Vengo anch’io, no tu no!

Ricordare Lucia mi fa sempre tristezza. Tristezza per lei, per come abbia passato un’estate derisa e braccata da delle piccole mentecatte. Tristezza per me, ero una delle mentecatte.

Lucia passava l’estate a Baia Verde come me, era cicciotta e un po’ imbranata, non so neanche dire se fosse simpatica o antipatica, diciamo era neutra. Ci giocavo spesso, andavo a casa sua a fare merenda o a giocare e lei veniva da me. Non ricordo grandi dissapori, pomeriggi tranquilli dopo il mare.

Poi c’era Annamaria, abitava nell’appartamento sopra il mio e passavamo tantissimo tempo insieme. Annamaria era molto magra, carina, prepotente, maligna, manipolatrice e viziata. Non si scandalizzi nessuno i bambini spesso sono crudeli, cattivi e manipolatori.

Mio padre ha comprato la casa di Baia Verde quando mia madre era incinta di mio fratello, credo di aver passato la mia prima estate lì a tre anni, il parco era ancora in costruzione, nell’estate del 1970.

Io e Annamaria ci siamo conosciute quell’anno, le nostre famiglie non dico fossero amiche ma avevano ottimi rapporti di vicinato e noi avevamo la stessa età.

Le primi estati trascorse a Baia Verde io e Annamaria eravamo tutt’uno. Annamaria aveva una quantità improbabile di giocattoli, la madre e uno zio le compravano di tutto, il padre era un po’ assente. Ogni suo capriccio era un ordine per la madre, e lei lo sapeva bene. Giocare con Annamaria significava entrare nel paese dei balocchi, ogni mio desiderio per lei era realtà.

A casa mie le cose erano ben diverse, mio padre mi adorava e per certi versi mi viziava, ma non di giocattoli e altri beni materiali. Su certe cose era rigidissimo, avevo i miei giochi, di certo non erano pochi, ma era ben chiaro il limite e il valore delle cose.

Annamaria è un esempio classico di ape regina, ne ho incontrate molte altre negli anni, le caratteristiche sono sempre uguali a 3 e a 100 anni, il modo di agire lo stesso, le meccaniche di gruppo rimangono immutate. Ho imparato a fiutarle a distanza, non mi deludono mai.

La collezione di api regine di Francesca Matilde Ferone, illustrazione di Sandro Quintavalle

La mia preziosa collezione di api regine

L’ape regina sa di avere una fortissima attrattiva sugli altri e di fare paura a quelli esclusi dal suo gruppo, soprattutto quelli non inseriti in altri gruppi, isolati, diversi.  Sa di avere il perfetto controllo sui suoi adepti, disposti a fare qualsiasi cosa per essere e rimanere nelle sue grazie. È egocentrica, cattiva, ottusa, assolutista, autoreferenziale, pettegola, cerimoniosa, manipolatrice, aggressiva: secondo le circostanze in maniera esplicita o in maniera più subdola. È molto sicura di sé, delle sue idee e delle sue ragioni. Di solito la sua corte è formata da persone simili a lei, ma meno dominanti, e da persone più fragili e spaventate che vogliono far parte della sua cerchia per sentirsi più sicure e acquistare autostima per luce riflessa.

Parlo di un mondo femminile ma c’è un corrispondente maschile uguale e diverso, per comodità lo definirò il mondo del principe figo. Anche lui ha una sua corte con dinamiche di gruppo e di interazione verso l’esterno simili a quelle della corte dell’ape regina ma con caratteristiche più maschili.

Le caratteristiche sopra descritte sono quelle dell’ape regina serie top, poi ci sono le api regina medium e le api regina small. Le api regina medium e small ambiscono a essere in tutto e per tutto come la top ma sono più sfigate, hanno corti meno lucenti e fanno vite meno fighe. A volte le damigelle e le gregarie dell’ape regina top formano corti autonome, ma meno splendenti, e nel loro piccolo si trasformano in  api regine medium e small.

Come ho detto Annamaria era carina, popolare e viziata. Lucia era neutra, bruttina, timida, e tutt’altro che viziata. Aveva un bel po’ di sorelle e un fratello, la famiglia non navigava nell’oro e lei indossava i vestiti dismessi della sorella più grande, non aveva molti giocattoli e li divideva con gli altri componenti della famiglia. I genitori erano un po’ isolati anche dai vari gruppetti di adulti che si erano formati nel parco, i rapporti con i miei genitori erano cordiali ma nulla di più.

Per alcuni anni io Lucia, Annamaria e altre bambine abbiamo giocato insieme, non dico che filasse tutto liscio, c’erano litigi, piccole invidie, voglia di primeggiare, ma tutto nei limiti della norma. Col tempo Annamaria è diventata sempre più assolutista, arrogante, cattiva, e figa.

Era amica di altre bambine fighe, era corteggiata dai bimbi più carini, insomma era l’ape regina del parco, con le sue damigelle e le gregarie.

L’estate di cui parlo ero stata retrocessa da damigella a gregaria, le nuove damigelle erano aspiranti api regine e l’unione tra loro e Annamaria è stata devastante per la vita di molti bambini di quel parco, soprattutto per Lucia.

Il primo reale episodio di crudeltà dei bambini l’avevo visto nel pulmino con cui andavo all’asilo, alcuni bambini delle elementari prendevano in giro un bambino più piccolo, lo facevano ogni santo giorno al ritorno da scuola, l’autista non diceva niente e loro erano sempre più crudeli, ero terrorizzata. Non credo di averne mai parlato ai miei genitori o con qualcun altro.

Ero dispiaciuta per quel bambino ma la parte vigliacca di me continuava a ripetere: “Meglio a lui che a me”. Avevo paura di venire notata, di diventare il nuovo bersaglio. Il tragitto da scuola a casa lo passavo ferma, avevo paura di fare una mossa di disappunto verso il loro comportamento o mostrare la mia paura, altri bambini erano rimasti vittime della loro cattiveria per questi motivi. Il bersaglio principale rimaneva quel bambino piccolo e spaventato, gli altri erano piatti di contorno di cui nutrirsi giusto per chiarire chi comandava.

Do una notizia a molti esperti: Internet non ha inventato gli atti di bullismo, ci sono sempre stati e sempre ci saranno. Internet amplifica, nel bene e nel male, non inventa.

Come dicevo Annamaria non era mai stata una bambina amabile ma l’unione con le nuove damigelle aveva portato alla luce il suo peggio, se volevo rimanere nelle sue grazie dovevo fare quello che diceva lei; e io volevo assolutamente rimanere nelle sue grazie.

Lucia era diventata il suo bersaglio preferito, fino a quel momento era stata una bambina come un’altra, ma quell’anno, avremmo avuto 6/7 anni, per Annamaria e le damigelle è diventata il nemico da umiliare e abbattere, e noi gregarie abbiamo preso molto sul serio gli ordini che c’erano stati impartiti.

Le gregarie del gruppo, io e altre due o tre bambine, avevamo il divieto di giocare con Lucia, se fossimo state viste da Annamarie o dalle damigelle mentre giocavamo con lei saremmo state cacciate dal gruppo e saremmo andate ad ingrossare le fila dei perdenti da tormentare.

Da un giorno all’altro Lucia è stata isolata, se si avvicinava a noi quando eravamo in gruppo le urlavamo che era brutta, grassa, scema e che doveva andare via. All’inizio erano Annamaria e le damigelle a dare il via alle danze, col tempo anche noi gregarie abbiamo iniziato a urlarle dietro quando eravamo in gruppo e la vedevamo avvicinarsi. Altre volte aspettavamo che uscisse sola di casa, ci mettevamo ad aspettarla in pineta sotto la scala che portava al suo appartamento e appena arrivava le urlavamo di tornare in casa, di andarsene, che ci rovinava il parco e i giochi. Siamo andate avanti così un’estate intera. Se la vedevamo con i genitori o con la sorella e il fratello più grandi eravamo uno zucchero, la salutavamo, la invitavamo a giocare con noi, se la vedevamo da sola il delirio.

