Le Bambine Cavolfiore

Da un’idea di Bianca Ferone, con la collaborazione di Vittoria Ferone, rispettivamente anni 7 e 3 al momento in cui zia Francesca previa loro autorizzazione scrive la sua versione della storia. Quando e se vorrà Bianca scriverà la sua versione e in un futuro non troppo lontano probabilmente anche Vittoria vorrà dire la sua.

Incontro

Scusi signora. Nessuna risposta.

Scusi signora. Nessuna risposta.

— Scusi signoraNessuna risposta.

“Incredibile! dopo una giornata lavorativa sfiancate corro in un supermercato strapieno e mentre corro alla macchina carica di buste della spesa mi trovo davanti queste due bambine così sfacciate. Dico io se non vi rispondo lasciatemi in pace e andate a cercare di impietosire qualcun’altra. Ma dove saranno i genitori, sono da mettere in galera, usare i propri figli per procacciarsi danaro invece di andare a lavorare. È una vergogna”.

Marta irritata cercava di ignorare le bambine ma loro continuavano a sorriderle con calma allora lei decisa a liberarsene prese dei soldi dal portafogli e del pane e del prosciutto dalle borse della spesa e quasi glieli lanciò.

Grazie signora ma noi non vogliamo né cibo né soldi. Dissero con dolcezza le bambine all’unisono.

 “Arrestare i genitori. Mettere in un istituto le bambine ed educarle. Ecco cosa bisogna fare. Si è superato ogni limite, non vogliono né cibo né soldi. E cosa vogliono: una casa al mare, un conto in banca, un attico in città?”.  L’espressione del viso specchiava i suoi pensieri ma questo non impedì alla più grande delle bambine, di circa sei anni, con un sorriso serafico e voce calma e gentile, di rispondere ai pensieri di Marta.

Signora vogliamo essere le sue figlie.

Marta cadde e cadendo finì diritta sulle buste, il latte si aprì, le uova si ruppero, i pomodori si schiacciarono. La più piccola delle due bambine, una brunetta con capelli lunghi e frangetta e un’aria birichina, di circa tre anni, le si avvicinò, l’accarezzò e le chiese con dolcezza — Ti sei fatta male mamma?

La più grande raccolse mele e pere e le riportò alla legittima proprietaria; anche lei aveva capelli lunghi, frangetta e un’aria birichina, era più alta della sorella di una trentina di centimetri e bionda. Sorrise a Marta, sorrise alla sorellina e disse – Mamma sei stanca, andiamo a casa così ceniamo e ci facciamo un po’ di coccole.

Dopo cena, una cena deliziosa, Marta non ricordava di cucinare così bene, le bambine la coinvolsero in giochi diversi, divertenti, fantasiosi.

Era stata una bella serata, le bambine erano simpatiche, intelligenti, spiritose, mettere loro ansia con domande o contattare la polizia non era una faccenda urgente, che male poteva esserci nel regalare a delle bambine di sicuro in difficoltà una bella serata?

La mattina dopo Marta si alzò e preparò la colazione, le bambine si alzarono, si lavarono, si vestirono e andarono a fare colazione. La più grande delle bambine, Gaia, disse a Marta:

— Oggi a scuola facciamo Fantasia, è la mia materia preferita. È una materia bellissima introdotta nella scuola da un signore chiamato Gianni Rodari che ha scritto un libro, La grammatica della fantasia, per insegnare ai maestri, alle maestre, alle mamme e ai papà a essere bambini di nuovo per poter giocare con i loro alunni e figli.

Gaia adorava le lezioni di Fantasia 

Mamma spero proprio che oggi inventiamo una storia piena di errori, sono le mie preferite. È bello fare errori mamma, si imparano un sacco di cose interessanti e divertenti. 

Gli occhi di Gaia scintillavano di gioia mentre parlava della giornata scolastica che l’aspettava. La piccola Ludovica era impaziente di arrivare all’asilo per regalare alla maestra il disegno della sua famiglia: lei, Gaia e Marta.

Marta, con un po’ di magone, pensò che portare a scuola le bambine era la soluzione migliore, lì le avrebbe consegnate alle maestre che avrebbero contattato la famiglia.

Marta con le sue bambine Gaia e Ludovica nel lettone

Una nuova famiglia

Il Regno Cavolfiore

Ludovica mangiava di tutto con appetito, Gaia era più selettiva, entrambe adoravano la cioccolata, come lei. La seconda cena e la seconda serata di giochi fu ancora più piacevole della prima, e la prima era stata molto piacevole.

Avevano cenato e avevano giocato, ora le bambine erano a letto, lei era seduta sulla sua poltrona preferita e ripercorreva la giornata trascorsa, una giornata assurda e naturalissima.

Le maestre e la preside gliel’avevano confermato, Gaia e Ludovica erano sue figlie e Marta con naturalezza si era trovata  a concordare con il personale della scuola.

Signora ma non c’è bisogno di cercare la famiglia delle bambine è lei la loro famiglia.

Preside la prego non scherzi è una faccenda seria, non le pare?

Ma signora cara sono serissima, ho controllato la documentazione delle bambine e sono chiaramente figlie sue, è tutto in regola c’è anche l’approvazione del Regno Cavolfiore.

L’approvazione del Regno Cavolfiore? Marta strabuzzò gli occhi.

— L’approvazione del Regno Cavolfiore è fondamentale signora cara, senza di quella non possiamo prendere in considerazione nessuna richiesta di iscrizione di bambini provenienti dal Regno Cavolfiore; anche se sono molto rare bisogna rispettare tutta la procedura, non trova signora?

Marta annuì, salutò la preside e andò al lavoro. Era la madre di Gaia e Ludovica.

Al lavoro fu una giornata come tante, tornando a casa passò a prendere le bambine a scuola, la scuola le era di strada andando e tornando dal lavoro e aveva un orario perfettamente in sintonia con i suoi orari. 

Tornado a casa si fermarono allo stesso supermercato dove aveva conosciuto le sue figlie la sera prima e fecero la spesa insieme. In macchina e al supermercato chiacchierò con le bambine e trovo la chiacchierata molto interessante.

