Leggere, scrivere, agire.

Scrivere

Scrivere un post sensato sulla scrittura è difficilissimo. Mi verrebbe di cominciare con un bel: “Scrivete e moltiplicatevi”; sì lo so per moltiplicarvi, e anche per diletto, si fa altro. Allora ricomincio ‘sto post e lo ricomincio con un’affermazione netta: a me la scrittura ha salvato la vita. Sembra esagerato? Non lo è.

Scrivere non mi è facile, scrivere mi costa fatica, scrivere per molti è tempo perso e allora perché non decidere che è tempo perso anche per me e impiegare il mio tempo in modo più proficuo? Perché no.

Scrivere a mano, fissare sulla carta parole che formano frasi che formano pensieri spesso è una violenza che faccio a me stessa e il più grosso regalo che possa farmi.

Le scorse settimane sono state settimane faticose, calma e lucidità erano le parole d’ordine; la mia testa, la parte che ragiona con lo stomaco e con la paura e l’ansia, diceva altro. Sedermi, prendere la penna, poggiarla sul foglio, ha richiesto fatica e forza, le parole si chiudevano in un nucleo compatto, duro e freddo, in cui i pensieri si serravano e dal quale usciva una nebbia fitta e dolorosa, difficile da scalfire.

La mia mano sinistra doveva spingere la penna sul foglio facendo pressione, ogni lettera premuta sul foglio scalfiva quel nucleo. A volte la voglia di scappare, di fare altro, di non pensare, di allontanarmi dalla calma e lucidità che mi regala la scrittura, soprattutto quella più faticosa, diventava disagio fisico: tensione al collo, alle spalle, alle mascelle. Volevo guardare altrove, volevo affondare le mani nella sabbia formata da rabbia, rancore, superstizione, autocompatimento che mi è stata amica per anni. Quella sabbia è morbida, ne posso prendere manciate e farne palle grandi e tonde da lanciare su me stessa e sugli altri. Quel foglio e quella penna non sono miei amici, mi provocano dolore fisico ed emotivo, perché autoinfliggermi una tortura simile.

La testa nella mano destra, pollice appoggiato alla tempia destra , indice e medio appoggiati sulla tempia sinistra, contenere i pensieri con una barriera fisica, indirizzarli lungo il braccio sinistro, farli arrivare alla mano, spingerli con forza verso la penna, poggiarli sulla carta.

Francesca Matilde Ferone corre felice sulle pagine di un quaderno. Illustrazione di Sandro Quintavalle

Evvaiiii!!!

Ah sì! sono mancina. No, non mi sono confusa nello scrivere, anche se, lo ammetto, a volte, spesso, confondo destra e sinistra. Sì sto cercando di cambiare argomento.

Ok è un post sulla scrittura e sulla lettura non sul mio senso dell’orientamento. Torno sul pezzo.
Allora, da queste parti non è stato tutto rose e fiori, ci sono stati momenti complessi assai, codesti momenti complessi sono iniziati quando la mia vita era ancora giovane. Dai 15 anni ai 30 ho frequentato vari psicologi; non finirò mai di ringraziare la mia vicina di casa, psicologa di professione, che mi ha vista crescere, mi ha vista adorare mio padre, essere tutt’uno con lui, l’ha visto morire, mi ha vista ingrassare a dismisura, ha visto il rapporto sempre più teso e violento con mia madre, ha visto mia madre sfogare in maniera sempre più aggressiva e violenta su di me i sintomi di quella malattia curabilissima, di cui non c’è niente da vergognarsi, ma che non è stata curata ed è stata molto negata, fino a pochi anni prima della sua morte, depressione bipolare, roba comunissima eh! Quelle facce preoccupate, altezzose e spaventate sono fuori luogo, sappiatelo. Lo so che alcuni di voi leggendo le hanno fatte. Ignoranti!

Vedere quello che ci sta vicino e che rompe la visione della vita e del mondo che ci siamo costruiti per molti è intollerabile, allora meglio negare, non vedere. A vedere in quegli anni sono state solo una delle mie zie, che non ho mai ringraziato, anzi spesso le ho reso la vita difficile, e chiariamo lei di problemi ne aveva già un bel po’ di suoi, Nella, un’amica d’infanzia di mia madre, e la mia vicina di casa. Verso i 15 anni le ho chiesto aiuto, lei non poteva darmene, mi conosceva, non era possibile, mi ha indicato una sua collega molto brava che lavorava in un consultorio e poteva vedermi una volta a settimana gratis.

Due mesi fa la mia vicina di casa è morta, io sono andata ai funerali, ne avevo bisogno, anche a lei non ho mai detto grazie.

Al consultorio sono andata solo per un’anno, l’anno dopo la dottoressa che mi aveva in cura smise di lavorare lì e io rimasi di nuovo sola con i miei casini. Negli anni si sono susseguiti altri psicologi, la svolta buddista, sì per un po’ ho detto per ore Nam myoho renge kyo, lo ammetto senza troppa convinzione, massimo rispetto per chi ne ha tratto qualche beneficio, e in ultimo un gruppo di auto-aiuto per bulimici: gli Overeaters Anonymous.

Ho capito molto presto di avere dei problemi da risolve, che non era vero che i problemi che mi ero trovata ad affrontare dalla morte di mio padre, quando avevo quasi dieci anni, erano comuni a tutti perché tutti hanno i loro problemi. Negli anni ho capito che gli stessi eventi producono effetti diversi su ogni persona che li vive, che all’interno delle famiglie i rapporti sono complessi, ogni membro viene visto e vissuto dagli altri in maniera differente, che le persone nelle famiglie vengono vissute come elementi del gruppo o come corpi estranei, spesso fastidiosi, in base a quanto di adeguino e si adattino agli usi e costumi di quella famiglia.

Nel cercare aiuto ho fatto un errore di base, temo lo facciano in molti: cercare la soluzione definitiva. Ma ditemi brava! Di cazzate ne ho fatte tante, sono stata spesso autolesionista, ma mai, dico mai, ho fatto finta di non avere problemi, né ho nascosto la testa sotto la sabbia.

Per mia esperienza, dopo tanti anni, ho dovuto accettare la dura realtà: le soluzioni definitive, per me, non esistono. La bacchetta magica che mi doni calma, serenità, un rapporto affettuoso e amorevole con me stessa e con gli altri; la bacchetta magica contro le mie paure, la voglia di mangiare il mondo quando sono stanca, nervosa, frustrata o ho voglia di anestetizzare col cibo le voragini che mi porto dentro, fatte di buio e freddo, facendo finta che non ci siano; la bacchetta magica dei rapporti interpersonali; la bacchetta magica che renda piacevoli le tante cose da fare giornalmente e non mi va di fare, non esiste.

Non esiste un cambiamento definitivo e duraturo che mi trasformi nel mio supereroe preferito: SuperFrancescaMatildeFerone, un misto tra Superman e Super Pippo. Per mantenere i risultati ottenuti, non precipitare indietro, fare piccoli, o grandi, passi avanti devo fare i conti giornalmente con me, con il mio passato, con i ricordi trasformati in nucleo duro e distruttivo, con la paura, la rabbia, il rancore, il senso di colpa, la pigrizia, l’ansia, l’invidia, la voglia di compatirmi, la superstizione.

A vederlo con distacco è interessante osservare come il peggio di me, e di tutti gli esseri umani, abbia simili manie di protagonismo e si impegni così tanto per raggiungere i suoi scopi, e spesso, troppo spesso, li raggiunga.

Le parti più intime di me, quelle che formano il nucleo più duro e chiuso su se stesso, hanno bisogno di carta e penna per srotolarsi e mostrarmisi con chiarezza. Parole che sgorgano con violenza, senza né ordine né punteggiatura; o parole meditate una a una, parole poggiate sul foglio con grafia chiara, con sintassi curata, punteggiatura appropriata. Parole che ordinano pensieri disordinati, costruiscono legami che mi sono poco chiari, parole che costruiscono impalcature mentali su cui costruire altri pensieri, progetti, azioni. Grammatica e grafia diventano basi sicure su cui trasformare confusione in chiarezza. Non sempre quello che si svela mi piace, a volte vorrei voltare lo sguardo altrove, vorrei riappallottolare le parole srotolare e lanciarle lontano da me o spingerle in luoghi reconditi di me.

Scrivere per me è uno strumento per agire. Le parole poggiate sulla carta le recupero nella mia mente quando ne ho bisogno. Potremmo dire che ogni parola scritta ha una sua occasione d’uso. Quando ho iniziato a scrivere volevo diventare una persona diversa, volevo combattere definitivamente paure, ansie, rabbie, angosce, insicurezze. Volevo abbattere atteggiamenti mentali ed emotivi. Dopo 15 anni so che non è possibile, e neanche mi interessa più; ogni giorno provo ad essere il meglio di me stessa grazie alla scrittura, a volte mi riesce altre no.

La scrittura srotola, porta in superficie, chiarisce, mostra, modifica modi di pensare e atteggiamenti automatici, ma lo fa solo se seguita da una pratica reale, altrettanto faticosa, fatta di azioni nuove, pensieri osservati e modificati, abitudini combattute giornalmente e abitudini costruite giornalmente. Il miracolo scrittura non è avvenuto. Il miracolo scrittura non esiste. Esiste l’impegno scrittura che porta all’impegno quotidiano, alla consapevolezza di avere un modo di pensare e agire distruttivo se non osservato e mutato di direzione, impegno costante e quotidiano. No, non posso vivere di rendita, né di parole scritte, né di azioni fatte.