Un giorno mentre Lucia tornava a casa con i genitori Annamaria e le damigelle le si avvicinano gentilissime e le dicono con il loro sorriso più amabile: “Vieni a giocare con noi”. Non so se  Lucia avesse raccontato in famiglia quello che le stava accadendo o se la madre vedendo quelle bambine amabili e gentili abbia pensato che la figlia avesse esagerato nel racconto, fatto sta che la spinse a giocare con noi; appena i genitori si sono allontanati Annamaria ha iniziato a urlarle: “Scema, scema, davvero ti credevi che ti facevamo giocare. Scema, scema, cicciabomba, tornatene a casa”. Lucia è scappata via piangendo, ci eravamo unite tutte ad Annamaria. Lucia era terrorizzata. In verità lo ero anch’io, ma questo non mi ha impedito di urlarle dietro “Ciccia bomba, scema, scema”.

Se Annamaria era un orrendo essere umano in miniatura io non ero meglio di lei. Lei e le damigelle erano convinte di quello che facevano, io no, io di nascosto giocavo con Lucia: a volte la banalità del male è racchiusa nella vigliaccheria di chi si sente fragile e spaventato e cerca protezione aggregandosi ai più forti.

Lucia nonostante la mia partecipazione attiva ai suoi linciaggi era contenta e gentile quando giocavamo. Io, molto vigliacca, le avevo detto di non avercela con lei, volevo solo essere amica di Annamaria, lei mi aveva detto di non preoccuparmi sapeva che non ero cattiva come Annamaria e sapeva che se avessi disubbidito ai suoi ordini avrei fatto la sua stessa fine.

Un giorno ero a casa di Annamaria per merenda, lei davanti a una brioscina con la Nutella mi disse, con una gentilezza da rabbrividire: “Lo so che giochi con Lucia, me l’hanno detto, o la smetti subito o scompagne a morte”. Ho provato a negare ma lei sapeva quando, dove e a cosa stavamo giocando. La cosa buffa è che non erano state le damigelle a dirglielo ma una delle gregarie.

Più ci penso e più sono convinta che le peggiori in questa storia fossimo noi gregarie. Noi agivamo solo per essere parte della corte di Annamaria e non diventare noi stesse vittime di Annamaria e damigelle, nessuna di noi provava astio o antipatia per Lucia.

La cosa più brutta l’ho fatta un giorno che pioveva: eravamo in una zona al coperto nel parco, io, Lucia e la sorella più piccola stavamo giocando a palla, un po’ a palla avvelenata e un po’ a chi faceva più palleggi sul muro. Non so dove credevo fossero le altre del gruppo ma mi sentivo serena, a un certo punto è arrivata la corte al completo, appena le ho viste mi sono girata verso Lucia urlandole: “Scema, scema, cicciabomba, vattene, mi hai rubato il pallone” e altre assurdità. Sentendomi urlare le altre sono corse a darmi man forte, tutte insieme abbiamo fatto scappare Lucia e la sorella. Peccato che fino a pochi istanti prima quelle stesse bambine fossero mie amiche e stessimo giocando insieme.

Mi vergogno molto pensando a questa storia, ma è andata così.

Annamaria quell’estate, con l’aiuto di damigelle e gregarie ha messo a ferro e fuoco il parco. Urlavamo: “Cicciobombo” a un bambino grasso ogni volta che passava o andavamo a stanarlo a casa. Urlavamo: “scema, scema” a Maria Josè, una bambina molto timida che amava leggere e i cui genitori anziani non erano di gradimento alle capogruppo. Rendevamo la vita difficile a chiunque non ci piacesse. Ed eravamo brave a farlo, o forse in quel parco c’erano molti adulti ignavi, perché il parco non era grandissimo e questa storia non è mai arrivata ai miei genitori. Se mio padre l’avesse saputo credo mi avrebbe portata a Napoli a trascorrere il resto dell’estate e mia madre mi avrebbe riempita di botte. Di certo non avrei proseguito per molto in quegli atti eroici.

La vita di corte non era semplice: dopo un pic nic nel mio giardino è sparita una delle mie bambole e l’ho ritrovata su una panchina del parco messa in vendita dalle due damigelle. Altre volte tra noi gregarie ci facevamo i dispetti o facevamo la spia ad Annamaria sul comportamento non pienamente corrispondente all’etichetta di corte di una di noi sperando di entrare maggiormente nelle sue grazie. Vista da qui quella è stata davvero un’estate di merda.

Non ricordo come sia finita questa storia, è durata un’estate e poi puff. Io sono stata definitivamente espulsa dal gruppo di Annamaria, ormai formato da lei, le sue comprimarie e varie bambine di passaggio. Non ci infastidivamo a vicenda, semplicemente ci ignoravamo.

Recentemente Veronica Spora Benini ha pubblicato questo post su gruppi e fazioni, anche lei fa riferimento a un modo di essere non esclusivamente femminile ma che ha precise caratteristiche nell’universo femminile.

Su Facebook seguo molte persone verso le quali non provo un reale interesse, né umano né professionale, le seguo perché fanno parte di vari network lavorativi, o come li definisce Veronica senza peli sulla lingua, gruppetti o fazioni. Mi interessa vedere come si muovono le fazioni, come i vari membri si supportano, come ogni voce di dubbio e dissenso venga ridicolizzata e attaccata dai vari membri del gruppo chiamati a raccolta da chi ha iniziato la discussione o arrivati in sostegno spontaneo.

La cosa inquietante è la totale mancanza di dissenso e reale discussione costruttiva all’interno di questi gruppi, una sola volta ho visto un’ape regina messa in discussione, a farlo era un’ape regina più potente e con un alveare più grande. Il mutamento dei toni dell’ape regina messa in discussione pubblicamente è stato immediato. Ha cercato scuse insensate al suo comportamento degli ultimi tempi e da donna forte, sarcastica e sicura di sé e del suo gruppo di sostenitrici si è trasformata in una Fantozzi di periferia. Il miracolo c’è stato nei giorni successivi, niente più post auto-esaltanti e polemici pubblicati per creare discussioni e avere visibilità sui social media, solo post neutri con pochi commenti e poca visibilità. L’ape regina top era stata retrocessa ad ape regina medium da un’ape regina top top.

Per quanto ci si possa scherzare gruppi, gruppetti, fazioni non possono essere evitati se si fanno determinati lavori. Rubo le parole a Veronica Spora Bennini:

“Se lavori online, lo sai: esistono le fazioni.
Le combriccole. I gruppetti. Le cerchie.

Anche tu a un certo punto ti rendi conto di avere un certo giro, e piano piano cominci a individuare gli altri giri. Giri dove non entri se non conosci, dove non entri se stai sulle balle a una. Giri che entri solo se sei un po’ ipocrita e fai la lecchina, oppure giri che non entri se non sei super. Giri dove entri solo se stai diventando famosa quindi appetibile. Altrimenti no, non sei nessuno. Oppure giri dove improvvisamente ti cagano perché hai dei clienti grossi che vogliono anche i capi della fazione, o che vogliono apportare in dono i pesci piccoli della fazione per scalare la propria gerarchia. […]

[…] La cosa buffa dei giri è che nessuno ne parla, ma sono intangibili. 
Se ci pensate, i giri esistono in tutte le realtà. Sono spesso una menata ma certe volte non puoi farne a meno. Non avanzi in certe cose se non hai a che fare con certi giri.
 Certe volte hai bisogno di gente che sia dentro un giro per far meglio un lavoro, per passare al livello successivo. Si sa.
E poi gli odii fra certi giri sono fortissimi. Giri che vogliono dominare lo stesso mercato. 
Una fatica tremenda! […]”

Come dice Veronica i giri esistono in tutte le realtà, piaccia o non piaccia esistono. Se fai un lavoro autonomo sono fondamentali, se fai un lavoro dipendente capire bene come si muovono le persone nel tuo posto di lavoro è di vitale importanza, spesso serve a pararsi le spalle da attacchi imprevisti ma non imprevedibili.

