Leggere, scrivere, agire.

Scrivere

Scrivere un post sensato sulla scrittura è difficilissimo. Mi verrebbe di cominciare con un bel: “Scrivete e moltiplicatevi”; sì lo so per moltiplicarvi, e anche per diletto, si fa altro. Allora ricomincio ‘sto post e lo ricomincio con un’affermazione netta: a me la scrittura ha salvato la vita. Sembra esagerato? Non lo è.

Scrivere non mi è facile, scrivere mi costa fatica, scrivere per molti è tempo perso e allora perché non decidere che è tempo perso anche per me e impiegare il mio tempo in modo più proficuo? Perché no.

Scrivere a mano, fissare sulla carta parole che formano frasi che formano pensieri spesso è una violenza che faccio a me stessa e il più grosso regalo che possa farmi.

Le scorse settimane sono state settimane faticose, calma e lucidità erano le parole d’ordine; la mia testa, la parte che ragiona con lo stomaco e con la paura e l’ansia, diceva altro. Sedermi, prendere la penna, poggiarla sul foglio, ha richiesto fatica e forza, le parole si chiudevano in un nucleo compatto, duro e freddo, in cui i pensieri si serravano e dal quale usciva una nebbia fitta e dolorosa, difficile da scalfire.

La mia mano sinistra doveva spingere la penna sul foglio facendo pressione, ogni lettera premuta sul foglio scalfiva quel nucleo. A volte la voglia di scappare, di fare altro, di non pensare, di allontanarmi dalla calma e lucidità che mi regala la scrittura, soprattutto quella più faticosa, diventava disagio fisico: tensione al collo, alle spalle, alle mascelle. Volevo guardare altrove, volevo affondare le mani nella sabbia formata da rabbia, rancore, superstizione, autocompatimento che mi è stata amica per anni. Quella sabbia è morbida, ne posso prendere manciate e farne palle grandi e tonde da lanciare su me stessa e sugli altri. Quel foglio e quella penna non sono miei amici, mi provocano dolore fisico ed emotivo, perché autoinfliggermi una tortura simile.

La testa nella mano destra, pollice appoggiato alla tempia destra , indice e medio appoggiati sulla tempia sinistra, contenere i pensieri con una barriera fisica, indirizzarli lungo il braccio sinistro, farli arrivare alla mano, spingerli con forza verso la penna, poggiarli sulla carta.

Francesca Matilde Ferone corre felice sulle pagine di un quaderno. Illustrazione di Sandro Quintavalle

Evvaiiii!!!

Ah sì! sono mancina. No, non mi sono confusa nello scrivere, anche se, lo ammetto, a volte, spesso, confondo destra e sinistra. Sì sto cercando di cambiare argomento.

Ok è un post sulla scrittura e sulla lettura non sul mio senso dell’orientamento. Torno sul pezzo.
Allora, da queste parti non è stato tutto rose e fiori, ci sono stati momenti complessi assai, codesti momenti complessi sono iniziati quando la mia vita era ancora giovane. Dai 15 anni ai 30 ho frequentato vari psicologi; non finirò mai di ringraziare la mia vicina di casa, psicologa di professione, che mi ha vista crescere, mi ha vista adorare mio padre, essere tutt’uno con lui, l’ha visto morire, mi ha vista ingrassare a dismisura, ha visto il rapporto sempre più teso e violento con mia madre, ha visto mia madre sfogare in maniera sempre più aggressiva e violenta su di me i sintomi di quella malattia curabilissima, di cui non c’è niente da vergognarsi, ma che non è stata curata ed è stata molto negata, fino a pochi anni prima della sua morte, depressione bipolare, roba comunissima eh! Quelle facce preoccupate, altezzose e spaventate sono fuori luogo, sappiatelo. Lo so che alcuni di voi leggendo le hanno fatte. Ignoranti!

Vedere quello che ci sta vicino e che rompe la visione della vita e del mondo che ci siamo costruiti per molti è intollerabile, allora meglio negare, non vedere. A vedere in quegli anni sono state solo una delle mie zie, che non ho mai ringraziato, anzi spesso le ho reso la vita difficile, e chiariamo lei di problemi ne aveva già un bel po’ di suoi, Nella, un’amica d’infanzia di mia madre, e la mia vicina di casa. Verso i 15 anni le ho chiesto aiuto, lei non poteva darmene, mi conosceva, non era possibile, mi ha indicato una sua collega molto brava che lavorava in un consultorio e poteva vedermi una volta a settimana gratis.

Due mesi fa la mia vicina di casa è morta, io sono andata ai funerali, ne avevo bisogno, anche a lei non ho mai detto grazie.

Al consultorio sono andata solo per un’anno, l’anno dopo la dottoressa che mi aveva in cura smise di lavorare lì e io rimasi di nuovo sola con i miei casini. Negli anni si sono susseguiti altri psicologi, la svolta buddista, sì per un po’ ho detto per ore Nam myoho renge kyo, lo ammetto senza troppa convinzione, massimo rispetto per chi ne ha tratto qualche beneficio, e in ultimo un gruppo di auto-aiuto per bulimici: gli Overeaters Anonymous.

Ho capito molto presto di avere dei problemi da risolve, che non era vero che i problemi che mi ero trovata ad affrontare dalla morte di mio padre, quando avevo quasi dieci anni, erano comuni a tutti perché tutti hanno i loro problemi. Negli anni ho capito che gli stessi eventi producono effetti diversi su ogni persona che li vive, che all’interno delle famiglie i rapporti sono complessi, ogni membro viene visto e vissuto dagli altri in maniera differente, che le persone nelle famiglie vengono vissute come elementi del gruppo o come corpi estranei, spesso fastidiosi, in base a quanto di adeguino e si adattino agli usi e costumi di quella famiglia.

Nel cercare aiuto ho fatto un errore di base, temo lo facciano in molti: cercare la soluzione definitiva. Ma ditemi brava! Di cazzate ne ho fatte tante, sono stata spesso autolesionista, ma mai, dico mai, ho fatto finta di non avere problemi, né ho nascosto la testa sotto la sabbia.

Per mia esperienza, dopo tanti anni, ho dovuto accettare la dura realtà: le soluzioni definitive, per me, non esistono. La bacchetta magica che mi doni calma, serenità, un rapporto affettuoso e amorevole con me stessa e con gli altri; la bacchetta magica contro le mie paure, la voglia di mangiare il mondo quando sono stanca, nervosa, frustrata o ho voglia di anestetizzare col cibo le voragini che mi porto dentro, fatte di buio e freddo, facendo finta che non ci siano; la bacchetta magica dei rapporti interpersonali; la bacchetta magica che renda piacevoli le tante cose da fare giornalmente e non mi va di fare, non esiste.

Non esiste un cambiamento definitivo e duraturo che mi trasformi nel mio supereroe preferito: SuperFrancescaMatildeFerone, un misto tra Superman e Super Pippo. Per mantenere i risultati ottenuti, non precipitare indietro, fare piccoli, o grandi, passi avanti devo fare i conti giornalmente con me, con il mio passato, con i ricordi trasformati in nucleo duro e distruttivo, con la paura, la rabbia, il rancore, il senso di colpa, la pigrizia, l’ansia, l’invidia, la voglia di compatirmi, la superstizione.

A vederlo con distacco è interessante osservare come il peggio di me, e di tutti gli esseri umani, abbia simili manie di protagonismo e si impegni così tanto per raggiungere i suoi scopi, e spesso, troppo spesso, li raggiunga.