L’ho detto, nei momenti peggiori mi piace l’idea dell’inutilità della scrittura, delle cose che non cambiano, dei pensieri sempre uguali a se stessi impossibili da combattere. Conosco tantissime persone pronte a confermarmi queste “verità”, a confermarmi che scrivere è una perdita di tempo, un passatempo da perditempo. Il mio impegno nel combattere la scrittura mette in evidenza quanto scrivere sia fondamentale per me. Se non fosse così efficace nel portare a galla, smascherare, evidenziare il peggio di me non la combatterei con così tanto impegno. Se non fosse così efficace nello smascherare, evidenziare, portare a galla il meglio di me non mi impegnerei con tanto fervore nel combatterla.

La scrittura a mano, quella di cui ho parlato finora, è quella più intima, faticosa, curatrice. Poi c’è quella al computer. Sì, il mezzo e il supporto con cui fisso parole, frasi e pensieri fa la differenza.

Francesca Matilde Ferone alla macchina da scrivere rende omaggio a Stephen King e a Shining. Illistrazione di Sandro Quintavalle

Sì sono proprio a buon punto: “Il mattino ha l’oro in bocca”…

Luisa Carrada il 27 settembre 2015 ha scritto sul suo blog Il mestiere di scrivere un post per cui l’ho ringraziata tra me e me, e su Facebook, moltissimo, il titolo del post è Si scrive anche per essere felici, di seguito ne riporto alcuni passi.

Uno dei miei primi post di questo 2015, Caro diario, ti leggo e ti scrivo, riguardava la mia meraviglia e il mio entusiasmo dopo aver riletto le centinaia di pagine che avevo scritto negli anni, alcuni davvero difficili. Ora lo psicologo sociale Jonathan Haidt conferma: sì, le ricerche ci dicono che tra le tante attività che possiamo svolgere per superare le difficoltà e trovare un senso alla nostra vita – condizione indispensabile di ogni vita felice – la scrittura è ai primissimi posti. Le ricerche lo dimostrano: certo che fa bene confidarsi con gli amici, certo che fa bene dedicarsi agli altri, certo che fa bene ricominciare dal corpo quando non abbiamo più parole per esprimere il dolore né lacrime per piangere, ma nessuna di queste attività ha gli effetti duraturi sulla salute che ha la scrittura.

Perché scegliere le parole per la pagina non è come parlare con un amico o allentare la tensione in una corsa: si va molto oltre lo sfogo. Guardare e sentire le parole in solitudine, contemplarle a volte, passarci del tempo, rileggerle nel tempo, ci fa finalmente capire.

Bisogna ricorrere alle parole. Perché le parole ci aiutano a creare una storia che ha un senso. Se si è capaci di scrivere la propria storia, si raccolgono i frutti della riconsiderazione cognitiva (insieme all’agire diretto, una delle due modalità per uscire dalle avversità), anche anni dopo un evento. Si può chiudere un capitolo ancora aperto della propria vita, che ancora condiziona i nostri pensieri e ci impedisce di andare avanti verso una storia più ampia.

Non importa se fossimo o meno preparati quando il colpo è arrivato. A un certo punto, anche mesi dopo, tira fuori un pezzo di carta e mettiti a scrivere. Anche solo un quarto d’ora al giorno, per molti giorni di seguito. Non ti correggere, non ti censurare; non preoccuparti della grammatica e della sintassi; continua a scrivere. Scrivi cosa ti è successo, come ti senti e perché ti senti così. Non imporre un ordine ai pensieri. Quell’ordine, col tempo, emergerà da sé.

Adoro Luisa Carrada e la seguo con l’attenzione di una stalker affettuosa e rispettosa dell’oggetto della sua ammirazione, ci sono dei post in cui ho la sensazione che parli a me e mi conduca per mano in luoghi già miei.

Sull’Huffington Post del 6 aprile 2015 è stato pubblicato questo post: Scrivere fa bene alla salute, migliora l’umore, riduce lo stress, guarisce le ferite emotive e fisiche.

In uno studio del 2005 sui benefici per la salute emotiva e fisica della scrittura espressiva, i ricercatori hanno scoperto che buttare già qualche riga dalle tre alle 5 volte nel corso dei 4 mesi di ricerca, spendendo ogni volta dai 15 ai 20 minuti, aveva fatto la differenza nel migliorare la vita delle persone analizzate.

Scrivendo su eventi traumatici, stressanti o emotivi, i partecipanti avevano significativamente più probabilità di avere un minor numero di malattie e di essere meno colpiti da traumi. I partecipanti alla fine, infatti, aveva passato molto meno tempo in ospedale, avevano avuto una pressione sanguigna più bassa e funzionalità epatica migliore rispetto ai loro omologhi che non si erano dedicati alla pratica della scrittura.

Del valore terapeutico della scrittura si parla molto, della fatica di scrivere onestamente, scavando in sé e osservando il mondo, si parla meno. Luisa Carrada in un suo vecchio post parla di Writing down the bones di Natalie Goldberg (in italiano Scrivere Zen edito Astrolabio), lo sto leggendo in questo periodo, la cosa che mi piace di più è l’invito a scrivere scavando dentro di sé senza censure, paure, imponendoselo quando non se ne a voglia. Scrivere, anche, come forma di meditazione, scrivere come pratica quotidiana. Ok pensavo di aver fatto in questi 15 anni scoperte sensazionali sulla scrittura personale e invece no, ho banalmente sperimentato quello che altri già sapevano e su cui avevano anche scritto.

Francesca Matilde Ferone si fa un selfie con Gregor Samsa. Illustrazione di Sandro Quintavalle

Ciao Gregor, tutto bene in famiglia?

Leggere

Ho iniziato a leggere dopo la morte di mio padre, per i miei primi otto anni di vita, il nono l’ha passato cercando di curarsi senza riuscirsi, l’amato genitore si è premurato di fornire alla sua deliziosa bambina una biblioteca per giovani lettori variegata e interessante. Io, deliziosa bambina, mi sono premurata di non leggere nessuno dei volumi della suddetta biblioteca. L’unico libro che mi appassionava era il volume sui grandi condottieri de La mia enciclopedia, enciclopedia per bambini in voga allora. Un paio di anni dopo la sua morte, avevo circa 11 anni, una sera di primavera, ho aperto uno di quei libri, un libro arancione con delle illustrazioni, un giallo per ragazzi ambientato in Svezia S.O.S per Kalle Blomkvist di Astrid Lindgren, sì sì, proprio lei l’autrice di Pippi Calzelunghe. I lettori di questo pregevole blog che hanno letto la triologia Millenium di Stieg Larsson sanno che il cognome del personaggio maschile principale, Mikael Blomkvist, è un omaggio che Stieg Larsson ha fatto ad Astrid Lindgren, amatissima in Svezia.

S.O.S per Kalle Blomkvist mi ha regalato il piacere della lettura. Ok, sono stata una bambina moltooooo rompicoglioni, e come adulta ho mantenuto standard elevatissimi, ma il mio rifiuto per la lettura era legato alla convinzione che leggere fosse noioso. Quella primavera ho scoperto che leggere il libro giusto al momento giusto, quello che più si adatta a noi in quel momento è gioia pura. La gioia della lettura non è data da storie allegre a lieto fine, né da storie comiche, né da storie romantiche, la gioia della lettura, per come la intendo io, è data, come ho già detto, dal libro giusto al momento giusto. Il libro che tocca punti di noi che in quel momento richiedono attenzione, punti che hanno bisogno di essere portati alla luce. Possono essere, e spesso sono, punti dolorosi che abbiamo abilmente nascosto in angoli buoi al nostro interno.

Leggere mi permette di esplorare me stessa e il mondo, mi permette di avere conferma su cose che pensavo e sentivo e di catapultarmi in luoghi, epoche, pensieri, modi di vivere e di abitare il mondo che mi sarebbero rimasti estranei senza la lettura. Sì c’è il teatro, sì c’è il cinema, sì ci sono la musica, la pittura, la scultura, sì c’è tanto altro, ma niente riesce a entrare dentro di me e catapultarmi fuori di me come la lettura.

Quest’estate eravamo seduti con Sandro e can Piera allo Zenit sul lungomare di Pozzuoli, un posto che adoro, e mentre mangiavamo un panino sono arrivati tre ragazzi sui venti anni; a prima vista sembrava non potessero aver mai letto un libro in vita loro per il puro piacere di farlo. Uno dei tre andandosi a sedere si è avvicinato a Piera e le ha fatto un po’ di coccole, can Piera è un cane paraculo e ha una serie di espressioni del volto, soprattutto degli occhi, che la rendono cane coccoloso anche per gli estranei. Ma, orsù, torniamo al ragazzo; quel ragazzo mentre la coccolava mi ha fatto simpatia — no, non è automatico il passaggio coccoli il mio cane mi sei simpatico – ci siamo sorrisi e lui si è andato a sedere con gli amici al suo tavolo. Io e Sandro abbiamo continuato a parlare, guardare il mare, finire di mangiare; can Piera ha continuato a fare espressioni assurde sperando di avere cibo dalle persone agli altri tavoli.

Coccole e cibo sono l’ideale di vita dell’amato cane. Quando can Piera si fa coccolare la sua mira principale è ricevere cibo, non pensate di esserle particolarmente simpatici, non blaterate di quanto piacete ai cani, can Piera vuole cibo. Ah sì! can Piera vuole anche rotolarsi nella merda e in qualsiasi cosa putrida e puzzolente, come ogni cane da caccia serio, ma questa è un’altra storia.