Gaia — Ti seguivamo da un po’, ci sei piaciuta subito e abbiamo deciso che eri la nostra mamma.

Marta — Ma la vostra vera mamma si dispiacerà se non tornate da lei.

Ludovica — Ma sei tu la nostra vera mamma.

Marta — Sì lo so ma intendo la mamma che vi ha tenute nella pancia fin quando non siete nate.

Gaia e Ludovica all’unisono — Ma noi siamo nate sotto un cavolo, noi siamo Bambine Cavolfiore.

Marta che in altri momenti avrebbe riso si rese conto che quella era la verità e lasciò continuare le bambine. Gaia prese di nuovo la parola.

Nel Regno Cavolfiore i bimbi nascono sotto i cavoli e se vogliono si scelgono delle sorelline o dei fratellini. Io e Ludovica ci siamo scelte come sorelle.

Marta sorrise con dolcezza, quelle bambine che si tenevano per mano, così simili e così diverse, ben vestite e ben curate con i loro zainetti di misura e disegno diverso le erano entrate dentro al primo sguardo, anche se non l’aveva capito subito. Quelle due bambine si erano scelte come sorelle; pensò a sua sorella e con un velo di tristezza prese atto del fatto che lei e Tiziana erano sorelle per caso e non per scelta.

Ludovica intervenne nel discorso.

Eh sì mamma scegliere una sorella o un fratello è una cosa seria come quando scegli una mamma o un papà o entrambi. Nel Regno Cavolfiore noi bambini possiamo scegliere una famiglia umana fino a sette anni, quando compi sette anni se non hai trovato nessuna famiglia che ti garba rimani nel Regno Cavolfiore. La vita lì è sempre allegra, felice e divertente; i bambini mangiano solo quello che vogliono e stanno sempre bene, fanno quello che vogliono, nessuno gli dice mai no e conoscono solo la parola sì. Ma una vita sempre divertente dove tutto è facile e nessuno ti dice no a volte è noiosa e capita di sentirsi molto soli come se a nessuno importasse realmente di te.

Gaia interruppe Ludovica e disse:

Allora noi Bambini Cavolfiore se vogliamo cerchiamo una famiglia che ci dica di no, ma lo faccia con saggezza e chiarendo i motivi del no, cerchiamo delle mamme e dei papa che ci vedano e ci sentano.

Marta rise — Beh non ci sono moltissimi genitori sordi o ciechi e comunque anche genitori che non possono vedervi o sentirvi possono essere dei bravi papà e delle brave mamme.

Gaia e Ludovica si guardarono e guardarono Marta con un sorriso di condiscendenza, Gaia proseguì — Vedi ora tu non ci senti, noi diciamo una cosa e tu ne capisci un’altra, non perché tu sia cattiva o sorda ma perché la cosa che ti stiamo dicendo tu non la riesci a vedere e sentire perché è lontana da te.

La parole delle bambine risvegliarono l’interesse di Marta, conosceva fin troppo bene la sensazione di non essere ascoltata e non essere vista ma ci volevano due bambine per rendergliela evidente.

 Ludovica ridacchiando aggiunse:

E poi vogliamo genitori che non ci vogliano usare come tappabuchineri?

Marta rise ma Gaia e Ludovica serie e severe la guardarono e con voce calma ma ferma Gaia aggiunse:

Mamma non c’è niente da ridere ci sono un sacco di mamme e papà che vogliono bambini per tappare i loro buchi neri, quelli che hanno dentro, quelli dove raccolgono il freddo, il vuoto e il buio che gli fanno tanto male. I bambini stanno scomodi nei buchi neri delle mamme e dei papà, sentono freddo e rimangono nel buio e si sentono persi nel vuoto. No noi una mamma o un papà che non ci veda, non ci senta e ci usi come tappabuchineri non li vogliamo, per questo abbiamo scelto te.

Marta sorrideva di gioia e di tristezza, lei e Tiziana avevano passato la vita a tappare i buchi neri dei genitori e a non essere viste né sentite e così ora ognuna di loro aveva un enorme buco nero dentro di sé e non erano mai riuscite né a vedersi né a sentirsi neanche tra loro. Ma se Tiziana cercava di non vedere il suo enorme buco nero e lo tappava in ogni modo Marta aveva deciso di guardare dentro quel buco nero, ben bene, in profondità. Era stato ed era stancante, doloroso, pesante, il prezzo da pagare per sentirsi una persona serena, piena di dubbi e incertezze ma con la consapevolezza che le cose andavano affrontate e non evitate e nascoste sotto un tappeto. Guardare dentro i suoi buchi neri era l’unico modo che conosceva per affrontare il freddo, il buio e il vuoto che essi contenevano. Marta a fatica, e con pazienza certosina, si era guadagnata il privilegio di non avere bisogno di trovare qualcosa o qualcuno con cui tappare il suo profondissimo buco nero per evitare di finirci dentro e affogarci.

E poi non vogliamo essere né Bambine Pesce RossoBambine ce l’ho anch’io. Disse Gaia rabbrividendo all’idea che lei e Ludovica potessero essere incluse in una di queste due categorie. 

Marta ormai non si meravigliava di nulla e continuò a guidare mentre Gaia le spiegava.

Come ben saprai mamma i Bambini Pesce Rosso sono quei bambini che i genitori tengono nell’acquario grande in salotto e mostrano a tutti i loro visitatori, i bambini bravi, belli, buoni, intelligenti, coraggiosi, i bambini nati perché i genitori possano andarne fieri.

Ludovica interruppe la sorella terrorizzata e aggiunse

Ma sei i Bambini Pesce Rosso non riescono a rimanere bravi, belli, buoni, intelligenti, coraggiosi, da mostrare insomma, capaci di regalare grandi soddisfazioni alle mamme e ai papà, o se non sono mai stati all’altezza delle aspettative delle mamme e dei papà, vengono spostati, o sistemati fin da subito, in uno sgabuzzino freddo e buio all’interno di una piccola boccia sperando che nessuno entri nello sgabuzzino e li veda. Se no sai che figura farebbero i genitori dei Bambini Pesce Rosso ad avere dei bambini così. I genitori dei Bambini Pesce Rosso sono tristi, infelici e arrabbiati quando non possono tenere i loro bambini in salotto nell’acquario grande ma devono nasconderli nella boccia nello sgabuzzino, e sono arrabbiati soprattutto perché la boccia nello sgabuzzino sono costretti a tenerla mentre ne farebbero a meno volentieri. E i Bambini Pesce Rosso quando sono nella boccia piccola nascosta nello sgabuzzino sono tristi perché hanno deluso le mamme e i papà.