Le parti più intime di me, quelle che formano il nucleo più duro e chiuso su se stesso, hanno bisogno di carta e penna per srotolarsi e mostrarmisi con chiarezza. Parole che sgorgano con violenza, senza né ordine né punteggiatura; o parole meditate una a una, parole poggiate sul foglio con grafia chiara, con sintassi curata, punteggiatura appropriata. Parole che ordinano pensieri disordinati, costruiscono legami che mi sono poco chiari, parole che costruiscono impalcature mentali su cui costruire altri pensieri, progetti, azioni. Grammatica e grafia diventano basi sicure su cui trasformare confusione in chiarezza. Non sempre quello che si svela mi piace, a volte vorrei voltare lo sguardo altrove, vorrei riappallottolare le parole srotolare e lanciarle lontano da me o spingerle in luoghi reconditi di me.

Scrivere per me è uno strumento per agire. Le parole poggiate sulla carta le recupero nella mia mente quando ne ho bisogno. Potremmo dire che ogni parola scritta ha una sua occasione d’uso. Quando ho iniziato a scrivere volevo diventare una persona diversa, volevo combattere definitivamente paure, ansie, rabbie, angosce, insicurezze. Volevo abbattere atteggiamenti mentali ed emotivi. Dopo 15 anni so che non è possibile, e neanche mi interessa più; ogni giorno provo ad essere il meglio di me stessa grazie alla scrittura, a volte mi riesce altre no.

La scrittura srotola, porta in superficie, chiarisce, mostra, modifica modi di pensare e atteggiamenti automatici, ma lo fa solo se seguita da una pratica reale, altrettanto faticosa, fatta di azioni nuove, pensieri osservati e modificati, abitudini combattute giornalmente e abitudini costruite giornalmente. Il miracolo scrittura non è avvenuto. Il miracolo scrittura non esiste. Esiste l’impegno scrittura che porta all’impegno quotidiano, alla consapevolezza di avere un modo di pensare e agire distruttivo se non osservato e mutato di direzione, impegno costante e quotidiano. No, non posso vivere di rendita, né di parole scritte, né di azioni fatte.

L’ho detto, nei momenti peggiori mi piace l’idea dell’inutilità della scrittura, delle cose che non cambiano, dei pensieri sempre uguali a se stessi impossibili da combattere. Conosco tantissime persone pronte a confermarmi queste “verità”, a confermarmi che scrivere è una perdita di tempo, un passatempo da perditempo. Il mio impegno nel combattere la scrittura mette in evidenza quanto scrivere sia fondamentale per me. Se non fosse così efficace nel portare a galla, smascherare, evidenziare il peggio di me non la combatterei con così tanto impegno. Se non fosse così efficace nello smascherare, evidenziare, portare a galla il meglio di me non mi impegnerei con tanto fervore nel combatterla.

La scrittura a mano, quella di cui ho parlato finora, è quella più intima, faticosa, curatrice. Poi c’è quella al computer. Sì, il mezzo e il supporto con cui fisso parole, frasi e pensieri fa la differenza.

Francesca Matilde Ferone alla macchina da scrivere rende omaggio a Stephen King e a Shining. Illistrazione di Sandro Quintavalle

Sì sono proprio a buon punto: “Il mattino ha l’oro in bocca”…

Luisa Carrada il 27 settembre 2015 ha scritto sul suo blog Il mestiere di scrivere un post per cui l’ho ringraziata tra me e me, e su Facebook, moltissimo, il titolo del post è Si scrive anche per essere felici, di seguito ne riporto alcuni passi.

Uno dei miei primi post di questo 2015, Caro diario, ti leggo e ti scrivo, riguardava la mia meraviglia e il mio entusiasmo dopo aver riletto le centinaia di pagine che avevo scritto negli anni, alcuni davvero difficili. Ora lo psicologo sociale Jonathan Haidt conferma: sì, le ricerche ci dicono che tra le tante attività che possiamo svolgere per superare le difficoltà e trovare un senso alla nostra vita – condizione indispensabile di ogni vita felice – la scrittura è ai primissimi posti. Le ricerche lo dimostrano: certo che fa bene confidarsi con gli amici, certo che fa bene dedicarsi agli altri, certo che fa bene ricominciare dal corpo quando non abbiamo più parole per esprimere il dolore né lacrime per piangere, ma nessuna di queste attività ha gli effetti duraturi sulla salute che ha la scrittura.

Perché scegliere le parole per la pagina non è come parlare con un amico o allentare la tensione in una corsa: si va molto oltre lo sfogo. Guardare e sentire le parole in solitudine, contemplarle a volte, passarci del tempo, rileggerle nel tempo, ci fa finalmente capire.

Bisogna ricorrere alle parole. Perché le parole ci aiutano a creare una storia che ha un senso. Se si è capaci di scrivere la propria storia, si raccolgono i frutti della riconsiderazione cognitiva (insieme all’agire diretto, una delle due modalità per uscire dalle avversità), anche anni dopo un evento. Si può chiudere un capitolo ancora aperto della propria vita, che ancora condiziona i nostri pensieri e ci impedisce di andare avanti verso una storia più ampia.

Non importa se fossimo o meno preparati quando il colpo è arrivato. A un certo punto, anche mesi dopo, tira fuori un pezzo di carta e mettiti a scrivere. Anche solo un quarto d’ora al giorno, per molti giorni di seguito. Non ti correggere, non ti censurare; non preoccuparti della grammatica e della sintassi; continua a scrivere. Scrivi cosa ti è successo, come ti senti e perché ti senti così. Non imporre un ordine ai pensieri. Quell’ordine, col tempo, emergerà da sé.

Adoro Luisa Carrada e la seguo con l’attenzione di una stalker affettuosa e rispettosa dell’oggetto della sua ammirazione, ci sono dei post in cui ho la sensazione che parli a me e mi conduca per mano in luoghi già miei.

Sull’Huffington Post del 6 aprile 2015 è stato pubblicato questo post: Scrivere fa bene alla salute, migliora l’umore, riduce lo stress, guarisce le ferite emotive e fisiche.

In uno studio del 2005 sui benefici per la salute emotiva e fisica della scrittura espressiva, i ricercatori hanno scoperto che buttare già qualche riga dalle tre alle 5 volte nel corso dei 4 mesi di ricerca, spendendo ogni volta dai 15 ai 20 minuti, aveva fatto la differenza nel migliorare la vita delle persone analizzate.

Scrivendo su eventi traumatici, stressanti o emotivi, i partecipanti avevano significativamente più probabilità di avere un minor numero di malattie e di essere meno colpiti da traumi. I partecipanti alla fine, infatti, aveva passato molto meno tempo in ospedale, avevano avuto una pressione sanguigna più bassa e funzionalità epatica migliore rispetto ai loro omologhi che non si erano dedicati alla pratica della scrittura.

Del valore terapeutico della scrittura si parla molto, della fatica di scrivere onestamente, scavando in sé e osservando il mondo, si parla meno. Luisa Carrada in un suo vecchio post parla di Writing down the bones di Natalie Goldberg (in italiano Scrivere Zen edito Astrolabio), lo sto leggendo in questo periodo, la cosa che mi piace di più è l’invito a scrivere scavando dentro di sé senza censure, paure, imponendoselo quando non se ne a voglia. Scrivere, anche, come forma di meditazione, scrivere come pratica quotidiana. Ok pensavo di aver fatto in questi 15 anni scoperte sensazionali sulla scrittura personale e invece no, ho banalmente sperimentato quello che altri già sapevano e su cui avevano anche scritto.