Torno per l’ennesima volta al ragazzo di cui sopra. Quel ragazzo a un certo punto mi ha sorpresa e non ho potuto fare a meno di girarmi verso di lui: parlava con gli amici, entusiasmandosi, della scoperta del piacere della lettura, gli altri due gli facevano domande perplessi, non capivano come leggere potesse essere piacevole. Il nostro lettore novizio raccontava agli amici di come leggendo vedesse nella mente persone, luoghi, storie; di quanto fosse piacevole lasciarsi trascinare in un libro, del fastidio di doversi staccare da una storia che lo coinvolgeva per tornare al quotidiano, del piacere di tornare a quella storia. Gli amici lo guardavano sempre più increduli e perplessi. Quando ha raccontato di quella malinconia sottile che l’avvolgeva alla fine di un libro amato e della voglia di trattenere con se i personaggi, i luoghi, le storie, ho pensato: “Ora mi alzo e lo abbraccio”; tranquilli non l’ho fatto.

Francesca Matilde Ferone si fa un selfie con Hercule Poirot. Illustrazione di Sandro Quintavalle

Monsieur Poirot lo sa che adoro la Francia, la sua patria. Mi fa piacere signorina, ma io sono belga!

Quel ragazzo, che leggeva da poco, aveva capito velocemente una cosa che io ho capito dopo anni di lettura e libri finiti con fatica e senza piacere: i libri non devono per forza essere finiti, i libri possono essere interrotti; alcuni li riprenderemo al momento giusto, quando ci apparterranno, altri non ci appartengono e basta.

L’ho detto che quel ragazzo mi è stato simpatico da subito.

Leggere per me è basilare, leggo di tutto; ci sono lunghi periodi in cui non leggo: o non trovo il libro adatto a me in quel momento o non ne ho voglia. Leggere mi ha salvato la vita in momenti difficilissimi, trovare un luogo dove sentirmi a casa mentre fuori era tempesta mi ha dato la possibilità di non sprofondare nei luoghi più bui di me. Si l’ho già detto della scrittura ma la lettura è arrivata prima. Ho iniziato a scribacchiare verso i 20 anni, la scrittura come bisogno quotidiano e venuta tredici anni dopo, in una casa di Dublino, in un periodo di grande cambiamento, dopo una scelta che tutti, tranne me e Sandro, pensano sia stata un’errore enorme. Sandro sa, e lo so io, che quella è stata la scelta più giusta per me, e come dice lui, anche per lui, diversamente avrebbe avuto una balena infelice e malaticcia al suo fianco.

Hey pancione consorte ora tocca a te dimagrire, ci siamo capiti vero?
Ok, questa era una comunicazione privata in un blog pubblico, ma questo è il mio blog e lo uso come mi pare.

Saltello parlando e saltello scrivendo, lo sapete come si chiama questo blog, vero? No, non ho mutande in testa attualmente, non si trovano più i mutandoni di una volta, ma scrivere, superata la fatica, mi procura quella gioia e libertà che mi davano quei mutandoni in testa. Saltellando, saltellando, torno alla lettura. Leggere mi aiuta a stare al mondo e leggere mi permette di uscire da mondi in cui non voglio stare e mi riporta in quei mondi rigenerata. Non sempre la lettura è facile, allegra, leggera, felice; da qualche anno è sempre lettura adatta a me in quel momento. Sì, insisto sempre sullo stesso argomento: il libro giusto al momento giusto.

Ho iniziato questo post dicendo che scrivere mi ha salvato la vita e l’ho proseguito dicendo che leggere mi ha salvato la vita, ed è vero. Se non sono precipitata nella depressione, se non peso 200 chili, se sono una persona abbastanza serena, se non passo il tempo a piangere la mia “sfortuna” e a invidiare la “fortuna” degli altri, se sono cosciente di tutta la rabbia, rancore, paura, ansia, dolore che contengo ma anche cosciente della mia creatività, intelligenza, curiosità, ironia, senso dell’umorismo, pazienza, costanza, attenzione, capacità di impegnarmi nelle cose importanti lo devo a Sandro, senza il suo supporto non ce l’avrei mai fatta. Sandro mi ha regalato il lusso di leggere e scrivere senza sensi di colpa.

La scrittura al computer, per me, è la scrittura da condividere con gli altri. 14 anni fa ho scritto dei racconti, li ho anche spediti ad alcuni editori, mi hanno ignorata tutti tranne uno che mi ha risposto con una lettera di rifiuto molto cortese. Ero così contenta, mi avevano risposto, certo era un rifiuto ma diceva che non scrivevo proprio da schifo, pochi mesi fa ho scoperto che lettere come quella sono lettere standard. Me meschina! Ehi non mi sottovalutate, alcuni racconti sono stati pubblicati su un magazine on-line di grande prestigio: Carta igienica web. Che vi ridete?! andate a questo indirizzo web cartaigienicaweb.it e poi fatemi sapere se non è fighissimo. No i racconti non li trovate, sono passati più di 10 anni e i loro archivi non sono così forniti.

Dopo quei racconti per anni non ho più scritto qualcosa rivolto agli altri, tranne i testi del sito Piccole Sculture da Viaggio che non è più on-line, poi su Facebook l’anno scorso, in un periodo difficilissimo, per evitare di mandare a fanculo il mondo, ho iniziato a scrivere post molto personali, ne curavo la scrittura con attenzione, mi faceva stare bene. Erano post molto letti, dai più per curiosità, da alcuni per curiosità e perché gli piaceva il modo in cui raccontavo: rabbioso ma anche molto ironico. Scrivendo quei post mi sono accorta che raccontare, fare uscire parti di me dalla vergogna, smettere di nascondere parti del mio passato e del mio presente, mi fa stare bene.

Tornare a Napoli mi ha fatto sbattere contro una realtà dura e sgradevole, non avevo, né ho intenzione, di farmi abbattere dalle parole altrui sulla mia vita, da atteggiamenti sgarbati, da un’aggressività sottile nascosta da una gentilezza melensa di facciata. Allora scrivo, racconto, pubblico, butto fuori.
Mi sono detta. “Se ci sono così tante persone che conoscono la mia vita così a fondo da poter palare, giudicare, emettere sentenze, passarsi parola, perché non posso raccontare anch’io la mia versione della mia storia?”.

«Raccontateci di voi,» disse la principessina Mar’ja, «di voi si raccontano cose inverosimili.»
«Sì,» rispose Pierre con quel sorriso di mite ironia che ormai gli era abituale.
«Persino a me raccontano dei prodigi che non sono stato capace neanche di sognare. Mar’ja Abramovna mi ha invitato a casa sua e mi ha raccontato cosa mi era successo o doveva essermi successo. Anche Stepan Stepanyc mi ha insegnato che cosa dovevo raccontare. In genere ho notato che è molto comodo essere una persona interessante (perché ora io sono una persona interessante): mi invitano e mi raccontano loro…»

Lev Tolstoj Guerra e Pace

Ho incontrato il buon caro vecchio Lev Tolstoj da poco, l’ho evitato per anni, ero convinta che fosse noiosissimo e che si dovesse leggerlo per far vedere di averlo letto. Più persone molto intelligenti che hanno letto Moby Dick (se non avete mai visto Zelig di Woody Allen chiudete ‘sto blog e andate a vederlo; certo le parole virgolettate sono di Woody, ma lo sapevate già, vero?) mi avevano detto che in un buon bagaglio culturale non può mancare la lettura di Tolstoj. Io non leggo per avere un buon bagaglio culturale, leggo perché mi piace farlo e quindi mi sono detta: “Se bisogna leggerlo non varrà la pena  farlo e non lo leggo, tié”. Se qualcuno sta pensando che sono un’idiota ha ragione. Sì a volte sono un’idiota, sono così presa dal non farmi imprigionare da convenzioni e pregiudizi che mi chiudo in prigioni di convenzioni e pregiudizi che mi fabbrico da sola.

Tolstoj, con Anna Karenina e Guerra e Pace mi ha raccontato tanto di me e del mondo che mi circonda. Sì lo so che non vivo nella Russia dell’800, grazie di avermelo fatto notare. La grandezza dei classici è questa, raccontarti la parte immutabile della natura umana e delle relazioni sociali narrando storie radicate in epoche e luoghi precisi. Ok, ok, cosa sono i classici della letteratura lo sapevate già, io a volte me lo dimentico e me lo ripeto, e se avete la ventura, o sventura, di leggermi, lo ripeto anche a voi.

Francesca Matilde Ferone si fa un selfie con la simpatica balena Moby Dick. Illustrazione di Sandro Quintavalle

Moby facciamoci un selfie, quel cretino di Achab è sbattuto contro un iceberg

Quando scrivevo i racconti ero convinta di essere una mentecatta, ‘sti benedetti racconti non fluivano dalla mia testolina con facilità, era una faticaccia boia. Riuscire a trasformare in racconti ironici e leggeri pensieri ed eventi per me né ironici né leggeri era durissimo. E poi la sintassi, il lessico, l’ortografia. Che lavoraccio. Tutti a scrivere con facilità e io a faticare come una dannata, era evidente che non ne fossi capace. Pregherei di non sottolineare il fatto che i racconti sono stati rifiutati da svariati editori a conferma della mia incapacità di scrittura.

Tanti anni dopo ho incontrato su internet Luisa Carrada con il suo sito Il mestiere di scrivere e il suo blog. Grazie a Luisa, alla generosità con cui condivide quello che ha imparato in anni di scrittura professionale, ai libri sulla scrittura che consiglia, ai libri che scrive, ai blog che segue e di cui parla, ho capito che la scrittura è fatica, è metodo, è ricerca di un proprio tono di voce e di un proprio punto di vista.

Negli ultimi due anni ho letto tanto sulla scrittura, ho ricominciato a studiare la grammatica che non è il mio forte, nei test che girano tanto su Facebook non posso vantare punteggi altissimi come quelli di tanti miei contatti, sappiatelo. Che dire? passo molto tempo a leggere e ho ancora incertezze sulla grammatica e sull’ortografia? Sì. Momento dell’outing: scrivendo faccio errori di grammatica e ortografia, spesso vado a controllare su grammatica e vocabolario; ora linciatemi e fate ruote da pavone per la vostra grammatica impeccabile e ortografia a prova di errore.

