità, seduti in quel bar di piazza Cavour ne abbiamo visti passare un bel po’.

I turisti sono diventati l’argomento della breve chiacchierata tra il padrone del bar e la ragazza: guardandosi intorno, vedendoli passare, lei ha osservato che la città ne era piena, lui era contento perché stava lavorando proprio bene e si stava attrezzando anche per vendere panini e qualcos’altro per pranzo. Sta per arrivare Maggio e qui a Napoli da anni c’è il Maggio dei Monumenti, la città viene invasa da turisti e da napoletani assopiti che si risvegliano e si accorgono della bellezza della propria città, che non è solo pizza, spaghetti, tarantella, sole, mare, mandolino.

Francesca Matilde Ferone mangia un piatto di spaghetti davanti al panorama del Vesuvio, illustrazione di Sandro Quintavalle

Mo faccio pure ‘na tarantella, mangio ‘na pizza e suono nu poco ‘o mandolino

La ragazza ha suggerito al proprietario del bar di far trovare ai turisti stranieri un menù anche in inglese e di imparare un po’ di inglese di base per facilitare la comunicazione: “Nei bar e nei ristoranti di altre città chi ci lavora parla sempre anche l’inglese” il barista ha risposto: “Sì, ma in città turistiche”, lei infastidita ha replicato: “Perché Napoli non è una città turistica? Guardati in giro è una città bellissima e ora piena di turisti”, lui sommesso ha risposto: “Ma come faccio?” e lei bella tosta ha concluso: “Prenditi un libro e studia che scemo non sei” a questo punto non mi sono alzata ad abbracciarla per un pelo.

Riassunto, siamo un popolo di fessi che si crede furbo e Napoli è una città turistica. Sì ho trovato la mia anima gemella.

Il prezzo della libertà

Verso i 7/8 anni ho preso una decisione: “Questa casa non mi merita”, era fine primavera e faceva caldo. La mia irrevocabile decisione era stata presa dopo un litigio con mio padre, non ne ricordo il motivo ma rivedo perfettamente me seria e determinata che do l’annuncio al genitore, lui accoglie le mie parole con calma e rispetto: “Se vuoi andartene vai, lì è la porta”. Io, donna forte e determinata di 7/8 anni, realizzo un sogno: prendo un enorme foulard, apro il mio armadio e inizio a scegliere le cose da portare. L’idea di fuggire con un bagaglio di fortuna mi piace molto.

Avevo letto da poco una storia di Topolino in cui Archimede partiva alla ricerca di non so cosa con un unico bagaglio, un bastone a cui aveva legato un pezzo di stoffa piegato contenente l’occorrente per il viaggio, finalmente avrei fatto lo stesso.

Francesca Matilde Ferone in versione vagabondo sta per lasciare l’odiata dimora del tiranno padre e avviarsi verso libertà e ignoto. La fuga non poteva iniziare senza le mie due adorate camicie da notte estive stile impero, bordate di bianco, una rosa e una azzurra.

L’orrendo tiranno osserva tutta la scena in silenzio perfettamente calmo, quando il bagaglio è pronto mi accompagna con gentilezza alla porta, me la apre, io gli dico, sicura e inavomibile: “Io vado”, lui mi risponde sereno: “Va bene, ciao. Ma questa rimane qui” e con abile mossa prende il mio prezioso bagaglio. Io furibonda cerco di riprendermelo dicendo: “Ridammelo, è mio”, lui sempre calmissimo mi sorride e mi risponde: “No è mio, l’ho comprato con i miei soldi ed è mio, tu non hai niente di tuo. Nuda sei arrivata e nuda te ne vai. Anche i vestiti che indossi sono i miei ma te li lascio, ti faccio un regalo”.

Pronta ad assaporare la conquistata libertà, e senza bagaglio, esco. Mio padre mi saluta, lo ignoro, chiude la porta.

Il destino mi era avverso, dovevo andarmene ma senza la mappatella, senza le mie adorate camice da notte l’impresa di faceva difficile. L’orgoglio mi impediva di tornare, doveva essere lui a chiedermi scusa e a chiedermi di tornate.

Credo di essere rimasta un’ora su quel pianerottolo, e credo che mio padre sia rimasto un’ora dietro la porta a controllarmi dallo spioncino. Dopo un’attenta valutazione della situazione ho deciso di rimandare la fuga, ho bussato, papà ha aperto, mi ha salutata, io ho sottolineato che l’abbandono della casa paterna era solo rimandato, lui ha risposto con calma ed un sorriso, ma senza sarcasmo o ironia: “Va bene”, io sono andata in camera mia. Ok ho barattato la mia libertà per due camicie da notte estive, e allora?!

Di mare. di sole, di caffè e di vita

Giorni fa per lavori nel condominio avrei dovuto lasciare libero il posto auto dalle 8,00 del mattino  per quasi tutta la giornata. La condomina Francesca Matilde Ferone era molto preoccupata: “Dove cavolo parcheggio qui intorno”. Certo avrei potuto parcheggiare in uno dei due garage a pagamento sotto casa ma ho optato per un’altra soluzione; ho preso can Piera, il Kindle, un quaderno, penne, pennarelli, matite, due asciugamani, ho indossato il costume — tranquilli poi mi sono rivestita — e approfittando della bellissima giornata sono andata sul lungomare di Pozzuoli.

Grazie a can Piera in questi anni ho conosciuto molto proprietari di cani a passeggio, alcuni da strozzare altri simpaticissimi; il signore che ho incrociato quella mattina era simpaticissimo e mentre i nostri cani giocavano sulla spiaggia abbiamo chiacchierato un bel po’.

Il lungomare di Pozzuoli l’ho scoperto da poco, o meglio l’ho guardato sul serio da poco in tutta la sua bellezza. C’ero passata tante volte, ma a volte la bellezza davanti ai nostri occhi diventa abitudine e non la vediamo. Da quando l’ho guardato con nuovi occhi è diventato una delle mie mete preferite quando ho bisogno di qualcosa che mi faccia stare bene.

Alle verso le 7,30 di un lunedì di maggio il lungomare di Pozzuoli era pieno di persone di tutte le età, chi correva, chi passeggiava a passo veloce, chi portava fuori il cane. C’era un atmosfera bellissima e poco traffico.

