Buon Natale!

L’altro ieri passeggiavo per il Vomero chiacchierando con una cinquenne molto simpatica e solare, piena di curiosità. Nel passeggino che spingevo c’era un’unenne con le stesse caratteristiche della cinquenne. Mentre la cinquenne mi parlava di tutto e mi faceva domande su domande, sempre puntuali, interessanti, mai banali — domande che mi portavano nel suo mondo  – ho sentito qualcuno canticchiare, era l’unenne che si guardava intorno canticchiando: “lalalalla lalalalla…”. Mi è venuto da ridere.

Questo Natale conclude un anno di cambiamenti, un anno di quelli in cui mi sono data spesso un pizzico sulla pancia per andare avanti, mi sentivo stanca e scoraggiata. Il passato può ritornare sotto varie forme, quest’anno è tornato spesso: ricordandomi momenti bellissimi, da cui ho tratto forza, e ricordandomi momenti duri, che mi hanno chiarito che questo è stato un anno complicato ma bello per certi versi, gli anni veramente brutti, per me, sono stati altri.

Francesca Matilde Ferone, Sandro Quintavalle e can Piera, in versione natalizia, Babbo Natale, Folletto e Renna, augurano buon Natale a tutti.

Buon Natale! Oh! Oh! Oh!

Non amo il Natale ma lo vivo serenamente, per anni l’ho odiato profondamente – era il momento più doloroso dell’anno – ora lo vivo con leggerezza. Da alcuni anni da queste parti si sfornano bambini, il ruolo di zia mi calza a pennello, mi diverte comprare i regali per le mie nipoti, e mi osservo. Bianca è la più grande delle mie nipoti, ha ben 5 anni, ed è il mio banco di prova: una parte di me usa Bianca come scusa per comprare giocattoli che mi piacciono, sapendo bene che lei vorrebbe altro, un’altra parte di me srotola davanti ai miei occhi la lista dei regali fatta da Bianca e chiarisce che i regali sono per lei non per me. Ho imparato a fatica a non comprare, con le scuse più bieche, bellissimi giocattoli che avrebbero reso me felice e Bianca dispiaciuta. Le liste di Bianca sono orali, variabili, e molto dettagliate. Comprare un regalo della lista è un segno di rispetto per questa bambina, una persona differente da me, con gusti precisi. Parlo di Bianca perché è la più grande delle mie nipoti, con lei ho fatto la gavetta di zia le altre si avvantaggiano dell’esperienza che ho acquisito in questi anni.

La ziitudine mi porta a riflettere sui rapporti umani, la ziitudine mi mette di fronte a me stessa. Cosa è importante, cosa non lo è; cosa lasciare andare, cosa fermare. Natale, ci piaccia o no, ci mette sempre di fronte a noi stessi. Passare indenni il Natale non è facile se ci si sente soli, se si è stanchi, se si ha un dolore da vivere e smaltire. I natali felici, senza ipocrisie di facciata, sono rari. I natali sereni si possono costruire, con la volontà, con qualche sforzo, con la voglia di sorridere un po’ di più e accettare se stessi e gli altri per quello che sono.

Questo sgangherato post natalizio posso chiuderlo in un solo modo: vi auguro di passare un Natale sereno in compagnia di persone che amate per quello che sono e che vi amano per quello che siete. In caso di natali formali, ipocriti, costretti dalle convenzioni, solitari, pieni di vuoti, tenete ben presente una cosa: Natale passa presto.

Buon Natale!

La mamma è sempre la mamma

Ed ecco un bel post sull’argomento più amato dagli italiani: la mamma. Sì sì oggi parlo della mia mamma, e non ne parlo con la presunzione di raccontarla, nessuno può raccontare un’altra persona nella sua interezza, oggi racconto, un po’, della mia mamma vista da me.

Io e mia madre ci siamo odiate molto. Io e mia madre ci siamo amate molto. Io e mia madre ci siamo frequentate poco fino alla morte di mio padre, quando avevo quasi 10 anni, e quel poco spesso non è stato tempo piacevole, per entrambe.

Mia madre era una donna cattiva e disamorata verso la propria creatura? No belli miei, mia madre – come molte donne che si trovano ad essere madri perché è normale, naturale e giusto – era una donna fragile, con una storia familiare complessa che si è ritrovata a vivere un ruolo vendutole come spontaneo e naturale per ogni donna. Ruolo che spontaneo e naturale non è. Le persone sono cosa complessa, portano in sé le loro storie e le storie di tanti altri con cui hanno legami.

Sono una donna di 48 anni che ha problemi seri con le cose pratiche: un problema con le tasse, una difficoltà col condominio, un problema con un artigiano – idraulico, muratore, fabbro, meccanico – mi manda nel panico, poi mi calmo e affronto le situazioni come meglio posso. Ogni volta che mi trovo in uno di questi momenti di difficoltà penso a mia madre. A quanto l’ho odiata, a quanto avrei voluto avere un’altra madre, e a quanto l’ho ammirata e amata. Quando è morto mio padre aveva 36 anni, era bella, magra, con gambe fantastiche. Le gambe sono la parte peggiore del mio corpo e avere gambe simili alle mie con una madre con gambe bellissime mi ha irritata per lungo tempo.

Mia madre da giovane non era graziosa o carina, mia madre era bella, ma bella sul serio; mio padre aveva 12 anni più di lei, era abbastanza pelato e grassoccio. Credo che lei lo abbia sposato per andarsene di casa, a 25 anni una donna doveva essere sposata a quei tempi, e perché lui le assicurava sicurezza. Lui credo che l’abbia sposata perché era bella, e non solo. Si sono amati? Non lo so. Di certo lui si è preso cura di lei durante il loro matrimonio, lei gli è stata vicinissima durante la sua malattia e la sua morte l’ha distrutta. Non credo sia stato un grande amore romantico e appassionato, ma quanti davvero possono dire di essere il frutto di un amore romantico e appassionato; e quanti l’hanno vissuto ‘sto famoso grande amore, e se l’hanno vissuto quanti hanno deciso, e sono stati capaci, di farne il centro della propria vita familiare?

Francesca Matilde Ferone cerca di rubare gli occhiali da teatro di sua madre. Illustrazione di Sandro Quintavalle

Vediamo se riesco a vedere il mondo come lo vedi tu

In questi giorni mentre mi arrivavano cartelle delle tasse errate, mi facevo la lista delle cose pratiche e burocratiche da fare a breve, mi trovavo ad affrontare un problema inaspettato ho pensato spesso a lei. La morte crea un sacco di problemi burocratici e proprio mentre vorresti vivere il tuo dolore in pace ti ritrovi a girare per uffici pubblici, studi di notai e cubicoli bancari. Io e mio fratello abbiamo passato molto tempo del primo mese dopo la morte di mio padre seguendo questa giovane donna nel tour de force burocratico che ha accompagnato la morte di suo marito.

Mio padre diceva di avere 3 figli: io, mio fratello e mia madre. La più grande di quei 3 figli dopo la sua morte ha dovuto badare ai più piccoli. Negli anni i più piccoli si sono trovati a badare a quella grande. Da adulta spesso mi ritrovo a provare un amore intenso per quella donna che in pochi mesi ha visto crollare quel po’ di serenità che aveva e si è trovata ad avere la responsabilità di crescere due bambini, una di quasi 10 anni e uno di 6 anni e mezzo, da sola. Lei, la terza figlia di mio padre, ha reagito come ha potuto. Vi prego, astenetevi dal raccontarmi come tante persone superano anche problemi più seri: parlare delle vite degli altri è facile ma in alcuni momenti tacere è doveroso.

Le persone reagiscono in maniera differente agli eventi, la reazione dipende dalla propria storia personale e dal proprio carattere. Ci sono donne che rimangono vedove con figli anche più giovani e in condizioni ben peggiori di quelle in cui si è trovata mia madre e reagiscono benissimo e donne più fragili che reagiscono come ha fatto lei, o peggio di lei, anche in situazioni all’apparenza più facili.

Riuscire a non dare giudizi quando si tratta della vita e dei dolori altrui è segno di intelligenza e sensibilità. Regalarsi il lusso di capire la propria storia e le storie di chi ci ha generati, di chi ci ha cresciuti, di chi si è trovato a gestire, anche se a distanza, situazioni difficili, è il dono più grande che ci si possa fare.

Non conosco bene la storia dei miei genitori, non conosco bene la storia dei miei nonni. Non conosco la storia di tante persone, e forse non ne conosco neanche l’esistenza, che sono state importanti per la mia famiglia e hanno contribuito a fare dei miei genitori le persone che sono state. Ho riportato a galla racconti e parole ascoltate per caso, ho fatto collegamenti e ricostruito eventi, legami, ambiti sociali e culturali; tento di capire me stessa e la storia da cui vengo. La storia che ne ho ricavato è mutabile, non so come stanno esattamente le cose, non lo saprò mai, nessuno sa mai esattamente come stanno le cose. Ognuno riporta il mondo al suo modo di vederlo e di sentirlo.

Una cosa però la so, la seconda guerra mondiale, come tutte le guerre, ha creato danni irreversibili in tante famiglie.
Se non l’avete mai fatto ascoltate i racconti di chi quegli anni li ha vissuti, di chi ha visto rovesciarsi situazioni, di chi ha visto dividersi la vita in prima, durante e dopo, anche se all’epoca era un bambino. La madre di mia madre mi ha raccontato spesso il prima, il durante e il dopo. Tra il prima e il dopo nella famiglia che i miei nonni materni avevano composto si è creata una frattura mai sanata. Mia madre è il frutto di quella storia che conosco poco.

Mia madre dopo la morte di mio padre è stata supportata da molte persone. Ma mia madre è stata anche molto usata. Dopo la morte di mio padre il mondo di mia madre si è diviso in due mondi ben distinti, uno formato da quelli che per affetto verso di lei, o verso mio padre, anche se non c’era più, l’hanno aiutata, nei limiti e nei modi in cui potevano farlo, sempre in buona fede, e uno formato dagli  altri. Le fragilità di mia madre sono state usate contro di lei da persone molto per bene e rispettabili. Ringrazio queste persone, mi hanno fatto capire molto presto che titolo di studio e posizione sociale non fanno di una persona una brava persona.

Mia madre è morta a neanche 53 anni per un tumore al seno curato di merda da luminari dell’oncologia uniti a luminari della psichiatria. No, non sono pazza, abbiamo avuto la conferma da vari medici, nessuno medico è stato disposto a mettere per iscritto quello che diceva. No, non è stata curata male perché è stata curata a Napoli, è stata curata male perché siamo stati capaci di incasellare il peggio del panorama medico napoletano. Peccato che quel panorama aveva un’ottima reputazione e ottime referenze.
Grazie a una malattia di mio suocero posso tranquillamente affermare che la sanità lombarda ha un livello di cialtroneria identico a quella campana. Essere un primario in un reparto ospedaliero, o un professore universitario, non rende una persona automaticamente una persona perbene, o un bravo medico, o una persona affidabile.