Francesca Matilde Ferone si fa un selfie con Gregor Samsa. Illustrazione di Sandro Quintavalle

Ciao Gregor, tutto bene in famiglia?

Leggere

Ho iniziato a leggere dopo la morte di mio padre, per i miei primi otto anni di vita, il nono l’ha passato cercando di curarsi senza riuscirsi, l’amato genitore si è premurato di fornire alla sua deliziosa bambina una biblioteca per giovani lettori variegata e interessante. Io, deliziosa bambina, mi sono premurata di non leggere nessuno dei volumi della suddetta biblioteca. L’unico libro che mi appassionava era il volume sui grandi condottieri de La mia enciclopedia, enciclopedia per bambini in voga allora. Un paio di anni dopo la sua morte, avevo circa 11 anni, una sera di primavera, ho aperto uno di quei libri, un libro arancione con delle illustrazioni, un giallo per ragazzi ambientato in Svezia S.O.S per Kalle Blomkvist di Astrid Lindgren, sì sì, proprio lei l’autrice di Pippi Calzelunghe. I lettori di questo pregevole blog che hanno letto la triologia Millenium di Stieg Larsson sanno che il cognome del personaggio maschile principale, Mikael Blomkvist, è un omaggio che Stieg Larsson ha fatto ad Astrid Lindgren, amatissima in Svezia.

S.O.S per Kalle Blomkvist mi ha regalato il piacere della lettura. Ok, sono stata una bambina moltooooo rompicoglioni, e come adulta ho mantenuto standard elevatissimi, ma il mio rifiuto per la lettura era legato alla convinzione che leggere fosse noioso. Quella primavera ho scoperto che leggere il libro giusto al momento giusto, quello che più si adatta a noi in quel momento è gioia pura. La gioia della lettura non è data da storie allegre a lieto fine, né da storie comiche, né da storie romantiche, la gioia della lettura, per come la intendo io, è data, come ho già detto, dal libro giusto al momento giusto. Il libro che tocca punti di noi che in quel momento richiedono attenzione, punti che hanno bisogno di essere portati alla luce. Possono essere, e spesso sono, punti dolorosi che abbiamo abilmente nascosto in angoli buoi al nostro interno.

Leggere mi permette di esplorare me stessa e il mondo, mi permette di avere conferma su cose che pensavo e sentivo e di catapultarmi in luoghi, epoche, pensieri, modi di vivere e di abitare il mondo che mi sarebbero rimasti estranei senza la lettura. Sì c’è il teatro, sì c’è il cinema, sì ci sono la musica, la pittura, la scultura, sì c’è tanto altro, ma niente riesce a entrare dentro di me e catapultarmi fuori di me come la lettura.

Quest’estate eravamo seduti con Sandro e can Piera allo Zenit sul lungomare di Pozzuoli, un posto che adoro, e mentre mangiavamo un panino sono arrivati tre ragazzi sui venti anni; a prima vista sembrava non potessero aver mai letto un libro in vita loro per il puro piacere di farlo. Uno dei tre andandosi a sedere si è avvicinato a Piera e le ha fatto un po’ di coccole, can Piera è un cane paraculo e ha una serie di espressioni del volto, soprattutto degli occhi, che la rendono cane coccoloso anche per gli estranei. Ma, orsù, torniamo al ragazzo; quel ragazzo mentre la coccolava mi ha fatto simpatia — no, non è automatico il passaggio coccoli il mio cane mi sei simpatico – ci siamo sorrisi e lui si è andato a sedere con gli amici al suo tavolo. Io e Sandro abbiamo continuato a parlare, guardare il mare, finire di mangiare; can Piera ha continuato a fare espressioni assurde sperando di avere cibo dalle persone agli altri tavoli.

Coccole e cibo sono l’ideale di vita dell’amato cane. Quando can Piera si fa coccolare la sua mira principale è ricevere cibo, non pensate di esserle particolarmente simpatici, non blaterate di quanto piacete ai cani, can Piera vuole cibo. Ah sì! can Piera vuole anche rotolarsi nella merda e in qualsiasi cosa putrida e puzzolente, come ogni cane da caccia serio, ma questa è un’altra storia.

Torno per l’ennesima volta al ragazzo di cui sopra. Quel ragazzo a un certo punto mi ha sorpresa e non ho potuto fare a meno di girarmi verso di lui: parlava con gli amici, entusiasmandosi, della scoperta del piacere della lettura, gli altri due gli facevano domande perplessi, non capivano come leggere potesse essere piacevole. Il nostro lettore novizio raccontava agli amici di come leggendo vedesse nella mente persone, luoghi, storie; di quanto fosse piacevole lasciarsi trascinare in un libro, del fastidio di doversi staccare da una storia che lo coinvolgeva per tornare al quotidiano, del piacere di tornare a quella storia. Gli amici lo guardavano sempre più increduli e perplessi. Quando ha raccontato di quella malinconia sottile che l’avvolgeva alla fine di un libro amato e della voglia di trattenere con se i personaggi, i luoghi, le storie, ho pensato: “Ora mi alzo e lo abbraccio”; tranquilli non l’ho fatto.

Francesca Matilde Ferone si fa un selfie con Hercule Poirot. Illustrazione di Sandro Quintavalle

Monsieur Poirot lo sa che adoro la Francia, la sua patria. Mi fa piacere signorina, ma io sono belga!

Quel ragazzo, che leggeva da poco, aveva capito velocemente una cosa che io ho capito dopo anni di lettura e libri finiti con fatica e senza piacere: i libri non devono per forza essere finiti, i libri possono essere interrotti; alcuni li riprenderemo al momento giusto, quando ci apparterranno, altri non ci appartengono e basta.

L’ho detto che quel ragazzo mi è stato simpatico da subito.

Leggere per me è basilare, leggo di tutto; ci sono lunghi periodi in cui non leggo: o non trovo il libro adatto a me in quel momento o non ne ho voglia. Leggere mi ha salvato la vita in momenti difficilissimi, trovare un luogo dove sentirmi a casa mentre fuori era tempesta mi ha dato la possibilità di non sprofondare nei luoghi più bui di me. Si l’ho già detto della scrittura ma la lettura è arrivata prima. Ho iniziato a scribacchiare verso i 20 anni, la scrittura come bisogno quotidiano e venuta tredici anni dopo, in una casa di Dublino, in un periodo di grande cambiamento, dopo una scelta che tutti, tranne me e Sandro, pensano sia stata un’errore enorme. Sandro sa, e lo so io, che quella è stata la scelta più giusta per me, e come dice lui, anche per lui, diversamente avrebbe avuto una balena infelice e malaticcia al suo fianco.

Hey pancione consorte ora tocca a te dimagrire, ci siamo capiti vero?
Ok, questa era una comunicazione privata in un blog pubblico, ma questo è il mio blog e lo uso come mi pare.

Saltello parlando e saltello scrivendo, lo sapete come si chiama questo blog, vero? No, non ho mutande in testa attualmente, non si trovano più i mutandoni di una volta, ma scrivere, superata la fatica, mi procura quella gioia e libertà che mi davano quei mutandoni in testa. Saltellando, saltellando, torno alla lettura. Leggere mi aiuta a stare al mondo e leggere mi permette di uscire da mondi in cui non voglio stare e mi riporta in quei mondi rigenerata. Non sempre la lettura è facile, allegra, leggera, felice; da qualche anno è sempre lettura adatta a me in quel momento. Sì, insisto sempre sullo stesso argomento: il libro giusto al momento giusto.