Il proprietario dell’altro cane era un signore sulla sessantina, era nato, cresciuto e vissuto a Bagnoli, a pochi passi da lì. Mi ha raccontato del suo rapporto con quei luoghi, di quando ci andava a nuotare da bambino e da ragazzo, di come li abbia visti rovinarti negli anni, di come quei geni dell’Italsider per qualche misterioso motivo abbiano deciso di buttare cemento sulla sabbia per creare una strada a mare, di come quelle acque piene di pesce grazie ad una devastazione scellerata siano ormai quasi sterili.

Mi ha indicato un signore anziano che arrivava con la canna da pesca dicendomi: “Viene tutti i giorni, si mette lì con la sua canna da pesca e passa la mattinata, non pesca quasi niente ma viene lo stesso”. Quando è passato sulla strada sovrastante la spiaggia un signore urlando l’ha guardato con tenerezza e ha detto: “Era un grande giocatore di calcio, erano venuti da varie squadre a vederlo giocare, poteva fare una bella carriera. Poi gli è morta la madre a cui era affezionatissimo, è andato a Torino a lavorare alla Fiat e lì non si sa cosa sia successo, qualcosa di brutto, quando è tornato era così, ogni estate peggiora e va fuori di testa”.

Ascoltarlo è stato piacevole, l’entusiasmo con cui parlava di quei luoghi era contagioso, gli si illuminavano gli occhi: “ Siamo circondati da posti meravigliosi: Campi Flegrei, Pozzuoli, Cuma, Averno, Miseno e tanti altri. Se ne parla poco, sono poco pubblicizzati”, e qui la mia fissa per la comunicazione dei luoghi fatta bene si è illuminata.

Il discorso è scivolato su di noi, gli abitanti di questi luoghi, abituati a tanta bellezza da non vederla, darla per scontata, distruggerla con la nostra incuria, la nostra apatia. Sì, con la nostra presunta furbizia. Da lunedì ho un altro alleato.

A un certo punto mi sono commossa, indicando un punto vicino a una grotta nella roccia alle nostre spalle mi ha raccontato di come il proprietario di un locale nelle vicinanze avesse distrutto la sua idea di eterno riposo: “Lì c’era un albero che in primavera faceva dei fiori bellissimi, avevo detto a mia moglie: quando muoio mi fai cremare, mi metti in un vaso di cristallo trasparente chiuso, mi fai portare su quel punto di roccia vicino all’albero da nostro figlio che sa arrampicarsi, mi metti vicino un barattolo di caffè e io sto lì, sento l’odore del caffè, vedo il mare, sono circondato da quel bellissimo albero e chi sta meglio di me, questa sì che è vita eterna, altro che cimitero”. Poesia, poesia pura.

I progetti per la vita eterna a volte devono fare i conti con la stupidità della vita mortale: “Un giorno sono arrivato qui e l’albero non c’era più, il proprietario del locale lì aveva deciso di dare una ripulita e togliere le erbacce sulla roccia, chi ha fatto il lavoro ha tagliato indiscriminatamente tutto, compreso l’albero”.

Passi avanti nella scienza

Verso i 6/7/8 anni ho preso una decisione importante: “Devo assolutamente sapere di che sa la pioggia”. Ho provato a stare ferma sotto la pioggia a bocca aperta ma senza grandi risultati, entravano poche gocce alla volta e non sapevano di niente. Ho provato a farla cadere sulle mani messe a coppa per raccoglierne un po’ e berla; in realtà è difficile farsi cadere sulle mani una quantità tale di pioggia da cui attingere una bella sorsata, e poi c’era il problema dei due tiranni contrari agli esperimenti scientifici; ogni volta che stavo ferma sotto la pioggia nel tentativo di berla arrivava uno dei due solerti genitori e mi obbligava a ripararmi da qualche parte o a usare un ombrello; che gente!

La soluzione logica è arrivata in tutta la sua semplicità, fornirmi di un recipiente — bicchiere, tazza, pentolino — aspettare la pioggia, e con fare lesto riempire il suddetto recipiente di pioggia e berla. Era un piano perfetto da fare in casa, si trattava di aprire una finestra o andare fuori un balcone mentre pioveva, allungare le mani, raccogliere l’acqua nel recipiente, bere.

Il piano è riuscito gente, solo che le cose hanno preso una strana piega.

È sera, siamo a Baia Verde a casa di amici dei miei genitori, la casa è situata nello stesso parco della nostra, è al primo piano e ha un terrazzo coperto. Siamo lì per cena, in realtà è una cena in piedi con varie famiglie con bambini, un evento abbastanza comune. All’improvviso temporale estivo, nella mia mente si accende una lampadina: “Pioggia, pioggia, pioggia; bere, bere, bere”, con abile mossa prendo un bicchiere, allungo le braccia verso l’esterno e finalmente corono il mio sogno: un bicchiere mezzo pieno di pioggia; bevo, uno schifo tremendo, una roba amara e con un sapore orrendo.

Il mio splendido piano non aveva contemplato il cornicione della palazzina. La giovane Francesca Matilde Ferone non ha realizzato di aver bevuto acqua di scolo e ha decretato: “Fatica sprecata, la pioggia fa schifo, non ne berrò mai più”.

Ero disgustata e non so cosa ho detto tra me e me, a quel punto è arrivato il figlio del proprietario di casa, aveva la mia stessa età, e mi ha preso in giro per il mio stupido esperimento, mi ha dato della scema, io ho risposto: “Scemo ci sei tu”.

Apriti cielo, nella foga del momento non mi ero accorta di essere a pochi passi dall’amato genitore, e l’amato genitore era tutt’altro che sordo, assolutamente amabile, per certi aspetti mi viziava molto, autorevole ma non autoritario, assolutamente non violento.

Durante la nostra convivenza ho ricevuto solo uno schiaffo da mio padre e si è scusato subito, chiarendo che io avevo torto e lui ragione, che io stavo davvero esagerando, ma che picchiarmi era sbagliato e inutile. È vero era sbagliato e inutile, avevo terrore del suo modo di arrabbiarsi, tranquillo e non violento, rigido e coerente, da rendere inutile l’uso delle maniere forti.