Mia madre soffriva di depressione bipolare anche prima della morte di mio padre, questo me l’ha detto una delle sue sorelle quando avevo circa 13 anni. All’epoca non si sapeva bene cosa fosse la depressione bipolare. Le rare volte che mia madre ha deciso di farsi visitare i medici, per molti anni, non sono stati in grado di fare una diagnosi corretta; quando la diagnosi è stata corretta la cura è stata peggio della malattia. Mia madre, a detta di mia zia, aveva manifestato i primi problemi di depressione dopo la nascita di mio fratello, in seguito c’erano stati altri episodi. Mio padre si era sempre preso cura di lei, di me e di mio fratello cercando di non farci pesare la situazione. Anche mio nonno materno dopo la seconda guerra mondiale aveva manifestato problemi simili: entrambi sono stati curati di merda, entrambi non hanno mai voluto accettare la loro malattia, in entrambi i casi molte delle persone che gli stavano attorno non hanno voluto, o potuto, vedere. Nel caso di mia madre parlo di quello che è successo dopo la morte di mio padre.

Hey gente trovarsi di fronte a cose che ci fanno paura, che rompono il nostro concetto di normalità, o che ci riportano a momenti brutti della nostra vita, non è facile. E poi, facciamo a capici, gli ambienti in cui viviamo e di cui vogliamo essere parte integrante ci condizionano. Se in un determinato ambiente alcune cose sono considerate tabù e desideriamo essere parte di quell’ambiente ci teniamo alla larga da queste cose e se queste bussano alla nostra porta le neghiamo. I comportamenti delle persone vanno inseriti in contesti sociali, epoche e storie personali, non mi stancherò mai di dirlo.

Come ho detto mia madre era bella e aveva gambe perfette. Io sono stata una bambina cicciotta e un’adolescente obesa, poi una post adolescente dimagrita, ingrassata, dimagrita, ingrassata. Mia madre a un certo punto della sua adolescenza è ingrassata tantissimo, in pochi mesi è dimagrita ed è rimasta magra fino a pochi anni prima della sua morte. È ingrassata quando un luminare della psichiatria l’ha riempita di psicofarmaci un po’ a cazzo. Sì molti psicofarmaci hanno come effetto un aumento di peso, anche quelli prescritti per risolvere disturbi alimentari che portano al sovrappeso.

Non sono contraria agli psicofarmaci ma sono contraria al loro uso scriteriato, dannoso e inutile. Sono contraria a quei medici che si nascondono dietro i loro titoli per non ascoltare i loro pazienti e le loro famiglie. Sono contraria ai medici che trattano i pazienti e le loro famiglie come se fossero elementi di una catena di montaggio veloce e spersonalizzata.

Con mia madre ci siamo insultate moltissimo, aggredite, augurate le peggio cose. Con mia madre ci siamo amate in maniera intensa, fortissima. Siamo state una madre magra, bella, con gambe spettacolari e una figlia grassa, magra, grassa, magra, e così via, ma sempre con delle gambe di merda. Mia madre nei suo momenti feroci me l’ha fatto pesare moltissimo questo paragone, io l’ho odiata e le ho reso la pariglia come potevo.

Nell’armadio ho una sua camicia di seta e un suo pantalone nero tipo pigiama palazzo, li ho conservati sperando di entrarci prima o poi: sono una taglia 42 stretta non ci entrerò mai. Mia madre li indossava dopo aver partorito due figli, li indossava corredati di un paio di scarpe con le zeppe e tacchi altissimi, l’unico paio di scarpe coi tacchi davvero alti che ricordi abbia mai indossato. Li usava per uscire la sera con mio padre, abitavamo ancora nella casa di via Gennaro Serra. In quel periodo lei aveva i capelli lunghi fino alle spalle, li ha sempre portati corti tranne che in quel periodo, da piccola non solo volevo capelli lunghissimi volevo anche una mamma coi capelli lunghi.

Mi rivedo piccola: la guardo e la trovo bellissima, finalmente ha i capelli lunghi, non quanto vorrei ma per il momento va bene così, e porta quelle scarpe belle, eleganti, con tacchi altissimi. Le scarpe non so che fine abbiano fatto, da piccola con quelle scarpe ho fatto passeggiate per casa, brevi e claudicanti. Adoravo anche i suoi occhiali da sera, aveva questi occhiali che usava solo in occasioni speciali, la montatura era bellissima, piena di brillantini ed elegantissima. Appena potevo glieli rubavo, mi piaceva guardarmi intorno indossando quegli occhiali, tutto sembrava più grande e nello stesso tempo più lontano.

Mia madre aveva un’eleganza naturale e un occhio pazzesco per i vestiti. E lei che mi ha insegnato a mischiare vestiti del mercato e vestiti più costosi, non di marca, non firmati, sartoriali, di buoni materiali e buona fattura. Anni fa una persona mi ha detto che ho un buon occhio nello scegliere le cose, è vero, l’ho preso da quella donna bella, fragile, intelligente, e a volte stupida, che mi ha generato.

A lei devo molte delle mie passioni. Con mia madre dopo la morte di mio padre sono andata a cinema a vedere di tutto: film di Woody Allen che ho adorato e adoro, film di Ingmar Bergman che ho odiato, sono certa sia un grande del cinema universale ma tuttora mi rifiuto di vedere un suo film. Il cinema di Bergman non è il massimo per un’uncinenne normale, senza aspirazioni intelletualoidi precoci. Abbiamo visto insieme Guerre Stellari e i film di Mel Brooks, mi ha portato a vedere a cinema quel drammone western che è Duello al sole, durante le proiezione di quel film mi sono innamorata follemente di Gregory Peck e ho finalmente conosciuto Jennifer Jones, la sosia di mia zia Anna da giovane, una delle sorelle di mia madre. Mia madre mi ha portata in giro per musei e mostre. Mia madre mi ha insegnato ad amare il teatro e mi ha insegnato l’amore per gli accessori di abbigliamento: particolari, non banali, mai volgari o inutilmente stravaganti.

 

Per anni mi hanno detto che ero il ritratto di mio padre, negli ultimi tempi molti dicono che somiglio a mia madre nei suoi momenti migliori. Chiariamo lei era davvero bella, era molto più magra di me e più naturalmente elegante, ma è vero negli ultimi anni somiglio un po’ a lei da giovane. Per anni dirmi: “Somigli a tua madre” era la peggiore offesa che mi si potesse fare, ora no, ora so che per molte cose, nel bene e nel male, è vero, le somiglio. Come è vero che somiglio a mio padre. Sta a me essere me stessa, e riconoscendo il meglio di loro che c’è in me, portarlo alla luce con orgoglio.

Io e Sandro stiamo insieme da 21 anni, in questi 21 anni lui ha subito una caratteristica che ho ereditato da mia madre che rende una passeggiata con me una corsa con meta indefinita: mia madre non passeggiava, non camminava, mia madre correva. Ho passato dopo la morte di mio padre molto tempo a correre dietro di lei cercando di tenere il suo passo, quel passo ormai è mio. Sandro ne paga le conseguenze e spesso quando usciamo mi urla dietro invitandomi a smetterla di correre e provare a passeggiare perché non ci insegue nessuno. Io mi arrabbio, non capisco cosa vuole, io passeggio non corro è lui a essere lento, e camminare più piano mi irrita. Facciamo questo, da 21 anni, ogni volta che usciamo a farci una passeggiata, se lui aumenta il passo mi irrito io e lo accuso di correre, e così andiamo avanti. Una nostra uscita senza questi intermezzi stizziti e comici avrebbe qualcosa di strano. Da mia madre non ho ereditato le gambe ma il passo sì. Forse lei aveva gambe così belle perché camminava tanto a velocità elevatissima. Sto provando a vedere se questa teoria funziona su di me ma i risultati sono molto scarsi.

Mio padre non c’è più da quasi 40 anni, mi manca moltissimo, ma pensare a lui per quanto dolorosissimo mi da una sensazione di calore, calma, affetto, amore. Mia madre è un pezzo della mia vita molto più complesso, fatto di repulsione e grande amore. Tornare a lei è fondamentale se no resto ferma e non mi muovo più; mi impantano in una parte buia, fredda e pericolosa di me stessa. Mia madre è morta da più di 22 anni, ho 48 anni e una cosa l’ho imparata, l’ho già detta, ridetta e ripetuta, la ripeto: mia madre, come tutte le persone, nel bene e nel male, va inserita in una famiglia, in un ambiente sociale, in un periodo storico, in una cultura. Le persone sono esseri complessi, molto complessi, i rapporti che le uniscono e le allontanano a volte sono matasse aggrovigliate di cui non si riesce a trovare il capo. Ma se davvero lo si vuole, dopo aver preso le necessarie distanze — distanze temporali e distanze fisiche sono indispensabili, è triste dirlo ma l’immersione nella quotidianità allontana — con calma, pazienza, tempo, dolore, il capo della matassa si trova e, molto lentamente, inizia a sbrogliarsi. Ho detto inizia.

Leggere, scrivere, agire.

Scrivere

Scrivere un post sensato sulla scrittura è difficilissimo. Mi verrebbe di cominciare con un bel: “Scrivete e moltiplicatevi”; sì lo so per moltiplicarvi, e anche per diletto, si fa altro. Allora ricomincio ‘sto post e lo ricomincio con un’affermazione netta: a me la scrittura ha salvato la vita. Sembra esagerato? Non lo è.

Scrivere non mi è facile, scrivere mi costa fatica, scrivere per molti è tempo perso e allora perché non decidere che è tempo perso anche per me e impiegare il mio tempo in modo più proficuo? Perché no.

Scrivere a mano, fissare sulla carta parole che formano frasi che formano pensieri spesso è una violenza che faccio a me stessa e il più grosso regalo che possa farmi.

Le scorse settimane sono state settimane faticose, calma e lucidità erano le parole d’ordine; la mia testa, la parte che ragiona con lo stomaco e con la paura e l’ansia, diceva altro. Sedermi, prendere la penna, poggiarla sul foglio, ha richiesto fatica e forza, le parole si chiudevano in un nucleo compatto, duro e freddo, in cui i pensieri si serravano e dal quale usciva una nebbia fitta e dolorosa, difficile da scalfire.

La mia mano sinistra doveva spingere la penna sul foglio facendo pressione, ogni lettera premuta sul foglio scalfiva quel nucleo. A volte la voglia di scappare, di fare altro, di non pensare, di allontanarmi dalla calma e lucidità che mi regala la scrittura, soprattutto quella più faticosa, diventava disagio fisico: tensione al collo, alle spalle, alle mascelle. Volevo guardare altrove, volevo affondare le mani nella sabbia formata da rabbia, rancore, superstizione, autocompatimento che mi è stata amica per anni. Quella sabbia è morbida, ne posso prendere manciate e farne palle grandi e tonde da lanciare su me stessa e sugli altri. Quel foglio e quella penna non sono miei amici, mi provocano dolore fisico ed emotivo, perché autoinfliggermi una tortura simile.