I giri non valgono solo per le relazioni sociali e lavorative femminili, la differenza come ho già detto sta nei meccanismi interni ed esterni dei gruppi che si diversificano in base a una prevalente presenza maschile o femminile.

Vedo il mio eremo sempre più vicino, io con i giri, le fazioni, i gruppi, i network non sono brava. Ne vedo chiara l’esistenza, ne vedo chiara l’importanza, ma non sono brava, mi fanno venire la voglia di scappare a gambe levate.

Il mio giro utopico lo’ho ben presente: è formato da persone che mi piacciono e a cui piaccio, basato su fiducia, chiarezza, rispetto reciproco. Un giro così è un utopia nella vita privata figuriamoci in quella lavorativa.

Rubo di nuovo le parole a Veronica Spora Bennini che esprime con chiarezza un concetto a me evidente da anni ormai:

“Trovo personalmente disdicevoli i loro sorrisini e frecciatine con quel che poi mi viene riferito. Dovrei esserne personalmente abituata perché, oh, siamo donne. E noi donne siamo serpi.”

La ruota gira e la mia paura di essere oggetto di scherno, derisione, cattiveria gratuita è diventata realtà.

Gli anni delle medie sono stati un incubo, la morte di mio padre e i rapporti sempre peggiori con mia madre mi hanno fatto precipitare nel buio più profondo. In prima media ho visto rivoltarsi contro di me la mia compagna di banco delle elementari, il gruppo figo della nostra nuova classe, le sue nuove amiche, non mi ritenevano degna del loro gruppo e lei non poteva più essere mia amica. Quasi le stesse parole che avevo detto io a Lucia anni prima.

Gabriella  frequentava un centro di aggregazione dell’Opus Dei, il Punto Club, dove si facevano varie attività: ginnastica, inglese, artigianato, cucina, pittura sul vetro e altro. C’ero stata l’anno precedente a una festa di domenica, mi aveva invitata lei, il pomeriggio di quel giorno ero andata al Nuovo Policlinico a trovare mio padre e gli avevo raccontato quanto mi fossi divertita. All’inizio della prima media la madre di Gabriella aveva convinto mia madre a iscrivermi, io e Gabriella avremmo passato più tempo insieme e io mi sarei distratta in un momento difficile e mi sarei fatta nuove amiche. Quando Gabriella ha deciso di interrompere i rapporti con me l’ha fatto totalmente, al Punto Club mi ignorava, lei era già inserita, c’erano vari gruppetti già formati e io mi sentivo del tutto isolata.

È stato un precipitare nel buio velocissimo, diventavo sempre più grassa, più svogliata, mia madre sempre più aggressiva e a tratti violenta.

Essere trovata a masticare una gomma sotto il palazzo al ritorno da scuola, dopo aver aspettato un’ora fuori casa, ed essere trascinata urlante da mia madre in ascensore è stato un tutt’uno. Essere picchiata per due giorni perché la facevo vergognare di fronte all’ape regina della sua infanzia che era venuta ad abitare nel nostro viale: “Le gomme da masticare sono volgari che figura ci faccio con una figlia simile”. Ogni tanto smetteva di picchiarmi e telefonava in giro a raccontare l’orrendo oltraggio che le avevo fatto di fronte all’ape regina. Per chiarire la suddetta ape regina svolazzava avanti il palazzo quando mia madre è tornata a casa.

L’ape regina di cui mia madre anelava l’amicizia e verso la quale nutriva un enorme senso di inferiorità era bella, sicura di sé, arrogante, pettegola: che avesse reso la vita difficile a mia madre nell’adolescenza non mi meraviglia.

Ho passato due giorni, per un giorno non sono neanche stata mandata a scuola perché ero un essere così abominevole da non poter essere mostrato in pubblico, a essere picchiata, minacciata di essere spedita in un collegio per orfani di magistrati in Umbria e ad ascoltare telefonare assurde fatte da mia madre a mezzo mondo in cui raccontava quanto fossi cattiva.

In quegli anni nel viale dove abitiamo mia madre era diventata la signora pazza ed io la figlia pazza della pazza, questa parte l’ho già raccontata in questo post e non la ripeto, tranquilli. Aggiungo solo che  ho saputo che mia madre era pazza da un discorso fatto avanti a me da un cotal Ammiraglio che abitava al pian terreno del mio palazzo: “Umberto (il nome del portiere) devi dire alla signora Ferone di smettere di urlare, vabbè che è pazza ma non si può andare avanti così”. Notate la sensibilità dell’uomo, vero? Sapeva benissimo chi ero, non se ne è minimamente preoccupato.

Conosco le dinamiche di alcune persone che popolano questo viale fatto di gente molto per bene di un quartiere residenziale e molto ambito di Napoli. Ci sono anche persone gentilissime chiariamo. Conosco il modo di guardarti dall’alto in basso e aspettare che li saluti senza mai farlo per primi. Ovviamente sei tu strana e scostumata e non saluti. Conosco i gruppetti da cui escono per caso parole ad alta voce dirette a me o a tuo Sandro lanciate lì in modo quasi casuale, se dicessi qualcosa mi sarebbe risposto: “Ma è pazza?! Mica ce l’avevamo con lei!”. Ho visto lo strano fenomeno che porta persone gentilissime quando sono sole a non salutare quando sono insieme a membri della corte dell’ape regina o del principe figo di turno. Ho visto anche membri della corte fare il contrario e salutare quando sono soli e non rispondere al saluto se sono in gruppo. Parlo di persone già adulte quando ero piccola, parlo di membri della corte dell’ape regina di mia madre già attivi all’epoca, parlo dei loro figli cresciuti con quell’imprinting.

Da quando sono tornata a Napoli di incontri con queste amabili persone e i loro modi di fare malati ne ho avuti molti, li ignoro, ne scrivo, a volte mi mettono a disagio. Guardando queste persone so che molte di loro hanno riservato lo stesso trattamento, e molto peggio, a mia madre. Non incolpo loro per la malattia di mia madre ma un ambiente ostile tra sorrisini sarcastici, parole volate a voce troppo alta, pettegolezzi sparsi, non deve averle giovato.

Mia madre, che può sembrare un mostro, e da alcuni potrebbe essere definita una Pazza manicomio, espressione orrenda e di una superficialità abominevole, era una donna fragile, con un disturbo emotivo ormai noto e curabilissimo, depressione-bipolare, con medicine e terapia psicologica di sostegno sarebbe stata meglio. Lo scoglio fondamentale, se avessimo saputo da subito quale disturbo aveva, sarebbe stato convincerla a curarsi e il passaggio successivo sarebbe stato ancora più delicato: trovare un bravo medico, una persona umana e competente capace di somministrarle il giusto dosaggio di medicinali, ascoltarla, rassicurala.

Negli ultimi anni mia madre ha deciso di curarsi e tra giovani medici e professori conosciuti in tutta Italia casa Ferone si è trasformata in una fiera da baraccone del medico incompetente e arrogante. Storia antica ormai.

Se ora capisco la fragilità di mia madre per anni mi sono limitata ad odiarla e lei ad odiare me, interrompevamo il nostro odio reciproco con grandi momenti d’affetto e poi ricominciavamo.

L’essere la figlia pazza della pazza mi ha portato a essere derisa, presa in giro, diventare vittima di scherzi crudeli e via dicendo. Eh sì i ruoli spesso di invertono.

Fino a circa trenta anni ho scodinzolato molto in cerca di amicizia. Alcune amicizie hanno retto alla mia crescita personale e hanno preso altra forma, altre sono finite nel dimenticatoio, altre hanno avuto una ripresa stoppata dell’evidenza che quel rapporto era basato su una Francesca incasinata e piena di problemi e una controparte in versione amica fin quando era su un gradino superiore, alla parità non hanno retto, e non hanno retto alla differenza abissale delle adulte che siamo diventate.