Marta aveva voglia di far smettere le bambine di parlare, che sciocchezze le stavano raccontando, le mamme e i papà volevano bene ai loro bimbi non esistevano genitori che non vedevano o non ascoltavano i figli, non esistevano genitori che usavano i figli per tappare i loro buchi neri e di certo non esistevano genitori che volevano Bambini Pesce Rosso da mostrare agli altri tenendoli nell’acquario grande in salotto e se i bambini non corrispondevano alle loro aspettative tentavano di nasconderli tenendoli in uno sgabuzzino buio e freddo dopo averli trasferiti in una piccola boccia per pesci. E se mai fossero esistiti genitori così erano rarissimi, dovevano esserlo, per forza.

E poi mamma ci sono i Bambini ce l’ho anch’io, quelli che vengono al mondo perché le loro mamme e i loro papà stanno facendo una gara con il mondo e vogliono tutte le cose che hanno gli altri e se gli altri hanno dei bambini li voglio anche loro perché non possono e non vogliono essere diversi dagli altri e quindi almeno un bambino bisogna averlo per essere uguale agli altri, perdinci.

Marta era scossa, le sciocchezze dette dalle bambine ad una riflessione più attenta non sembravano sciocchezze. Anche se la cosa non le piaceva affatto le bambine avevano decisamente ragione. 

Ludovica  interruppe il filo dei pensieri di Marta e spiegò seria seria che essendosi scelte come sorelle lei e Gaia si erano impegnate a scegliere una famiglia che piacesse a entrambe e se non l’avessero trovata al compimento dei sette anni di Gaia Ludovica poteva cercare da sola una famiglia e nel caso l’avesse trovata Gaia poteva decidere di vivere nella stessa famiglia o rimanere nel Regno Cavolfiore. E Gaia con fare saputello aggiunse

Ma rimaniamo sorelle e ci vogliamo bene lo stesso. Sai mamma quando decidiamo di rimanere con una famiglia umana perdiamo i nostri poteri ma rimaniamo con il potere di sentire sempre le nostre Sorelle Cavolfiore se hanno scelto rimanere nel Regno Cavolfiore.

Marta sorrise e chiese con dolcezza — E quali poteri perdete quando trovate la vostra famiglia umana e decidete di lasciare il Regno Cavolfiore?

— Mamma ma che domande, rinunciamo al potere di leggere nelle persone. Disse Gaia seria seria e aggiunse 

Come credi che facciamo a sapere che tu non cerchi qualcuno o qualcosa con cui tappare i tuoi buchi neri o che non sei né cieca né sorda e ci vedi o che non vuoi Bambini Pesce Rosso né Bambini ce l’ho anch’io: ti abbiamo letto dentro.

Ludovica ridacchiando disse — Sono sei mesi che ti seguiamo, dalla prima volta che ti abbiamo vista al parcheggio del supermercato. Eri così stanca e arrabbiata ma ci sei piaciuta subito lo stesso allora abbiamo iniziato a seguirti per vedere se la prima impressione fosse quella giusta. Siamo venute con te a lavoro, a casa, al mare, in montagna, siamo state sempre con te.

Marta arrossì ma Ludovica e Gaia le sorrisero con fare furbetto e affettuoso, e con l’aria di saperla lunga dissero all’unisono — Mamma tranquilla noi sappiamo quando dobbiamo sparire.

Marta ricomponendosi disse — Ma io non vi ho mai viste prima di ieri. 

E Gaia ridendo, fingendosi spazientita, ma con uno sguardo tenero risposte — Mamma ma te l’abbiamo detto che noi Bambine Cavolfiore abbiamo un sacco di poteri che voi umani non avete e puoi ben capire che scegliere una famiglia è una faccenda seria se decidendo di rimanere in quella famiglia perdiamo i nostri poteri e rinunciamo alla vita facile e felice del Regno Cavolfiore quindi deve valerne la pena e prima di prendere una decisione facciamo in modo di conoscere bene la famiglia che ci piace. Ma stai tranquilla da ieri non ti leggiamo più dentro, non ci rendiamo invisibili, non attraversiamo i muri, non ci muoviamo alla velocità della luce e non facciamo più tante altre cose. Da ieri non abbiamo più i Poteri Cavolfiore, ci siamo fidate di te e tu devi fidarti di noi.

Ludovica con aria grave concluse la discussione — La fiducia è una cosa seria mamma, lo sai.

18 anni dopo

Marta, Ludovica e Gaia erano una famiglia da 18 anni, avevano litigato spesso, avevano fatto pace, avevano passato momenti felici e momenti duri. Marta aveva detto molti no e molti si, Gaia e Ludovica non avevano più fatto solo quello che volevano e anche Marta aveva fatto cose che non le piacevano troppo ma che riteneva parte del suo modo di essere la madre di Gaia e Ludovica. Gaia e Ludovica ora vivevano lontane, tornavano spesso a casa, si sentivano spesso tra di loro e spesso sentivano Marta. Avevano gusti diversi, pensieri diversi, desideri diversi, ma si volevano bene e si rispettavano e Marta a volte si chiedeva se questo fosse il frutto dell’impegno suo e delle sue ragazze o fosse Magia Cavolfiore e concludeva che non c’era una risposta alla questione.

Negli anni raramente Marta, Gaia e Ludovica avevano incontrato famiglie con Bambini Cavolfiore, quando era accaduto subito le avevano riconosciute. Erano famiglie diverse tra loro, alcune erano formate da una mamma e un papà, alcune solo da una mamma, alcune solo da un papà, alcune da due mamme, alcune da due papà, ma erano accomunate tutte da una luce speciale: in quelle famiglie tutti si vedevano, si sentivano, nessuno tappava buchi neri, non c’erano pesci rossi da mostrare e non si giocava al ce l’ho anch’io. 