Un mio tono di voce e un mio punto di vista sulle cose a poco a poco li sto sviluppando, è un lavoro continuo, lento, paziente. Non mi pongo il problema se ho talento o no, non ho un romanzo nel cassetto. Scrivo di quello che mi interessa e incuriosisce, scrivo di quello che devo far uscire da me per evitare che dentro di me stagni, marcisca, diventi tossico. Scrivo di ricordi dolorosi e di ricordi bellissimi. Scrivo perché mi fa star bene. Scrivo anche per essere letta, sarebbe ipocrita negarlo.

Scrivere per essere letti è un lavoro di fino. Scrivere è pubblicare sul blog mi espone al giudizio degli altri, faccio entrare estranei in parti di me, anche, molto intime e allora decido fino a che punto farli entrare. Se decido di parlare di un argomento lo faccio onestamente cercando di essere il più rispettosa possibile verso chi potrebbe sentirsi coinvolto, non accetto censure esterne, i limiti me li do da sola. Esistono cose talmente intime non solo per me ma anche per altri di cui ho deciso di non parlare. Non ho niente di cui vergognarmi ma se c’è una cosa che ho imparato è che le persone, compresa me, delle vite altrui, dei modi di pensare, vivere, agire, differenti dai loro, riescono a capire solo parte, talvolta neanche quella. Spesso i racconti altrui, scritti o orali, vengono stravolti dal modo di stare al mondo di chi li riceve. Ho smesso di arrabbiarmi se dico “A-B-C” e gli altri capiscono “Z-X-Y” lo faccio anch’io con le vite e i racconti degli altri, ma seleziono cosa dire, non falsifico, seleziono. Su alcune cose la trasformazione da “A-B-C” a “Z-X-Y” la posso tollerare, su altre no.

Scrivere, riscrivere, rileggere, riscrivere, buttare via quello che ho scritto, ricominciare daccapo, riuscire a rendere scorrevole pensieri che escono confusi e sovrapposti, tenere a bada la smania di finire, tagliare, correggere, trovare errori, correggere, trovare errori, pubblicare, rileggere quello che ho pubblicato, trovare errori, a volte belli grossi che mi erano sfuggiti alle letture e riletture precedenti. Non rileggermi per un po’, tornare a leggermi con più distacco e, talvolta, meravigliarmi del risultato ottenuto. Sì, da quando è nato il blog mi è capitato di leggermi con distacco a distanza di tempo dalla pubblicazione e trovare piacevole la lettura delle mie stesse parole. Ho un difetto enorme, tra i tanti, dimenticarmi del lavoro, paziente, faticoso, costante, che c’è dietro i risultati che ottengo, anche dietro un post del blog che mi piace particolarmente. Questo è poco rispettoso nei miei confronti, devo tenerlo bene a mente.

Leggendo L’amica geniale di Elena Ferrante ho capito il tipo di scrittura che vorrei raggiungere:

[…] prima ancora di essere travolta dal contenuto, mi colpì che la scrittura conteneva la voce di Lila. […] Lila sapeva parlare attraverso la scrittura, a differenza anche di molti scrittori che avevo letto e che leggevo, lei si esprimeva con frasi sì curate, sì senza un errore pur non avendo continuato a studiare, ma – in più – non lasciava traccia di innaturalezza, non si sentiva l’artificio della parola scritta.
Leggevo e intanto vedevo, sentivo lei. La voce incastonata nella scrittura mi travolse, mi rapì ancor più di quando discutevamo a tu per tu: era del tutto depurata dalle scorie di quando si parla, dalla confusione dell’orale…aveva l’ordine vivo che mi immaginavo dovesse toccare il discorso se si era stati così fortunati da nascere dalla testa di Zeus e non dai Greco o dai Cerullo.

Elena Ferrante L’amica geniale

Quanto esercizio c’era dietro la lettera che mi aveva mandato a Ischia anni prima: perciò era così ben scritta. […] Mi dedicai molto a quelle pagine, per giorni, settimane. Le studiai, finii per imparare a memoria brani che mi piacevano, quelli che mi esaltavano, quelli che mi ipnotizzavano, quelli che mi umiliavano. Dietro la loro naturalezza c’era di sicuro un’artificio, ma non seppi scoprire quale.

Elena Ferrante Storia del nuovo cognome

Ecco io vorrei scrivere così, non perché voglia fare la scalata al mondo letterario italiano, mondiale, universale, ma perché per me scrivere, anche per gli altri, è un modo per chiarirmi le idee. Racconto agli altri ma di base racconto a me stessa di me, e più lo faccio in maniera chiara, leggera, scorrevole, più riesco a vedermi leggendo le mie parole, più i nuclei duri e nebbiosi in cui si compattano e aggrovigliano i miei pensieri, ricordi, emozioni, desideri, si srotolano e diventano chiari.

Le prime versioni di molti post sono una serie di parole sconclusionate, non riesco a capire nemmeno io di cosa sto parlando, eppure quando mi ero seduta a scrivere avevo la certezza di avere tutte le parole sulla punta delle dita pronte a essere digitate per diventare frasi sensate, limpide e leggere. E invece? Invece il delirio. Ho imparato ad accettarlo questo delirio, ho imparato a far uscire parole che mi sembrano insensate e lontane da quello che voglio dire. Spesso mi assale la voglia di mollare.

Non finirò mai di ringraziare Luisa Carrada e tutti quelli che generosamente dicono con chiarezza che scrivere è pratica, lavoro, fatica, metodo. E non sto parlando di scrivere il saggio che rivoluzionerà il pensiero filosofico universale o il romanzo del secolo, sto parlando di riuscire a scrivere post su questo blog inconfondibilmente miei.

Sì io voglio scrivere testi chiari, con il mio tono di voce e il mio punto di vista, testi conversevoli, e non fate quella faccia dopo aver letto la parola conversevoli. E dato che rubo parole e pensieri in giro per farli miei rubo di nuovo a Luisa Carrada, che mi denuncerà a ragione:

Luisa, anche quest’anno sei con noi a C-come a parlarci di copywriting e scrittura. Lo scorso anno ti sei focalizzata sull’importanza di mettere al centro della nostra comunicazione il lettore; quest’anno il titolo del tuo intervento, “Naturalezza e conversevolezza”, lascia intuire un taglio differente. Ti andrebbe di anticiparci qualcosa?

Lo confesso: quando mi viene chiesto un intervento come quello a C-come ne approfitto sempre per mettere a fuoco io per prima non tanto un tema che ho già approfondito quanto uno che mi frulla per la testa. La naturalezza del testo scritto mi frulla da parecchio e il fatto di doverne parlare per venticinque minuti con voi tra un paio di mesi mi ha fatto alzare le antenne verso ogni testo felicemente conversevole. Quello che vi anticipo più che volentieri è perché il tema mi sembra così importante in questo momento. Perché gran parte dei media su cui scriviamo sta un po’ a metà tra oralità e scrittura: vi scriviamo, ma con l’impeto, la velocità, l’interattività propri del parlato. Però parlato non sono, anzi richiedono un’accuratezza estrema, persino maggiore che in passato. Pensiamo ovviamente ai social ma anche alla cara e ormai più che maggiorenne email.
E c’è un altro motivo: i testi naturali, vicini al parlato, sono tra i più leggibili. Ce lo confermano i neuroscienziati e gli psicologi del linguaggio. In questo mondo sempre più affollato di testi, un vantaggio niente male. Ma i testi felicemente naturali richiedono un sacco di lavoro.

Intervista di Valentina Falcinelli a Luisa Carrada pubblicata il 2 gennaio 2015 su c-come.it: Luisa Carrada: naturalezza e conversevolezza dei testi

Per anni sono stata convinta di essere un’inetta, sono stata convita che agli altri le cose venissero naturali e facilissime, ho incrociato molte persone pronte ad aiutarmi in questa convinzione. Ho scoperto da poco che le cose sono differenti, a fronte di rare eccezioni in cui il talento la fa da padrone – e anche il talento senza disciplina, pratica, lavoro, pazienza e costanza, finisce con l’esaurirsi – la maggior parte delle persone le proprie abilità se le costruisce con fatica, giorno per giorno. Alcuni lo ammettono apertamente, per altri il far credere di essere persone speciali piene di talento che trasformano in oro tutto quello che toccano è motivo di vanto. Poi ci sono i denigratori, quelli del “Io faccio questo, questo e questo. Tu povero idiota non ci riuscirai mai”. Non dico che tutti riusciranno a fare tutto quello che vogliono o sognano ma dico che impegnandosi dei risultati si ottengono. Impegno e non ascolto dei degradatori degli altri per professione sono una ricetta che faccio mia, spesso con fatica, giorno dopo giorno, da alcuni anni.

Nel mio quotidiano leggere, scrivere e agire sono interdipendenti, sono piacere e fatica, sono l’unico modo che conosco per non sprofondare nel peggio di me e non farmi soffocare dal peggio del mondo. Non credo siano la ricetta universale per indirizzare la propria vita in maniera più costruttiva e serena, è la mia ricetta, ad ognuno la sua.