Dialogo tra l’amato genitore Vittorio Ferone e la diletta figlia Francesca Matilde Ferone:
Vittorio: “Ora chiedi scusa e torniamo a casa perché non si va a casa della gente a insultarla”
Francesca Matilde: “Ma ha iniziato lui, mi ha detto stupida e scema”
Vittorio: “Non mi interessa, non si dicono parolacce, per nessun motivo, e lo sai, inoltre qui siamo ospiti; saluta, scusati e andiamo a casa”.
Francesca Matilde: “Scusa, arrivederci, ciao”.
Codesto dialogo non riporta le parole precise ma il senso del discorso è stato quello.

La discrezione dico io, un minimo di discrezione, se proprio mi devi rimproverare prendimi da parte, mi fai le tue rimostranze, io ti dico le mie ragioni, e al limite, se rimani della tua idea, trovi una scusa e mi porti a casa. Invece no, tu amato genitore esibizionista ti metti a fare tutto sto discorso avanti a tutti, no dico è modo di fare. Ah ma è proprio nelle tue mire parlare in pubblico per far sentire a tutti, fa parte della punizione. Vabbè contento tu, ma non è serio, e sono in disaccordo sulla punizione e sulle sue modalità.

In men che non si dica io e mio padre arriviamo a casa, e vengo abbandonata lì, alle cure di Anna, la ragazza che badava a me e a mio fratello e alla casa, e il dittatore torna alla sua festa. È chiaro che ho ricevuto un trattamento disumano, portarmi via dalla festa senza avermi dato il tempo di mangiare i peperoni imbottiti tipici delle cene in piedi a Baia Verde è roba da denuncia al telefono azzurro. Quell’acqua piovana mi aveva lasciato un saporaccio in bocca, ero soddisfatta della riuscita dell’esperimento ma non avevo intenzione di ripeterlo, un bel peperone imbottito ci sarebbe stato benissimo.

Per chi non l’avesse capito a casa nostra le parolacce erano bandite, gli adulti non le dicevano e i bambini avevano il divieto assoluto di dirle. Io le parolacce le sentivo, eccome, soprattutto d’estate a Baia Verde, sognavo di poter dire scemo e stupido a chiunque, alcuni bambini usavano quelle parole, ma nelle dittature la libertà di parola, o meglio di parolaccia, non è contemplata, e quello che si fa e si dice a casa di altri non riguarda la dittatura Ferone-Pirolo.

I miei eroi erano i bambini dallo stronzo e vaffanculo libero, nelle case di quei bambini quelle parole erano di uso comune, affettuoso e tenero lessico familiare. Loro sì che erano fortunati, tra urla, parolacce e libertà assoluta avevano tutti i diritti a me negati e nessuno dei miei stupidissi e noiosissimi doveri.

Signore e signori oggi offerta speciale

Bene siamo di fronte a due post completamente differenti, uno ambientato nella Napoli dei nostri giorni e uno nella Napoli e provincia degli anni 70. E qui ti sbagli cara la mia Francesca Matilde Ferone: sì parlo a me stessa in terza persona singolare in pubblico.

Oggi c’è l’offertona, introduco un terzo argomento. Sentitevi autorizzati a chiudere il post per chiara mancanza di logica.

Da pochi giorni ho finito di leggere Resisto dunque sono di Pietro Trabucchi, sì lo so il titolo è un po’ ridicolo, il libro neanche un po’.

“Piero Trabucchi è uno psicologo che si occupa di prestazioni sportive, prevalentemente di discipline di resistenza”

Pietro Trabucchi si presenta così nel suo sito . Resisto dunque sono parla di resilenza psicologica soprattutto in discipline sportive; per un caso, che forse caso non è, in questi giorni sto leggendo anche il libro autobiografico di Walter Bonatti I giorni grandi in cui sono raccontate alcune imprese epiche e alcune colossali sconfitte del Bonatti alpinista. Il racconto dell’impegno di Bonatti messo nello scalare una montagna si fonde perfettamente con il concetto di resilenza esposto da Trabucchi.

No, non ho deciso di scalare montagne, mi piacerebbe molto e sono affascinata dall’alpinismo con il piccolo particolare che soffro di vertigini e a volte salire sul terzo gradino dello scaletto di casa è un problema. Ma come fa notare Trabucchi le doti di resilenza psicologica di un atleta sono le stesse di qualsiasi persona capace di affrontare e superare grandi difficoltà. Non eroi imbattibili ma persone comuni con un determinato modo di stare e vedere il mondo.

Ma perdindirindina non vi ho detto cos’è la resilenza in campo psicologico, si lo so che la maggior parte di voi lo sa ma io lo dico lo stesso, e per dirlo rubo le parole a Trabucchi

“Desidero però dare fin d’ora la mia definizione personale di resilienza: la resilienza psicologica è la capacità di persistere nel perseguire obiettivi sfidanti, fronteggiando in maniera efficace le difficoltà e gli altri eventi negativi che si incontreranno sul cammino […].

Il verbo «persistere» indica l’idea di una motivazione che rimane salda. Di fatto l’individuo resiliente presenta una serie di caratteristiche psicologiche inconfondibili: è un ottimista e tende a «leggere» gli eventi negativi come momentanei e circoscritti; ritiene di possedere un ampio margine di controllo sulla propria vita e sull’ambiente che lo circonda; è fortemente motivato a raggiungere gli obiettivi che si è prefissato; tende a vedere i cambiamenti come una sfida e come un’opportunità, piuttosto che come una minaccia; di fronte a sconfitte e frustrazioni è capace di non perdere comunque la speranza.

[…] i quattro aspetti cognitivi della resilienza che vengono presentati in questo libro: senso di controllo, tolleranza alla frustrazione, capacità di ristrutturazione cognitiva, attitudine alla speranza.

[…] la resilienza può essere potenziata, possiamo imparare a migliorarla.

[…] ogni stressor viene filtrato dalle risorse interne dell’individuo. La prima, la più importante di queste risorse, è il modo in cui noi «leggiamo» le difficoltà: cioè la «valutazione cognitiva». Perché questa importanza? Perché dalla valutazione dei fatti nascono i comportamenti e le strategie che decidiamo di adottare per rispondere alla situazione. Ma non solo: anche la reazione fisiologica che il nostro corpo produrrà per sostenerci nella lotta nasce qui. Una valutazione inadeguata produrrà azioni e risposte corporee inadatte.