Marta ogni tanto guardava nel suo buco nero, sapeva che sarebbe stato sempre lì ma ora gli voleva bene, grazie all’abitudine di guardarci dentro e affrontarlo aveva avuto l’opportunità di crescere quelle donne forti, intelligenti, determinate, coraggiose e contemporaneamente dolci, fragili, sensibili, dubbiose, un po’ insicure, che avevano rinunciato a un mondo sempre felice di soli sì e cose piacevoli per crescere con lei. E tutte e tre erano cresciute.

 

È per finta!

Rivelazioni

“Zia Bianca e Bernie non esistono sul serio, sono i personaggi di un cartone”.

Me l’ha fatto di nuovo, mi dà notizie così sconvolgenti senza preavviso, mesi fa era stata la volta di Anna ed Elsa, stavamo organizzando una delle nostre feste grandiose e al momento di scrivere la lista degli invitati le ho chiesto: “Anna ed Elsa vengono, vero?”, lei si è girata seria ma un po’ preoccupata, stava per darmi una notizia sconvolgente dopotutto, e mi ha detto: “Sì zia vengono, ma è per finta; Anna ed Elsa non esistono, Anna ed Elsa sono i personaggi di un cartone, Frozen, lo conosci zia?”

La botta finale due settimane fa: “Zia ma sono tutti per finta, Anna, Elsa, le Winx, lo Stregatto, Alice, Cenerentola, tutti”. Io ho protestato, le ho detto chiaramente il mio punto di vista: “Ma che stai dicendo? non esistono? Ti sbagli esistono, io li ho visti”, ma niente: “Sono personaggi dei cartoni e delle favole, tutti, tutti. Anche il Bianconiglio che stamattina era al museo era finto, un signore travestito da Bianconiglio”.

Dopo lunghe insistenze mie e di Sandro lei ci ha fatto una concessione: forse esistono Pinocchio e il Bianconiglio, che non era potuto andare al museo a incontrare i bambini quella mattina perché era malato così al suo posto era andato un signore travestito da Bianconiglio. Mentre ci regalava la speranza dell’esistenza del Bianconiglio e di Pinocchio ci guardava seria, ma anche con un po’ di compatimento. Credo che tra sé e sé stesse pensando: “Ma guarda! ‘sti due vecchi rincitrulliti dei miei zii credono ancora che esistono i personaggi dei cartoni e delle favole, vabbè lasciamoglielo credere”.

Bianca, quattro anni e mezzo, mia nipote, è la fredda e spietata rivelatrice di dure realtà. Spiegarmi chi esiste sul serio e chi no, specificarmi che quando si gioca si fa per finta, è una cosa che le sta molto a cuore.

Bianca è una bambina come tante, con la sua ricchissima fantasia, la capacità di inventare giochi sempre nuovi, la sua straordinaria curiosità, la sua voglia di giocare e conoscere nuovi bimbi.

Passaggio di mutande da mettere in testa tra Francesca Matilde Ferone e la nipote. Illustrazione di Sandro Quintavalle

Tieni. Grazie zia.

Quando mi ha rivelato che Bianca e Bernie non esistono eravamo a casa mia, aveva la copertina della videocassette de Le Avventure di Bianca e Bernie in mano e stava aspettando l’inizio del film in poltrona. Sì ho ancora un videoregistratore e lo uso. Mentre mio fratello armeggiava con televisore, e videoregistratore che non partiva, lei non sì è persa d’animo, stringendo tra le mani la copertina della videocassetta mi fa: “Facciamo finta che questo è un tablet e noi stiamo vedendo qui Bianca e Bernie”, io ho detto distrattamente qualcosa tipo: “Che sanno facendo ora Bianca e Bernie?” e lei, calma e sorniona, mi ha dato la notizia: “Zia Bianca e Bernie non esistono, sono i personaggi di un cartone” e poi ha ricominciato a giocare con la copertina della videocassetta.

Vedere Le avventure di Bianca e Bernie con Bianca è una faccenda complicata; infatti non l’abbiamo mai visto tutto. Ha paura dei coccodrilli e di Madame Medusa, la cattiva del film, quella sera ha iniziato ad agitarsi quando i due topini, Bianca e Bernie, sono andati all’orfanotrofio di Penny, la bambina che aveva scritto la richiesta d’aiuto chiusa in una bottiglia lanciata in mare e raccolta dai topini della Società di Salvataggio, con sede nelle fondamenta del Palazzo dell’ONU a New York. Ma che sto facendo?! Vi racconto Le Avventure di Bianca e Bernie come se voi non le aveste già visto dozzine di volte. Certo che l’avete visto, e se non l’avete fatto rimediate immediatamente, è stupendo. Eh sì, mi piacevano da piccola e mi piacciono ora i film di Walt Disney, e non mi hanno affatto bloccato lo sviluppo della fantasia. Mi piacciono i classici: Cenerentola, Biancaneve, Gli Aristogatti, La Carica dei 101, ecc., la nuova produzione la conosco poco. Ma qui stiamo scantonando.

Torniamo a Bianca e Bernie, la scena in cui i topini vanno a cercare notizie di Penny all’orfanotrofio e incrociano il gatto Rufus da cui hanno un po’ di informazioni sulla bambina è stata un incubo. Vai a spiegare alla quattrenne cos’è un orfanotrofio. Di seguito il surreale dialogo tra me e la quattrenne durante quella scena.