Ho iniziato questo post dicendo che scrivere mi ha salvato la vita e l’ho proseguito dicendo che leggere mi ha salvato la vita, ed è vero. Se non sono precipitata nella depressione, se non peso 200 chili, se sono una persona abbastanza serena, se non passo il tempo a piangere la mia “sfortuna” e a invidiare la “fortuna” degli altri, se sono cosciente di tutta la rabbia, rancore, paura, ansia, dolore che contengo ma anche cosciente della mia creatività, intelligenza, curiosità, ironia, senso dell’umorismo, pazienza, costanza, attenzione, capacità di impegnarmi nelle cose importanti lo devo a Sandro, senza il suo supporto non ce l’avrei mai fatta. Sandro mi ha regalato il lusso di leggere e scrivere senza sensi di colpa.

La scrittura al computer, per me, è la scrittura da condividere con gli altri. 14 anni fa ho scritto dei racconti, li ho anche spediti ad alcuni editori, mi hanno ignorata tutti tranne uno che mi ha risposto con una lettera di rifiuto molto cortese. Ero così contenta, mi avevano risposto, certo era un rifiuto ma diceva che non scrivevo proprio da schifo, pochi mesi fa ho scoperto che lettere come quella sono lettere standard. Me meschina! Ehi non mi sottovalutate, alcuni racconti sono stati pubblicati su un magazine on-line di grande prestigio: Carta igienica web. Che vi ridete?! andate a questo indirizzo web cartaigienicaweb.it e poi fatemi sapere se non è fighissimo. No i racconti non li trovate, sono passati più di 10 anni e i loro archivi non sono così forniti.

Dopo quei racconti per anni non ho più scritto qualcosa rivolto agli altri, tranne i testi del sito Piccole Sculture da Viaggio che non è più on-line, poi su Facebook l’anno scorso, in un periodo difficilissimo, per evitare di mandare a fanculo il mondo, ho iniziato a scrivere post molto personali, ne curavo la scrittura con attenzione, mi faceva stare bene. Erano post molto letti, dai più per curiosità, da alcuni per curiosità e perché gli piaceva il modo in cui raccontavo: rabbioso ma anche molto ironico. Scrivendo quei post mi sono accorta che raccontare, fare uscire parti di me dalla vergogna, smettere di nascondere parti del mio passato e del mio presente, mi fa stare bene.

Tornare a Napoli mi ha fatto sbattere contro una realtà dura e sgradevole, non avevo, né ho intenzione, di farmi abbattere dalle parole altrui sulla mia vita, da atteggiamenti sgarbati, da un’aggressività sottile nascosta da una gentilezza melensa di facciata. Allora scrivo, racconto, pubblico, butto fuori.
Mi sono detta. “Se ci sono così tante persone che conoscono la mia vita così a fondo da poter palare, giudicare, emettere sentenze, passarsi parola, perché non posso raccontare anch’io la mia versione della mia storia?”.

«Raccontateci di voi,» disse la principessina Mar’ja, «di voi si raccontano cose inverosimili.»
«Sì,» rispose Pierre con quel sorriso di mite ironia che ormai gli era abituale.
«Persino a me raccontano dei prodigi che non sono stato capace neanche di sognare. Mar’ja Abramovna mi ha invitato a casa sua e mi ha raccontato cosa mi era successo o doveva essermi successo. Anche Stepan Stepanyc mi ha insegnato che cosa dovevo raccontare. In genere ho notato che è molto comodo essere una persona interessante (perché ora io sono una persona interessante): mi invitano e mi raccontano loro…»

Lev Tolstoj Guerra e Pace

Ho incontrato il buon caro vecchio Lev Tolstoj da poco, l’ho evitato per anni, ero convinta che fosse noiosissimo e che si dovesse leggerlo per far vedere di averlo letto. Più persone molto intelligenti che hanno letto Moby Dick (se non avete mai visto Zelig di Woody Allen chiudete ‘sto blog e andate a vederlo; certo le parole virgolettate sono di Woody, ma lo sapevate già, vero?) mi avevano detto che in un buon bagaglio culturale non può mancare la lettura di Tolstoj. Io non leggo per avere un buon bagaglio culturale, leggo perché mi piace farlo e quindi mi sono detta: “Se bisogna leggerlo non varrà la pena  farlo e non lo leggo, tié”. Se qualcuno sta pensando che sono un’idiota ha ragione. Sì a volte sono un’idiota, sono così presa dal non farmi imprigionare da convenzioni e pregiudizi che mi chiudo in prigioni di convenzioni e pregiudizi che mi fabbrico da sola.

Tolstoj, con Anna Karenina e Guerra e Pace mi ha raccontato tanto di me e del mondo che mi circonda. Sì lo so che non vivo nella Russia dell’800, grazie di avermelo fatto notare. La grandezza dei classici è questa, raccontarti la parte immutabile della natura umana e delle relazioni sociali narrando storie radicate in epoche e luoghi precisi. Ok, ok, cosa sono i classici della letteratura lo sapevate già, io a volte me lo dimentico e me lo ripeto, e se avete la ventura, o sventura, di leggermi, lo ripeto anche a voi.

Francesca Matilde Ferone si fa un selfie con la simpatica balena Moby Dick. Illustrazione di Sandro Quintavalle

Moby facciamoci un selfie, quel cretino di Achab è sbattuto contro un iceberg

Quando scrivevo i racconti ero convinta di essere una mentecatta, ‘sti benedetti racconti non fluivano dalla mia testolina con facilità, era una faticaccia boia. Riuscire a trasformare in racconti ironici e leggeri pensieri ed eventi per me né ironici né leggeri era durissimo. E poi la sintassi, il lessico, l’ortografia. Che lavoraccio. Tutti a scrivere con facilità e io a faticare come una dannata, era evidente che non ne fossi capace. Pregherei di non sottolineare il fatto che i racconti sono stati rifiutati da svariati editori a conferma della mia incapacità di scrittura.

Tanti anni dopo ho incontrato su internet Luisa Carrada con il suo sito Il mestiere di scrivere e il suo blog. Grazie a Luisa, alla generosità con cui condivide quello che ha imparato in anni di scrittura professionale, ai libri sulla scrittura che consiglia, ai libri che scrive, ai blog che segue e di cui parla, ho capito che la scrittura è fatica, è metodo, è ricerca di un proprio tono di voce e di un proprio punto di vista.

Negli ultimi due anni ho letto tanto sulla scrittura, ho ricominciato a studiare la grammatica che non è il mio forte, nei test che girano tanto su Facebook non posso vantare punteggi altissimi come quelli di tanti miei contatti, sappiatelo. Che dire? passo molto tempo a leggere e ho ancora incertezze sulla grammatica e sull’ortografia? Sì. Momento dell’outing: scrivendo faccio errori di grammatica e ortografia, spesso vado a controllare su grammatica e vocabolario; ora linciatemi e fate ruote da pavone per la vostra grammatica impeccabile e ortografia a prova di errore.

Un mio tono di voce e un mio punto di vista sulle cose a poco a poco li sto sviluppando, è un lavoro continuo, lento, paziente. Non mi pongo il problema se ho talento o no, non ho un romanzo nel cassetto. Scrivo di quello che mi interessa e incuriosisce, scrivo di quello che devo far uscire da me per evitare che dentro di me stagni, marcisca, diventi tossico. Scrivo di ricordi dolorosi e di ricordi bellissimi. Scrivo perché mi fa star bene. Scrivo anche per essere letta, sarebbe ipocrita negarlo.