[…] la resilenza è una disciplina, cioè qualcosa che si ottiene con dedizione e impegno”

I pochi estratti del libro possono far storcere il naso e far pensare: “Ma che vuole questo, un fatto sono le prestazioni sportive, il decidere un obiettivo sfidante ma non indispensabile, un fatto è affrontare la vita di tutti giorni, le difficoltà, gli imprevisti, i dolori, lo stress causato da lavoro, famiglia, società, aspettative. Insomma la vita vera è altra”.

Ma Trabucchi sorprende, allunga una mano e con garbo ci porta in un mondo in cui non possiamo controllare tutto ma possiamo imparare ad accettare gli eventi, un mondo dove è chiaro che la realtà non è oggettiva ma viene sempre, sempre, filtrata dall’idea che abbiamo su noi stessi e sul mondo, con gentilezza ci dice: “Hey lo so che piangersi addosso perché ti è crollato il mondo addosso ti fa sentire meglio, sei una vittima e questo ti dà il diritto di soffrire, compiangerti, odiare il mondo e invidiare gli altri, rispetto il tuo dolore, lo rispetto per un po’ dopodiché intendo aiutarti. Aiutarti a volgere lo sguardo su di te, sulle tue risorse interiori; voglio farti capire che la tua visione del mondo e di te stesso possono essere sbagliate. Il nuovo sguardo sul mondo, il nuovo approccio alle cose sono tuoi, io posso incoraggiarti, supportarti, spronarti; posso farlo per un po’ poi la palla passa a te; tu devi impegnarti, e lo devi fare senza competitività, senza sviluppare un ego smisurato o crederti chissà chi, se no torni alla base, nascondi la tua fragilità dietro falsi idoli”

Trabucchi dice anche: “Lo so che non riesci in alcune cose e ti piace pensare di essere privo di talento così puoi stare fermo, immobile a rotolarti nel tuo triste destino senza prendere in considerazione il fatto che i veri risultati si ottengono con lavoro, impegno, perseveranza. Quello che chiami talento e di cui ti ritieni privo da solo non serve a niente, può portarti a risultati facili all’inizio ma se non coltivi disciplina, impegno, passione, perseveranza alle prime difficoltà crolli e non ti rialzi”. Le ultime due parentesi contengono la mia lettura del libro di Pietro Trabucchi non sono citazioni dal libro.

Della mia lunga amicizia con la bulimia ho accennato, prima o poi vi beccate un simpatico post sull’argomento, ne accenno qui perché nella mia battaglia contro la bulimia ho incrociato gli Overeaters Anonymus, gruppi di auto-aiuto per persone con disturbi alimentari basati sul programma degli Alcolisti Anonimi adattato ai disturbi con il cibo.

Gli Overeaters Anonymus, come gli Alcolisti Anonimi, iniziano i loro incontri con la Preghiera della Serenità, da agnostica ho trovato illuminanti fin dal primo incontro le prime due strofe di questa preghiera:

“ Dio, concedimi la serenità di accettare le cose che non posso cambiare,
il coraggio di cambiare le cose che posso,
e la saggezza per conoscerne la differenza

Vivendo un giorno per volta;
assaporando un momento per volta;
accettando la difficoltà come sentiero per la pace”

Sul concetto di Dio o Potere Superiore per gli Alcolisti Anonimi non mi dilungo, parlo della Preghiera della Serenità perché trovare la prima strofa come esempio di atteggiamento resilente nel libro di Pietro Trabucchi mi ha colpita molto.

Riuscire ad accettare serenamente le cose della nostra vita che non possiamo cambiare senza farci schiacciare da loro, distinguerle da quelle che invece possiamo cambiare e impegnarci a cambiare queste ultime quando non ci piacciono, ci fanno sentire male o sono fonte di disagio è fondamentale.

A volte ci culliamo senza accorgercene nel disagio e nello stare male, ci lamentiamo ma siamo abituati e ci sentiamo protetti dalla nostra infelicità. Parliamoci chiaramente affrontare la propria vita, prendersi le proprie responsabilità è difficile, se non abbiamo gli strumenti per farlo, se nessuno ci ha aiutati a costruirceli e anzi siamo vissuti in un ambiente impregnato dalla visione di noi come inetti, brutti, sporchi, cattivi e incapaci e abbiamo fatto nostra questa visione per quanto ci dia fastidio e ci faccia soffrite e la combattiamo, anche in maniera rabbiosa e maldestra, questo modo falsato di vederci e di vedere il mondo diventa la nostra coperta di Linus.

Un nuovo approccio al mondo è lento, un percorso in salita su un terreno accidentato, pieno di cadute, fallimenti, ritorni alla partenza, ma è un percorso doveroso nei nostri stessi confronti. È una strada che possiamo percorrere soltanto noi, se abbiamo la fortuna di avere accanto qualcuno che ci ama e supporta quel qualcuno non  può sostituirsi a noi. Le chiappe da alzare dalla sedia, le gambe da muovere passo dopo passo, i pensieri da controllare e modificare, le emozioni da osservare, domare, incanalare in nuove azioni, le azioni e le scelte sono nostre, solo nostre.

La cosa fondamentale e non voler vedere i nostri sforzi e le nostre ragioni riconosciuti da chi ci ha guardati sempre con uno sguardo modificato e filtrato dalla sua visione del mondo, dai suoi pregiudizi e dai suoi concetti di normale, anormale, giusto è sbagliato. Se agissimo cercando l’approvazione e la benevolenza di chi ci vede con lo sguardo distorto dalla sua visione del mondo avremmo una cocente delusione, i nostri sforzi sarebbero vani, ritorneremmo al punto di partenza e lì rimarremmo, convinti che lo sguardo altrui sia reale e giusto e il lavoro per raggiungere il meglio di noi, e non un’ideale altrui, sia vano e illusorio.

No, non è il momento auto-esalante e mistico del post è  l’unico modo che conosco per riprendere a vivere dopo anni di buio, con la sensazione di non avere controllo su niente, di essere un incapace priva di ogni talento. Anni passati a fare scelte altrui e a ribellarmi con rabbia a quelle scelte in modo convulso, aggrovigliato, distruttivo.