La testa nella mano destra, pollice appoggiato alla tempia destra , indice e medio appoggiati sulla tempia sinistra, contenere i pensieri con una barriera fisica, indirizzarli lungo il braccio sinistro, farli arrivare alla mano, spingerli con forza verso la penna, poggiarli sulla carta.

Francesca Matilde Ferone corre felice sulle pagine di un quaderno. Illustrazione di Sandro Quintavalle

Evvaiiii!!!

Ah sì! sono mancina. No, non mi sono confusa nello scrivere, anche se, lo ammetto, a volte, spesso, confondo destra e sinistra. Sì sto cercando di cambiare argomento.

Ok è un post sulla scrittura e sulla lettura non sul mio senso dell’orientamento. Torno sul pezzo.
Allora, da queste parti non è stato tutto rose e fiori, ci sono stati momenti complessi assai, codesti momenti complessi sono iniziati quando la mia vita era ancora giovane. Dai 15 anni ai 30 ho frequentato vari psicologi; non finirò mai di ringraziare la mia vicina di casa, psicologa di professione, che mi ha vista crescere, mi ha vista adorare mio padre, essere tutt’uno con lui, l’ha visto morire, mi ha vista ingrassare a dismisura, ha visto il rapporto sempre più teso e violento con mia madre, ha visto mia madre sfogare in maniera sempre più aggressiva e violenta su di me i sintomi di quella malattia curabilissima, di cui non c’è niente da vergognarsi, ma che non è stata curata ed è stata molto negata, fino a pochi anni prima della sua morte, depressione bipolare, roba comunissima eh! Quelle facce preoccupate, altezzose e spaventate sono fuori luogo, sappiatelo. Lo so che alcuni di voi leggendo le hanno fatte. Ignoranti!

Vedere quello che ci sta vicino e che rompe la visione della vita e del mondo che ci siamo costruiti per molti è intollerabile, allora meglio negare, non vedere. A vedere in quegli anni sono state solo una delle mie zie, che non ho mai ringraziato, anzi spesso le ho reso la vita difficile, e chiariamo lei di problemi ne aveva già un bel po’ di suoi, Nella, un’amica d’infanzia di mia madre, e la mia vicina di casa. Verso i 15 anni le ho chiesto aiuto, lei non poteva darmene, mi conosceva, non era possibile, mi ha indicato una sua collega molto brava che lavorava in un consultorio e poteva vedermi una volta a settimana gratis.

Due mesi fa la mia vicina di casa è morta, io sono andata ai funerali, ne avevo bisogno, anche a lei non ho mai detto grazie.

Al consultorio sono andata solo per un’anno, l’anno dopo la dottoressa che mi aveva in cura smise di lavorare lì e io rimasi di nuovo sola con i miei casini. Negli anni si sono susseguiti altri psicologi, la svolta buddista, sì per un po’ ho detto per ore Nam myoho renge kyo, lo ammetto senza troppa convinzione, massimo rispetto per chi ne ha tratto qualche beneficio, e in ultimo un gruppo di auto-aiuto per bulimici: gli Overeaters Anonymous.

Ho capito molto presto di avere dei problemi da risolve, che non era vero che i problemi che mi ero trovata ad affrontare dalla morte di mio padre, quando avevo quasi dieci anni, erano comuni a tutti perché tutti hanno i loro problemi. Negli anni ho capito che gli stessi eventi producono effetti diversi su ogni persona che li vive, che all’interno delle famiglie i rapporti sono complessi, ogni membro viene visto e vissuto dagli altri in maniera differente, che le persone nelle famiglie vengono vissute come elementi del gruppo o come corpi estranei, spesso fastidiosi, in base a quanto di adeguino e si adattino agli usi e costumi di quella famiglia.

Nel cercare aiuto ho fatto un errore di base, temo lo facciano in molti: cercare la soluzione definitiva. Ma ditemi brava! Di cazzate ne ho fatte tante, sono stata spesso autolesionista, ma mai, dico mai, ho fatto finta di non avere problemi, né ho nascosto la testa sotto la sabbia.

Per mia esperienza, dopo tanti anni, ho dovuto accettare la dura realtà: le soluzioni definitive, per me, non esistono. La bacchetta magica che mi doni calma, serenità, un rapporto affettuoso e amorevole con me stessa e con gli altri; la bacchetta magica contro le mie paure, la voglia di mangiare il mondo quando sono stanca, nervosa, frustrata o ho voglia di anestetizzare col cibo le voragini che mi porto dentro, fatte di buio e freddo, facendo finta che non ci siano; la bacchetta magica dei rapporti interpersonali; la bacchetta magica che renda piacevoli le tante cose da fare giornalmente e non mi va di fare, non esiste.

Non esiste un cambiamento definitivo e duraturo che mi trasformi nel mio supereroe preferito: SuperFrancescaMatildeFerone, un misto tra Superman e Super Pippo. Per mantenere i risultati ottenuti, non precipitare indietro, fare piccoli, o grandi, passi avanti devo fare i conti giornalmente con me, con il mio passato, con i ricordi trasformati in nucleo duro e distruttivo, con la paura, la rabbia, il rancore, il senso di colpa, la pigrizia, l’ansia, l’invidia, la voglia di compatirmi, la superstizione.

A vederlo con distacco è interessante osservare come il peggio di me, e di tutti gli esseri umani, abbia simili manie di protagonismo e si impegni così tanto per raggiungere i suoi scopi, e spesso, troppo spesso, li raggiunga.

Le parti più intime di me, quelle che formano il nucleo più duro e chiuso su se stesso, hanno bisogno di carta e penna per srotolarsi e mostrarmisi con chiarezza. Parole che sgorgano con violenza, senza né ordine né punteggiatura; o parole meditate una a una, parole poggiate sul foglio con grafia chiara, con sintassi curata, punteggiatura appropriata. Parole che ordinano pensieri disordinati, costruiscono legami che mi sono poco chiari, parole che costruiscono impalcature mentali su cui costruire altri pensieri, progetti, azioni. Grammatica e grafia diventano basi sicure su cui trasformare confusione in chiarezza. Non sempre quello che si svela mi piace, a volte vorrei voltare lo sguardo altrove, vorrei riappallottolare le parole srotolare e lanciarle lontano da me o spingerle in luoghi reconditi di me.

Scrivere per me è uno strumento per agire. Le parole poggiate sulla carta le recupero nella mia mente quando ne ho bisogno. Potremmo dire che ogni parola scritta ha una sua occasione d’uso. Quando ho iniziato a scrivere volevo diventare una persona diversa, volevo combattere definitivamente paure, ansie, rabbie, angosce, insicurezze. Volevo abbattere atteggiamenti mentali ed emotivi. Dopo 15 anni so che non è possibile, e neanche mi interessa più; ogni giorno provo ad essere il meglio di me stessa grazie alla scrittura, a volte mi riesce altre no.

La scrittura srotola, porta in superficie, chiarisce, mostra, modifica modi di pensare e atteggiamenti automatici, ma lo fa solo se seguita da una pratica reale, altrettanto faticosa, fatta di azioni nuove, pensieri osservati e modificati, abitudini combattute giornalmente e abitudini costruite giornalmente. Il miracolo scrittura non è avvenuto. Il miracolo scrittura non esiste. Esiste l’impegno scrittura che porta all’impegno quotidiano, alla consapevolezza di avere un modo di pensare e agire distruttivo se non osservato e mutato di direzione, impegno costante e quotidiano. No, non posso vivere di rendita, né di parole scritte, né di azioni fatte.

L’ho detto, nei momenti peggiori mi piace l’idea dell’inutilità della scrittura, delle cose che non cambiano, dei pensieri sempre uguali a se stessi impossibili da combattere. Conosco tantissime persone pronte a confermarmi queste “verità”, a confermarmi che scrivere è una perdita di tempo, un passatempo da perditempo. Il mio impegno nel combattere la scrittura mette in evidenza quanto scrivere sia fondamentale per me. Se non fosse così efficace nel portare a galla, smascherare, evidenziare il peggio di me non la combatterei con così tanto impegno. Se non fosse così efficace nello smascherare, evidenziare, portare a galla il meglio di me non mi impegnerei con tanto fervore nel combatterla.

La scrittura a mano, quella di cui ho parlato finora, è quella più intima, faticosa, curatrice. Poi c’è quella al computer. Sì, il mezzo e il supporto con cui fisso parole, frasi e pensieri fa la differenza.

Francesca Matilde Ferone alla macchina da scrivere rende omaggio a Stephen King e a Shining. Illistrazione di Sandro Quintavalle

Sì sono proprio a buon punto: “Il mattino ha l’oro in bocca”…

Luisa Carrada il 27 settembre 2015 ha scritto sul suo blog Il mestiere di scrivere un post per cui l’ho ringraziata tra me e me, e su Facebook, moltissimo, il titolo del post è Si scrive anche per essere felici, di seguito ne riporto alcuni passi.

Uno dei miei primi post di questo 2015, Caro diario, ti leggo e ti scrivo, riguardava la mia meraviglia e il mio entusiasmo dopo aver riletto le centinaia di pagine che avevo scritto negli anni, alcuni davvero difficili. Ora lo psicologo sociale Jonathan Haidt conferma: sì, le ricerche ci dicono che tra le tante attività che possiamo svolgere per superare le difficoltà e trovare un senso alla nostra vita – condizione indispensabile di ogni vita felice – la scrittura è ai primissimi posti. Le ricerche lo dimostrano: certo che fa bene confidarsi con gli amici, certo che fa bene dedicarsi agli altri, certo che fa bene ricominciare dal corpo quando non abbiamo più parole per esprimere il dolore né lacrime per piangere, ma nessuna di queste attività ha gli effetti duraturi sulla salute che ha la scrittura.

Perché scegliere le parole per la pagina non è come parlare con un amico o allentare la tensione in una corsa: si va molto oltre lo sfogo. Guardare e sentire le parole in solitudine, contemplarle a volte, passarci del tempo, rileggerle nel tempo, ci fa finalmente capire.

Bisogna ricorrere alle parole. Perché le parole ci aiutano a creare una storia che ha un senso. Se si è capaci di scrivere la propria storia, si raccolgono i frutti della riconsiderazione cognitiva (insieme all’agire diretto, una delle due modalità per uscire dalle avversità), anche anni dopo un evento. Si può chiudere un capitolo ancora aperto della propria vita, che ancora condiziona i nostri pensieri e ci impedisce di andare avanti verso una storia più ampia.