Scrivere per essere letti è un lavoro di fino. Scrivere è pubblicare sul blog mi espone al giudizio degli altri, faccio entrare estranei in parti di me, anche, molto intime e allora decido fino a che punto farli entrare. Se decido di parlare di un argomento lo faccio onestamente cercando di essere il più rispettosa possibile verso chi potrebbe sentirsi coinvolto, non accetto censure esterne, i limiti me li do da sola. Esistono cose talmente intime non solo per me ma anche per altri di cui ho deciso di non parlare. Non ho niente di cui vergognarmi ma se c’è una cosa che ho imparato è che le persone, compresa me, delle vite altrui, dei modi di pensare, vivere, agire, differenti dai loro, riescono a capire solo parte, talvolta neanche quella. Spesso i racconti altrui, scritti o orali, vengono stravolti dal modo di stare al mondo di chi li riceve. Ho smesso di arrabbiarmi se dico “A-B-C” e gli altri capiscono “Z-X-Y” lo faccio anch’io con le vite e i racconti degli altri, ma seleziono cosa dire, non falsifico, seleziono. Su alcune cose la trasformazione da “A-B-C” a “Z-X-Y” la posso tollerare, su altre no.

Scrivere, riscrivere, rileggere, riscrivere, buttare via quello che ho scritto, ricominciare daccapo, riuscire a rendere scorrevole pensieri che escono confusi e sovrapposti, tenere a bada la smania di finire, tagliare, correggere, trovare errori, correggere, trovare errori, pubblicare, rileggere quello che ho pubblicato, trovare errori, a volte belli grossi che mi erano sfuggiti alle letture e riletture precedenti. Non rileggermi per un po’, tornare a leggermi con più distacco e, talvolta, meravigliarmi del risultato ottenuto. Sì, da quando è nato il blog mi è capitato di leggermi con distacco a distanza di tempo dalla pubblicazione e trovare piacevole la lettura delle mie stesse parole. Ho un difetto enorme, tra i tanti, dimenticarmi del lavoro, paziente, faticoso, costante, che c’è dietro i risultati che ottengo, anche dietro un post del blog che mi piace particolarmente. Questo è poco rispettoso nei miei confronti, devo tenerlo bene a mente.

Leggendo L’amica geniale di Elena Ferrante ho capito il tipo di scrittura che vorrei raggiungere:

[…] prima ancora di essere travolta dal contenuto, mi colpì che la scrittura conteneva la voce di Lila. […] Lila sapeva parlare attraverso la scrittura, a differenza anche di molti scrittori che avevo letto e che leggevo, lei si esprimeva con frasi sì curate, sì senza un errore pur non avendo continuato a studiare, ma – in più – non lasciava traccia di innaturalezza, non si sentiva l’artificio della parola scritta.
Leggevo e intanto vedevo, sentivo lei. La voce incastonata nella scrittura mi travolse, mi rapì ancor più di quando discutevamo a tu per tu: era del tutto depurata dalle scorie di quando si parla, dalla confusione dell’orale…aveva l’ordine vivo che mi immaginavo dovesse toccare il discorso se si era stati così fortunati da nascere dalla testa di Zeus e non dai Greco o dai Cerullo.

Elena Ferrante L’amica geniale

Quanto esercizio c’era dietro la lettera che mi aveva mandato a Ischia anni prima: perciò era così ben scritta. […] Mi dedicai molto a quelle pagine, per giorni, settimane. Le studiai, finii per imparare a memoria brani che mi piacevano, quelli che mi esaltavano, quelli che mi ipnotizzavano, quelli che mi umiliavano. Dietro la loro naturalezza c’era di sicuro un’artificio, ma non seppi scoprire quale.

Elena Ferrante Storia del nuovo cognome

Ecco io vorrei scrivere così, non perché voglia fare la scalata al mondo letterario italiano, mondiale, universale, ma perché per me scrivere, anche per gli altri, è un modo per chiarirmi le idee. Racconto agli altri ma di base racconto a me stessa di me, e più lo faccio in maniera chiara, leggera, scorrevole, più riesco a vedermi leggendo le mie parole, più i nuclei duri e nebbiosi in cui si compattano e aggrovigliano i miei pensieri, ricordi, emozioni, desideri, si srotolano e diventano chiari.

Le prime versioni di molti post sono una serie di parole sconclusionate, non riesco a capire nemmeno io di cosa sto parlando, eppure quando mi ero seduta a scrivere avevo la certezza di avere tutte le parole sulla punta delle dita pronte a essere digitate per diventare frasi sensate, limpide e leggere. E invece? Invece il delirio. Ho imparato ad accettarlo questo delirio, ho imparato a far uscire parole che mi sembrano insensate e lontane da quello che voglio dire. Spesso mi assale la voglia di mollare.

Non finirò mai di ringraziare Luisa Carrada e tutti quelli che generosamente dicono con chiarezza che scrivere è pratica, lavoro, fatica, metodo. E non sto parlando di scrivere il saggio che rivoluzionerà il pensiero filosofico universale o il romanzo del secolo, sto parlando di riuscire a scrivere post su questo blog inconfondibilmente miei.

Sì io voglio scrivere testi chiari, con il mio tono di voce e il mio punto di vista, testi conversevoli, e non fate quella faccia dopo aver letto la parola conversevoli. E dato che rubo parole e pensieri in giro per farli miei rubo di nuovo a Luisa Carrada, che mi denuncerà a ragione:

Luisa, anche quest’anno sei con noi a C-come a parlarci di copywriting e scrittura. Lo scorso anno ti sei focalizzata sull’importanza di mettere al centro della nostra comunicazione il lettore; quest’anno il titolo del tuo intervento, “Naturalezza e conversevolezza”, lascia intuire un taglio differente. Ti andrebbe di anticiparci qualcosa?

Lo confesso: quando mi viene chiesto un intervento come quello a C-come ne approfitto sempre per mettere a fuoco io per prima non tanto un tema che ho già approfondito quanto uno che mi frulla per la testa. La naturalezza del testo scritto mi frulla da parecchio e il fatto di doverne parlare per venticinque minuti con voi tra un paio di mesi mi ha fatto alzare le antenne verso ogni testo felicemente conversevole. Quello che vi anticipo più che volentieri è perché il tema mi sembra così importante in questo momento. Perché gran parte dei media su cui scriviamo sta un po’ a metà tra oralità e scrittura: vi scriviamo, ma con l’impeto, la velocità, l’interattività propri del parlato. Però parlato non sono, anzi richiedono un’accuratezza estrema, persino maggiore che in passato. Pensiamo ovviamente ai social ma anche alla cara e ormai più che maggiorenne email.
E c’è un altro motivo: i testi naturali, vicini al parlato, sono tra i più leggibili. Ce lo confermano i neuroscienziati e gli psicologi del linguaggio. In questo mondo sempre più affollato di testi, un vantaggio niente male. Ma i testi felicemente naturali richiedono un sacco di lavoro.