Dagli Overeaters Anonymus ho imparato che le cose vanno affrontate un giorno alla volta, un passo dopo l’altro; grazie a loro ho scoperto di non essere un mostro cattivo senza volontà ma una persona con un problema da risolvere. Non ero l’unica ad avere quel problema ma ero l’unica ad avere quella storia di vita. Ogni storia è diversa e anche se si vivono gli stessi eventi ogni evento viene filtrato dal proprio modo di stare al mondo, di vedere e sentire la realtà. Tranquilli non sono impazzita, in psicologia questo fenomeno si chiama visione cognitiva.

I miei problemi col cibo non sono finiti miracolosamente grazie agli Overeaters Anonymus ma di sicuro hanno avuto una svolta.

E tutti giù per terra

La tirannide congiunta di mio padre e mia madre è finita il 27 maggio 1977 con la morte di mio padre, io non avevo ancora 10 anni. La tirannide assoluta di mia madre è finita il 13 giugno 1993 con la morte di mia madre. Il passaggio dalla dittatura mista Vittorio Ferone-Lucia Pirolo a quella assoluta Lucia Pirolo è stato durissimo per tutti, Lucia Pirolo per prima. Di quegli eventi ho parlato in questi due post: La materia di cui siamo fatti e Nelle scarpe degli altri.

La fine totale della tirannia genitoriale è stata una botta in testa bella forte: “Noi abbiamo già dato non è possibile anche questo”. E invece sì è possibile ed è successo.

La sensazione di essere perseguitati dalla sfortuna e di non poter fare niente, una specie di pensiero magico mi ha perseguitata per anni. Dopo tutto lo sentivi mormorare in giro: “Poverini sono tanto sfortunati”, e poi sentivi il retro pensiero: “Meglio a loro che a noi”, e poi il retro retro pensiero: “Ma niente niente portassero sfortuna”.

E la sensazione di sfortuna ha alimentato la rabbia già presente da anni: dovevo cambiare le cose. Ho provato a farlo in maniera irosa e irrazionale, ho preso capocciate, sono caduta, mi sono rialzata, ho preso rincorse, sono sbattuta contro muri, sono ricaduta, mi sono fermata, ho ricominciato.

La parte migliore di me l’ha costruita il tiranno padre nei pochi e importantissimi anni in cui c’è stato, l’ha fatto con immenso amore, rigore e coerenza. Con mia madre mi faccio grandi chiacchierate, tranquilli lo so che non c’è e non mi risponde, sono chiacchierare nella mia mente, le riporto per iscritto, cerco di capire quella persona per me lontanissima, per certi versi estranea, ostile e amatissima.

Sandro tempo fa mi ha chiesto: “Ma di tua madre tutti dicono che era bellissima, possibile che ‘sta donna non avesse altri pregi” io ci ho pensato su e ho risposto: “Dicono che era bellissima perché lo era, poi aveva grandi fragilità evidenti, grande forza, e credo sia stata molto sola, sia stata etichettata come malata e nessuno abbia voluto sapere esattamente chi fosse e a cosa fosse dovuto il suo malessere”.

No, non addà passa ‘a nottata, ogn’mpedimento è giuvamento

Napoli Milionaria è la commedia di Eduardo de Filippo che preferisco, finisce con una frase ormai diventata patrimonio di Napoli, descrive un certo modo di essere napoletani, fatalisti e immobili “Adda passà a nuttata” tradotto “Deve passare la notte”.

C’è un altro detto napoletano che descrive il modo di stare al mondo e superare i problemi di tantissimi cittadini di questa città “Ogn’mpedimento è giuvamento” tradotto “Ogni impedimento è giovamento”. Vivere gli ostacoli grandi e piccoli della vita senza farsene una malattia, accettandoli senza perdersi d’animo e trovando soluzioni intelligenti ed efficaci è una caratteristica napoletana; non ha niente a che fare con l’arte d’arrangiarsi per cui siamo erratamente famosi e di cui erratamente, sottovalutandoci, ci vantiamo. È la capacità di lavoro, determinazione, creatività senza circondarci di inutili auree di seriosità; seri e professionali e contemporaneamente ottimisti, leggeri, pronti alla battuta sagace e non stupida.

La presunta furbizia che viviamo come motivo di orgoglio e di riscatto ci fa perdere di vista i tanti reali motivi per cui essere orgoglio di noi come popolo e di Napoli; ci piace vederci e narrarci furbi e non grandissimi lavoratori.

A Napoli in questo momento c’è grandissimo fermento, molti cittadini si stanno riappropriando della città, la stanno valorizzando, coccolando, raccontando nella sua realtà. Il turismo sta diventando fonte di ricchezza, di questo fuori Napoli si parla poco; la Napoli bella, solare sì, ma anche lavoratrice, costruttiva, intellettualmente vivace e piena di idee che si concretizzano non interessa, non vende, e poi diciamocelo chiaramente non fa comodo. La Napoli di camorra, monnezza e miseria è molto più notiziabile e fa comodo.

La Napoli del “Adda passà a nottata” sta cedendo il passo alla Napoli di “Ogni impedimento e giovamento” una piccola rivoluzione di cui alcuni non si accorgono, che altri negano, a cui qualcuno non partecipa perché implica una modifica al proprio modo di pensare e agire basata sullo smettere di lamentarsi perché non funziona niente, è tutto sporco, non c’è lavoro, e passare a domandarsi: “Io che faccio per migliorare le cose, a parte lamentarmi?” e trovato qualcosa da fare per cambiare le cose farlo, non gesti eclatanti ma piccoli gesti quotidiani e costanti che fanno la differenza senza richiedere grande sforzo. Ma lamentarsi è bello assai.

Mio padre diceva i “Furbi non sono intelligenti”, mi piace pensare che un giorno alla volta, passo dopo passo, quei napoletani attaccati all’idea che furbo è bello rivendichino la profonda intelligenza con cui affrontano il mondo ogni giorno e decidano di isolare i pochi realmente furbi, poco intelligenti e poco costruttivi.

Concludo il post con le parole che Ruby Bandiera, esperto di marketing di Ferrara, ha scritto sul suo profilo di Facebook dopo aver trascorso una vacanza a Napoli:

“Torno adesso da una 4 giorni di vacanza a ‪Napoli‬ della quale non avevo detto nulla a nessuno per godermi la città con il telefono spento e lontano da internet.
Più divento grande, più invecchio, più maturo e più mi innamoro del Sud e della sua gente.
Napoli è pazzesca, straordinaria, elegante, blasfema, sgarrupata, raffinata, bella, bruttissima. Napoli è l’amplificazione di quello che siamo tutti noi, in bene e in male. È un enorme e caotico megafono.
Ah, rispettano i semafori rossi e girano in scooter e moto (quasi sempre) con il casco”

Qui l’intero post che Rudy ha scritto sul suo blog.