Non importa se fossimo o meno preparati quando il colpo è arrivato. A un certo punto, anche mesi dopo, tira fuori un pezzo di carta e mettiti a scrivere. Anche solo un quarto d’ora al giorno, per molti giorni di seguito. Non ti correggere, non ti censurare; non preoccuparti della grammatica e della sintassi; continua a scrivere. Scrivi cosa ti è successo, come ti senti e perché ti senti così. Non imporre un ordine ai pensieri. Quell’ordine, col tempo, emergerà da sé.

Adoro Luisa Carrada e la seguo con l’attenzione di una stalker affettuosa e rispettosa dell’oggetto della sua ammirazione, ci sono dei post in cui ho la sensazione che parli a me e mi conduca per mano in luoghi già miei.

Sull’Huffington Post del 6 aprile 2015 è stato pubblicato questo post: Scrivere fa bene alla salute, migliora l’umore, riduce lo stress, guarisce le ferite emotive e fisiche.

In uno studio del 2005 sui benefici per la salute emotiva e fisica della scrittura espressiva, i ricercatori hanno scoperto che buttare già qualche riga dalle tre alle 5 volte nel corso dei 4 mesi di ricerca, spendendo ogni volta dai 15 ai 20 minuti, aveva fatto la differenza nel migliorare la vita delle persone analizzate.

Scrivendo su eventi traumatici, stressanti o emotivi, i partecipanti avevano significativamente più probabilità di avere un minor numero di malattie e di essere meno colpiti da traumi. I partecipanti alla fine, infatti, aveva passato molto meno tempo in ospedale, avevano avuto una pressione sanguigna più bassa e funzionalità epatica migliore rispetto ai loro omologhi che non si erano dedicati alla pratica della scrittura.

Del valore terapeutico della scrittura si parla molto, della fatica di scrivere onestamente, scavando in sé e osservando il mondo, si parla meno. Luisa Carrada in un suo vecchio post parla di Writing down the bones di Natalie Goldberg (in italiano Scrivere Zen edito Astrolabio), lo sto leggendo in questo periodo, la cosa che mi piace di più è l’invito a scrivere scavando dentro di sé senza censure, paure, imponendoselo quando non se ne a voglia. Scrivere, anche, come forma di meditazione, scrivere come pratica quotidiana. Ok pensavo di aver fatto in questi 15 anni scoperte sensazionali sulla scrittura personale e invece no, ho banalmente sperimentato quello che altri già sapevano e su cui avevano anche scritto.

Francesca Matilde Ferone si fa un selfie con Gregor Samsa. Illustrazione di Sandro Quintavalle

Ciao Gregor, tutto bene in famiglia?

Leggere

Ho iniziato a leggere dopo la morte di mio padre, per i miei primi otto anni di vita, il nono l’ha passato cercando di curarsi senza riuscirsi, l’amato genitore si è premurato di fornire alla sua deliziosa bambina una biblioteca per giovani lettori variegata e interessante. Io, deliziosa bambina, mi sono premurata di non leggere nessuno dei volumi della suddetta biblioteca. L’unico libro che mi appassionava era il volume sui grandi condottieri de La mia enciclopedia, enciclopedia per bambini in voga allora. Un paio di anni dopo la sua morte, avevo circa 11 anni, una sera di primavera, ho aperto uno di quei libri, un libro arancione con delle illustrazioni, un giallo per ragazzi ambientato in Svezia S.O.S per Kalle Blomkvist di Astrid Lindgren, sì sì, proprio lei l’autrice di Pippi Calzelunghe. I lettori di questo pregevole blog che hanno letto la triologia Millenium di Stieg Larsson sanno che il cognome del personaggio maschile principale, Mikael Blomkvist, è un omaggio che Stieg Larsson ha fatto ad Astrid Lindgren, amatissima in Svezia.

S.O.S per Kalle Blomkvist mi ha regalato il piacere della lettura. Ok, sono stata una bambina moltooooo rompicoglioni, e come adulta ho mantenuto standard elevatissimi, ma il mio rifiuto per la lettura era legato alla convinzione che leggere fosse noioso. Quella primavera ho scoperto che leggere il libro giusto al momento giusto, quello che più si adatta a noi in quel momento è gioia pura. La gioia della lettura non è data da storie allegre a lieto fine, né da storie comiche, né da storie romantiche, la gioia della lettura, per come la intendo io, è data, come ho già detto, dal libro giusto al momento giusto. Il libro che tocca punti di noi che in quel momento richiedono attenzione, punti che hanno bisogno di essere portati alla luce. Possono essere, e spesso sono, punti dolorosi che abbiamo abilmente nascosto in angoli buoi al nostro interno.

Leggere mi permette di esplorare me stessa e il mondo, mi permette di avere conferma su cose che pensavo e sentivo e di catapultarmi in luoghi, epoche, pensieri, modi di vivere e di abitare il mondo che mi sarebbero rimasti estranei senza la lettura. Sì c’è il teatro, sì c’è il cinema, sì ci sono la musica, la pittura, la scultura, sì c’è tanto altro, ma niente riesce a entrare dentro di me e catapultarmi fuori di me come la lettura.

Quest’estate eravamo seduti con Sandro e can Piera allo Zenit sul lungomare di Pozzuoli, un posto che adoro, e mentre mangiavamo un panino sono arrivati tre ragazzi sui venti anni; a prima vista sembrava non potessero aver mai letto un libro in vita loro per il puro piacere di farlo. Uno dei tre andandosi a sedere si è avvicinato a Piera e le ha fatto un po’ di coccole, can Piera è un cane paraculo e ha una serie di espressioni del volto, soprattutto degli occhi, che la rendono cane coccoloso anche per gli estranei. Ma, orsù, torniamo al ragazzo; quel ragazzo mentre la coccolava mi ha fatto simpatia — no, non è automatico il passaggio coccoli il mio cane mi sei simpatico – ci siamo sorrisi e lui si è andato a sedere con gli amici al suo tavolo. Io e Sandro abbiamo continuato a parlare, guardare il mare, finire di mangiare; can Piera ha continuato a fare espressioni assurde sperando di avere cibo dalle persone agli altri tavoli.

Coccole e cibo sono l’ideale di vita dell’amato cane. Quando can Piera si fa coccolare la sua mira principale è ricevere cibo, non pensate di esserle particolarmente simpatici, non blaterate di quanto piacete ai cani, can Piera vuole cibo. Ah sì! can Piera vuole anche rotolarsi nella merda e in qualsiasi cosa putrida e puzzolente, come ogni cane da caccia serio, ma questa è un’altra storia.

Torno per l’ennesima volta al ragazzo di cui sopra. Quel ragazzo a un certo punto mi ha sorpresa e non ho potuto fare a meno di girarmi verso di lui: parlava con gli amici, entusiasmandosi, della scoperta del piacere della lettura, gli altri due gli facevano domande perplessi, non capivano come leggere potesse essere piacevole. Il nostro lettore novizio raccontava agli amici di come leggendo vedesse nella mente persone, luoghi, storie; di quanto fosse piacevole lasciarsi trascinare in un libro, del fastidio di doversi staccare da una storia che lo coinvolgeva per tornare al quotidiano, del piacere di tornare a quella storia. Gli amici lo guardavano sempre più increduli e perplessi. Quando ha raccontato di quella malinconia sottile che l’avvolgeva alla fine di un libro amato e della voglia di trattenere con se i personaggi, i luoghi, le storie, ho pensato: “Ora mi alzo e lo abbraccio”; tranquilli non l’ho fatto.

Francesca Matilde Ferone si fa un selfie con Hercule Poirot. Illustrazione di Sandro Quintavalle

Monsieur Poirot lo sa che adoro la Francia, la sua patria. Mi fa piacere signorina, ma io sono belga!

Quel ragazzo, che leggeva da poco, aveva capito velocemente una cosa che io ho capito dopo anni di lettura e libri finiti con fatica e senza piacere: i libri non devono per forza essere finiti, i libri possono essere interrotti; alcuni li riprenderemo al momento giusto, quando ci apparterranno, altri non ci appartengono e basta.

L’ho detto che quel ragazzo mi è stato simpatico da subito.

Leggere per me è basilare, leggo di tutto; ci sono lunghi periodi in cui non leggo: o non trovo il libro adatto a me in quel momento o non ne ho voglia. Leggere mi ha salvato la vita in momenti difficilissimi, trovare un luogo dove sentirmi a casa mentre fuori era tempesta mi ha dato la possibilità di non sprofondare nei luoghi più bui di me. Si l’ho già detto della scrittura ma la lettura è arrivata prima. Ho iniziato a scribacchiare verso i 20 anni, la scrittura come bisogno quotidiano e venuta tredici anni dopo, in una casa di Dublino, in un periodo di grande cambiamento, dopo una scelta che tutti, tranne me e Sandro, pensano sia stata un’errore enorme. Sandro sa, e lo so io, che quella è stata la scelta più giusta per me, e come dice lui, anche per lui, diversamente avrebbe avuto una balena infelice e malaticcia al suo fianco.

Hey pancione consorte ora tocca a te dimagrire, ci siamo capiti vero?
Ok, questa era una comunicazione privata in un blog pubblico, ma questo è il mio blog e lo uso come mi pare.

Saltello parlando e saltello scrivendo, lo sapete come si chiama questo blog, vero? No, non ho mutande in testa attualmente, non si trovano più i mutandoni di una volta, ma scrivere, superata la fatica, mi procura quella gioia e libertà che mi davano quei mutandoni in testa. Saltellando, saltellando, torno alla lettura. Leggere mi aiuta a stare al mondo e leggere mi permette di uscire da mondi in cui non voglio stare e mi riporta in quei mondi rigenerata. Non sempre la lettura è facile, allegra, leggera, felice; da qualche anno è sempre lettura adatta a me in quel momento. Sì, insisto sempre sullo stesso argomento: il libro giusto al momento giusto.

Ho iniziato questo post dicendo che scrivere mi ha salvato la vita e l’ho proseguito dicendo che leggere mi ha salvato la vita, ed è vero. Se non sono precipitata nella depressione, se non peso 200 chili, se sono una persona abbastanza serena, se non passo il tempo a piangere la mia “sfortuna” e a invidiare la “fortuna” degli altri, se sono cosciente di tutta la rabbia, rancore, paura, ansia, dolore che contengo ma anche cosciente della mia creatività, intelligenza, curiosità, ironia, senso dell’umorismo, pazienza, costanza, attenzione, capacità di impegnarmi nelle cose importanti lo devo a Sandro, senza il suo supporto non ce l’avrei mai fatta. Sandro mi ha regalato il lusso di leggere e scrivere senza sensi di colpa.