“‪#‎cisonocosechenonsifanno‬ In genere non rispondo. In genere lascio scivolare via. Non si può essere amati da tutti. È così. È la vita. Ma ci sono dei limiti, soprattutto quando c’è chi, in nome del Vangelo, si permette di scrivere cose che, chi lo ha anche solo letto il Vangelo, non penserebbe nemmeno… A cosa mi riferisco? A quest’articolo pubblicato sul sito “Vangelo e Democrazia”, in cui si legge: “Purtroppo il giudizio politico della professoressa Marzano su Renzi è il frutto del suo vissuto personale, che è un vissuto psichico oltremodo tormentato e significativo. Basti pensare a quel che scrive di sé in un suo libro intitolato “Volevo essere una farfalla – Come l’ anoressia mi ha insegnato a vivere” (Mondadori 2011) […] Sulla fragilità emotiva di Michela Marzano non ci sono dubbi. […] Il mondo, fatti salvi i suoi indiscutibili meriti, le ha dato tanto, troppo, e forse è anche per questo che persino la Chiesa di Cristo le sta stretta! Impari ad essere filosofa del vero “
Sono orgogliosa della mia vita e delle mie fratture. Che poi, anche se diverse, hanno tutti. Anche chi scrive queste righe che ritengo indegne. Senza nemmeno degnarsi di firmarle! Quanto al mio rapporto con la fede, Lui è l’unico a sapere…”

Le parole che ho appena riportato sono la risposta di Michela Marzano a un post apparso sul sito Vangelo e Democrazia, di cui lei cita alcuni passaggi. Il post non è firmato, l’autore usa il passato di anoressica di Michela, da lei stessa raccontato in un libro, per etichettarla come una squilibrata e usare questo squilibrio mentale per sostenere che il suo dissenso nei confronti di Matteo Renzi sia il frutto di una mente malata, come lei, secondo l’interpretazione dell’autore, avrebbe ammesso nel libro. Strano modo di leggere il racconto che una donna fa di una parte del suo vissuto particolarmente difficile e dolorosa.

Mentre scrivo il blog sono consapevole di espormi a giudizi simili e so perfettamente che le mie parole saranno interpretate da ognuno secondo la sua visione del mondo e i suoi criteri di normalità. Le mie parole arriveranno nel loro preciso significato a pochi, il pericolo di vederle travisate è reale, lo corro io e lo corre chi decide di raccontare pezzetti della propria vita in pubblico con onestà e senza falsi pudori.

Michela Marzano è una filosofa, docente universitaria, scrittrice e in questa legislatura siede alla Camera nelle file del PD, ha scritto un libro, Non seguire il mondo come va, su questo suo impegno politico iniziato due anni fa, il parlamento italiano non esce di certo bene.

Michela ha deciso di dimettersi dal suo incarico parlamentare e ha espresso la sua opinione su Matteo Renzi, sul suo governo e sul PD in generale. È un opinione personale, una valutazione della differenza tra le sue aspettative di parlamentare al primo mandato e la realtà. Potrebbe essere vista come ingenua ma marchiarla come incapace di intendere e di volere in quanto ex anoressia mi sembra un po’ forzato e in mala fede, tanta mala fede.

Michela Marzano ha risposto con garbo, ha evidenziato la gravità di un simile episodio e ha messo in luce il fatto che tutti abbiamo problemi emotivi, ognuno ha la sua storia, pochi li accettano, li affrontano e decidono di parlarne rompendo quella coltre di vergogna dalla quale ci sentiamo schiacciati. Io aggiungo che a farlo sono i più forti, quelli pronti a fare i conti col proprio passato e con il proprio presente.

Con Sandro discutevamo del numero elevatissimo di relazioni disfunzionali che ho intessuto per anni, io con i miei casini, le persone con cui interagivo con i loro, secondo modelli prestabiliti. Se nella vita privata posso scegliere chi far scivolare lontano e chi tenermi vicino nella vita lavorativa non posso farlo, le relazioni interpersonali sono fondamentali nel lavoro e spesso prendono le stesse derive di quelle puramente private.

Come scrive Veronica Spora Bennini con chiarezza il mondo lavorativo è fatto di gruppi, fazioni, network lavorativi, o come preferite chiamarli. Le dinamiche da lei evidenziate sono tutt’altro che sane, sono spesso le stesse dell’ape regina e del principe figo. So di non essere adatta a dinamiche simili e so che la professionalità senza un’adeguata capacità relazionale non porta lontano.

Alla fine la soluzione è costruirmi delle basi professionali sempre più forti e attingere dal bagaglio di esperienze relazionali sbagliate per riconoscere comportamenti e dinamiche mie da evitare e comportamenti e dinamiche di altri da cui fuggire a gambe levate e affrontare ogni situazione quando si presenta cercando di rimanere calma e lucida.

Non sono giovanissima, cosa che per certe cose è uno svantaggio e per altre è un vantaggio, negli ultimi anni sono riuscita a mutare tante cose in meglio e ad affrontare grandi cambiamenti con fatica ma in modo costruttivo, perché non dovrei riuscirci in nuovi campi?

Ogni impedimento è giovamento

Fessi e contenti

Ci crediamo un popolo furbo e invece siamo un popolo fesso”, ascoltare questa frase seduta ai tavolini di un bar a piazza Cavour mentre con Sandro prendevamo un caffè nell’intervallo tra la passeggiata alla ricerca di nuove strade per scendere giù Napoli a piedi e la visita guidata al MADRE è stata un’illuminazione.

Abbiamo vagato per Materdei, un quartiere di Napoli che conosco pochissimo e mi affascina un bel po’, siamo sbucati alla Sanità per una strada nuova, l’abbiamo attraversata e siamo arrivati a piazza Cavour.

La visita guidata al MADRE iniziava alle 18,00, avevamo deciso di andare un po’ prima e girare un po’ da soli per le sale, comunque era troppo presto e un caffè ci stava bene. Tempo fa avrei scartato quel caffè a priori, avrei sbagliato; il caffè era buono, i proprietari gentili, le conversazioni al tavolo a fianco interessanti. Sì ascolto le conversazioni attorno a me se mi incuriosiscono. Lo fate anche voi, lo so.

A proposito il MADRE è il Museo d’Arte Contemporanea Donnaregina. Non sono una grande appassionata di arte contemporanea e tantomeno sono un’esperta, ma sono una persona curiosa, se non capisco quello che vedo non do per scontato che sia una schifezza. Di fronte a un’opera d’arte contemporanea a volte vado oltre perché in quel momento non mi appartiene, ma in un altro momento chissà, altre volte mi soffermo per cercare di capire. Adoro il MADRE, il palazzo che lo ospita, il luogo dove si trova, il contrasto tra il suo contenuto, l’allestimento delle sale e i vicoli di Napoli su cui cade lo sguardo osservando fuori dalle finestre.

Notizia di servizio: il lunedì l’ingresso al MADRE è gratuito e ci sono anche due visite guidate gratis. Ok per le visite guidate controllate sul sito, non so se ci sono sempre.

Ma torniamo alla frase iniziale: “Ci crediamo un popolo furbo invece siamo un popolo fesso”, la pronuncia una ragazza parlando con un vecchietto, sono entrambi della zona, lei lavora in qualche negozio delle vicinanze e abita da quelle parti, ha interrotto il lavoro per prendere un caffè al bar, eh sì ‘sti napoletani che non tengono genio di fare niente. Arrivando al bar ha visto il vecchietto seduto al tavolino a fianco al nostro, lo ha salutato e gli ha chiesto se avesse vinto qualcosa al lotto. Hanno continuato a chiacchierare di lotto, di quanto è importante giocare con moderazione senza farne un’ossessione.

Mi arrivavano parole a caso e non facevo particolare attenzione alla conversazione quando sento: “Ci crediamo un popolo furbo e invece siamo un popolo fesso” e mi si drizzano le antenne. Cavoli sono anni che lo vado ripetendo beccandomi derisione e aria di sufficienza e lì, in quel bar, trovo due alleati.