Intervista di Valentina Falcinelli a Luisa Carrada pubblicata il 2 gennaio 2015 su c-come.it: Luisa Carrada: naturalezza e conversevolezza dei testi

Per anni sono stata convinta di essere un’inetta, sono stata convita che agli altri le cose venissero naturali e facilissime, ho incrociato molte persone pronte ad aiutarmi in questa convinzione. Ho scoperto da poco che le cose sono differenti, a fronte di rare eccezioni in cui il talento la fa da padrone – e anche il talento senza disciplina, pratica, lavoro, pazienza e costanza, finisce con l’esaurirsi – la maggior parte delle persone le proprie abilità se le costruisce con fatica, giorno per giorno. Alcuni lo ammettono apertamente, per altri il far credere di essere persone speciali piene di talento che trasformano in oro tutto quello che toccano è motivo di vanto. Poi ci sono i denigratori, quelli del “Io faccio questo, questo e questo. Tu povero idiota non ci riuscirai mai”. Non dico che tutti riusciranno a fare tutto quello che vogliono o sognano ma dico che impegnandosi dei risultati si ottengono. Impegno e non ascolto dei degradatori degli altri per professione sono una ricetta che faccio mia, spesso con fatica, giorno dopo giorno, da alcuni anni.

Nel mio quotidiano leggere, scrivere e agire sono interdipendenti, sono piacere e fatica, sono l’unico modo che conosco per non sprofondare nel peggio di me e non farmi soffocare dal peggio del mondo. Non credo siano la ricetta universale per indirizzare la propria vita in maniera più costruttiva e serena, è la mia ricetta, ad ognuno la sua.

Concludo questo post citando Stephen King, che in codesto post è stato già omaggiato dalla bellissima illustrazione del pancione consorte Sandro Quintavalle. Ho letto poco di Stephen King, e lui ha scritto moltissimo, quello che ho letto mi è piaciuto assai; Shining è un capolavoro dell’orrore, orrore del quotidiano. Ce ne fossero di scrittori popolari alla sua altezza tra i suoi sussieguosi detrattori, vabbè mi sto perdendo di nuovo. Come dicevo concludo questo post con una citazione di King, è tratta da On writing, metà autobiografia, metà libro sulla scrittura, in King il margine tra le due cose è così sottile che non si riesce quasi a distinguere. On writing l’ho letto sempre su consiglio di Luisa Carrada – non sono io ad essere ossessionata da lei e lei che è brava – e l’ho molto amato.

Scrivere non mi ha salvato la vita, perché questo lo devo alla perizia del dottor David Brown e all’amore premuroso di mia moglie, ma ha continuato a fare quello che aveva sempre fatto: rendere la mia esistenza un luogo più luminoso e più piacevole. […] Scrivere è tirarsi su, mettersi a posto e stare bene. Darsi felicità, va bene?
Darsi felicità. Parte di questo libro, forse una parte eccessiva, ha raccontato come ho imparato il mestiere io. Molta parte l’ho dedicata a come voi potete farlo al meglio. Il resto, forse la parte migliore, è incitamento: potete, dovreste, e se siete abbastanza coraggiosi da cominciare, scrivere.

Scrivere, come dice Stephen King, non salva la vita da un brutto incidente come quello capitato a lui ma aiuta a guarire prima. Scrivere rende la vita più luminosa e piacevole, scrivere è darsi felicità. Scrivere non è obbligatorio, forse non è per tutti, ma tentar non nuoce.

Personal design

Personal

Se mi incrociate per strada in questo periodo è probabile che rimaniate un attimo a guardarmi, soprattutto se siete donne. Non lo farete perché sono gnocchissima, neanche perché sono un cesso totale, neanche perché faccio cose particolarmente stravaganti camminando. Lo farete per i miei capelli.

Attualmente sono corti e bicolori. Un po’ castani e un po’, un bel po’, bianchi. Se mi incontrerete la settimana prossima saranno ancora più bianchi e corti, ma sempre bicolori. Sono in fase di muta, sto facendo un esperimento sull’animale Francesca Matilde Ferone. Voglio vedere come sta con i capelli quasi del tutto bianchi, con un taglio cortissimo, fighissimo, molto maschile nell’immaginario di molti, ma se ben portato iperfemminile. No, non mettendoci lustrini e paillettes, ma sentendoselo addosso e intonandolo con sé.

Francesca Matilde Ferone versione Frederick Frankenstein produce persone in serie. Illustrazione di Sandro Quintavalle.

SI… PUÒ… FARE!

Giorni fa durante il momento della cazzata giornaliera ho postato su Facebook tre foto di me, dei miei capelli attuali. Mi ha risposto Susy Castillett, non ci conosciamo di persona, prendendomi amabilmente per il culo, ci stava. Poi abbiamo avuto una breve chiacchierata, la riporto di seguito con il suo permesso, che ha dato il la definitivo a questo post su un argomento all’apparenza futile e banale.

Susy — Ma chi ti ha messo l’elmetto in testa? Comunque apprezzo sempre chi osa. Brava!

Francesca — È un taglio bellissimo, mi sta da dio e devi vedere ora che diventa più corto e sempre più bianco. Emoticon smile
. Eh sì pensavo che la settimana prossima, al taglio mensile dirò a Titti di mantenere il taglio, ma più corto, come si fa con i bambini. Adoroooo. Emoticon smile

Francesca — Che poi è più un giocare che un osare. Emoticon smile

Susy — Beh, dipende. Nel gioco non c’è la sfida del “mettersi in gioco” e pertanto osare. A volte io vorrei, ma poi subisco dei freni. Comunque il taglio ti sta bene, e sono convinta che anche il bianco ti donerà, magari con un po’ di trucco. Aspettiamo questa metamorfosi. Emoticon smile

Francesca — Beh il progetto è quello: capello bianco ma con un taglio perfetto e sempre un po’ di trucco. Anche qui sono un po’ truccata ma come riesco a venire di merda nelle foto io, pochi ; -). Forse il punto è la sfida che sfida non dovrebbe essere ma solo gioco. Ci sto scrivendo un post, vedremo cosa ne viene fuori. Spero qualcosa di sensato. Emoticon smile

Susy ha toccato il punto: a me piace l’idea di giocare con il mio aspetto ma nel contesto in cui vivo, dove viviamo tutti, se ti allontani dagli schemi prestabiliti del branco dominante il giocare diventa osare, perché, come dice Susy, c’è la sfida. La sfida agli sguardi della gente, a volte incuriositi, spesso derisori, a volte solo immaginati nella nostra testa per paura e insicurezza. Gli sguardi incuriositi possono essere anche di simpatia, sguardi che trovano nella diversità un nuovo spunto, un qualcosa di differente e inaspettato che piace o fa simpatia.

Se si vive in un luogo con una mentalità chiusa la maggior parte sono sguardi di branco, sguardi derisori che sottendono: “ma come si è combinata quella”. Sguardi ironici, sarcastici, che vogliono mettere a disagio, e possono portare a comportamenti palesemente sgradevoli.

Se state pensando che sto esagerando siete degli ipocriti. Il nostro aspetto viene dettato dalla legge del branco, nel 2015 possiamo decidere a che branco appartenere e il contesto in cui vivere, ma sempre in branco viviamo.

Napoli ha diversi branchi, ogni branco ha luoghi suoi. In alcuni luoghi i branchi si mischiano, luoghi dove il diverso da sé viene, comunque, vissuto come fastidioso, ma essendo territori comuni si tollera di più. Napoli è, in questo, come qualsiasi altra grande città.

Sotto sotto lo facciamo tutti: tolleriamo i branchi differenti dal nostro fintanto che ognuno rimane nel suo territorio, o se ci si trova territorio neutro, ma quando uno, o più componenti, di altri branchi entrano nei nostri territori o attacchiamo o ci mettiamo sulla difensiva.