La scrittura al computer, per me, è la scrittura da condividere con gli altri. 14 anni fa ho scritto dei racconti, li ho anche spediti ad alcuni editori, mi hanno ignorata tutti tranne uno che mi ha risposto con una lettera di rifiuto molto cortese. Ero così contenta, mi avevano risposto, certo era un rifiuto ma diceva che non scrivevo proprio da schifo, pochi mesi fa ho scoperto che lettere come quella sono lettere standard. Me meschina! Ehi non mi sottovalutate, alcuni racconti sono stati pubblicati su un magazine on-line di grande prestigio: Carta igienica web. Che vi ridete?! andate a questo indirizzo web cartaigienicaweb.it e poi fatemi sapere se non è fighissimo. No i racconti non li trovate, sono passati più di 10 anni e i loro archivi non sono così forniti.

Dopo quei racconti per anni non ho più scritto qualcosa rivolto agli altri, tranne i testi del sito Piccole Sculture da Viaggio che non è più on-line, poi su Facebook l’anno scorso, in un periodo difficilissimo, per evitare di mandare a fanculo il mondo, ho iniziato a scrivere post molto personali, ne curavo la scrittura con attenzione, mi faceva stare bene. Erano post molto letti, dai più per curiosità, da alcuni per curiosità e perché gli piaceva il modo in cui raccontavo: rabbioso ma anche molto ironico. Scrivendo quei post mi sono accorta che raccontare, fare uscire parti di me dalla vergogna, smettere di nascondere parti del mio passato e del mio presente, mi fa stare bene.

Tornare a Napoli mi ha fatto sbattere contro una realtà dura e sgradevole, non avevo, né ho intenzione, di farmi abbattere dalle parole altrui sulla mia vita, da atteggiamenti sgarbati, da un’aggressività sottile nascosta da una gentilezza melensa di facciata. Allora scrivo, racconto, pubblico, butto fuori.
Mi sono detta. “Se ci sono così tante persone che conoscono la mia vita così a fondo da poter palare, giudicare, emettere sentenze, passarsi parola, perché non posso raccontare anch’io la mia versione della mia storia?”.

«Raccontateci di voi,» disse la principessina Mar’ja, «di voi si raccontano cose inverosimili.»
«Sì,» rispose Pierre con quel sorriso di mite ironia che ormai gli era abituale.
«Persino a me raccontano dei prodigi che non sono stato capace neanche di sognare. Mar’ja Abramovna mi ha invitato a casa sua e mi ha raccontato cosa mi era successo o doveva essermi successo. Anche Stepan Stepanyc mi ha insegnato che cosa dovevo raccontare. In genere ho notato che è molto comodo essere una persona interessante (perché ora io sono una persona interessante): mi invitano e mi raccontano loro…»

Lev Tolstoj Guerra e Pace

Ho incontrato il buon caro vecchio Lev Tolstoj da poco, l’ho evitato per anni, ero convinta che fosse noiosissimo e che si dovesse leggerlo per far vedere di averlo letto. Più persone molto intelligenti che hanno letto Moby Dick (se non avete mai visto Zelig di Woody Allen chiudete ‘sto blog e andate a vederlo; certo le parole virgolettate sono di Woody, ma lo sapevate già, vero?) mi avevano detto che in un buon bagaglio culturale non può mancare la lettura di Tolstoj. Io non leggo per avere un buon bagaglio culturale, leggo perché mi piace farlo e quindi mi sono detta: “Se bisogna leggerlo non varrà la pena  farlo e non lo leggo, tié”. Se qualcuno sta pensando che sono un’idiota ha ragione. Sì a volte sono un’idiota, sono così presa dal non farmi imprigionare da convenzioni e pregiudizi che mi chiudo in prigioni di convenzioni e pregiudizi che mi fabbrico da sola.

Tolstoj, con Anna Karenina e Guerra e Pace mi ha raccontato tanto di me e del mondo che mi circonda. Sì lo so che non vivo nella Russia dell’800, grazie di avermelo fatto notare. La grandezza dei classici è questa, raccontarti la parte immutabile della natura umana e delle relazioni sociali narrando storie radicate in epoche e luoghi precisi. Ok, ok, cosa sono i classici della letteratura lo sapevate già, io a volte me lo dimentico e me lo ripeto, e se avete la ventura, o sventura, di leggermi, lo ripeto anche a voi.

Francesca Matilde Ferone si fa un selfie con la simpatica balena Moby Dick. Illustrazione di Sandro Quintavalle

Moby facciamoci un selfie, quel cretino di Achab è sbattuto contro un iceberg

Quando scrivevo i racconti ero convinta di essere una mentecatta, ‘sti benedetti racconti non fluivano dalla mia testolina con facilità, era una faticaccia boia. Riuscire a trasformare in racconti ironici e leggeri pensieri ed eventi per me né ironici né leggeri era durissimo. E poi la sintassi, il lessico, l’ortografia. Che lavoraccio. Tutti a scrivere con facilità e io a faticare come una dannata, era evidente che non ne fossi capace. Pregherei di non sottolineare il fatto che i racconti sono stati rifiutati da svariati editori a conferma della mia incapacità di scrittura.

Tanti anni dopo ho incontrato su internet Luisa Carrada con il suo sito Il mestiere di scrivere e il suo blog. Grazie a Luisa, alla generosità con cui condivide quello che ha imparato in anni di scrittura professionale, ai libri sulla scrittura che consiglia, ai libri che scrive, ai blog che segue e di cui parla, ho capito che la scrittura è fatica, è metodo, è ricerca di un proprio tono di voce e di un proprio punto di vista.

Negli ultimi due anni ho letto tanto sulla scrittura, ho ricominciato a studiare la grammatica che non è il mio forte, nei test che girano tanto su Facebook non posso vantare punteggi altissimi come quelli di tanti miei contatti, sappiatelo. Che dire? passo molto tempo a leggere e ho ancora incertezze sulla grammatica e sull’ortografia? Sì. Momento dell’outing: scrivendo faccio errori di grammatica e ortografia, spesso vado a controllare su grammatica e vocabolario; ora linciatemi e fate ruote da pavone per la vostra grammatica impeccabile e ortografia a prova di errore.

Un mio tono di voce e un mio punto di vista sulle cose a poco a poco li sto sviluppando, è un lavoro continuo, lento, paziente. Non mi pongo il problema se ho talento o no, non ho un romanzo nel cassetto. Scrivo di quello che mi interessa e incuriosisce, scrivo di quello che devo far uscire da me per evitare che dentro di me stagni, marcisca, diventi tossico. Scrivo di ricordi dolorosi e di ricordi bellissimi. Scrivo perché mi fa star bene. Scrivo anche per essere letta, sarebbe ipocrita negarlo.

Scrivere per essere letti è un lavoro di fino. Scrivere è pubblicare sul blog mi espone al giudizio degli altri, faccio entrare estranei in parti di me, anche, molto intime e allora decido fino a che punto farli entrare. Se decido di parlare di un argomento lo faccio onestamente cercando di essere il più rispettosa possibile verso chi potrebbe sentirsi coinvolto, non accetto censure esterne, i limiti me li do da sola. Esistono cose talmente intime non solo per me ma anche per altri di cui ho deciso di non parlare. Non ho niente di cui vergognarmi ma se c’è una cosa che ho imparato è che le persone, compresa me, delle vite altrui, dei modi di pensare, vivere, agire, differenti dai loro, riescono a capire solo parte, talvolta neanche quella. Spesso i racconti altrui, scritti o orali, vengono stravolti dal modo di stare al mondo di chi li riceve. Ho smesso di arrabbiarmi se dico “A-B-C” e gli altri capiscono “Z-X-Y” lo faccio anch’io con le vite e i racconti degli altri, ma seleziono cosa dire, non falsifico, seleziono. Su alcune cose la trasformazione da “A-B-C” a “Z-X-Y” la posso tollerare, su altre no.

Scrivere, riscrivere, rileggere, riscrivere, buttare via quello che ho scritto, ricominciare daccapo, riuscire a rendere scorrevole pensieri che escono confusi e sovrapposti, tenere a bada la smania di finire, tagliare, correggere, trovare errori, correggere, trovare errori, pubblicare, rileggere quello che ho pubblicato, trovare errori, a volte belli grossi che mi erano sfuggiti alle letture e riletture precedenti. Non rileggermi per un po’, tornare a leggermi con più distacco e, talvolta, meravigliarmi del risultato ottenuto. Sì, da quando è nato il blog mi è capitato di leggermi con distacco a distanza di tempo dalla pubblicazione e trovare piacevole la lettura delle mie stesse parole. Ho un difetto enorme, tra i tanti, dimenticarmi del lavoro, paziente, faticoso, costante, che c’è dietro i risultati che ottengo, anche dietro un post del blog che mi piace particolarmente. Questo è poco rispettoso nei miei confronti, devo tenerlo bene a mente.

Leggendo L’amica geniale di Elena Ferrante ho capito il tipo di scrittura che vorrei raggiungere:

[…] prima ancora di essere travolta dal contenuto, mi colpì che la scrittura conteneva la voce di Lila. […] Lila sapeva parlare attraverso la scrittura, a differenza anche di molti scrittori che avevo letto e che leggevo, lei si esprimeva con frasi sì curate, sì senza un errore pur non avendo continuato a studiare, ma – in più – non lasciava traccia di innaturalezza, non si sentiva l’artificio della parola scritta.
Leggevo e intanto vedevo, sentivo lei. La voce incastonata nella scrittura mi travolse, mi rapì ancor più di quando discutevamo a tu per tu: era del tutto depurata dalle scorie di quando si parla, dalla confusione dell’orale…aveva l’ordine vivo che mi immaginavo dovesse toccare il discorso se si era stati così fortunati da nascere dalla testa di Zeus e non dai Greco o dai Cerullo.

Elena Ferrante L’amica geniale

Quanto esercizio c’era dietro la lettera che mi aveva mandato a Ischia anni prima: perciò era così ben scritta. […] Mi dedicai molto a quelle pagine, per giorni, settimane. Le studiai, finii per imparare a memoria brani che mi piacevano, quelli che mi esaltavano, quelli che mi ipnotizzavano, quelli che mi umiliavano. Dietro la loro naturalezza c’era di sicuro un’artificio, ma non seppi scoprire quale.

Elena Ferrante Storia del nuovo cognome

Ecco io vorrei scrivere così, non perché voglia fare la scalata al mondo letterario italiano, mondiale, universale, ma perché per me scrivere, anche per gli altri, è un modo per chiarirmi le idee. Racconto agli altri ma di base racconto a me stessa di me, e più lo faccio in maniera chiara, leggera, scorrevole, più riesco a vedermi leggendo le mie parole, più i nuclei duri e nebbiosi in cui si compattano e aggrovigliano i miei pensieri, ricordi, emozioni, desideri, si srotolano e diventano chiari.

Le prime versioni di molti post sono una serie di parole sconclusionate, non riesco a capire nemmeno io di cosa sto parlando, eppure quando mi ero seduta a scrivere avevo la certezza di avere tutte le parole sulla punta delle dita pronte a essere digitate per diventare frasi sensate, limpide e leggere. E invece? Invece il delirio. Ho imparato ad accettarlo questo delirio, ho imparato a far uscire parole che mi sembrano insensate e lontane da quello che voglio dire. Spesso mi assale la voglia di mollare.