Lo ammetto di questi tempi i discorsi più sensati su Napoli li sto ascoltando nei momenti più inaspettati e da persone a cui non avrei dato molto credito a primo acchito.

Questa discussione è avvenuta lunedì 28 aprile 2015 ore 15,30 in una Napoli piena di turisti, italiani e stranieri. Ne avevamo incrociati a Materdei e alla Sanità, seduti in quel bar di piazza Cavour ne abbiamo visti passare un bel po’.

I turisti sono diventati l’argomento della breve chiacchierata tra il padrone del bar e la ragazza: guardandosi intorno, vedendoli passare, lei ha osservato che la città ne era piena, lui era contento perché stava lavorando proprio bene e si stava attrezzando anche per vendere panini e qualcos’altro per pranzo. Sta per arrivare Maggio e qui a Napoli da anni c’è il Maggio dei Monumenti, la città viene invasa da turisti e da napoletani assopiti che si risvegliano e si accorgono della bellezza della propria città, che non è solo pizza, spaghetti, tarantella, sole, mare, mandolino.

Francesca Matilde Ferone mangia un piatto di spaghetti davanti al panorama del Vesuvio, illustrazione di Sandro Quintavalle

Mo faccio pure ‘na tarantella, mangio ‘na pizza e suono nu poco ‘o mandolino

La ragazza ha suggerito al proprietario del bar di far trovare ai turisti stranieri un menù anche in inglese e di imparare un po’ di inglese di base per facilitare la comunicazione: “Nei bar e nei ristoranti di altre città chi ci lavora parla sempre anche l’inglese” il barista ha risposto: “Sì, ma in città turistiche”, lei infastidita ha replicato: “Perché Napoli non è una città turistica? Guardati in giro è una città bellissima e ora piena di turisti”, lui sommesso ha risposto: “Ma come faccio?” e lei bella tosta ha concluso: “Prenditi un libro e studia che scemo non sei” a questo punto non mi sono alzata ad abbracciarla per un pelo.

Riassunto, siamo un popolo di fessi che si crede furbo e Napoli è una città turistica. Sì ho trovato la mia anima gemella.

Il prezzo della libertà

Verso i 7/8 anni ho preso una decisione: “Questa casa non mi merita”, era fine primavera e faceva caldo. La mia irrevocabile decisione era stata presa dopo un litigio con mio padre, non ne ricordo il motivo ma rivedo perfettamente me seria e determinata che do l’annuncio al genitore, lui accoglie le mie parole con calma e rispetto: “Se vuoi andartene vai, lì è la porta”. Io, donna forte e determinata di 7/8 anni, realizzo un sogno: prendo un enorme foulard, apro il mio armadio e inizio a scegliere le cose da portare. L’idea di fuggire con un bagaglio di fortuna mi piace molto.

Avevo letto da poco una storia di Topolino in cui Archimede partiva alla ricerca di non so cosa con un unico bagaglio, un bastone a cui aveva legato un pezzo di stoffa piegato contenente l’occorrente per il viaggio, finalmente avrei fatto lo stesso.

Francesca Matilde Ferone in versione vagabondo sta per lasciare l’odiata dimora del tiranno padre e avviarsi verso libertà e ignoto. La fuga non poteva iniziare senza le mie due adorate camicie da notte estive stile impero, bordate di bianco, una rosa e una azzurra.

L’orrendo tiranno osserva tutta la scena in silenzio perfettamente calmo, quando il bagaglio è pronto mi accompagna con gentilezza alla porta, me la apre, io gli dico, sicura e inavomibile: “Io vado”, lui mi risponde sereno: “Va bene, ciao. Ma questa rimane qui” e con abile mossa prende il mio prezioso bagaglio. Io furibonda cerco di riprendermelo dicendo: “Ridammelo, è mio”, lui sempre calmissimo mi sorride e mi risponde: “No è mio, l’ho comprato con i miei soldi ed è mio, tu non hai niente di tuo. Nuda sei arrivata e nuda te ne vai. Anche i vestiti che indossi sono i miei ma te li lascio, ti faccio un regalo”.

Pronta ad assaporare la conquistata libertà, e senza bagaglio, esco. Mio padre mi saluta, lo ignoro, chiude la porta.

Il destino mi era avverso, dovevo andarmene ma senza la mappatella, senza le mie adorate camice da notte l’impresa di faceva difficile. L’orgoglio mi impediva di tornare, doveva essere lui a chiedermi scusa e a chiedermi di tornate.

Credo di essere rimasta un’ora su quel pianerottolo, e credo che mio padre sia rimasto un’ora dietro la porta a controllarmi dallo spioncino. Dopo un’attenta valutazione della situazione ho deciso di rimandare la fuga, ho bussato, papà ha aperto, mi ha salutata, io ho sottolineato che l’abbandono della casa paterna era solo rimandato, lui ha risposto con calma ed un sorriso, ma senza sarcasmo o ironia: “Va bene”, io sono andata in camera mia. Ok ho barattato la mia libertà per due camicie da notte estive, e allora?!

Di mare. di sole, di caffè e di vita

Giorni fa per lavori nel condominio avrei dovuto lasciare libero il posto auto dalle 8,00 del mattino  per quasi tutta la giornata. La condomina Francesca Matilde Ferone era molto preoccupata: “Dove cavolo parcheggio qui intorno”. Certo avrei potuto parcheggiare in uno dei due garage a pagamento sotto casa ma ho optato per un’altra soluzione; ho preso can Piera, il Kindle, un quaderno, penne, pennarelli, matite, due asciugamani, ho indossato il costume — tranquilli poi mi sono rivestita — e approfittando della bellissima giornata sono andata sul lungomare di Pozzuoli.

Grazie a can Piera in questi anni ho conosciuto molto proprietari di cani a passeggio, alcuni da strozzare altri simpaticissimi; il signore che ho incrociato quella mattina era simpaticissimo e mentre i nostri cani giocavano sulla spiaggia abbiamo chiacchierato un bel po’.

Il lungomare di Pozzuoli l’ho scoperto da poco, o meglio l’ho guardato sul serio da poco in tutta la sua bellezza. C’ero passata tante volte, ma a volte la bellezza davanti ai nostri occhi diventa abitudine e non la vediamo. Da quando l’ho guardato con nuovi occhi è diventato una delle mie mete preferite quando ho bisogno di qualcosa che mi faccia stare bene.

Alle verso le 7,30 di un lunedì di maggio il lungomare di Pozzuoli era pieno di persone di tutte le età, chi correva, chi passeggiava a passo veloce, chi portava fuori il cane. C’era un atmosfera bellissima e poco traffico.

Il proprietario dell’altro cane era un signore sulla sessantina, era nato, cresciuto e vissuto a Bagnoli, a pochi passi da lì. Mi ha raccontato del suo rapporto con quei luoghi, di quando ci andava a nuotare da bambino e da ragazzo, di come li abbia visti rovinarti negli anni, di come quei geni dell’Italsider per qualche misterioso motivo abbiano deciso di buttare cemento sulla sabbia per creare una strada a mare, di come quelle acque piene di pesce grazie ad una devastazione scellerata siano ormai quasi sterili.

Mi ha indicato un signore anziano che arrivava con la canna da pesca dicendomi: “Viene tutti i giorni, si mette lì con la sua canna da pesca e passa la mattinata, non pesca quasi niente ma viene lo stesso”. Quando è passato sulla strada sovrastante la spiaggia un signore urlando l’ha guardato con tenerezza e ha detto: “Era un grande giocatore di calcio, erano venuti da varie squadre a vederlo giocare, poteva fare una bella carriera. Poi gli è morta la madre a cui era affezionatissimo, è andato a Torino a lavorare alla Fiat e lì non si sa cosa sia successo, qualcosa di brutto, quando è tornato era così, ogni estate peggiora e va fuori di testa”.

Ascoltarlo è stato piacevole, l’entusiasmo con cui parlava di quei luoghi era contagioso, gli si illuminavano gli occhi: “ Siamo circondati da posti meravigliosi: Campi Flegrei, Pozzuoli, Cuma, Averno, Miseno e tanti altri. Se ne parla poco, sono poco pubblicizzati”, e qui la mia fissa per la comunicazione dei luoghi fatta bene si è illuminata.