Ma che mu, ma che mu, ma che musica maestro!

La basilica di San Severo Fuori le Mura è a piazzetta San Severo a Capodimonte, Rione Sanità, Napoli. Venerdì 10 aprile 2015 a San Severo Fuori le Mura c’era un evento bello, a cui volevo partecipare, il passaggio degli strumenti, per il momento simbolico, da parte dei 44 ragazzi che hanno composto dal 2008 a oggi l’orchestra sinfonica Sanitansamble ai 44 bambini del nuovo corso.

L’incontro tra Ernesto Albanese, presidente de L’Altra Napoli onlus e don Antonio Loffredo parroco della Sanità ha generato progetti belli è concreti, l’orchestra Sanitansamble è uno di questi. Prendendo spunto  dall’orchestra giovanile Simon Bolivar, nata in Venezuela all’interno del modello educativo El Sistema ideato da José Antonio Abreu nel 1975, e perfezionatosi in questi 40 anni, sette anni fa è nata Sanitansamble, orchestra sinfonica giovanile del Rione Sanità di Napoli, un posto bello e degradato, un ghetto al centro della città, pieno di ricchezza storica e artistica e pieno di ricchezza umana. Il Rione Sanità per molti anni è stato simbolo di degrado, violenza, povertà, da qualche hanno, grazie al lavoro di don Antonio Loffredo e di coloro che l’hanno sostenuto e seguito è diventato un esempio di rinascita economica, sociale e culturale mossa dal basso.

Con il progetto Sanitansamble bambini dai 6 ai 9 anni provenienti da ambienti disagiati sono stati avviati allo studio di uno strumento musicale e sono entrati a far parte di un’orchestra sinfonica composta da loro coetanei. I bambini imparando a suonare imparano a impegnarsi, a dare attenzione e valore a quello che fanno, scoprono le loro capacità.
Il fatto che i ragazzi siano parte di un orchestra li porta a confrontarsi con gli altri membri, a entrare in sintonia con loro e a lavorare insieme.

In questi anni quei bambini hanno imparato a suonare, a conoscersi, a seguire una disciplina, a lavorare con rigore e passione. Sono usciti dal loro quartiere ghetto e hanno suonato in luoghi per loro impensabili sette anni fa. Hanno visto il loro impegno e quello delle loro famiglie ampiamente ripagato. Dei 44 membri originari della Sanitansamble quasi nessuno ha lasciato l’orchestra e quasi nessuno ha lasciato la scuola, in un quartiere dove la dispersione scolastica è elevata.

I ragazzi del primo nucleo della Sanitansamble sono cresciuti e cedono il passo ai nuovi arrivati. I grandi proseguiranno il loro percorso musicale con modalità differenti, i piccoli iniziano una strada nuova.

Questi i fatti, forse un po’ imprecisi, ma fatti, i link disposti in giro in questo post danno informazioni più dettagliate, qui incomincia la mia personale versione e visione di questo evento.

Arrivare alla basilica di San Severo fuori le mura è stato uscire dalla mia comfort zone. Il Rione Sanità visto dal mio mondo è un posto pericoloso, da evitare, mi ci sto addentrando da pochi mesi tra quelle strade, ma fino a ieri mi ero mossa sempre tra le stesse strade, e perlopiù in compagnia. Venerdì dopo aver visto su Google Maps dove si trova la basilica di San Severo sono andata un po’ in panico, ho pensato: “Oddio piazzetta San Severo a Capodimonte sta là sopra, c’è un sacco di strada da fare, che cavolo di strada sarà. Gesù mi devo scostare dalle strade che ho fatto finora”, guardando la mappa il tratto di strada da fare dalla strada principale alla basilica di San Severo mi era sembrato lunghissimo. La mia mente leggendo piazzetta San Severo a Capodimonte sull’invito all’evento aveva elaborato la visione di una lunga salita da percorrere, stretta, isolata, con una forte pendenza; un luogo ostile dove mi andavo a ficcare volontariamente.

Mai dare eccessivo peso alle proiezioni catastrofiche della propria mente, soprattutto della mia mente.

Francesca Matilde Ferone canta a squarciagola, illustrazione di Sandro Quintavalle

Canta che ti passa

Alle 16,30 in punto di venerdì 10 aprile 2015 Francesca Matilde Ferone vomerese dalla testa ai piedi entra nella basilica di San Severo fuori le mura. Venerdì ho deciso di uscire di nuovo dalla mia comfort zone e sono stata ricompensata trascorrendo un pomeriggio bello, emozionante e su cui riflettere. Arrivare a San Severo è stato facilissimo, se avessi dovuto ascoltare un parte di me mi sarei nascosta dietro il computer a scrivere il post su cui ho lavorato questa settimana. Rimanere a casa a scrivere quel post sarebbe stata la scusa per non superare le mie paure, i miei pregiudizi, i miei preconcetti. Sarebbe stato un post triste.

Quando sono arrivata la basilica di San Severo era già quasi tutta piena, i ragazzi della Sanitansamble nello spazio davanti all’altare provavano, ridevano, scherzavano, e a un tratto alcuni di loro ballavano; i bambini, i nuovi arrivati, erano seduti vicino ai grandi. Le famiglie avevano preso posto sulle panche, soprattutto madri, molto giovani quelle dei piccoli, meno giovani quelle dei grandi, ma comunque giovani: al Rione Sanità, come in molti altri luoghi di Napoli, si diventa madre presto, spesso troppo presto; qualche padre. C’erano i maestri di musica, c’era il direttore dell’orchestra, c’erano i rappresentanti de L’Altra Napoli onlus grazie a cui la Sanitansamble è nata e ha proseguito il suo percorso in questi sette anni, e i rappresentati della Pianoterra onlus entrati da settembre 2014 nel progetto Sanitansamble. Napoli diverse, mondi differenti, uniti in uno scopo comune.