Concludo questo post citando Stephen King, che in codesto post è stato già omaggiato dalla bellissima illustrazione del pancione consorte Sandro Quintavalle. Ho letto poco di Stephen King, e lui ha scritto moltissimo, quello che ho letto mi è piaciuto assai; Shining è un capolavoro dell’orrore, orrore del quotidiano. Ce ne fossero di scrittori popolari alla sua altezza tra i suoi sussieguosi detrattori, vabbè mi sto perdendo di nuovo. Come dicevo concludo questo post con una citazione di King, è tratta da On writing, metà autobiografia, metà libro sulla scrittura, in King il margine tra le due cose è così sottile che non si riesce quasi a distinguere. On writing l’ho letto sempre su consiglio di Luisa Carrada – non sono io ad essere ossessionata da lei e lei che è brava – e l’ho molto amato.

Scrivere non mi ha salvato la vita, perché questo lo devo alla perizia del dottor David Brown e all’amore premuroso di mia moglie, ma ha continuato a fare quello che aveva sempre fatto: rendere la mia esistenza un luogo più luminoso e più piacevole. […] Scrivere è tirarsi su, mettersi a posto e stare bene. Darsi felicità, va bene?
Darsi felicità. Parte di questo libro, forse una parte eccessiva, ha raccontato come ho imparato il mestiere io. Molta parte l’ho dedicata a come voi potete farlo al meglio. Il resto, forse la parte migliore, è incitamento: potete, dovreste, e se siete abbastanza coraggiosi da cominciare, scrivere.

Scrivere, come dice Stephen King, non salva la vita da un brutto incidente come quello capitato a lui ma aiuta a guarire prima. Scrivere rende la vita più luminosa e piacevole, scrivere è darsi felicità. Scrivere non è obbligatorio, forse non è per tutti, ma tentar non nuoce.

La città geniale

Storie e…

Domenica 24 maggio 2015 ho sentito parlare per la prima volta de L’amica geniale di Elena Ferrante; sapevo che Elena Ferrante era candidata al Premio Strega, sapevo che era una candidatura contestata, principalmente perché l’identità di Elena Ferrante rimane un mistero; sapevo che era l’autrice de L’amore molesto da cui Mario Martone aveva tratto un film; non avevo letto il libro, non avevo visto il film.

Allo Strega era candidato Storia della bambina perduta il quarto volume della quadrilogia iniziata con L’amica geniale, un unico libro in quattro volumi pubblicati a distanza di circa un anno l’uno dall’altro: L’amica geniale, Storia del nuovo cognome, Storia di chi fugge e di chi resta, Storia della bambina perduta.

Storia della bambina perduta da solo non ha senso, candidandolo, a mio parere, si candidavano automaticamente tutti e quattro i libri, tutta la storia. Per alcuni l’opposizione alla candidatura allo Strega si basava su questo.

Prima di domenica 24 maggio 2015 il mio interesse per Elena Ferrante e per i suoi libri era inesistente. Seduta a un tavolo di Concettina ai Tre Santi — pizzeria al Rione Sanità, Napoli — per la prima volta mi sono interessata a Elena Ferrante e la quadrilogia de L’amica geniale è diventata un consiglio di lettura da tenere ben presente.

Ci sono persone di cui mi fido se mi dicono: “Leggi quel libro, vedi quel film, quella mostra è bella”, mia cugina Fabrizia è una di queste. A lei quei quattro libri erano piaciuti, la cosa era da tener presente.

Grazie Fabrizia, li ho amati profondamente.

Non ho iniziato subito a leggere L’amica geniale, ho colto il consiglio e l’ho messo da parte, a riposare. Domenica 28 giugno alla radio ho risentito parlare di questi quattro bellissimi libri e ho iniziato a leggere il primo, così, per capire. Dalle prime pagine sono scivolata in un mondo, e in un’ossessione, durata cinque giorni. Venerdì 3 luglio ho letto l’ultima pagina di Storia della bambina perduta e tutta la storia ha preso un senso nuovo.

Ho trovato il finale bellissimo, compiuto e aperto, la risposta a una domanda che mi stavo facendo dalle prime pagine del primo volume; la risposta necessaria. Il dopo, qualsiasi esso sia prende una luce differente; anche il prima cambia senso. Al contrario di me arrivati alla fine molti lettori si sono sentiti ingannati, orfani di risposte. Spero che la casa editrice non chieda alla Ferrante di pubblicare un quinto volume visto il successo dei primi quattro, se lo facesse vorrei che la Ferrante rispondesse un secco no; altri lettori forse quel quinto libro  lo aspettano con ansia.

Io e Fabrizia abbiamo letto gli stessi libri? Sì e no. : le parole, le storie, i luoghi, i personaggi erano gli stessi. No: io e Fabrizia siamo due persone differenti, ognuna con la sua storia, il suo modo di stare al mondo, la sua emotività, i suoi sentimenti, ognuna di noi ha letto la sua versione de L’amica geniale.

Leggendo le recensioni su Amazon questa cosa mi è stata chiarissima, non perché ad alcuni lettori i libri erano piaciuti e ad altri no, ma perché il punto di vista dei lettori e i motivi per cui li avevano amati, o odiati, erano differenti, personali, intimi.

Elena Ferrante sa bene che i libri diventano del lettore, lo dice con chiarezza ne La Frantumaglia, raccolta di lettere e interviste nata per far conosce ai lettori questa scrittrice, misteriosa e potente, in maniera più personale:

Ogni lettore ricava dal libro che legge nient’altro che il suo libro

L’amica geniale (da ora indicherò tutta la quadrilogia con il titolo del primo volume)  ci porta in un Rione difficile e periferico di Napoli, conosciamo due bambine, Raffaella-Lina (Lila solo per Lenuccia) Cerullo e Elena-Lenuccia-Lenù Greco; le vediamo diventare amiche — con tutte le invidie, le gelosie, le meschinità, l’affetto e la complicità di un’amicizia femminile — le seguiamo nell’età adulta, siamo ancora con loro quando diventano anziane. Conosciamo i loro amici, i loro amori, le loro difficoltà e le loro gioie: le loro vite.

Francesca Matilde Ferone abbraccia Napoli. illustrazione di Sandro Quintavalle

Eccola!

Lenuccia da quel Rione esce, va via da Napoli, odiandola; scivola in un mondo che visto da lontano le sembrava un porto sicuro, privo di violenza, basato sulla ragione, sulla cultura, sull’ordine, a poco a poco ne vede gli angoli oscuri. Scopre che sotto il velo di ordine e raziocinio c’è ben altro.

Il Rione e Napoli sono personaggi vivi; del Rione non viene mai fatto il nome ma le descrizioni dei luoghi, al suo interno e nelle vicinanze, sono minuziose; mi sono improvvisata investigatrice geografica e mentre leggevo con Sandro ricostruivamo posti a noi poco conosciuti, o del tutto sconosciuti, fermate della metropolitana, distanze. Scoprivamo che il Centro Direzionale è costruito su paludi; ci chiedevamo quale fosse la fermata della metropolitana vicina al Rione: “Ma certo Gianturco!” — la conferma l’ho avuta leggendo L’amore molesto, il Rione dove si svolge l’infanzia della protagonista è lo stesso in cui è ambientata L’amica geniale —; per la prima volta sento parlare dei Granili; per la prima volta faccio mente locale e grazie a Google Maps vedo con chiarezza che via Marina prosegue, cambia nome, diventa via Reggia di Portici, via Ponte dei Granili, arriva a San Giovanni a Teduccio, e va avanti in luoghi che non conosco o che conosco per sentito dire.

E poi c’è quel tunnel, un sottopasso ferroviario, a via Emanuele Gianturco, vedo due bambine tenersi per mano attraversandolo alla ricerca del mare; sanno che a Napoli c’è, o dovrebbe esserci, alcuni del Rione dicono di esserci andati.

E il Rione si materializza, il Rione Luzzatti, corrisponde. Tra via Emanuele Gianturco, via Traccia a Poggioreale, i binari della ferrovia, gli stagni diventati Centro direzionale, Poggioreale. Un mondo.

La Ferrante ci dà indicazioni precise, indizi sparsi qua e là.

Lila si sposa nella chiesa della Sacra Famiglia, se si fa una ricerca su Google: “Chiesa della Sacra Famiglia Napoli” la risposta è immediata, il primo risultato: “Parrocchia della Sacra Famiglia al Rione Luzzatti via Carlo Bussola”. Il sito della parrocchia racconta la storia di quei luoghi, ma ci parla anche del “risanamento” di una zona centrale della città durante il fascismo, del trasferimento dell’interno di una chiesa del 1500, e delle opere in essa contenute, dal centro di Napoli a una periferia appena costruita. Nuovi rioni popolari dove le genti, sulla carta, nei progetti, sarebbero state meglio; la realtà è stata, ed è, un’altra. Per i più curiosi qui il link al sito della Parrocchia della Sacra Famiglia

Vedo passeggiare Lenuccia e Lila tra le strade del Rione, le vedo sedute ai giardinetti, le vedo affacciarsi fuori dal Rione con rabbia, paura, disagio; le vedo  tornare con altrettanta rabbia, ma sentendosi al sicuro al centro del loro mondo ai margini che vorrebbero cambiare dall’interno.

Le case nuove, vicino alla ferrovia, dove va ad abitare Lila da sposata, i giardinetti, le palazzine a quattro piani, la chiesa, la scuola, lo stradone. La tecnologia di Goolge Street View evidenzia la minuzia con cui la Ferrante ha raccontato quei luoghi. Di fronte alla realtà di quelle strade, al realismo di quell’amicizia, alla verità dei mondi lontanissimi dal Rione vissuti da Lenuccia, alla chiusura del Rione-mondo, mi sento soffocata e vivissima.

Google Street View mi porta in quei luoghi e a me la voglia di vederli da vicino proprio non viene.

Napoli è protagonista de L’amica geniale, come lo è de L’amore molesto, capire il luogo di provenienza delle protagoniste, il loro muoversi emotivo e fisico nella città è parte fondamentale del viaggio nella vita di queste due donne. È difficile non cercare di ricostruire la geografia di questa storia, se sei napoletano impossibile, credo.