Il discorso è scivolato su di noi, gli abitanti di questi luoghi, abituati a tanta bellezza da non vederla, darla per scontata, distruggerla con la nostra incuria, la nostra apatia. Sì, con la nostra presunta furbizia. Da lunedì ho un altro alleato.

A un certo punto mi sono commossa, indicando un punto vicino a una grotta nella roccia alle nostre spalle mi ha raccontato di come il proprietario di un locale nelle vicinanze avesse distrutto la sua idea di eterno riposo: “Lì c’era un albero che in primavera faceva dei fiori bellissimi, avevo detto a mia moglie: quando muoio mi fai cremare, mi metti in un vaso di cristallo trasparente chiuso, mi fai portare su quel punto di roccia vicino all’albero da nostro figlio che sa arrampicarsi, mi metti vicino un barattolo di caffè e io sto lì, sento l’odore del caffè, vedo il mare, sono circondato da quel bellissimo albero e chi sta meglio di me, questa sì che è vita eterna, altro che cimitero”. Poesia, poesia pura.

I progetti per la vita eterna a volte devono fare i conti con la stupidità della vita mortale: “Un giorno sono arrivato qui e l’albero non c’era più, il proprietario del locale lì aveva deciso di dare una ripulita e togliere le erbacce sulla roccia, chi ha fatto il lavoro ha tagliato indiscriminatamente tutto, compreso l’albero”.

Passi avanti nella scienza

Verso i 6/7/8 anni ho preso una decisione importante: “Devo assolutamente sapere di che sa la pioggia”. Ho provato a stare ferma sotto la pioggia a bocca aperta ma senza grandi risultati, entravano poche gocce alla volta e non sapevano di niente. Ho provato a farla cadere sulle mani messe a coppa per raccoglierne un po’ e berla; in realtà è difficile farsi cadere sulle mani una quantità tale di pioggia da cui attingere una bella sorsata, e poi c’era il problema dei due tiranni contrari agli esperimenti scientifici; ogni volta che stavo ferma sotto la pioggia nel tentativo di berla arrivava uno dei due solerti genitori e mi obbligava a ripararmi da qualche parte o a usare un ombrello; che gente!

La soluzione logica è arrivata in tutta la sua semplicità, fornirmi di un recipiente — bicchiere, tazza, pentolino — aspettare la pioggia, e con fare lesto riempire il suddetto recipiente di pioggia e berla. Era un piano perfetto da fare in casa, si trattava di aprire una finestra o andare fuori un balcone mentre pioveva, allungare le mani, raccogliere l’acqua nel recipiente, bere.

Il piano è riuscito gente, solo che le cose hanno preso una strana piega.

È sera, siamo a Baia Verde a casa di amici dei miei genitori, la casa è situata nello stesso parco della nostra, è al primo piano e ha un terrazzo coperto. Siamo lì per cena, in realtà è una cena in piedi con varie famiglie con bambini, un evento abbastanza comune. All’improvviso temporale estivo, nella mia mente si accende una lampadina: “Pioggia, pioggia, pioggia; bere, bere, bere”, con abile mossa prendo un bicchiere, allungo le braccia verso l’esterno e finalmente corono il mio sogno: un bicchiere mezzo pieno di pioggia; bevo, uno schifo tremendo, una roba amara e con un sapore orrendo.

Il mio splendido piano non aveva contemplato il cornicione della palazzina. La giovane Francesca Matilde Ferone non ha realizzato di aver bevuto acqua di scolo e ha decretato: “Fatica sprecata, la pioggia fa schifo, non ne berrò mai più”.

Ero disgustata e non so cosa ho detto tra me e me, a quel punto è arrivato il figlio del proprietario di casa, aveva la mia stessa età, e mi ha preso in giro per il mio stupido esperimento, mi ha dato della scema, io ho risposto: “Scemo ci sei tu”.

Apriti cielo, nella foga del momento non mi ero accorta di essere a pochi passi dall’amato genitore, e l’amato genitore era tutt’altro che sordo, assolutamente amabile, per certi aspetti mi viziava molto, autorevole ma non autoritario, assolutamente non violento.

Durante la nostra convivenza ho ricevuto solo uno schiaffo da mio padre e si è scusato subito, chiarendo che io avevo torto e lui ragione, che io stavo davvero esagerando, ma che picchiarmi era sbagliato e inutile. È vero era sbagliato e inutile, avevo terrore del suo modo di arrabbiarsi, tranquillo e non violento, rigido e coerente, da rendere inutile l’uso delle maniere forti.

Dialogo tra l’amato genitore Vittorio Ferone e la diletta figlia Francesca Matilde Ferone:
Vittorio: “Ora chiedi scusa e torniamo a casa perché non si va a casa della gente a insultarla”
Francesca Matilde: “Ma ha iniziato lui, mi ha detto stupida e scema”
Vittorio: “Non mi interessa, non si dicono parolacce, per nessun motivo, e lo sai, inoltre qui siamo ospiti; saluta, scusati e andiamo a casa”.
Francesca Matilde: “Scusa, arrivederci, ciao”.
Codesto dialogo non riporta le parole precise ma il senso del discorso è stato quello.

La discrezione dico io, un minimo di discrezione, se proprio mi devi rimproverare prendimi da parte, mi fai le tue rimostranze, io ti dico le mie ragioni, e al limite, se rimani della tua idea, trovi una scusa e mi porti a casa. Invece no, tu amato genitore esibizionista ti metti a fare tutto sto discorso avanti a tutti, no dico è modo di fare. Ah ma è proprio nelle tue mire parlare in pubblico per far sentire a tutti, fa parte della punizione. Vabbè contento tu, ma non è serio, e sono in disaccordo sulla punizione e sulle sue modalità.

In men che non si dica io e mio padre arriviamo a casa, e vengo abbandonata lì, alle cure di Anna, la ragazza che badava a me e a mio fratello e alla casa, e il dittatore torna alla sua festa. È chiaro che ho ricevuto un trattamento disumano, portarmi via dalla festa senza avermi dato il tempo di mangiare i peperoni imbottiti tipici delle cene in piedi a Baia Verde è roba da denuncia al telefono azzurro. Quell’acqua piovana mi aveva lasciato un saporaccio in bocca, ero soddisfatta della riuscita dell’esperimento ma non avevo intenzione di ripeterlo, un bel peperone imbottito ci sarebbe stato benissimo.

Per chi non l’avesse capito a casa nostra le parolacce erano bandite, gli adulti non le dicevano e i bambini avevano il divieto assoluto di dirle. Io le parolacce le sentivo, eccome, soprattutto d’estate a Baia Verde, sognavo di poter dire scemo e stupido a chiunque, alcuni bambini usavano quelle parole, ma nelle dittature la libertà di parola, o meglio di parolaccia, non è contemplata, e quello che si fa e si dice a casa di altri non riguarda la dittatura Ferone-Pirolo.

I miei eroi erano i bambini dallo stronzo e vaffanculo libero, nelle case di quei bambini quelle parole erano di uso comune, affettuoso e tenero lessico familiare. Loro sì che erano fortunati, tra urla, parolacce e libertà assoluta avevano tutti i diritti a me negati e nessuno dei miei stupidissi e noiosissimi doveri.

Signore e signori oggi offerta speciale

Bene siamo di fronte a due post completamente differenti, uno ambientato nella Napoli dei nostri giorni e uno nella Napoli e provincia degli anni 70. E qui ti sbagli cara la mia Francesca Matilde Ferone: sì parlo a me stessa in terza persona singolare in pubblico.

Oggi c’è l’offertona, introduco un terzo argomento. Sentitevi autorizzati a chiudere il post per chiara mancanza di logica.

Da pochi giorni ho finito di leggere Resisto dunque sono di Pietro Trabucchi, sì lo so il titolo è un po’ ridicolo, il libro neanche un po’.