Bianca: “Zia ma dove sono, cos’è un orfanotrofio?”
Io: “Un orfanotrofio è un luogo dove ci sono dei bambini in attesa di conoscere i genitori”
Bianca: “Ma zia com’è possibile, se questi bambini sono nati devono avere una mamma ed un papà, se no non potevano nascere”

A questo punto ho rischiato di diventare figlia unica e Bianca orfana di padre, mio fratello seduto sul divano ridacchiava ascoltando e mi ha lanciato un’occhiata della serie: “E ora rispondile”. Un moto di nostalgia dei bei tempi in cui i bambini nascevano sotto i cavoli e le rose, o portati dalla cicogna, mi ha colta improvvisa e fortissima. Invece no, i bambini nascono da una mamma e un papà, e tutti i bambini hanno una mamma e un papà se no non possono nascere, quindi come possono esistere bambini senza mamma e papà che vivono in orfanotrofi? Rispondere: “Non ne ho la più pallida idea” non era un’ipotesi possibile, rispondere: “Chiedi a tuo padre, l’uomo che ridacchia seduto sul divano” neanche, e allora pronti, partenza, via: “A volte capita che i genitori partano, ma solo per un po’ di tempo, e allora i bambini vanno negli orfanotrofi, posti belli dove possono giocare con altri bambini, lì aspettano altri genitori, buoni e simpatici, che li tengono con sé fino a quando i loro genitori veri non tornano”.

Leggendo le mie parole mi sento molto stupida, per giustificarmi posso dire che mentre il gatto Rufus diceva a Bianca e Bernie che Penny era molto triste per non essere stata scelta da nessuna coppia anche nell’incontro con i possibili genitori avvenuto il giorno in cui l’aveva vista l’ultima volta Bianca, mia nipote non la topolina, si stava agitando; da poco le è stato spiegato il concetto di morte, fino a poco tempo fa era convita che morire e farsi una dormita bella profonda fossero la stessa cosa. Dopotutto Biancaneve e Aurora, la Bella Addormentata nel Bosco, si risvegliano; e uno dei suoi giochi preferiti per mesi è stato essere la Winx Bloom: ogni tanto moriva per colpa della magia delle perfide Trix, io, la mamma di Bloom per chi non lo sapesse, ogni volta che la mia cara figliola moriva telefonavo a Sky, il suo fidanzato, lui veniva a salvarla dandole un bacio e il gioco andava avanti tra morti e resurrezioni. Bella trama eh! Regia, soggetto e sceneggiatura di Bianca Ferone.

Bianca non so quanto sia stata convinta dalla mia spiegazione, ad ogni modo che ci fosse un posto dove i bambini vivono in attesa di trovare dei genitori non le è piaciuto per niente, i bambini se sono nati hanno dei genitori, perché cavolo alcuni di loro vivono in questi orfanotrofi.

L’apparizione di Madame Medusa ha decretato lo stop immediato della cassetta, Bianca seduta in poltrona che si copriva gli occhi, i due coccodrilli che seguivano l’amata padrona, e le urla “Ho paura, zia ho paura” mi hanno reso il messaggio chiaro.

Abbiamo tolto Le Avventure di Bianca e Bernie, messo Gli Aristogatti e abbiamo iniziato a disegnare al ritmo di Tutti quanti voglion fare jazz. Tutto bene quel che finisce bene. Ma mi era rimasto un punto in sospeso: far vedere a Bianca che Le Avventure di Bianca e Bernie finisce bene nella speranza di farle passare delle paure, nel caso le fossero rimaste. Dopo qualche giorno Bianca è tornata da me, voleva disegnare e voleva farlo ascoltando Tutti quanti voglion fare jazz, ottima scelta a mio parere, ma volevo prima farle vedere la fine de Le Avventure di Bianca e Bernie, le ho spiegato che volevo farle vedere che Penny trova la mamma e il papà, e che i coccodrilli alla fine perdono, mi ha risposto: “Va bene, ma solo la fine” e così è stato, abbiamo visto la fine del film, abbiamo rimesso Gli Aristogatti e abbiamo ripreso a disegnare al ritmo di Tutti quanti voglion fare Jazz.

Non so esattamente cosa fosse rimasto in Bianca dopo aver visto l’inizio de Le avventure di Bianca e Bernie, non so se ho esagerato a preoccuparmi di farle vedere la fine del film per mostrarle che si aggiustava tutto, e non so, nel caso la mia paura che Bianca potesse aver rimuginato su orfanotrofi e bambini senza genitori fosse fondata, quanto il mio intervento sia stato utile nel dissiparle dubbi e paure. Temo ben poco.

Chiariamo non sono una pazza che obbliga la nipote a vedere Le Avventure di Bianca e Bernie, quando Bianca arriva a casa mia spesso si fa prendere in braccio e portare avanti allo scaffale della libreria dove sono i film di Walt Disney, sceglie lei il film da vedere, e spesso sceglie Le Avventure di Bianca e Bernie e poi ha paura e me lo fa togliere.

Io e Bianca siamo molto legate, lo siamo sempre state, spesso mi sono chiesta se fosse stata una bambina differente quanto le sarei legata, e la risposta è sempre la stessa, senza ipocrisie: molto meno.

Sono legata a Bianca non strettamente perché è mia nipote ma perché è lei, e lei mi è simpatica, mi piace molto, mi è sempre piaciuta. Lei è legata a me non perché sono sua zia ma per un semplice motivo: con me riesce a giocare a modo suo, si sente libera. Riesco a seguire i suoi giochi, riesco a capire il suo bisogno di raccontare storie e viverle, quando giochiamo insieme le lascio sviluppare il racconto e scegliere i personaggi, negli ultimi tempi le istruzioni di regia sono sempre più dettagliate, comprendono anche il tono di voce da utilizzare per ogni personaggio. Sandro dice che finalmente ho trovato l’amichetta con cui giocare come piace a me.

Qualche giorno dopo avermi annunciato che tutti i personaggi protagonisti dei nostri giochi degli ultimi mesi non esistono ma sono personaggi dei cartoni Bianca è andata con i genitori al MADREMuseo d’Arte Contemporanea Donnaregina — lì ha partecipato a un laboratorio per bambini in cui le hanno fatto costruire il Paese delle Meraviglie; pare che il capo cantiere fosse un impostore vestito da Bianconiglio da lei prontamente smascherato, per questo quando si è trovata di fronte i due adulti distrutti dalla notizia che tutti i loro migliori amici non esistevano ma erano solo personaggi di fantasia protagonisti di favole e cartoni ha tentato di edulcorargli la pillola dicendogli che il vero Bianconiglio era malato e al museo aveva mandato un amico travestito da lui, ma lui e Pinocchio forse esistevano, solo loro però. Io e Sandro, i suddetti adulti, abbiamo trovato questa soluzione geniale e ci ha molto rassicurato sapere che il Bianconiglio forse esiste, anche se al momento pare non godere di ottima salute, e che anche sull’esistenza di Pinocchio c’è speranza.