Ho percorso una Napoli a me sconosciuta: i luoghi che circondano il Rione Luzzatti li conosco per sentito dire o per passaggi frettolosi e obbligati sempre con la voglia di uscire il più velocemente possibile da quella parte di città, con la paura e il senso di non appartenenza che la facevano da padroni. Del Rione Luzzatti non avevo mai sentito parlare. Ho riconosciuto una Napoli dove so muovermi con agio e disagio, di cui conosco pregi e difetti.

Dopo aver trovato la chiesa dove Lila si sposa ho cercato la scuola elementare del Rione: l’Istituto comprensivo Ruggiero Bonghi del Rione Luzzatti ha tre sedi e quattro plessi; tra sedi e plessi mi sono un po’ persa: due scuole elementari, un asilo, una scuola media. Lila e Lenuccia sono andate a scuola in uno di questi edifici? Forse.

Alla scuola media c’è una sezione a indirizzo musicale, alcuni tra i giovanotti e le signorine che frequentano codesta sezione fanno parte di un’orchestra: l’Orchestra Bonghi. Se vi va di curiosare ecco la pagina Facebook dell’Orchestra Bonghi

I ragazzi dell’orchestra sono decisamente bravi e collezionano premi, qui il racconto di un po’ della loro storia.

La musica per andare avanti in posti difficili dove crescere mi fa venire in mente la Sanitansable, l’Orchestra Bonghi e la Sanitansamble sono due realtà differenti, una scolastica, l’altra un progetto educativo extra scolastico che può portare a percorsi scolastici con cui completare la propria formazione musicale, ma finiscono per avere una stessa funzione: costruire fondamenta sane di giovani vite attraverso la musica.

Non so se Elena Ferrante sia un uomo o una donna; credo, spero, una donna. Mi piace pensare che solo una donna possa raccontare le donne con tanta lucidità, in un rapporto vero, reale, privo di melassa, duro e affettuosissimo. Elena Ferrante deve essere napoletana, un Rione lo racconti così solo se lo conosci bene, la città la racconti in quel modo solo se la vivi, o l’hai vissuta, la senti, ti arrabbi e poi impari anche ad amarla. Impari ad amarla conoscendo la sua storia millenaria, imparando a conoscere luoghi visti mille volte ma mai guardati con attenzione, addentrandoti in posti sconosciuti il cui nome ti ha sempre creato paura e disagio.

Lila dopo un grande dolore inizia a studiare la storia di Napoli, ne rimane incantata, e conoscendola impara ad amare la città in tutta la sua feroce bellezza, Lenuccia quando lo scopre dice una frase che ho sentito mia:

Che grave negligenza era stata nascere e vivere a Napoli senza sforzarmi di conoscerla

Elena Ferrante, come ogni autore, è nei suoi libri; l’anonimato forse le dà la libertà di raccontare senza ferire chi le sta intorno e di esporsi senza esporsi, forse è marketing, forse è un gioco. Ne La Frantumaglia sono raccolte le domante che gli ascoltatori di Fahrenheit, trasmissione di radio 3 RAI, hanno posto alla Ferrante scrivendo alla sua casa editrice e le relative risposte; domante e risposte sono stare lette in trasmissione, Concita De Gregorio ha dato voce alla Ferrante. La risposta a un ascoltatore che le chiedeva se i suoi libri fossero autobiografici:

Nella finzione diciamo e riconosciamo, di noi, ciò che per convenienza nella realtà taciamo e ignoriamo

si intreccia a una riflessione di Lenuccia sul modo di raccontare di Lila:

Mi sembrò — formulato a parole d’oggi – che non solo sapesse dire bene le cose ma che stesse sviluppando un dono che già conoscevo; meglio di come facesse da bambina, prendeva i fatti e li rendeva con naturalezza carichi di tensione; rinforzava la realtà mentre la riduceva a parole, le iniettava energia

Elena Ferrante ha lo stesso dono che attribuisce a Lila, rinforza la realtà mentre la riduce a parole? Forse. Un bravo scrittore trasforma il personale in universale.

…luoghi

Il primo martedì di luglio al Rione Sanità di Napoli c’è la processione in onore di San Vincenzo Ferrer, detto ‘o Monacone, patrono della Sanità. La processione conclude i festeggiamenti in ricordo dei miracoli fatti dal Santo durante l’epidemia di colera dilagata a Napoli nel 1836. In passato i festeggiamenti erano più ricchi come racconta don Antonio Loffredo nel libro Noi del Rione Sanità

Un tempo la gente si impegnava perfino i materassi per contribuire alle spese e partecipare ai fasti di questa ricorrenza. Oggi, per quanto in forma ridimensionata, la tradizione continua a tramandarsi. Si cerca di preservarne il più possibile le forme originarie dall’offuscante usura degli anni e delle contingenze

Di don Antonio Loffredo e del suo lavoro al Rione Sanità ho già parlato in questi post: Alla scoperta di strani, nuovi, mondi. Una vomerese alla SanitàLa bellezza che c’è in noiMa che mu, ma che mu, ma che musica maestro!. Don Antonio è il parroco della Sanità; è stato, ed è, il motore portante della rinascita economica e culturale di questo luogo al centro di Napoli, bellissimo e oscuro, pieno di beni artistici e architettonici che stavano lentamente marcendo.

Il Rione Sanità è stato, ed è, nell’immaginario di molti napoletani uno di quei buchi neri dove non andare, regno di degrado e violenza. Non si offendano le tante persone per bene che abitano quei luoghi, l’immaginario comune e la fama del Rione erano, e per molti sono ancora, questi, negarlo è voler negare il lavoro immenso fatto negli ultimi anni da don Antonio e dai suoi ragazzi.

Al Rione Sanità si è creato un modello di economia solidale e sostenibile; si fa impresa valorizzando il territorio e i suoi beni artistici e culturali; si crea lavoro in tempo di crisi. Da alcuni anni turisti, italiani e stranieri, si addentrano in questa parte di Napoli, considerata ancora da molti napoletani luogo pericoloso, da evitare. A volte ho la sensazione che siano proprio i napoletani i più restii a lasciarsi trasportare nella rinascita della Sanità.

Don Antonio Loffredo parlando della Sanità dice:

La chiusura di un luogo si riflette fatalmente sulla mentalità dei suoi abitanti. Quando un estraneo «entra» in questo Rione, la gente si fa guardinga, sospettosa. Esamina il nuovo venuto, vuole sapere

Parlando della Sanità don Antonio automaticamente parla di tutti i luoghi chiusi in cui vigono regole ben precise, inviolabili, conosciute bene dagli abitanti:

Lello (il sagrestano) […] mi ha istruito su come ogni cosa andava fatta «perché così si è sempre fatta e così va conservata». Al Rione le novità e i cambiamenti non sono i benvenuti: provocano angoscia

Don Antonio aggiunge:

Qui non si sogna. E le lotte fra poveri sono sempre le più amare: tanto caparbie quanto vuote di senso

Le parole di Don Antonio si incrociano con quelle con usate dalla Ferrante ne L’amica geniale per descrivere il modo di vivere e pensare al Rione Luzzatti.

Non ho nostalgia della nostra infanzia, è piena di violenza. Ci succedeva di tutto, in casa e fuori, ogni giorno, ma non ricordo di aver mai pensato che la vita che c’era capitata fosse particolarmente brutta. La vita era così e basta, crescevamo con l’obbligo di renderla difficile agli altri prima che gli altri la rendessero difficile a noi

Rione Sanità e Rione Luzzatti si fondono e con loro tutti quei luoghi in cui nascere, crescere, vivere per molti è fatica immensa e quotidiana.

Elena Ferrante racconta storie di donne fatte, anche, di ordinaria violenza quotidiana, don Antonio racconta le stesse storie parlando delle condizioni di vita di molte donne al Rione Sanità:

Vivono troppo spesso storie di violenza che non raccontano, specialmente se sono giovani.[…] L’omertà si mescola alla convinzione di meritare le percosse e le sevizie, all’assurda credenza che siano, in fondo, manifestazioni di passione e, in ogni caso, obblighi cui sottomettersi

Elena Ferrante aggiunge tramite Lenuccia, la voce narrante di tutto il libro:

Eravamo cresciute pensando che un estraneo non ci doveva nemmeno sfiorare, ma che il genitore, il fidanzato, il marito potevano prenderci a schiaffi quando volevano, per amore, per educarci, per rieducarci

Mentalità che possiamo guardare dall’alto in basso dicendoci che sono racchiuse solo in determinati luoghi, in determinate aree geografiche, ma ci sbagliamo; sono mentalità diffuse, frutto di un concetto perverso di famiglia, di donna, di tradizione; a volte nascoste dietro un velo di civiltà e progresso, in agguato, con la complicità delle stesse donne nel ruolo di vittime, carnefici, o testimoni omertose.

Don Antonio cita le parole di padre Alex Zanotelli, che da vari anni vive alla Sanità, per raccontare la difficoltà del cambiamento:

Questo popolo è abituato a un individualismo storico, perché ha sempre dovuto cavarsela da solo, quindi non è avvezzo a pratiche sociali cooperativistiche

Ma lo stesso padre Alex dice:

Piano piano, sta crescendo una nuova cittadinanza attiva, che si oppone al clientelismo e non chiede più favori ma reclama diritti

In una situazione di stasi in movimento don Antonio prosegue il suo cammino:

A me non resta che riprendere a lavorare per scardinare ancora una volta l’atteggiamento di chiusura altera e depressa e tornare alla carica per attivare il cambiamento

Il cambiamento don Antonio alla Sanità l’ha attivato puntando sui giovani, alcuni di loro si sono lasciati attirare dal nuovo modo di pensare che gli veniva proposto e, lavorando duramente, hanno realizzato cose che fino a pochi anni fa sarebbero state considerate sogni folli solo a sognarli.