Io ero un pesce fuor d’acqua, uno spettatore curioso ed estraneo. Mi incuriosivano soprattutto le madri. Quelle dei bambini erano elettrizzate, si salutavano tra loro rumorose, erano visibilmente felici ed eccitate per l’avventura che i loro figli stavano iniziando.
Le madri dei ragazzi sembravano un po’ più tristi, come se si fossero chieste tra sé e sé  “E adesso?”, ma forse è solo il trasferire un mio pensiero ad altri. Ad ogni modo erano orgogliose dei loro ragazzi.

Venerdì ho avuto difficoltà a costruire mappe familiari: chi è la madre? chi è la nonna? chi è la sorella? Poi frasi colte al volo rimettevano quei legami familiari a posto. Come ho detto in alcuni luoghi di Napoli si diventa madri troppo presto.

Guardando i ragazzi della Sanitansamble, i grandi, con i loro strumenti, il loro aspetto, la loro gioia ho avuto difficoltà a collocarli in famiglie come quelle presenti lì. I piccoli erano più in tono con le famiglie, tra qualche anno forse anche loro sembreranno un po’ alieni alle loro origini.

Sta parlando la me ottusa, perché come è stato detto venerdì, se quei ragazzi per anni si sono impegnati nello studio del loro strumento e nel lavoro con il resto dell’orchestra, se quei ragazzi hanno perso pochissime lezioni e prove, se quei ragazzi hanno suonato in luoghi di cui forse i loro genitori non conoscevano neanche l’esistenza, se quei ragazzi hanno imparato a suonare musiche estranee al loro ambiente, lo hanno fatto grazie al sostegno delle famiglie, delle loro madri soprattutto, diversamente non sarebbe stato possibile.

È il caso che io scenda dal mio piedistallo, mi scrolli di dosso un po’ di spocchia e mi ficchi in testa questa verità: quei ragazzi sorridenti, orgogliosi, pieni di vita, quei ragazzi con in mano violini, violoncelli, oboi, flauti, trombe e quant’altro sono frutto e parte di quelle famiglie a cui io e quelli del mio mondo guardiamo con sufficienza e paternalismo, dall’alto in basso, anche, e a volte soprattutto, quando vogliamo raccontare a noi stessi la storiella di essere persone con la mentalità aperta.

Il percorso musicale della nuova classe della Sanitansamble sarà più eterogeneo, non toccherà prevalentemente la musica sinfonica. Il passaggio del testimone tra i ragazzi del primo corso della Sanitansamble e i bambini all’inizio di questa nuova avventura ha avuto come testimonial Sal Da Vinci, un cantante amatissimo prevalentemente dagli abitanti di mondi lontani dal mio, come il Rione Sanità.

Venerdì all’arrivo di Sal Da Vinci alla basilica di San Severo fuori le mura si è alzato un boato, le più emozionate erano le madri, le sorelle, le nonne dei bambini e dei ragazzi dell’orchestra, alcune erano in lacrime. Una ragazza seduta avanti a me è riuscita a sfiorare una spalla di Sal Da Vinci mentre passava, dopo mostrava la mano alla sorella ed alla madre tutta gioiosa ed eccitata. Era surreale. No non lo era, stava passando il loro idolo, è normale, per me era surreale perché l’idolo in questione mi è estraneo.

La scelta di Sal Da Vinci come testimonial dell’evento è stata perfetta, non conosco nemmeno una delle sue canzoni, forse dovrei provare ad ascoltarle senza pregiudizi e non vergognarmi nel caso mi piacesse qualcosa di quello che ascolto.

I muri, brutta cosa, soprattutto quelli nella testa delle persone. I muri nella mia testa sono duri da abbattere, ci sto provando ma ho ancora tanta strada da fare.

Ho iniziato ad ascoltare il discorso di Sal Da Vinci distrattamente, con sufficienza, a poco a poco la mia attenzione è stata catturata del tutto. Quando gli è stato chiesto cosa consigliava ai ragazzi del primo corso della Sanitansamble se avessero voluto continuare il loro percorso nella musica la sua risposta è stata semplice, lucida, chiara: “Proseguite con la scuola. Un popolo senza cultura non ha ragione di esistere, dove non c’è cultura c’è degrado”, dopodiché ha fatto presente che ogni percorso lavorativo richiede sì passione, ma soprattutto impegno e capacità di affrontare le difficoltà con intelligenza e determinazione: “Io non vivo nel paese delle meraviglie, porto avanti il mio lavoro con grandi difficoltà”. Anche un percorso lavorativo in ambito musicale fatto con serietà è duro, molto duro, da intraprendere e proseguire.

Chi si fa portatore di un messaggio deve essere in sintonia con coloro a cui si rivolge e deve usare il loro linguaggio. Se a dire le parole di Sal Da Vinci fosse stata una persona percepita come estranea quelle parole sarebbero scivolate via senza lasciare traccia, ma le ha dette Sal Da Vinci, uno di loro, è questo le rende autorevoli, un messaggio da ascoltare.

Ho una frequentazione con la musica classica molto superficiale, ma sentendo i ragazzi del primo gruppo della Sanitansamble suonare mi sono sembrati tutti bravissimi. Qui un piccolo video del concerto. Sono una pessima film-maker che il mondo lo sappia.

Non so in base a quali criteri siano stati selezionati 7 anni fa i bambini da far entrare nell’orchestra, né so se ogni bambino abbia scelto lo strumento da suonare o se gli sia stato affidato lo strumento ritenuto più adatto a lui. Di certo in questi anni ognuno di loro ha speso molto impegno, attenzione, pazienza, tempo per imparare a suonare, migliorarsi, riuscire a interagire con gli altri componenti dell’orchestra, i maestri, il direttore. Questi sono pilastri forti e stabili nelle fondamenta di una persona, lo sono per i ragazzi che hanno terminato il loro percorso nella Sanitansamble: gli saranno utili se volessero proseguiranno il loro cammino con la musica o in qualsiasi altra scelta essi facciano; lo saranno per i bambini a cui ieri sono stati simbolicamente consegnati gli strumenti.

Ieri sono uscita dalla basilica di San Severo fuori le Mura, Rione Sanità, Napoli — luogo bello e difficile, caparbiamente in rinascita — rasserenata e piena di emozioni e pensieri. Per raggiungere via Sanità ho percorso un vicolo differente da quello che avevo percorso all’andata; se all’andata mi ero sentita insicura e un po’ spaventata al ritorno ero serena. Una serie di mattoncini che compongono i miei muri mentali e i miei muri emotivi erano caduti. Devo stare attenta, i miei muri si ricompattano velocemente lasciati senta manutenzione.