Statt’accort!

Un paio di settimane fa io e Sandro siamo andati a mangiare una pizza con mio fratello e mia cognata e le loro figliole, Bianca la quattrenne e Vittoria giovane donna di otto mesi e mezzo. Dopo la pizza siamo andati a vedere il parco giochi da poco aperto nei giardinetti a fianco la chiesa di Santa Chiara. Appena siamo arrivati Bianca è voluta andare sullo scivolo, era uno di quegli scivoli attrezzati: si sale, c’è un ponticello, si passa dentro una casetta aperta e in fine si arriva allo scivolo vero e proprio e si scende. Bianca è salita, lo scivolo era occupato da vari bambini della sua età, giocavano tutti tranquillamente, alcuni cercavano di salire dallo scivolo invece che dalle scalette, qualsiasi bambino ci prova — io l’ho fatto tante volte da piccola — altri scendevano a testa in giù, più pericoloso ma se la madre della creatura, lì presente, non se ne preoccupa perché dovrei farlo io, altri cercavano di scendere a testa in giù e pancia all’aria, decisamente pericoloso perché non vedi quando arrivi giù, qualche intervento genitoriale c’è stato.

Bianca, come gli altri bambini, si stava divertendo quando è arrivata lei, aspirante, piccola, Ape Regina. Ormai le riconosco da lontano, qualsiasi età abbiano, quindi mi è scattato un campanello di allarme che ha trasformato una donna di quasi 48 anni che guarda la nipote di quattro anni e mezzo in un misto tra Mamma Chioccia e Terminator. La simpatica bambina è salita sullo scivolo e da quel momento Chioccia-Terminator non le ha tolto un attimo gli occhi di dosso.

La creatura amorevole aveva 8/9 anni, i bambini che stavano giocando sullo scivolo erano tutti più piccoli, appena è salita si è piazzata avanti alla discesa dello scivolo, con lei c’erano due bambini della sue stessa età, le madri, amiche tra loro, parlavano per i cavoli loro su una panchina, i due bambini provvedevano a rompere i coglioni soprattutto ai maschietti, ogni tanto scendevano e  andavano a rompere le palle ai bambini altri giochi, ovunque non arrivasse un adulto, o la madre, un po’ più reattiva della madre dell’Ape Regina, a imporgli di smettere di rompere le palle agli altri bambini, ovviamente più piccoli.

La bimba sale, si piazza avanti la discesa e ferma ogni bambino che deve scendere dicendo che lei è il capo dei giochi e decide lei chi scende e chi no. In più ogni bambino passando deve dirle il suo nome. Chioccia-Terminator conia una sua regola di galateo: “Non si interviene nei giochi dei bambini ma con alcune eccezioni, una di queste è: se una stronzetta che ha il doppio degli anni ed è alta il doppio di mia nipote, che sta giocando e si sta divertendo, le rompe le palle si interviene. Con calma, gentilezza, ma certo che si interviene”

Mi avvicino di più allo scivolo e osservo in silenzio, Bianca arriva all’imboccatura della discesa, la bambina la ferma e le chiede il nome, Bianca risponde, la bambina si sposta. La dolce creatura fa lo stesso con tutti i bambini, Bianca risale e la bambina le chiede di nuovo il nome, Bianca le risponde: “Mi chiamo Biancaaa, te l’ho già detto” la bambina non so cosa le dice ma la fa passare. Alla terza volta che Bianca sale la cara bimbetta le dice che lei è il capo e ha deciso che lei non può più salire sullo scivolo, io mi avvicino e dico a Bianca, ignorando la creatura, di passare, la bambina si sposta immediatamente. Bianca fa un altro paio di giri, io sono fissa a fianco allo scivolo, il copione sempre lo stesso la bambina cerca di fermare Bianca e altri bambini, io al turno di Bianca le dico di passare ignorando del tutto il famigerato capo scivolo.

Dopo poco Bianca decide che vuole andare a l’altro scivolo che ha adocchiato al lato opposto del parco giochi, come Bianca tutti i bambini più piccoli decidono di non volere più andare sullo scivolo grande, che strano eh!. Sullo scivolo rimane solo la nostra Ape Regina, da quando è salita non ha mai fatto una sana scivolata, è stata lì rompere le palle agli altri bambini e punto, è quello il suo divertimento.

Lo scivolo dall’altro lato del campo parco giochi è più basso perché è progettato per bambini più piccoli, Bianca fa un paio di scivolate ma ci rimane male, quello scivolo è davvero basso, la discesa finisce subito. Lì vicino c’è una casetta di legno, è occupata da un gruppo di bambine, non hanno un’aria simpatica — i bambini fanno branco e difficilmente accettano elementi estranei — mentre Bianca corre verso la casetta so già che non la faranno giocare, infatti non la fanno giocare. Bianca rimane indecisa vicino alla casetta per un po’, le bambine sono infastidite, non la fanno entrare ma mentre è fuori non le dicono niente, poi la capobranco decide che vuole andare a giocare sullo scivolo piccolo e Bianca entra nella casetta; è sola, mi guarda, giochiamo un po’ alla signora affacciata alla finestra e al venditore di frutta. Lo scivolo grande è ancora la sua l’attrattiva principale e torniamo lì, la bambina è ancora lì a rompere i coglioni, ora è più ostile verso Bianca, io sempre attaccata allo scivolo, appena lei blocca Bianca io invito Bianca ad andare avanti ignorando del tutto la dolce bimbetta. Un paio di giri e si libera l’altalena, faccio salire Bianca sull’altalena e la spingo, a Bianca non piace essere spinta forte e così mentre lei dondola chiacchieriamo, prima del più e del meno, lei mi invita a mettermi lo smalto rosso sulle unghie come lei – se pensate che lo smalto su una bambina sia volgare fate pure, a Bianca piace, io da piccola avrei ucciso per poterlo mettere, e qui si chiude il discorso in maniera assolutamente antidemocratica – poi il discordo diventa serio:

Bianca: “Zia quella bambina dice di essere il capo del parco giochi e che io non posso andare sullo scivolo grande”.