“Piero Trabucchi è uno psicologo che si occupa di prestazioni sportive, prevalentemente di discipline di resistenza”

Pietro Trabucchi si presenta così nel suo sito . Resisto dunque sono parla di resilenza psicologica soprattutto in discipline sportive; per un caso, che forse caso non è, in questi giorni sto leggendo anche il libro autobiografico di Walter Bonatti I giorni grandi in cui sono raccontate alcune imprese epiche e alcune colossali sconfitte del Bonatti alpinista. Il racconto dell’impegno di Bonatti messo nello scalare una montagna si fonde perfettamente con il concetto di resilenza esposto da Trabucchi.

No, non ho deciso di scalare montagne, mi piacerebbe molto e sono affascinata dall’alpinismo con il piccolo particolare che soffro di vertigini e a volte salire sul terzo gradino dello scaletto di casa è un problema. Ma come fa notare Trabucchi le doti di resilenza psicologica di un atleta sono le stesse di qualsiasi persona capace di affrontare e superare grandi difficoltà. Non eroi imbattibili ma persone comuni con un determinato modo di stare e vedere il mondo.

Ma perdindirindina non vi ho detto cos’è la resilenza in campo psicologico, si lo so che la maggior parte di voi lo sa ma io lo dico lo stesso, e per dirlo rubo le parole a Trabucchi

“Desidero però dare fin d’ora la mia definizione personale di resilienza: la resilienza psicologica è la capacità di persistere nel perseguire obiettivi sfidanti, fronteggiando in maniera efficace le difficoltà e gli altri eventi negativi che si incontreranno sul cammino […].

Il verbo «persistere» indica l’idea di una motivazione che rimane salda. Di fatto l’individuo resiliente presenta una serie di caratteristiche psicologiche inconfondibili: è un ottimista e tende a «leggere» gli eventi negativi come momentanei e circoscritti; ritiene di possedere un ampio margine di controllo sulla propria vita e sull’ambiente che lo circonda; è fortemente motivato a raggiungere gli obiettivi che si è prefissato; tende a vedere i cambiamenti come una sfida e come un’opportunità, piuttosto che come una minaccia; di fronte a sconfitte e frustrazioni è capace di non perdere comunque la speranza.

[…] i quattro aspetti cognitivi della resilienza che vengono presentati in questo libro: senso di controllo, tolleranza alla frustrazione, capacità di ristrutturazione cognitiva, attitudine alla speranza.

[…] la resilienza può essere potenziata, possiamo imparare a migliorarla.

[…] ogni stressor viene filtrato dalle risorse interne dell’individuo. La prima, la più importante di queste risorse, è il modo in cui noi «leggiamo» le difficoltà: cioè la «valutazione cognitiva». Perché questa importanza? Perché dalla valutazione dei fatti nascono i comportamenti e le strategie che decidiamo di adottare per rispondere alla situazione. Ma non solo: anche la reazione fisiologica che il nostro corpo produrrà per sostenerci nella lotta nasce qui. Una valutazione inadeguata produrrà azioni e risposte corporee inadatte.

[…] la resilenza è una disciplina, cioè qualcosa che si ottiene con dedizione e impegno”

I pochi estratti del libro possono far storcere il naso e far pensare: “Ma che vuole questo, un fatto sono le prestazioni sportive, il decidere un obiettivo sfidante ma non indispensabile, un fatto è affrontare la vita di tutti giorni, le difficoltà, gli imprevisti, i dolori, lo stress causato da lavoro, famiglia, società, aspettative. Insomma la vita vera è altra”.

Ma Trabucchi sorprende, allunga una mano e con garbo ci porta in un mondo in cui non possiamo controllare tutto ma possiamo imparare ad accettare gli eventi, un mondo dove è chiaro che la realtà non è oggettiva ma viene sempre, sempre, filtrata dall’idea che abbiamo su noi stessi e sul mondo, con gentilezza ci dice: “Hey lo so che piangersi addosso perché ti è crollato il mondo addosso ti fa sentire meglio, sei una vittima e questo ti dà il diritto di soffrire, compiangerti, odiare il mondo e invidiare gli altri, rispetto il tuo dolore, lo rispetto per un po’ dopodiché intendo aiutarti. Aiutarti a volgere lo sguardo su di te, sulle tue risorse interiori; voglio farti capire che la tua visione del mondo e di te stesso possono essere sbagliate. Il nuovo sguardo sul mondo, il nuovo approccio alle cose sono tuoi, io posso incoraggiarti, supportarti, spronarti; posso farlo per un po’ poi la palla passa a te; tu devi impegnarti, e lo devi fare senza competitività, senza sviluppare un ego smisurato o crederti chissà chi, se no torni alla base, nascondi la tua fragilità dietro falsi idoli”

Trabucchi dice anche: “Lo so che non riesci in alcune cose e ti piace pensare di essere privo di talento così puoi stare fermo, immobile a rotolarti nel tuo triste destino senza prendere in considerazione il fatto che i veri risultati si ottengono con lavoro, impegno, perseveranza. Quello che chiami talento e di cui ti ritieni privo da solo non serve a niente, può portarti a risultati facili all’inizio ma se non coltivi disciplina, impegno, passione, perseveranza alle prime difficoltà crolli e non ti rialzi”. Le ultime due parentesi contengono la mia lettura del libro di Pietro Trabucchi non sono citazioni dal libro.

Della mia lunga amicizia con la bulimia ho accennato, prima o poi vi beccate un simpatico post sull’argomento, ne accenno qui perché nella mia battaglia contro la bulimia ho incrociato gli Overeaters Anonymus, gruppi di auto-aiuto per persone con disturbi alimentari basati sul programma degli Alcolisti Anonimi adattato ai disturbi con il cibo.

Gli Overeaters Anonymus, come gli Alcolisti Anonimi, iniziano i loro incontri con la Preghiera della Serenità, da agnostica ho trovato illuminanti fin dal primo incontro le prime due strofe di questa preghiera:

“ Dio, concedimi la serenità di accettare le cose che non posso cambiare,
il coraggio di cambiare le cose che posso,
e la saggezza per conoscerne la differenza

Vivendo un giorno per volta;
assaporando un momento per volta;
accettando la difficoltà come sentiero per la pace”

Sul concetto di Dio o Potere Superiore per gli Alcolisti Anonimi non mi dilungo, parlo della Preghiera della Serenità perché trovare la prima strofa come esempio di atteggiamento resilente nel libro di Pietro Trabucchi mi ha colpita molto.

Riuscire ad accettare serenamente le cose della nostra vita che non possiamo cambiare senza farci schiacciare da loro, distinguerle da quelle che invece possiamo cambiare e impegnarci a cambiare queste ultime quando non ci piacciono, ci fanno sentire male o sono fonte di disagio è fondamentale.

A volte ci culliamo senza accorgercene nel disagio e nello stare male, ci lamentiamo ma siamo abituati e ci sentiamo protetti dalla nostra infelicità. Parliamoci chiaramente affrontare la propria vita, prendersi le proprie responsabilità è difficile, se non abbiamo gli strumenti per farlo, se nessuno ci ha aiutati a costruirceli e anzi siamo vissuti in un ambiente impregnato dalla visione di noi come inetti, brutti, sporchi, cattivi e incapaci e abbiamo fatto nostra questa visione per quanto ci dia fastidio e ci faccia soffrite e la combattiamo, anche in maniera rabbiosa e maldestra, questo modo falsato di vederci e di vedere il mondo diventa la nostra coperta di Linus.

Un nuovo approccio al mondo è lento, un percorso in salita su un terreno accidentato, pieno di cadute, fallimenti, ritorni alla partenza, ma è un percorso doveroso nei nostri stessi confronti. È una strada che possiamo percorrere soltanto noi, se abbiamo la fortuna di avere accanto qualcuno che ci ama e supporta quel qualcuno non  può sostituirsi a noi. Le chiappe da alzare dalla sedia, le gambe da muovere passo dopo passo, i pensieri da controllare e modificare, le emozioni da osservare, domare, incanalare in nuove azioni, le azioni e le scelte sono nostre, solo nostre.