Non finirò mai di ringraziare Luisa Carrada e tutti quelli che generosamente dicono con chiarezza che scrivere è pratica, lavoro, fatica, metodo. E non sto parlando di scrivere il saggio che rivoluzionerà il pensiero filosofico universale o il romanzo del secolo, sto parlando di riuscire a scrivere post su questo blog inconfondibilmente miei.

Sì io voglio scrivere testi chiari, con il mio tono di voce e il mio punto di vista, testi conversevoli, e non fate quella faccia dopo aver letto la parola conversevoli. E dato che rubo parole e pensieri in giro per farli miei rubo di nuovo a Luisa Carrada, che mi denuncerà a ragione:

Luisa, anche quest’anno sei con noi a C-come a parlarci di copywriting e scrittura. Lo scorso anno ti sei focalizzata sull’importanza di mettere al centro della nostra comunicazione il lettore; quest’anno il titolo del tuo intervento, “Naturalezza e conversevolezza”, lascia intuire un taglio differente. Ti andrebbe di anticiparci qualcosa?

Lo confesso: quando mi viene chiesto un intervento come quello a C-come ne approfitto sempre per mettere a fuoco io per prima non tanto un tema che ho già approfondito quanto uno che mi frulla per la testa. La naturalezza del testo scritto mi frulla da parecchio e il fatto di doverne parlare per venticinque minuti con voi tra un paio di mesi mi ha fatto alzare le antenne verso ogni testo felicemente conversevole. Quello che vi anticipo più che volentieri è perché il tema mi sembra così importante in questo momento. Perché gran parte dei media su cui scriviamo sta un po’ a metà tra oralità e scrittura: vi scriviamo, ma con l’impeto, la velocità, l’interattività propri del parlato. Però parlato non sono, anzi richiedono un’accuratezza estrema, persino maggiore che in passato. Pensiamo ovviamente ai social ma anche alla cara e ormai più che maggiorenne email.
E c’è un altro motivo: i testi naturali, vicini al parlato, sono tra i più leggibili. Ce lo confermano i neuroscienziati e gli psicologi del linguaggio. In questo mondo sempre più affollato di testi, un vantaggio niente male. Ma i testi felicemente naturali richiedono un sacco di lavoro.

Intervista di Valentina Falcinelli a Luisa Carrada pubblicata il 2 gennaio 2015 su c-come.it: Luisa Carrada: naturalezza e conversevolezza dei testi

Per anni sono stata convinta di essere un’inetta, sono stata convita che agli altri le cose venissero naturali e facilissime, ho incrociato molte persone pronte ad aiutarmi in questa convinzione. Ho scoperto da poco che le cose sono differenti, a fronte di rare eccezioni in cui il talento la fa da padrone – e anche il talento senza disciplina, pratica, lavoro, pazienza e costanza, finisce con l’esaurirsi – la maggior parte delle persone le proprie abilità se le costruisce con fatica, giorno per giorno. Alcuni lo ammettono apertamente, per altri il far credere di essere persone speciali piene di talento che trasformano in oro tutto quello che toccano è motivo di vanto. Poi ci sono i denigratori, quelli del “Io faccio questo, questo e questo. Tu povero idiota non ci riuscirai mai”. Non dico che tutti riusciranno a fare tutto quello che vogliono o sognano ma dico che impegnandosi dei risultati si ottengono. Impegno e non ascolto dei degradatori degli altri per professione sono una ricetta che faccio mia, spesso con fatica, giorno dopo giorno, da alcuni anni.

Nel mio quotidiano leggere, scrivere e agire sono interdipendenti, sono piacere e fatica, sono l’unico modo che conosco per non sprofondare nel peggio di me e non farmi soffocare dal peggio del mondo. Non credo siano la ricetta universale per indirizzare la propria vita in maniera più costruttiva e serena, è la mia ricetta, ad ognuno la sua.

Concludo questo post citando Stephen King, che in codesto post è stato già omaggiato dalla bellissima illustrazione del pancione consorte Sandro Quintavalle. Ho letto poco di Stephen King, e lui ha scritto moltissimo, quello che ho letto mi è piaciuto assai; Shining è un capolavoro dell’orrore, orrore del quotidiano. Ce ne fossero di scrittori popolari alla sua altezza tra i suoi sussieguosi detrattori, vabbè mi sto perdendo di nuovo. Come dicevo concludo questo post con una citazione di King, è tratta da On writing, metà autobiografia, metà libro sulla scrittura, in King il margine tra le due cose è così sottile che non si riesce quasi a distinguere. On writing l’ho letto sempre su consiglio di Luisa Carrada – non sono io ad essere ossessionata da lei e lei che è brava – e l’ho molto amato.

Scrivere non mi ha salvato la vita, perché questo lo devo alla perizia del dottor David Brown e all’amore premuroso di mia moglie, ma ha continuato a fare quello che aveva sempre fatto: rendere la mia esistenza un luogo più luminoso e più piacevole. […] Scrivere è tirarsi su, mettersi a posto e stare bene. Darsi felicità, va bene?
Darsi felicità. Parte di questo libro, forse una parte eccessiva, ha raccontato come ho imparato il mestiere io. Molta parte l’ho dedicata a come voi potete farlo al meglio. Il resto, forse la parte migliore, è incitamento: potete, dovreste, e se siete abbastanza coraggiosi da cominciare, scrivere.

Scrivere, come dice Stephen King, non salva la vita da un brutto incidente come quello capitato a lui ma aiuta a guarire prima. Scrivere rende la vita più luminosa e piacevole, scrivere è darsi felicità. Scrivere non è obbligatorio, forse non è per tutti, ma tentar non nuoce.

Personal design

Personal

Se mi incrociate per strada in questo periodo è probabile che rimaniate un attimo a guardarmi, soprattutto se siete donne. Non lo farete perché sono gnocchissima, neanche perché sono un cesso totale, neanche perché faccio cose particolarmente stravaganti camminando. Lo farete per i miei capelli.

Attualmente sono corti e bicolori. Un po’ castani e un po’, un bel po’, bianchi. Se mi incontrerete la settimana prossima saranno ancora più bianchi e corti, ma sempre bicolori. Sono in fase di muta, sto facendo un esperimento sull’animale Francesca Matilde Ferone. Voglio vedere come sta con i capelli quasi del tutto bianchi, con un taglio cortissimo, fighissimo, molto maschile nell’immaginario di molti, ma se ben portato iperfemminile. No, non mettendoci lustrini e paillettes, ma sentendoselo addosso e intonandolo con sé.

Francesca Matilde Ferone versione Frederick Frankenstein produce persone in serie. Illustrazione di Sandro Quintavalle.

SI… PUÒ… FARE!

Giorni fa durante il momento della cazzata giornaliera ho postato su Facebook tre foto di me, dei miei capelli attuali. Mi ha risposto Susy Castillett, non ci conosciamo di persona, prendendomi amabilmente per il culo, ci stava. Poi abbiamo avuto una breve chiacchierata, la riporto di seguito con il suo permesso, che ha dato il la definitivo a questo post su un argomento all’apparenza futile e banale.

Susy — Ma chi ti ha messo l’elmetto in testa? Comunque apprezzo sempre chi osa. Brava!

Francesca — È un taglio bellissimo, mi sta da dio e devi vedere ora che diventa più corto e sempre più bianco. Emoticon smile
. Eh sì pensavo che la settimana prossima, al taglio mensile dirò a Titti di mantenere il taglio, ma più corto, come si fa con i bambini. Adoroooo. Emoticon smile

Francesca — Che poi è più un giocare che un osare. Emoticon smile

Susy — Beh, dipende. Nel gioco non c’è la sfida del “mettersi in gioco” e pertanto osare. A volte io vorrei, ma poi subisco dei freni. Comunque il taglio ti sta bene, e sono convinta che anche il bianco ti donerà, magari con un po’ di trucco. Aspettiamo questa metamorfosi. Emoticon smile

Francesca — Beh il progetto è quello: capello bianco ma con un taglio perfetto e sempre un po’ di trucco. Anche qui sono un po’ truccata ma come riesco a venire di merda nelle foto io, pochi ; -). Forse il punto è la sfida che sfida non dovrebbe essere ma solo gioco. Ci sto scrivendo un post, vedremo cosa ne viene fuori. Spero qualcosa di sensato. Emoticon smile

Susy ha toccato il punto: a me piace l’idea di giocare con il mio aspetto ma nel contesto in cui vivo, dove viviamo tutti, se ti allontani dagli schemi prestabiliti del branco dominante il giocare diventa osare, perché, come dice Susy, c’è la sfida. La sfida agli sguardi della gente, a volte incuriositi, spesso derisori, a volte solo immaginati nella nostra testa per paura e insicurezza. Gli sguardi incuriositi possono essere anche di simpatia, sguardi che trovano nella diversità un nuovo spunto, un qualcosa di differente e inaspettato che piace o fa simpatia.

Se si vive in un luogo con una mentalità chiusa la maggior parte sono sguardi di branco, sguardi derisori che sottendono: “ma come si è combinata quella”. Sguardi ironici, sarcastici, che vogliono mettere a disagio, e possono portare a comportamenti palesemente sgradevoli.

Se state pensando che sto esagerando siete degli ipocriti. Il nostro aspetto viene dettato dalla legge del branco, nel 2015 possiamo decidere a che branco appartenere e il contesto in cui vivere, ma sempre in branco viviamo.

Napoli ha diversi branchi, ogni branco ha luoghi suoi. In alcuni luoghi i branchi si mischiano, luoghi dove il diverso da sé viene, comunque, vissuto come fastidioso, ma essendo territori comuni si tollera di più. Napoli è, in questo, come qualsiasi altra grande città.

Sotto sotto lo facciamo tutti: tolleriamo i branchi differenti dal nostro fintanto che ognuno rimane nel suo territorio, o se ci si trova territorio neutro, ma quando uno, o più componenti, di altri branchi entrano nei nostri territori o attacchiamo o ci mettiamo sulla difensiva.

L’aspetto delle persone indica chiaramente il branco d’appartenenza, reale o desiderato. I vestiti che indossiamo, il modo di portare i capelli, le scarpe, la lunghezza, la forma e il colore delle unghie, il modo di truccarsi, dicono chi siamo, o chi vorremmo essere. Vale per le donne e vale per gli uomini.

Anna Turcato, consulente di immagine, spiegando il suo lavoro dice:

Gli abiti vestono noi mentre noi li vestiamo della nostra personalità, la nostra postura, il nostro modo di essere.
E tutto questo va a costituire la nostra immagine. Ogni vestito è di per sé un racconto, il racconto del suo produttore, il racconto della stoffa con cui è stato confezionato, il racconto dei dettagli che lo impreziosiscono, del taglio e delle forme, dell’ispirazione di chi lo ha creato, del marchio di cui porta il logo.