Trovare il giusto approccio, i giusti canali di comunicazione, il giusto linguaggio è fondamentale per scalfire corazze e provocare cambiamenti dall’interno, gli unici duraturi.

[…] per allargare gli orizzonti di questi ragazzi e ripulirli dai pregiudizi che avevano avvelenato il passato e il contesto in cui erano cresciuti, sarebbe stato utile uscire dai confini ristetti del quartiere. In altre parole, farli viaggiare. Dapprima abbiamo visitato i dintorni, le spiagge della Costiera, la Sicilia, poi ci siamo spinti a Parigi, in Palestina, in Marocco…

Don Antonio ci racconta che i suoi ragazzi si sono aperti al mondo uscendo dal Rione, viaggiando; anche Lenuccia si è aperta al mondo uscendo dal Rione, viaggiando; Lila no, Lila realizza grandi cose rimanendo dov’era, uscendo pochissimo dal Rione. Lila è un mondo a parte, pieno di luci e ombre. Lila costruisce e distrugge.

Lila e Lenuccia vogliono cambiare il Rione; Lila, soprattutto, lo vuole cambiare dall’interno portando un nuovo modo di pensare e agire:

Era quella l’ultima novità che s’era inventata? Voleva uscire dal Rione restando nel Rione? Voleva trascinarci fuori da noi stessi, strapparci la vecchia pelle e imporcene una nuova, adeguata a quella che si stava inventando lei?

I nuovi modi di agire e pensare fanno intravedere la possibilità di cambiamento, Lenuccia e i suoi amici quel cambiamento lo vogliono ma si sentono spaesati, nel nuovo modo d’agire e di pensare non si riconoscono, e, con ingenuità, rimettono in scena schemi conosciuti dissolvendo i passi fatti verso una nuova direzione. Accortasi dell’errore commesso Lenuccia dice:

Segno che forse Lila aveva ragione: la gente di quella risma bisognava combatterla conquistandosi una vita superiore, di quelle che loro non potevano nemmeno immaginare

La vita superiore voluta da Lila non è fatta di soldi e arroganza ma è basata su comportamenti rispettosi degli altri, sull’ignorare provocazioni e insulti evitando un susseguirsi di violenza, una vita dove non vige la legge del più forte. Il tentativo di Lila fallisce, perde la battaglia non la guerra; don Antonio, i suoi ragazzi e i suoi complici vanno caparbiamente avanti ottenendo risultati concreti.

La Sanità è un luogo storico di Napoli e dalla sua storia sta traendo ricchezza e lavoro; a don Antonio e ai suoi ragazzi piace ricordare che la ricchezza del loro Rione viene dal passato da valorizzare nel presente per costruire il futuro:

[…] Ancora una volta, il futuro chiama il passato e chiede aiuto al presente per andare avanti

Alla Sanità ci stanno dimostrando che con la valorizzazione del bello e con la cultura si mangia, alla Sanità si costruisce uscendo dagli schemi preordinati.

Benvenuti al Rione Sanità è il titolo della festa organizzata quest’anno alla Sanità dal 3 al 9 luglio: mostre, spettacoli, degustazioni, visite guidate e tanto altro. Un occasione per conoscere, o esplorare con maggiore attenzione, questo luogo bello e difficile, ricco di cultura e degrado, posto al centro di Napoli.

Martedì 7 luglio 2015 alle 19,00 ero nella basilica di Santa Maria della Sanità per partecipare alla cerimonia religiosa che ha preceduto la processione in onore di San Vincenzo Ferrer. Non sono una persona religiosa e non ha mai partecipato a una processione in vita mia ma quest’anno mi è capitato spesso di andare alla Sanità, superando paure e tabù mentali, e dopo aver letto Noi del Rione Sanità di don Antonio Loffredo mi era venuta voglia di partecipare alla processione di San Vincenzo Ferrer.

Il caldo e l’umido quella sera l’hanno fatta da padroni e le mie sensazioni e i miei pensieri sono stati contaminati da quel caldo e quell’umido.

Arrivando alla Basilica di Santa Maria della Sanità pensavo di trovare la chiesa gremita, alle 18,45 erano piene solo le panche avanti alla cappella, in una delle navate laterali, dove era stata sistemata la statua di San Vincenzo Ferrer e dove si sarebbe celebrata la messa. Davanti la bellissima scalinata, nella navata principale, era stata montata una grande pedana dove si sarebbe tenuto lo spettacolo la sera del 9 luglio a conclusione della settimana di festeggiamenti alla Sanità, forse aveva ospitato nei giorni precedenti altri spettacoli ma sono una cronista imprecisa e ammetto di non saperlo. Mi sono seduta su una delle prime panche oltre la pedana, di fronte la statua del Santo, quella navata della chiesa era quasi vuota al momento del mio arrivo, come le panche nella navata centrale. Nel quarto d’ora successivo la chiesa si è riempita, ma meno di quanto credessi.

Ho ascoltato la funzione guardandomi intorno, c’era pochissima gente venuta da fuori Rione, mi sono sentita a disagio, un pesce fuor d’acqua. Ho partecipando alla funzione religiosa seguendone i rituali, da non credente, con profondo rispetto.

Al mio fianco si sono sedute due signore anziane, una delle due era molto enfatica nel pregare, urlava le risposte dei fedeli alle parole dei celebranti come se stesse mostrando l’evidenza della sua fede. Me la sono immaginata pronta a giudicare tutto e tutti in nome di un Dio che solo lei sapeva servire e seguire, l’ho immaginata spettegolare e malignare, mi ha ricordato persone già viste e ho provato una forte antipatia per lei. Forse mi sbaglio, forse mi ha solo evocato brutti ricordi.

Prima dell’inizio della funzione dietro di me ho sentito voci conosciute, erano le voci di Miriam e Flora, due delle ragazze che fanno parte della cooperativa la Paranza che ha in gestione le Catacombe di San Gennaro e quelle di San Gaudioso, erano con altri ragazzi, forse anche loro della cooperativa.

Il mio interesse a quello che sta accadendo alla Sanità è nato con una visita serale alle Catacombe di San Gennaro nell’ottobre dello scorso anno. In quel periodo nei fine settimana la sera i ragazzi della Paranza insieme ad alcuni artisti napoletani avevano organizzato un percorso guidato serale: Le luci di dentro, visita guidata alle catacombe arricchita da tre istallazioni multimediali. Alla cassa c’era Miriam, la nostra guida Flora. Flora mi colpì molto: competente e chiara, paziente con un pubblico in certi momenti sgradevole e arrogante; ma la cosa cosa che mi colpì di più fu il modo in cui si illuminava parlando del lavoro fatto in quegli anni alla Sanità, dei suoi compagni di viaggio e di don Antonio, di cui io ignoravo completamente l’esistenza.

Una domenica mattina di marzo con Sandro, e Manuela e Silvia delle amiche venute da Milano, abbiamo percorso il Miglio Sacro guidati da Miriam, Flora era alla cassa. Il Miglio Sacro comprende le catacombe di San Gennaro, quelle di San Gaudioso, la basilica di Santa Maria della Sanità, il Cimitero delle Fontanelle, un giro del quartiere con visita a Palazzo Sanfelice e Palazzo dello Spagnuolo e si conclude a Porta San Gennaro. Miriam ha lo stesso entusiasmo di Flora, la stessa preparazione, emana la stessa luce; credo siano molto amiche.

Manuela e Silvia sono rimaste molto colpite da quella visita in una Napoli un po’ fuori dai percorsi turistici più tradizionali, sconosciuta spesso agli stessi napoletani; e colpite da Miriam, il suo entusiasmo, la sua preparazione. Abbiamo concluso la mattinata con sfizietti e genovese alla Cantina del Gallo, sempre al Rione Sanità.

Domenica 24 maggio seduti a un tavolo di Concettina ai Tre Santi eravamo in cinque: io, Sandro, zia Adriana, Fabrizia e Stefano, suo marito. Io, Sandro e zia nella mattinata avevamo visitato le catacombe di San Gennaro e ascoltato la messa celebrata da don Antonio; Fabrizia e Stefano avevano percorso il Miglio Sacro guidati da Flora, durante il percorso si erano fermati a un tarallificio e il proprietario gli aveva parlato della processione di San Vincenzo Ferrer e dei tempi in cui suo padre era uno degli organizzatori.

Fabrizia aveva prestato a zia L’amica geniale e le ha chiesto se avesse iniziato a leggerlo, poi si è rivolta a me chiedendomi se io l’avessi letto al mio no mi ha raccontato di queste due donne, della loro vita raccontata in quei quattro volumi partendo dall’infanzia e della loro amicizia. Mi ha detto che il Rione dove erano ambientati i libri ricordava la Sanità.

Martedì 7 luglio, giorno della processione di San Vincenzo Ferrer, avevo finito di leggere L’amica geniale da pochi giorni: il paragone fatto da Fabrizia tra il Rione dove sono ambientati i libri e la Sanità è azzeccato, come mentalità, come atteggiamenti, come valori. La differenza sostanziale sta nel fatto che la Sanità ha una storia da cui attingere ricchezza e su cui costruire il futuro, il Rione Luzzatti, e tutti i rioni periferici di costruzione più o meno recente, devono trovare altre formule per scardinare mentalità, degrado, modo di vivere. La Sanità è stata, e per certi versi lo è ancora, un ghetto al centro della città, è precipitata in un buco nero dopo la costruzione del ponte che la sovrasta fatto edificare da Gioacchino Murat per facilitare i collegamenti tra la Reggia di Capodimonte e il centro di Napoli. I rioni come il Luzzatti nascono come periferia e diventano periferia povera e degradata.