Chioccia-Terminator: “Non ci sono capi al parco giochi, giocano tutti i bambini su tutti i giochi, a turno senza fare i dispetti agli altri”.

La bambina seduta a fianco a Bianca sull’altro sgabello dell’altalena sente quello che diciamo, anche lei prima stava giocando sullo scivolo grande e anche lei è stata infastidita dall’Ape Regina, sentendo le nostre parole si gira e dice: “L’avevo detto io che non esistono capi al parco giochi e che possiamo giocare tutti, ma lei insiste ed è cattiva”.

Chioccia-Terminetor si gira verso la bambina è le dice: “Infatti, non esistono capi del parco giochi, quella bambina è solo una prepotente”.

La dolce creatura arriva a rompere le palle anche all’altalena, Bianca ha appena deciso di scendere, lei arriva e dice a Bianca, che sto facendo scendere dall’altalena: “Sei stata troppo tempo, te ne devi andare”. Io mi giro sorridendo e le dico che andiamo via perché Bianca si è stancata di andare sull’altalena non certo perché lo dice lei. La creatura che oltre ad essere una stronzetta è anche una paracula mentre ce ne stiamo andando mi fa: “Voglio salire sull’altalena ma non sono capace”. L’altalena è di quelle con un bordo attorno al sediolino, Chioccia-Terminetor prende in braccio la bambina, la fa accomodare sull’altalena e fa per allontanarsi, la creatura con sguardo tenero fa: “Non ho nessuno che mi spinga”, Chioccia-Terminetor le sorride tenera e le dice: “Mi di spiace” e se ne va pensando tra sé e sé: “Ma vaffanculo brutta stronzetta”. Uno dei bambini suoi amici si offre di spingere la nostra Ape Regina.

Io e Bianca torniamo allo scivolo grande, Bianca mentre ci avviciniamo allo scivolo mi fa: “Zia glielo devo dire a quella bambina che lei non è il capo ma è solo una prepotente e non è vero che non posso giocare”. Sono abbastanza vecchia per sapere che le stronzette vanno ignorare e basta, il dialogo non paga, e allora dico a Bianca di lasciar perdere quella bambina e di divertirsi.

Ma è la creatura a non lasciar perdere, dopo poco che siamo allo scivolo arriva di nuovo saltellante a frantumare i coglioni, tra me e me penso: “Ma benedetta creatura non avevi detto che eravamo state troppo sull’altalena e che ci dovevi andare tu, noi ce ne andiamo, io ti faccio salire sull’altalena, hai pure trovato chi ti spinge ma che cazzo ci fai di nuovo qui. Allora sei stronza nel profondo”.

Chioccia-Terminetor all’esterno riesce a mantenere le sembianze di una dolce zia che fa giocare la nipotina, l’orrenda creatura si riavvicina allo scivolo e si ricomincia. Bianca risale dopo aver scivolato e se la ritrova davanti, la creatura la blocca e le dice: “Sono il capo del parco giochi e non puoi stare sullo scivolo”, mi avvicino, la ignoro, dico a Bianca: “Amore continua a giocare”, la stronzetta si sposta, stessa scena un altro paio di volte poi le cose sembrano andare meglio, Bianca fa un altro paio di giri poi mi dice andiamo, io le chiedo che succede e lei mi risponde che la bambina continua a dirle che non può stare sullo scivolo, io le dico che non è vero, se vuole, solo se vuole, può continuare a giocare sullo scivolo se no andiamo a un altro gioco. Bianca fa un altro giro sullo scivolo poi mi dice: “Zia andiamo sul cavallo”, e cavallo sia.

Mentre era sul cavallo a dondolo Bianca pensava ad alta voce: “Quella bambina è cattiva”, la bambina è passa di corsa diretta allo scivolo più piccolo, Bianca continuva a rimuginare tra sé e sé ad alta voce, l’argomento era quella bambina ma non sono riuscita a capire esattamente cosa stesse dicendo; quando la bambina è ripassata di corsa Bianca l’ha chiamata, le ha urlato ciao e l’ha salutata con la mano, la bambina non le ha risposto, Bianca tra sé e sé, un po’ sconsolata: “Non mi ha salutato”.

I contatti con la nostra Ape Regina si sono conclusi qui, dopo poco ce ne siamo andati e la bambina avrà continuato a rovinare il pomeriggio di altri bambini.

Elogio della ziitudine

Non sono madre per scelta, una scelta di cui non mi sono mai pentita. Non credo affatto che ogni donna sia adatta alla maternità, non credo che quelle che hanno deciso di essere madri, o lo sono diventate per caso, abbiano una marcia in più di quelle che madri non sono. Sono profondamente convinta che la scelta di mettere al mondo un figlio sia la decisione più importante che si prenda nella vita, parlo di scelta anche quando il figlio arriva inaspettato. Rimango basita di fronte alle donne, tante, che accecate dalla corsa al figlio a tutti i costi decidono per sé e per il compagno, tanto poi a cose fatte anche l’uomo all’inizio restio all’idea di avere un figlio si farà travolgere dal ruolo paterno, se questo non avviene questo genere di donna, assolutamente non portata all’autocritica, dà tutta colpa all’uomo di turno, immaturo ed eterno bambino. Detesto gli uomini che decidono di essere padri facendo pressione sulle loro compagne, donne che di maternità non vogliono sentir parlare, facendole vivere la loro scelta di non maternità come se fosse qualcosa di abominevole e sbagliato, o spingendole a maternità non realmente desiderate. Sto entrando in discorsi molto seri e delicati e oggi non mi va.

Non sono adatta a essere madre e non me ne pento né vergogno ma sono adatta a essere zia, o meglio sono adatta a essere la zia di Bianca e con Vittoria ci stiamo lentamente conoscendo. Bianca mi piace e mi è simpatica, mi è sempre piaciuta, è sempre stata una bambina sorridente e serena, anche Vittoria lo è, col tempo ci conosceremo meglio, stando attenta a non togliere niente a Bianca che un po’ gelosa lo è.