Se questo racconto predomina sul nostro mentre lo indossiamo diventiamo degli splendidi manichini.
Se invece il racconto dell’abito si sposa perfettamente con il nostro racconto, lo spiega visivamente senza forzature e viene arricchito dal fatto che siamo noi a portarlo non saremo più manichini, saremo megafoni e non del brand, di noi stessi.

Sono sempre più meravigliata  dall’attuale successo di consulenti di immagine, coach, e altre professionalità che servono a dirci chi siamo, cosa vogliamo, come possiamo essere realmente noi.  Ho la netta sensazione che forgino persone irreggimentante in un modo di pensare dominante: loro stesse solo se aderenti a un modello proposto, anche molto lontano da sé. Potrei sbagliarmi, sono un’osservatrice esterna di certi fenomeni. Il punto è che viviamo in una società fintamente libera in cui tutti ci omologhiamo a modelli predefiniti illudendoci di essere liberi pensatori. Come ho detto sopra la libertà attuale è costituita dalla possibilità di scegliere il branco a cui appartenere.

Tornando ad Anna Turcato, qui il post citato, se, con le sue consulenze e i suoi corsi, riesce a tirar fuori gli aspetti migliori di una persona senza cercare di trasformarla in qualcos’altro ben venga il suo lavoro. Io ho imparato a truccarmi e vestirmi meglio grazie a dei tutoria di make up e a un programma televisivo seguito con ironia. I consigli di persone competenti che ci aiutano a trovare il meglio di noi stessi senza stravolgerci sono consigli preziosi.

Susy nella nostra chiacchierata su Facebook mi parlava di osare, della differenza tra gioco e mettersi in gioco. Mi diceva, ok capelli corti e bianchi ma a questo punto ci vuole un po’ di trucco. E qui sta il punto: ho deciso di tagliare i capelli molto corti e smettere di tingerli non perché ho deciso che del mio aspetto non mi frega niente, ho deciso semplicemente di avere un aspetto aderente a me, in questo momento.

Nel mio immaginario mi vedo con il mio bellissimo taglio di capelli, i capelli sale e pepe o bianchi, un trucco leggero ma un rossetto rosso; vestita con abiti che mi appartengono. Il mio progetto di me stessa ha molte incognite: sono pigra, non mi trucco spesso e odio struccarmi, ma nello stesso tempo d’inverno tendo ad avere delle occhiaie da paura e sono pallida, insomma un trucco leggero ci sta. Il capello corto grigio, o bianco, come lo intendo io, deve essere sempre tenuto perfetto.

A modo mio sto aderendo a un modello: donne che ho incrociato nella realtà e donne famose, e quel modello richiede cura. Una cura esteriore ma anche interiore. È un modello che mi invita a fregarmene del sorrisetto cattivo, dello sguardo di derisione, del comportamento palesemente scortese.

Ognuno è frutto della sua storia; per scelta e per caso ho frequentato ambienti diversissimi, ho imparato che le persone sono uguali ovunque: cambia l’ambiente sociale e il pensiero dominante in cui si muovono. La mescolanza di ambienti, il sentirmi un po’ estranea e un po’ partecipe a tutti, ha creato un mio modo di pensare trasversale e questo mi ha portato, circa 10 anni fa, a iniziare a realizzare le Piccole Sculture da Viaggio: ornamenti per il corpo in metalli preziosi e non preziosi lavorati all’uncinetto, con tecniche orafe da banco o a cera persa. Unire il meglio di vari ambienti mi ha dato la libertà di pensiero che mi è indispensabile quando progetto e realizzo una delle Piccole Sculture da viaggio.

Le Piccole Sculture da Viaggio sono pezzi unici, quando realizzo più pezzi dello stesso modello il risultato non mi appartiene. Ogni pezzo rimane unico, caratteristica di tutto ciò che viene realizzato a mano, ma la differenza tra il pezzo realizzato per primo e gli altri è chiara: nel primo ci sono io, la mia curiosità, il mio entusiasmo; la stanchezza e la rabbia perché il risultato non è come voglio, la ricerca di soluzioni tecniche che mi portino dove desidero. Nei pezzi successivi c’è lavoro, passione, attenzione, pazienza, ma è come se mi allontanassi, sono meno presente. Le Piccole Sculture da Viaggio hanno ragion d’essere nell’ottica del pezzo unico. Le clienti con cui entro in sintonia sono quelle che indossando una Piccola scultura da viaggio si sentono a casa; hanno sempre qualcosa della donna che vorrei essere, del mio modello. Se potessi scegliere venderei solo a donne così, donne a cui non passerebbe mai per la testa chiedermi: “Ma non hai qualcosa tipo …?” indicando qualche marchio famoso, industriale e seriale. Lo so, tutto questo è assolutamente contrario a ogni legge di mercato e fa tanto pseudoartista.

Le Piccole Sculture da Viaggio nascono prima di tutto per me, non realizzo mai qualcosa che non indosserei, le donne che decidono di indossarle spesso sono diversissime da me, ma abbiamo, sempre, un tratto in comune: la curiosità verso il mondo.

Design

Critica portatile al visual design di Riccardo Falcinelli è un libro importante, uno di quei rari libri scritti in un linguaggio chiaro che parlando di un argomento apre porte su varie direzioni diverse invitandoti a curiosare.

Il nostro aspetto è parte del visual design, per quanto ci crediamo indipendenti ed estranei a mode, usi e costumi, abbiamo tutti dei riferimenti ben precisi. Le parole di Falcinelli hanno dato forma chiara a pensieri che mi gironzolavano per la testa ma che non riuscivo a focalizzare.

[…] colore della pelle (naturale o artificiale), la pettinatura, gli occhiali o il cappello sono portatori di significati articolati. […] anche le mode infatti sono forme di serializzazione, e le pratiche sociali irreggimentano i corpi secondo standard che sono sempre forme simboliche.

Copia, interazione e serie sono caratteristiche dell’industria, ma finiscono per influenzare anche i modi in cui viviamo al di fuori del design: pettinarsi in una determinata maniera è l’interazione di un modello che si è visto da qualche parte: nei film, nelle pubblicità, sulle riviste. La società promuove certe regole e certi prodotti ( in Occidente il rossetto è approvato ma il tatuaggio sulla fronte no) e così, regolamentando gli standard si attiva una disciplina del volto.

Facciamo la fila di fronte alla Gioconda per ammirare l’originale di una copia che abbiamo già conosciuto altrove. In maniera simile, ogni giorno davanti allo specchio, attuiamo sul nostro volto la copia di un modello che abbiamo imparato a desiderare altrove. 

Come ho detto Critica portatile al visual design va in varie direzioni: il design senza un contesto storico, culturale, sociale ed economico non esiste. Ho un debito di gratitudine verso Riccardo Falcinelli e Lev Tolstoj, mi è capitato di leggerli in contemporanea, insieme hanno reso vividi pensieri sfocati.

Critica portatile al visual design 

[…] L’aspetto pericoloso di qualunque modello culturale è uno solo: la società (ogni società) fa passare la propria ideologia come naturale, e quest’azione, esercitata dapprima sui propri cittadini come ovvio modo di vivere, viene proposto fuori come il migliore modo di vivere (ed è tra l’altro un’eccellente arma di marketing).

Qualsiasi esperienza non affiancata da strumenti critici, finisce per essere considerata naturale, con la conseguenza che non la scegliamo davvero, ma la subiamo.

Guerra e pace Lev Tolstoj

“Nella nostra epoca (parlava della sua epoca come in genere amano parlarne le persone limitate, che credono di aver scoperto tutte le peculiarità del presente e che le peculiarità degli uomini mutino col tempo) […] ”

“Per abitudine Natasa guardava le toilettes delle signore, criticò la tenue di una signora che le stava vicino […] poi ripensò con dispetto che gli altri criticavano lei, come lei criticava gli altri”

Come ci ricorda Riccardo Falcinelli i modelli culturali ci impregnano così tanto da farci dimenticare che sono un insieme di convenzioni, usi, costumi, modi di pensare comuni che ci siamo dati per vivere insieme trasformandosi nelle nostre menti in normale, naturale. La maggior parte delle persone che vive in un determinato modello sociale ne accetta le regole, quando non è così nasce un nuovo modello di società. La nostra estetica indica a quale branco apparteniamo all’interno di un modello modello sociale ben preciso e fino a che punto ci conformiamo a esso.
Come fa notare Tolstoi la natura umana, all’interno dei vari modelli sociali, è sempre uguale a se stessa, immutabile.

Lo ammetto, questo post senza le parole di Riccardo Falcinelli sarebbe formato da pensieri senza una struttura lineare, se state pensando che questo post è formato da pensieri senza una struttura lineare sappiate che sarebbe peggio. In Critica portatile al visual design Falcinelli riassume con chiarezza concetti che ho incrociato in molti libri di psicologia del marketing tratti da studi di psicologia sociale:

Design e serializzazione riguardano dunque le cose e le persone, e queste si riflettono a vicenda. […]

Una volta soddisfatte le necessità elementari, qualunque società elabora sistemi simbolici complessi a cui corrispondono altre necessità più articolate e astratte; si passa così dai bisogni ai desideri, e l’insoddisfazione di questi ultimi conduce non più alla fame o alla morte, ma alla frustrazione. Condizione prontamente sfruttata dal consumo che da una parte sembra avanzare soluzioni di appagamento, dall’altra propone nuovi desideri da soddisfare. […]
Non si tratta però di un’invenzione dei pubblicitari, anzi questo è il tema portante delle narrazioni dall’Ottocento in poi. I personaggi di Stendhal o di Flaubert sono i primi a raccontare la difficoltà di armonizzare se stessi con le circostanze sociali, e un dilemma del genere è impensabile al di fuori del mondo moderno. In altre epoche e in altre economie, più che l’identità contavano le pratiche. Nel Medioevo un cavaliere, un re o un contadino hanno anzitutto un ruolo nella società, non un’identità. Questo ruolo preciso, simile a un abito con cui ci si presenta agli altri, comporta uno scollamento dell’interiorità dalle pratiche sociali […] Anche la divisione in classi cambia i suoi parametri: non sono più solo il censo, la ricchezza, l’educazione a dividere gli uomini, ma il riconoscersi o meno in un gruppo o in un altro. […] Una volta che il sistema sociale ha stabilito le coordinate, il marketing ha vita facile, perché l’identità non è solo un fatto personale ma il fondamento di tutta la comunicazione […] A ciascuna identità il visual design conferisce così uno stile, un logo, un’immagine coordinata, delle narrazioni, delle mitologie e dei sistemi di funzionamento. E il pubblico potrà scegliere a quale identità visiva appartenere, a quale tribù. […] In questo panorama, il rischio è che l’identità smetta di essere qualcosa che si fa o che si è, per diventare qualcosa che si consuma. […]

A me sta cosa non piace, mi piace pensare di avere apertura mentale e libertà di pensiero; poi rifletto e mi rendo conto che se da una parte, in qualche modo, è vero, dall’altra finisco con l’ingarbugliarmi nella rete di pensieri, modi di agire, sentire della mia tribù di appartenenza. Sì, anch’io ho una tribù, alla quale non aderisco pienamente, sulla quale ho molti dubbi e domande, ma esiste; un altro membro della tribù lo riconosco al volo.