La cosa fondamentale e non voler vedere i nostri sforzi e le nostre ragioni riconosciuti da chi ci ha guardati sempre con uno sguardo modificato e filtrato dalla sua visione del mondo, dai suoi pregiudizi e dai suoi concetti di normale, anormale, giusto è sbagliato. Se agissimo cercando l’approvazione e la benevolenza di chi ci vede con lo sguardo distorto dalla sua visione del mondo avremmo una cocente delusione, i nostri sforzi sarebbero vani, ritorneremmo al punto di partenza e lì rimarremmo, convinti che lo sguardo altrui sia reale e giusto e il lavoro per raggiungere il meglio di noi, e non un’ideale altrui, sia vano e illusorio.

No, non è il momento auto-esalante e mistico del post è  l’unico modo che conosco per riprendere a vivere dopo anni di buio, con la sensazione di non avere controllo su niente, di essere un incapace priva di ogni talento. Anni passati a fare scelte altrui e a ribellarmi con rabbia a quelle scelte in modo convulso, aggrovigliato, distruttivo.

Dagli Overeaters Anonymus ho imparato che le cose vanno affrontate un giorno alla volta, un passo dopo l’altro; grazie a loro ho scoperto di non essere un mostro cattivo senza volontà ma una persona con un problema da risolvere. Non ero l’unica ad avere quel problema ma ero l’unica ad avere quella storia di vita. Ogni storia è diversa e anche se si vivono gli stessi eventi ogni evento viene filtrato dal proprio modo di stare al mondo, di vedere e sentire la realtà. Tranquilli non sono impazzita, in psicologia questo fenomeno si chiama visione cognitiva.

I miei problemi col cibo non sono finiti miracolosamente grazie agli Overeaters Anonymus ma di sicuro hanno avuto una svolta.

E tutti giù per terra

La tirannide congiunta di mio padre e mia madre è finita il 27 maggio 1977 con la morte di mio padre, io non avevo ancora 10 anni. La tirannide assoluta di mia madre è finita il 13 giugno 1993 con la morte di mia madre. Il passaggio dalla dittatura mista Vittorio Ferone-Lucia Pirolo a quella assoluta Lucia Pirolo è stato durissimo per tutti, Lucia Pirolo per prima. Di quegli eventi ho parlato in questi due post: La materia di cui siamo fatti e Nelle scarpe degli altri.

La fine totale della tirannia genitoriale è stata una botta in testa bella forte: “Noi abbiamo già dato non è possibile anche questo”. E invece sì è possibile ed è successo.

La sensazione di essere perseguitati dalla sfortuna e di non poter fare niente, una specie di pensiero magico mi ha perseguitata per anni. Dopo tutto lo sentivi mormorare in giro: “Poverini sono tanto sfortunati”, e poi sentivi il retro pensiero: “Meglio a loro che a noi”, e poi il retro retro pensiero: “Ma niente niente portassero sfortuna”.

E la sensazione di sfortuna ha alimentato la rabbia già presente da anni: dovevo cambiare le cose. Ho provato a farlo in maniera irosa e irrazionale, ho preso capocciate, sono caduta, mi sono rialzata, ho preso rincorse, sono sbattuta contro muri, sono ricaduta, mi sono fermata, ho ricominciato.

La parte migliore di me l’ha costruita il tiranno padre nei pochi e importantissimi anni in cui c’è stato, l’ha fatto con immenso amore, rigore e coerenza. Con mia madre mi faccio grandi chiacchierate, tranquilli lo so che non c’è e non mi risponde, sono chiacchierare nella mia mente, le riporto per iscritto, cerco di capire quella persona per me lontanissima, per certi versi estranea, ostile e amatissima.

Sandro tempo fa mi ha chiesto: “Ma di tua madre tutti dicono che era bellissima, possibile che ‘sta donna non avesse altri pregi” io ci ho pensato su e ho risposto: “Dicono che era bellissima perché lo era, poi aveva grandi fragilità evidenti, grande forza, e credo sia stata molto sola, sia stata etichettata come malata e nessuno abbia voluto sapere esattamente chi fosse e a cosa fosse dovuto il suo malessere”.

No, non addà passa ‘a nottata, ogn’mpedimento è giuvamento

Napoli Milionaria è la commedia di Eduardo de Filippo che preferisco, finisce con una frase ormai diventata patrimonio di Napoli, descrive un certo modo di essere napoletani, fatalisti e immobili “Adda passà a nuttata” tradotto “Deve passare la notte”.

C’è un altro detto napoletano che descrive il modo di stare al mondo e superare i problemi di tantissimi cittadini di questa città “Ogn’mpedimento è giuvamento” tradotto “Ogni impedimento è giovamento”. Vivere gli ostacoli grandi e piccoli della vita senza farsene una malattia, accettandoli senza perdersi d’animo e trovando soluzioni intelligenti ed efficaci è una caratteristica napoletana; non ha niente a che fare con l’arte d’arrangiarsi per cui siamo erratamente famosi e di cui erratamente, sottovalutandoci, ci vantiamo. È la capacità di lavoro, determinazione, creatività senza circondarci di inutili auree di seriosità; seri e professionali e contemporaneamente ottimisti, leggeri, pronti alla battuta sagace e non stupida.

La presunta furbizia che viviamo come motivo di orgoglio e di riscatto ci fa perdere di vista i tanti reali motivi per cui essere orgoglio di noi come popolo e di Napoli; ci piace vederci e narrarci furbi e non grandissimi lavoratori.

A Napoli in questo momento c’è grandissimo fermento, molti cittadini si stanno riappropriando della città, la stanno valorizzando, coccolando, raccontando nella sua realtà. Il turismo sta diventando fonte di ricchezza, di questo fuori Napoli si parla poco; la Napoli bella, solare sì, ma anche lavoratrice, costruttiva, intellettualmente vivace e piena di idee che si concretizzano non interessa, non vende, e poi diciamocelo chiaramente non fa comodo. La Napoli di camorra, monnezza e miseria è molto più notiziabile e fa comodo.

La Napoli del “Adda passà a nottata” sta cedendo il passo alla Napoli di “Ogni impedimento e giovamento” una piccola rivoluzione di cui alcuni non si accorgono, che altri negano, a cui qualcuno non partecipa perché implica una modifica al proprio modo di pensare e agire basata sullo smettere di lamentarsi perché non funziona niente, è tutto sporco, non c’è lavoro, e passare a domandarsi: “Io che faccio per migliorare le cose, a parte lamentarmi?” e trovato qualcosa da fare per cambiare le cose farlo, non gesti eclatanti ma piccoli gesti quotidiani e costanti che fanno la differenza senza richiedere grande sforzo. Ma lamentarsi è bello assai.

Mio padre diceva i “Furbi non sono intelligenti”, mi piace pensare che un giorno alla volta, passo dopo passo, quei napoletani attaccati all’idea che furbo è bello rivendichino la profonda intelligenza con cui affrontano il mondo ogni giorno e decidano di isolare i pochi realmente furbi, poco intelligenti e poco costruttivi.

Concludo il post con le parole che Ruby Bandiera, esperto di marketing di Ferrara, ha scritto sul suo profilo di Facebook dopo aver trascorso una vacanza a Napoli:

“Torno adesso da una 4 giorni di vacanza a ‪Napoli‬ della quale non avevo detto nulla a nessuno per godermi la città con il telefono spento e lontano da internet.
Più divento grande, più invecchio, più maturo e più mi innamoro del Sud e della sua gente.
Napoli è pazzesca, straordinaria, elegante, blasfema, sgarrupata, raffinata, bella, bruttissima. Napoli è l’amplificazione di quello che siamo tutti noi, in bene e in male. È un enorme e caotico megafono.
Ah, rispettano i semafori rossi e girano in scooter e moto (quasi sempre) con il casco”

Qui l’intero post che Rudy ha scritto sul suo blog.