Camminando pensavo alle parole di Sal Da Vinci: “Un popolo senza cultura non ha ragione di esistere, dove non c’è cultura c’è degrado” così semplici e così poco familiari a tanti, non solo nel Rione Sanità, non solo in luoghi considerati malfamati. Riflettevo sull’importanza del saper mettere insieme le persone, quelli bravi dicono fare rete, unire competenze, fare da tramite tra mondi, riuscire a capirne i diversi meccanismi e i differenti linguaggi: mediare, costruire ponti tra persone vicine e distantissime.

Tornavo a casa pensando a quanto egoisticamente ho bisogno di padre Antonio Loffredo, degli abitanti del Rione Sanità, delle persone disposte a mettere impegno, competenza, tempo in progetti di riqualificazione di un territorio senza metterci le mani sopra avidamenta facendo in modo che siano gli abitanti di quel territorio a prendere coscienza di sé, delle loro potenzialità, della bellezza intorno a loro e diventino capaci di produrre ricchezza in modo sano. Ho bisogno di tutti loro per abbattere i miei muri.

Padre Antonio Loffredo andrà il 18 aprile a Milano per raccontare a una TED conference i mutamenti in atto al Rione Sanità. Quando l’ho saputo l’ho trovato geniale. Raccontare, raccontare, raccontare. È fondamentale raccontare, è fondamentale farlo nel modo giusto, con il giusto linguaggio, usando con consapevolezza i mezzi di comunicazione. Le cose è fondamentale farle ma se non le racconti, se non spieghi come hai fatto, cosa hai fatto, da dove parti, dove sei arrivato e dove vuoi arrivare, rischi di scivolare nel dimenticatoio e col tempo perdere tutto il lavoro fatto.

Raccontare serve anche per far capire a chi è ancora fermo, immobile, chiuso nel suo buio che le cose possono cambiare, i sogni possono diventare realtà. La cosa di base è agire, non aspettare miracoli, non credere al paese delle meraviglie. Le cose succedono se ci si impegna a cambiare prospettiva, punti di vista, se si lavora su sé stessi e in gruppo per uno scopo comune. Se si riescono a coinvolgere le persone e farle sentire utili, vive, se a ognuno viene data la possibilità di sperimentare il proprio valore.

I ragazzi della Sanitansamble in questi anni hanno messo impegno, lavoro, pazienza, tempo, dedizione in quello che facevano; contemporaneamente sono stati sostenuti, incoraggiati, spronati; gli sono state date opportunità, hanno ottenuto riconoscimenti. Il loro percorso all’interno dell’orchestra finisce qui, o meglio il loro percorso con la musica prende nuove strade. Le fondamenta costruite in questi anni li sosterranno e gli faranno da sprone per andare avanti. Ai bambini che iniziano ora sono offerte nuove prospettive e nuovi punti di vista sul mondo.

Io vomerese spocchiosa venerdì sono scesa alla Sanità piena di timori, paure, pregiudizi, sono tornata a casa sentendomi molto felice e molto stupida, consapevole di quanto muri mentali e paure nascosti dietro il velo della ragionevolezza mi mantengano in una falsa comfort zone. È evidente che ho più bisogno io della gente del Rione Sanità, e di tutti i posti in cui c’è una trasformazione verso il bello in atto, di quanto loro abbiano bisogno di me. Mi piace l’idea della trasformazione, della presa di coscienza di sé e del proprio territorio attraverso la conoscenza dell’arte, della musica, del teatro, mi piace l’idea di bambini che imparando a suonare insieme imparano a conoscere sé stessi e l’altro da sé.

Non ho mai suonato uno strumento, neanche il famigerato flauto alle medie e la mia unica esperienza in un coro alle elementari è finita prima di cominciare: ero nell’aula dove il coro della scuola stava provando perché mancava la mia maestra e avevano diviso la classe, ero entusiasta, finalmente anch’io potevo far parte del coro, le mie doti canore fino a quel momento nascoste sarebbero state svelate al mondo. La mia voce da usignolo ha echeggiato tra quelle mura per pochi attimi.  L’insegnate del coro, donna chiaramente priva di orecchio, dopo aver udito per pochi secondi i suoni suadenti provenienti dalla mia boccuccia mi ha relegata in ultima fila chiedendomi gentilmente di non emettere ulteriori suoni. Quella mattina, per cause di forza maggiore, anch’io ero parte della sua classe, e avevo un ruolo preciso e insostituibile: aprire la mia boccuccia e fingere di cantare rimanendo in silenzio assoluto. La cara signora avrà avuto un modo di fare un po’ brusco ma aveva i suoi buoni motivi, io non sono semplicemente stonata, io emetto suoni sgraziati, fastidiosi e improbabili difficili da sopportare per orecchie umane e animali. Uno dei miei gatti quando mi sentiva cantare correva da me piangendo disperata e tentava di farmi smettere in tutti i modi.

La mia carriera in campo musicale è finita lì. L’idea di suonare uno strumento mi ha sempre affascinata, ma ho sempre pensato che richiedesse un impegno di cui non ero capace. Venerdì ascoltando quei ragazzi suonare ho invidiato l’impegno di cui erano stati capaci, guardando i piccoli mi sono chiesta se fossero consapevoli del lavoro che li attendeva. Impegnarsi in qualcosa spesso richiede un cambio di mentalità e un nuovo sguardo su di sé. Vale per i ragazzi e i bambini della Sanitansamble e vale per tutti quelli che cercano di migliorare le loro vite e i luoghi dove vivono; le nuove strade difficilmente sono facili, rimanere nella propria comfort zone è una tentazione forte. Spesso la comfort zone è un luogo buio e pieno di muri umidi e freddi, un luogo dove ci sentiamo schiacciati da pesi enormi e a disagio, ma sono pesi e disagi conosciuti, ci sentiamo immobili e sicuri. Muoversi al di fuori fa paura, meglio rimanere fermi, schiacciati, infreddoliti, in un luogo conosciuto. O forse no, un mattone alla volta, spesso con molta fatica, i muri crollano e appaiono luoghi bellissimi e inaspettati. Che soddisfazione!