L’aspetto delle persone indica chiaramente il branco d’appartenenza, reale o desiderato. I vestiti che indossiamo, il modo di portare i capelli, le scarpe, la lunghezza, la forma e il colore delle unghie, il modo di truccarsi, dicono chi siamo, o chi vorremmo essere. Vale per le donne e vale per gli uomini.

Anna Turcato, consulente di immagine, spiegando il suo lavoro dice:

Gli abiti vestono noi mentre noi li vestiamo della nostra personalità, la nostra postura, il nostro modo di essere.
E tutto questo va a costituire la nostra immagine. Ogni vestito è di per sé un racconto, il racconto del suo produttore, il racconto della stoffa con cui è stato confezionato, il racconto dei dettagli che lo impreziosiscono, del taglio e delle forme, dell’ispirazione di chi lo ha creato, del marchio di cui porta il logo.

Se questo racconto predomina sul nostro mentre lo indossiamo diventiamo degli splendidi manichini.
Se invece il racconto dell’abito si sposa perfettamente con il nostro racconto, lo spiega visivamente senza forzature e viene arricchito dal fatto che siamo noi a portarlo non saremo più manichini, saremo megafoni e non del brand, di noi stessi.

Sono sempre più meravigliata  dall’attuale successo di consulenti di immagine, coach, e altre professionalità che servono a dirci chi siamo, cosa vogliamo, come possiamo essere realmente noi.  Ho la netta sensazione che forgino persone irreggimentante in un modo di pensare dominante: loro stesse solo se aderenti a un modello proposto, anche molto lontano da sé. Potrei sbagliarmi, sono un’osservatrice esterna di certi fenomeni. Il punto è che viviamo in una società fintamente libera in cui tutti ci omologhiamo a modelli predefiniti illudendoci di essere liberi pensatori. Come ho detto sopra la libertà attuale è costituita dalla possibilità di scegliere il branco a cui appartenere.

Tornando ad Anna Turcato, qui il post citato, se, con le sue consulenze e i suoi corsi, riesce a tirar fuori gli aspetti migliori di una persona senza cercare di trasformarla in qualcos’altro ben venga il suo lavoro. Io ho imparato a truccarmi e vestirmi meglio grazie a dei tutoria di make up e a un programma televisivo seguito con ironia. I consigli di persone competenti che ci aiutano a trovare il meglio di noi stessi senza stravolgerci sono consigli preziosi.

Susy nella nostra chiacchierata su Facebook mi parlava di osare, della differenza tra gioco e mettersi in gioco. Mi diceva, ok capelli corti e bianchi ma a questo punto ci vuole un po’ di trucco. E qui sta il punto: ho deciso di tagliare i capelli molto corti e smettere di tingerli non perché ho deciso che del mio aspetto non mi frega niente, ho deciso semplicemente di avere un aspetto aderente a me, in questo momento.

Nel mio immaginario mi vedo con il mio bellissimo taglio di capelli, i capelli sale e pepe o bianchi, un trucco leggero ma un rossetto rosso; vestita con abiti che mi appartengono. Il mio progetto di me stessa ha molte incognite: sono pigra, non mi trucco spesso e odio struccarmi, ma nello stesso tempo d’inverno tendo ad avere delle occhiaie da paura e sono pallida, insomma un trucco leggero ci sta. Il capello corto grigio, o bianco, come lo intendo io, deve essere sempre tenuto perfetto.

A modo mio sto aderendo a un modello: donne che ho incrociato nella realtà e donne famose, e quel modello richiede cura. Una cura esteriore ma anche interiore. È un modello che mi invita a fregarmene del sorrisetto cattivo, dello sguardo di derisione, del comportamento palesemente scortese.

Ognuno è frutto della sua storia; per scelta e per caso ho frequentato ambienti diversissimi, ho imparato che le persone sono uguali ovunque: cambia l’ambiente sociale e il pensiero dominante in cui si muovono. La mescolanza di ambienti, il sentirmi un po’ estranea e un po’ partecipe a tutti, ha creato un mio modo di pensare trasversale e questo mi ha portato, circa 10 anni fa, a iniziare a realizzare le Piccole Sculture da Viaggio: ornamenti per il corpo in metalli preziosi e non preziosi lavorati all’uncinetto, con tecniche orafe da banco o a cera persa. Unire il meglio di vari ambienti mi ha dato la libertà di pensiero che mi è indispensabile quando progetto e realizzo una delle Piccole Sculture da viaggio.

Le Piccole Sculture da Viaggio sono pezzi unici, quando realizzo più pezzi dello stesso modello il risultato non mi appartiene. Ogni pezzo rimane unico, caratteristica di tutto ciò che viene realizzato a mano, ma la differenza tra il pezzo realizzato per primo e gli altri è chiara: nel primo ci sono io, la mia curiosità, il mio entusiasmo; la stanchezza e la rabbia perché il risultato non è come voglio, la ricerca di soluzioni tecniche che mi portino dove desidero. Nei pezzi successivi c’è lavoro, passione, attenzione, pazienza, ma è come se mi allontanassi, sono meno presente. Le Piccole Sculture da Viaggio hanno ragion d’essere nell’ottica del pezzo unico. Le clienti con cui entro in sintonia sono quelle che indossando una Piccola scultura da viaggio si sentono a casa; hanno sempre qualcosa della donna che vorrei essere, del mio modello. Se potessi scegliere venderei solo a donne così, donne a cui non passerebbe mai per la testa chiedermi: “Ma non hai qualcosa tipo …?” indicando qualche marchio famoso, industriale e seriale. Lo so, tutto questo è assolutamente contrario a ogni legge di mercato e fa tanto pseudoartista.

Le Piccole Sculture da Viaggio nascono prima di tutto per me, non realizzo mai qualcosa che non indosserei, le donne che decidono di indossarle spesso sono diversissime da me, ma abbiamo, sempre, un tratto in comune: la curiosità verso il mondo.

Design

Critica portatile al visual design di Riccardo Falcinelli è un libro importante, uno di quei rari libri scritti in un linguaggio chiaro che parlando di un argomento apre porte su varie direzioni diverse invitandoti a curiosare.

Il nostro aspetto è parte del visual design, per quanto ci crediamo indipendenti ed estranei a mode, usi e costumi, abbiamo tutti dei riferimenti ben precisi. Le parole di Falcinelli hanno dato forma chiara a pensieri che mi gironzolavano per la testa ma che non riuscivo a focalizzare.

[…] colore della pelle (naturale o artificiale), la pettinatura, gli occhiali o il cappello sono portatori di significati articolati. […] anche le mode infatti sono forme di serializzazione, e le pratiche sociali irreggimentano i corpi secondo standard che sono sempre forme simboliche.

Copia, interazione e serie sono caratteristiche dell’industria, ma finiscono per influenzare anche i modi in cui viviamo al di fuori del design: pettinarsi in una determinata maniera è l’interazione di un modello che si è visto da qualche parte: nei film, nelle pubblicità, sulle riviste. La società promuove certe regole e certi prodotti ( in Occidente il rossetto è approvato ma il tatuaggio sulla fronte no) e così, regolamentando gli standard si attiva una disciplina del volto.

Facciamo la fila di fronte alla Gioconda per ammirare l’originale di una copia che abbiamo già conosciuto altrove. In maniera simile, ogni giorno davanti allo specchio, attuiamo sul nostro volto la copia di un modello che abbiamo imparato a desiderare altrove. 