È un tabù ammettere che non ci piacciono tutti i bambini, che non troviamo amabili tutte queste piccole creature, ma è così per tutti, io lo ammetto chiaramente. È un tabù ammettere che all’interno del nostro nucleo familiare ci sono bambini che ci piacciono di più e bambini che ci piacciono di meno, ma è così. Come zia sono fortunata, Bianca mi piace, Vittoria anche; non dico che non avrei amato le mie nipoti se non mi fossero piaciute, le avrei amate comunque, ma in modo differente, meno entusiasta. Dico chiaramente che il legame con Bianca è così forte perché ci piacciamo e capiamo, quello con Vittoria è sulla buona strada per diventarlo. Se fossero state bambine sgradevoli, inutilmente capricciose e prepotenti, con poca fantasia i rapporti sarebbero stati affettuosi ma più distanti. Ok per Vittoria è un po’ presto per dirsi ma i presupposti  per piacerci molto ci sono tutti.

Mentre quella bambina al parco giochi rompeva le scatole a Bianca e agli altri bambini e mi trasformavo da una tranquilla zia in Chioccia-Terminetor sono stata assalita da mille dubbi: era il caso di intervenire? Bianca doveva imparare a sbrigarsela da sola; dovevo superare il mio terrore che una bambina solare e aperta al mondo si trasformi in una bambina chiusa e spaventata per colpa della prepotente di turno e rimanere in disparte a guardare? Non ho trovato risposte certe ai miei dubbi, in quel momento ho ritenuto giusto intervenire perché si trattava di una bambina più grande che andava a rompere i coglioni ai bambini più piccoli, dai gruppi di bambini ben formati e della sua età stava alla larga. Se qualcuno sta pensando che forse quella bambina si comportava così perché ha dei problemi rispondo in maniera molto poco caritatevole: “Non mi interessa”. O meglio mi può interessare ma in un contesto differente. Non ho mai detto alla bambina di smettere di rompere i coglioni, neanche in forma velata e gentile, ho detto a mia nipote di continuare a giocare e divertirsi ignorando la bambina. È vero, quando Bianca stava scendendo dall’altalena e lei le ha detto che doveva andarsene perché stava lì da troppo tempo sono stata sul punto di mandarla a fare in culo, non l’ho fatto, mi sono limitata a dirle che andavamo via perché Bianca era stanca di stare sull’altalena e non perché era lei a ordinarcelo. Sono perfettamente cosciente che la cosa giusta da fare era ignorarla del tutto, lo terrò a mente per il futuro.

In questi anni osservando Bianca e giocando con lei ho imparato, o reimparato, tante cose. Bianca in alcune cose mi ricorda me piccola, in altre è diversissima da me. Sono fortunata, i nuovi arrivi in famiglia hanno un’aria serena e solare e averci a che fare è piacere allo stato puro. Anche Asia, la figlia di mio cugino, è della stessa pasta, tranquilla e sorridente, osservo questi nuovi arrivi con leggerezza e affetto, mi piace quello che vedo e sento.

Essermi trovata faccia a faccia con Chioccia-Terminator è stato interessante, ho sempre saputo che c’era, vederla in azione mi ha dato molto da pensare, so che farà spesso capolino e dovrò tenerla a bada.

Ascoltare Bianca mentre mi spiega cosa è reale e cosa non lo è mi ha portato a pensare che la quattrenne ha un’idea del mondo molto più chiara di molti adulti. Grazie a lei ieri ho celebrato il mio primo battesimo: nel ruolo di Pulcinella alla mano sinistra e Colombina alla mano destra sono diventata il prete, o meglio Pulcinella e Colombina erano il prete, che officiava il battesimo del piccolo Eduardo. Il battesimo vero di Eduardo, cuginetto di Bianca da parte di madre, c’è stato il giorno prima e due settimane fa c’è stato il battesimo di Vittoria, Il gioco del battesimo è una new entry nei nostri giochi. Ammetto che fare il prete con due burattini sulle mani — burattini per niente somigliati a Pulcinella e Colombina dato che uno è un pompiere e l’altra è una donna chirurgo, molto simili ai pupazzi del Muppet Show che Bianca adora — è stata un’esperienza nuova e surreale.

A Bianca in realtà non importa se Pulcinella e Colombina hanno l’aspetto canonico che ha visto nei teatri di burattini, se sono due calzini, due mani spoglie che si muovono o sono due pupazzi del tutto differenti da Pulcinella e Colombina, a Bianca interessano le vocine che faccio quando li interpreto, il modo in cui muovo le mani e la storia che racconto, di cui lei spesso cura soggetto, sceneggiatura e regia, come ho già detto.

Ripeto Bianca è una bambina normale, termine che odio e qui uso nell’accezione di non straordinario, e sono normali anche Vittoria e Asia; tutte loro hanno la fortuna di crescere in famiglie in cui viene riconosciuto il valore del gioco e della fantasia, questa forse è la chiave della loro serenità, a parte un carattere solare di base.

Chiudere questo post è dura, mi vengono in mente i momenti esilaranti che mi ha regalato Bianca in questi quattro anni, mi vengono in mente i sorrisoni di Vittoria e Asia, le facce assurde che fanno in alcuni momenti, mi rendo conto dell’impegno che ci vuole per costruire un’impalcatura solida per una giovane vita sono e contenta delle mie scelte. Osservare queste tre bambine rende più forte la mia convinzione che essere genitore è una cosa davvero seria, non adatta a tutti, non adatta a me. Lo dico con grande serenità, è un dato di fatto. La ziitudine è la mia dimensione, la zia strampalata con cui giocare e a cui dare qualche insegnamento di vita.

Un avviso ad alcuni bambini, quelli odiosi, prepotenti, antipatici: codeste bambine hanno genitori per bene, gente seria e civile, ma hanno una zia piuttosto strampalata che in un battibaleno si trasforma in Chioccia-Terminetor, pensateci bene prima di infastidirle. Poi non dite che non vi avevo avvisato.