Torno alla celebrazione religiosa precedente la processione, l’ho seguita guardandomi intorno con attenzione, in chiesa c’erano alcuni ragazzi che fotografavano e riprendevano, non sembravano del Rione ma posso sbagliarmi, e c’erano gli abitanti della Sanità venuti a onorare il loro patrono. Vari sacerdoti hanno officiato la messa al cui termine don Antonio ha detto poche parole che mi hanno dato da pensare: a quanto ho capito quest’anno è il primo anno in cui prima della processione si celebra il rito religioso in chiesa, il percorso della processione quest’anno era prestabilito e non avrebbe compreso deviazioni, sarebbero state percorse solo le strade più larghe del Rione perché la processione è un momento di gioia e festa e non deve trasformarsi in un momento di pericolo dovuto alla larghezza dei vicoli o ad altri fattori. Don Antonio ha aggiunto che per la prima volta la processione aveva avuto tutte le autorizzazioni, negli anni precedenti era stata un processione abusiva.

Il fatto che il percorso della processione fosse stato modificato includendo solo le strade più larghe del Rione, e solo la Sanità senza scivolare nei Vergini o altri luoghi vicinissimi ma non strettamente Sanità, la scelta di un percorso prestabilito da non deviare, aveva creato attriti e proteste, che pare fossero culminati in una discussione la domenica precedente dopo la messa.

Non avevo mai riflettuto sull’importanza del percorso di una processione, non avevo mai riflettuto che una modifica di tale percorso potesse accendere gli animi ed essere vissuta come un’offesa da alcuni.

Mentre seguivo questo pensiero ha avuto inizio la processione partendo dalla cappella laterale dove era stata sistemata la statua del Santo e celebrata la funzione religiosa. La processione era aperta dalle bandiere delle varie associazioni e congreghe che l’avevano organizzata, almeno credo che questa sia la loro funzione nei festeggiamenti.

Non avevo mai neanche considerato l’importanza e l’impegno che molte persone danno e mettono nell’organizzare eventi come la festa di un santo patrono o una processione.

L’uscita della statua sulla piazza antistante le chiesa è stata un emozione unica, a una piazza non gremita faceva da contraltare lo spettacolo dei palazzi. Ogni finestra, ogni balcone, era tappezzato di persone: abitanti storici affiancati da nuovi venuti, colori e provenienze geografiche differenti uniti nell’entusiasmo con cui salutavano il loro patrono.

Non ho seguito tutto il percorso della processione: usciti dalla Basilica abbiamo proseguito per via San Severo a Capodimonte, via Santa Maria Antesaecula e da lì siamo sbucati a via Arena della Sanità, all’altezza di Concettina ai Tre Santi, abbiamo proseguito verso via Sanità; arrivati all’altezza dell’ascensore che collega la Sanità a corso Amedeo di Savoia ho preso la strada di casa, San Vincenzo Ferrer si è avviava verso la zona di San Gennaro dei poveri.

Seguire la processione non è stato facile, come ho già detto mi sentivo fuori posto e pensavo ci fosse più gente venuta da fuori Rione incuriosita dalla settimana di festa, invece eravamo in pochi. Il caldo e l’umido hanno aumentato il mio disagio. Passando per quelle strade mi sono ritrovata a guardare dentro i bassi aperti, gli abitanti salutavano il Santo e io osservavo gli spazi angusti e bui, le famiglie numerose.

Ai bassi di Napoli sono abituata, da piccola ne avevo un’idea romantica, sognavo di viverci, mi piaceva l’idea di libertà che mi davano, la strada a un passo, la possibiltà di uscire di casa in un’attimo. I bassi in genere sono curatissimi, è difficile guardare dentro un basso e vedere disordine; sono sempre puliti. Alcuni bassi visti nella mia infanzia hanno particolarmente stimolato la mia fantasia, un basso in particolare mi affascinava, era in un vicolo in cui passavo spesso in macchina con mio padre per andare giù Napoli — come diciamo noi del Vomero — aveva un soppalco in legno dove c’era la zona notte, era arredato con gusto, sempre sistemato, lo vedevo come la versione napoletana della casa degli Ingalls ne “La casa della prateria”, sognavo di abitarci.

È da un bel po’ che la visione romantica della vita in un basso mi ha detto “Ciao, ciao”, molti bassi ora sono abitati da stranieri che li tengono con la stessa cura dei precedenti inquilini napoletani e sono altrettanto numerosi all’interno di queste piccole abitazioni. I bassi dei vicoletti di Chiaia che si intrecciano verso il lungomare sono stati trasformati in posti fighi dove va gente molto figa a fare cose fighissime, verso piazza Sannazzaro l’intreccio di vicoli e vicoletti è rimasto abitato dagli abitanti originari, è il luogo di Napoli che, a mio parere, ti sbatte in faccia con più evidenza i mondi lontanissimi e contigui che compongono questa città.

I bassi della Sanità quella sera avevano porte e finestre aperte, gli abitanti salutavano la processione e io approfittavo dell’occasione per guardare nelle loro case. Guardando dentro quelle abitazioni ho sentito disagio, non per la maleducazione insita nello scrutare in casa altrui ma per un pensiero insistente: “Come faranno a stare lì dentro con questo caldo, con quest’afa, tutte queste persone”.

Di romantico i bassi della Sanità quel martedì sera non avevano niente.

Se uscendo sulla piazza a seguito della processione il colpo d’occhio mi aveva dato gioia proseguendo nei vicoli la gioia è stata affiancata da malumore, potevo vedere meglio i visi che circondavano il passaggio del Santo, e se alcuni erano festosi altri erano astiosi. Frasi recepite al volo hanno aumentato il mio disagio: c’era chi si lamentava perché la processione non sarebbe passata in un determinato vicolo, ho seguito con lo sguardo l’indicazione del vicolo e vedendolo mi sono chiesta come fosse stato possibile in passato far passare la processione di lì, per i portatori doveva essere stata una fatica enorme: era un vicolo strettissimo, la distanza tra i palazzi non era molto maggiore della larghezza della statua.

Le parole di due uomini anziani mi hanno reso evidenti le difficoltà incontrate ogni giorno da don Antonio e i suoi ragazzi, i muri mentali e l’astio si sono materializzati in quelle parole:

Vo’ cagnà, fa venì pure a gent’ ‘a for  (Vuole cambiare, fa anche venire la gente da fuori quartiere)

Il tono dei due uomini non aveva niente di amichevole, nello stesso tempo avanti a me sono riapparsi alcuni ragazzi della Paranza — comprese Flora e Miriam — festosi e allegri. Eccomi immersa in due parti dello stesso mondo, una aperta verso l’esterno, caparbia nella sua voglia di costruire e cambiare mostrando tutta la sua luce e bellezza; una chiusa, ostinata nel combattere il cambiamento.

Dopo poco siamo arrivati al ponte e ho preso l’ascensore, arrivata su ho dato un’ultima occhiata alla processione dall’altro e mi sono avviata per i vicoli di Materdei a prendere la metropolitana. Erano ormai le 21,00 passate, ero da sola, sono arrivata a casa verso le 21,30 grazie alla metropolitana passata subito. Per l’ennesima volta ero stata alla Sanità da sola, per l’ennesima volta non mi era successo niente.

Scoprire virtualmente luoghi sconosciuti della mia città protagonisti di un libro che ho amato moltissimo, inoltrarmi in una zona di Napoli il cui nome incute ancora inquietudine a molti napoletani — come dice don Antonio con un sorriso sereno: “Arriveranno anche loro” — ha reso materiche emozioni e pensieri: staticità, cambiamento, passi avanti, rischio di scivolare indietro.

L’amica geniale ha in sé movimento e staticità.  Alla Sanità il cambiamento di un nucleo cerca di rompere la staticità di molti; la manutenzione di quello che si è costruito, e la costruzione di nuove cose, richiedono impegno quotidiano. L’energia e la voglia di fare non manca, soprattutto non manca una visione chiara della situazione del quartiere in tutte le sue sfumature.

I cambiamenti reali possono avvenire solo dall’interno, gli abitanti dei luoghi hanno propri linguaggi, codici, meccanismi; per arrivare a un cambiamento reale e duraturo, che non porti sradicamento e spaesamento, bisogna conoscerli e rispettarli. I cambiamenti improvvisi e forzati, spinti dall’esterno, sono fragili, le fondamenta su cui sono costruiti sono friabili, crollano al primo scossone.

Alla Sanità stanno risalendo riportando alla luce un passato ricco e sfolgorante per costruire un presente e un futuro luminosi e vitali. Lo stesso sta accadendo in altre parti di Napoli.

Appropriazioni

Leggendo L’Amica geniale mi sono spesso ritrovata a pensare: “Lila è Napoli: bellissima, forte, luminosa, buia, mai banale. Ha momenti di folgorante splendore e cadute nel buio dalle quali sembra non poter risalire. Ma risale: forte, luminosa, rinnovata”. Arrivata alla conclusione della storia mi sono detta: “L’amica geniale non è né Lila né Lenuccia, sono entrambe l’amica geniale: l’una per l’altra”. E poi ce Lei, l’altra protagonista.

Napoli per Elena Ferrante non è un luogo comune, quando nasci e cresci qui l’impari presto; te la porti dentro. Si resta, si fugge, si torna, si rimane a distanza guardinghi, e la si contiene dentro di sé, buio e luce. Non so se Elena Ferrante sarà d’accordo: per me Napoli è La città geniale.