Come ho detto Critica portatile al visual design va in varie direzioni: il design senza un contesto storico, culturale, sociale ed economico non esiste. Ho un debito di gratitudine verso Riccardo Falcinelli e Lev Tolstoj, mi è capitato di leggerli in contemporanea, insieme hanno reso vividi pensieri sfocati.

Critica portatile al visual design 

[…] L’aspetto pericoloso di qualunque modello culturale è uno solo: la società (ogni società) fa passare la propria ideologia come naturale, e quest’azione, esercitata dapprima sui propri cittadini come ovvio modo di vivere, viene proposto fuori come il migliore modo di vivere (ed è tra l’altro un’eccellente arma di marketing).

Qualsiasi esperienza non affiancata da strumenti critici, finisce per essere considerata naturale, con la conseguenza che non la scegliamo davvero, ma la subiamo.

Guerra e pace Lev Tolstoj

“Nella nostra epoca (parlava della sua epoca come in genere amano parlarne le persone limitate, che credono di aver scoperto tutte le peculiarità del presente e che le peculiarità degli uomini mutino col tempo) […] ”

“Per abitudine Natasa guardava le toilettes delle signore, criticò la tenue di una signora che le stava vicino […] poi ripensò con dispetto che gli altri criticavano lei, come lei criticava gli altri”

Come ci ricorda Riccardo Falcinelli i modelli culturali ci impregnano così tanto da farci dimenticare che sono un insieme di convenzioni, usi, costumi, modi di pensare comuni che ci siamo dati per vivere insieme trasformandosi nelle nostre menti in normale, naturale. La maggior parte delle persone che vive in un determinato modello sociale ne accetta le regole, quando non è così nasce un nuovo modello di società. La nostra estetica indica a quale branco apparteniamo all’interno di un modello modello sociale ben preciso e fino a che punto ci conformiamo a esso.
Come fa notare Tolstoi la natura umana, all’interno dei vari modelli sociali, è sempre uguale a se stessa, immutabile.

Lo ammetto, questo post senza le parole di Riccardo Falcinelli sarebbe formato da pensieri senza una struttura lineare, se state pensando che questo post è formato da pensieri senza una struttura lineare sappiate che sarebbe peggio. In Critica portatile al visual design Falcinelli riassume con chiarezza concetti che ho incrociato in molti libri di psicologia del marketing tratti da studi di psicologia sociale:

Design e serializzazione riguardano dunque le cose e le persone, e queste si riflettono a vicenda. […]

Una volta soddisfatte le necessità elementari, qualunque società elabora sistemi simbolici complessi a cui corrispondono altre necessità più articolate e astratte; si passa così dai bisogni ai desideri, e l’insoddisfazione di questi ultimi conduce non più alla fame o alla morte, ma alla frustrazione. Condizione prontamente sfruttata dal consumo che da una parte sembra avanzare soluzioni di appagamento, dall’altra propone nuovi desideri da soddisfare. […]
Non si tratta però di un’invenzione dei pubblicitari, anzi questo è il tema portante delle narrazioni dall’Ottocento in poi. I personaggi di Stendhal o di Flaubert sono i primi a raccontare la difficoltà di armonizzare se stessi con le circostanze sociali, e un dilemma del genere è impensabile al di fuori del mondo moderno. In altre epoche e in altre economie, più che l’identità contavano le pratiche. Nel Medioevo un cavaliere, un re o un contadino hanno anzitutto un ruolo nella società, non un’identità. Questo ruolo preciso, simile a un abito con cui ci si presenta agli altri, comporta uno scollamento dell’interiorità dalle pratiche sociali […] Anche la divisione in classi cambia i suoi parametri: non sono più solo il censo, la ricchezza, l’educazione a dividere gli uomini, ma il riconoscersi o meno in un gruppo o in un altro. […] Una volta che il sistema sociale ha stabilito le coordinate, il marketing ha vita facile, perché l’identità non è solo un fatto personale ma il fondamento di tutta la comunicazione […] A ciascuna identità il visual design conferisce così uno stile, un logo, un’immagine coordinata, delle narrazioni, delle mitologie e dei sistemi di funzionamento. E il pubblico potrà scegliere a quale identità visiva appartenere, a quale tribù. […] In questo panorama, il rischio è che l’identità smetta di essere qualcosa che si fa o che si è, per diventare qualcosa che si consuma. […]

A me sta cosa non piace, mi piace pensare di avere apertura mentale e libertà di pensiero; poi rifletto e mi rendo conto che se da una parte, in qualche modo, è vero, dall’altra finisco con l’ingarbugliarmi nella rete di pensieri, modi di agire, sentire della mia tribù di appartenenza. Sì, anch’io ho una tribù, alla quale non aderisco pienamente, sulla quale ho molti dubbi e domande, ma esiste; un altro membro della tribù lo riconosco al volo.

Partire dai propri capelli e scivolare nella critica sociale, solo una ossessionata dai propri capelli, che andava in giro con dei mutandoni in testa a mo’ di chioma lunga e fluente, poteva avere un’idea ‘sì bizzarra. Faccio notare che parlo di me stessa in terza persona, non è un buon segno.

Riassumendo l’animale Francesca Matilde Ferone continua il suo esperimento su l’animale Francesca Matilde Ferone: capello cortissimo, bianco o grigio, vediamo tagliando quello che esce, un trucco leggero, rossetto rosso. L’esperimento potrebbe essere azzerato dai seguenti motivi:

“Ma che cavolo sto facendo, sto di merda, di corsa a fare la tinta”, oppure: “Sì, sto bene ma sono pigra, truccarmi tutti giorni mi scoccia, e poi se non inventano lo struccatore automatico come faccio a dar spazio alla mia parte pigra a cui continuo a sottrarre attenzione”, o: “Rivoglio li boccoli lunghi, fluttuanti, colorati, mesciati, shatusciati”.

Mi spiace ammetterlo sto solo cambiando pettinatura non sto facendo azioni coraggiose per salvare il mondo. Ma per quanto vanesio e futile sia un cambio di pettinatura se non conforme alle regole sociali in uso diventa un gesto rottura. Nel momento in cui decido di giocare con il mio aspetto in qualche modo mi metto in gioco nel contesto in cui vivo e devo accettare le reazioni e gli sguardi che incrocio. Questo mi dà un vantaggio, mi dice, con chiarezza, chi ho di fronte e quanto mi interessa, o meno, interagire con lui/lei.

Così come odio i conformismi così odio gli esibizionismi: mi piacciono le persone il cui aspetto corrisponde a una ricerca interiore, quelle che riescono a trovare il pezzo unico, a valorizzarlo, a indossarlo facendolo proprio, se no si cade in una stravaganza vuota. Lo stesso vale per il modo di pensare, agire e stare al mondo: un conto è avere apertura mentale e curiosità verso il mondo, cose che creano dubbi e portano a una ricerca continua, spesso estenuante, a volte sterile, un altro è cadere nell’individualismo fine a se stesso e nel pensare solo ai fatti propri, modo di pensare e agire molto in voga attualmente.

Ognuno ha i suoi modelli, ognuno ha il suo branco di riferimento, anche se poco numeroso. A me piace l’idea di un branco di persone curiose, leggere, serie ma non seriose, allegre con intelligenza, ironiche ma non sarcastiche. Ogni tanto incrocio persone che potrebbero appartenere a questo branco, ci riconosciamo, e capita, anche, che ci salutiamo istintivamente, senza conoscerci.

‘Sto post è finito, al grido: “Giocate non Osate” vi saluto. Andate in pace.