Partire dai propri capelli e scivolare nella critica sociale, solo una ossessionata dai propri capelli, che andava in giro con dei mutandoni in testa a mo’ di chioma lunga e fluente, poteva avere un’idea ‘sì bizzarra. Faccio notare che parlo di me stessa in terza persona, non è un buon segno.

Riassumendo l’animale Francesca Matilde Ferone continua il suo esperimento su l’animale Francesca Matilde Ferone: capello cortissimo, bianco o grigio, vediamo tagliando quello che esce, un trucco leggero, rossetto rosso. L’esperimento potrebbe essere azzerato dai seguenti motivi:

“Ma che cavolo sto facendo, sto di merda, di corsa a fare la tinta”, oppure: “Sì, sto bene ma sono pigra, truccarmi tutti giorni mi scoccia, e poi se non inventano lo struccatore automatico come faccio a dar spazio alla mia parte pigra a cui continuo a sottrarre attenzione”, o: “Rivoglio li boccoli lunghi, fluttuanti, colorati, mesciati, shatusciati”.

Mi spiace ammetterlo sto solo cambiando pettinatura non sto facendo azioni coraggiose per salvare il mondo. Ma per quanto vanesio e futile sia un cambio di pettinatura se non conforme alle regole sociali in uso diventa un gesto rottura. Nel momento in cui decido di giocare con il mio aspetto in qualche modo mi metto in gioco nel contesto in cui vivo e devo accettare le reazioni e gli sguardi che incrocio. Questo mi dà un vantaggio, mi dice, con chiarezza, chi ho di fronte e quanto mi interessa, o meno, interagire con lui/lei.

Così come odio i conformismi così odio gli esibizionismi: mi piacciono le persone il cui aspetto corrisponde a una ricerca interiore, quelle che riescono a trovare il pezzo unico, a valorizzarlo, a indossarlo facendolo proprio, se no si cade in una stravaganza vuota. Lo stesso vale per il modo di pensare, agire e stare al mondo: un conto è avere apertura mentale e curiosità verso il mondo, cose che creano dubbi e portano a una ricerca continua, spesso estenuante, a volte sterile, un altro è cadere nell’individualismo fine a se stesso e nel pensare solo ai fatti propri, modo di pensare e agire molto in voga attualmente.

Ognuno ha i suoi modelli, ognuno ha il suo branco di riferimento, anche se poco numeroso. A me piace l’idea di un branco di persone curiose, leggere, serie ma non seriose, allegre con intelligenza, ironiche ma non sarcastiche. Ogni tanto incrocio persone che potrebbero appartenere a questo branco, ci riconosciamo, e capita, anche, che ci salutiamo istintivamente, senza conoscerci.

‘Sto post è finito, al grido: “Giocate non Osate” vi saluto. Andate in pace.

Ognuno ha i suoi ricordi. Ciao Giancarlo

Il 23 settembre 1985 avevo 18 anni, compiuti da poco più di un mese, pesavo quasi 100 chili, avevo cambiato scuola perché ero stata bocciata dopo essere stata rimandata a settembre: filosofia, promossa; fisica e chimica, bocciata. Facevo il liceo classico eh! Quel pomeriggio l’avevo passato in libreria con mia zia per comprare i libri scolastici, immagino di aver litigato con mia madre, come sempre in quel periodo, e verso le 21,00 ero davanti alla televisione.

Una serata normale in un periodo di merda.

Se hai 18 anni, pesi 100 chili e sei piena di brufoli non hai molti ragazzi dietro, allora sogni, prendi cotte improbabili e fantastichi, anche, su ragazzi fighi che abitano dalle tue parti. Nel palazzo di fronte al mio abitava un ragazzo magro, alto, bruno, capelli un po’ lunghi e occhiali, molto carino e con un’aria simpatica. Aveva otto anni più di me, questo l’ho scoperto dopo, e aveva una specie di geep decapottabile verde. Quel ragazzo mi piaceva da morire, non ci conoscevamo, non ci eravamo mai parlati, non sapevo il suo nome. Non che abbia mai avuto una cotta per lui ma decisamente mi piaceva.

Asso di bastoni e asso di cuori. Illustrazione di Sandro Quintavalle

Bastoni, cuori: scegli la carta, o rimani a guardare

Ci sono giornate di merda in periodi di merda così uguali a se stesse che passano senza lasciare traccia, il 23 settembre 1985 non è una di quelle giornate.

Uno, due, tre, quattro – oggi ho letto 10, non so se sia vero – spari, spari, spari; la corsa in camera di mia madre, le sue urla rivolte a me e mio fratello: “Allontanatevi dalla finestra, non vi affacciate, sparano!”

Io abito ai confini tra Vomero e Arenella, zona bene, io abito in un viale di professionisti, io non abito dove si spara. E invece è un’illusione, sparano.

Dal mio viale, che viale non è ma strada privata, iniziano delle scale che portano alla fermata della metropolitana di Salvator Rosa, sono aperte da circa 12-13 anni, da quando è in funzione la metropolitana collinare. 30 anni fa la metropolitana era in costruzione e dove iniziano le scale c’era un muro. Se passate da via Romaniello, andando a prendere o uscendo dalla metropolitana, poco prima dell’imbocco delle scale, o appena ne uscite, incrociate un palazzo, sotto quel palazzo ci sono dei posti auto, sul muro del palazzo, davanti il primo posto auto, c’è una targa alla memoria di un ragazzo.

La corsa mia e di mio fratello in camera di mia madre, le sue urla, gli spari. Dopo un po’ ci affacciamo: un’ambulanza, polizia, gente affacciata, gente giù. C’è una macchina parcheggiata sotto il palazzo di fronte, dentro, al posto del guidatore, c’è un corpo riverso, è una geep decapottabile, la capotte è aperta.

La fine del mondo, e lì è finito un mondo.

Ci sono giornate di merda in periodi di merda che si perdono nella nebbia della normalità e giornate dove il mondo cambia. La sera del 23 settembre 1985 un ragazzo molto carino, dall’aria simpatica, con una macchina figa è stato ucciso. Aveva compiuto 26 anni da pochi giorni, era un giornalista de Il Mattino di Napoli, si occupava di camorra, scriveva articoli che non piacevano ai boss, non aveva protezioni, non era assunto dal giornale. Quel ragazzo si chiamava Giancarlo Siani.

Tutte le informazioni su quel ragazzo le ho sapute dopo, da gente del palazzo, dal portiere, dai giornali, dalla televisione. Fino a quella sera, a quegli spari, per me era una ragazzo carino, che mi piaceva molto, con una macchina figa, di cui non sapevo il nome.

Oggi è il 23 settembre 2015, sono passati 30 anni, in questa città, bellissima e durissima si continua a sparare, soprattutto in alcune zone. Si continua a vivere, si continua a morire, molti muoiono ammazzati, meno di prima in verità. A Napoli c’è degrado e c’è lavoro onesto, persone perbene. C’è chi parte, c’è chi rimane, c’è chi torna. C’è chi distrugge e c’è chi ostinatamente costruisce o ricostruisce. C’è chi vive indifferente a tutto, pensando ai fatti suoi, spesso lamentandosi. In questa città c’è gente di merda, persone splendide, e una maggioranza di ignavi.

Da questa città sono stata lontana 18 anni, in questa città ho scelto di tornare. In questa città ho incrociato per anni, tornando a casa o uscendo, un ragazzo carino, più grande di me, che mi piaceva. Quel ragazzo è stato ucciso nella sua macchina, sotto casa sua, mentre parcheggiava, una sera di settembre come tante, 30 anni fa. Quel ragazzo è diventato un simbolo, da usare, spesso e volentieri, a proprio piacimento.

Io ricordo un bel ragazzo dall’aria simpatica e con una macchina figa, quel ragazzo mi piaceva molto. Ciao Giancarlo, dal 23 settembre 1985 so il tuo nome.
P.S. Nel post c’è un’inesattezza: dico che la capotte era aperta. Dopo aver messo on line questo mio ricordo mi è capitato di vedere foto di quella sera, la capotte  era  chiusa. Ho deciso di lasciare il post intatto perché nel mio ricordo è aperta. La memoria fa brutti scherzi, devo aver fissato insieme al ricordo di quella sera, immagini viste dopo e creato un ricordo mio, una mia immagine mentale. Lo facciamo tutti, è una cosa naturale. Forse la capotte  è stata aperta in un secondo momento da chi è intervenuto quella sera, ma questa è solo un’ipotesi senza fondamento. Questo non è un articolo di cronaca, è un mio personalissimo ricordo, per questo lascio l’inesattezza evidenziandola.

N.B. Oggi, 23 settembre 2016, sul muro di fianco al posto dove Giancarlo Siani parcheggiò la macchina quella sera, e subito dopo venne ucciso, è stato inaugurato un murales che lo ricorda. Se passate per questa stradina fermatevi a guardarlo, leggete le parole che ci sono scritte. Parlano di un ragazzo e di quello in cui credeva.

Non è fame è più…

Le offerte del giorno per Kindle, il lettore di e-book di Amazon, in 2 giorni, quasi di seguito, in questo splendido inizio di settembre, mi davano la possibilità di comprare 5 libri 5 su diete varie. Bene!

Sul web impazza gente che è dimagrita e ora dà consigli su alimentazione e stili di vita sana al mondo intero. Bene!

Giornali, televisioni, web ogni giorno mi informano se sono grassa, magra, curvy, obesa, parassita della società e, di base, mi dicono che il mentecattume impazza.

Io a 18 anni pesavo 98 kg per un’altezza di 1,70. Ho un marito obeso. Sono bulimica/anoressica/mangiatrice compulsiva dentro anche se fuori sono dimagrita —  non sono magra, ai miei 10 kg in più sono affezionata, oscillo da anni tra i 73 ai 75 chili, e mi voglio bene — perché se sei bulimica/anoressica/mangiatrice compulsiva a livello mentale lo sei per tutta la vita e se non stai bene attenta modi di pensare e sentire distruttivi, che si traducono in modi di agire, prendono di nuovo il sopravvento. Vale anche per i maschi parlo al femminile perché sono femmina.

Francesc Matilde Ferone sepolta da quintali di cibo, can Piera le lecca la faccia per consolarla. Illustrazione di Sandro Quintavalle

C’è niente di buono da mangiare?

Per anni mi sono mangiata l’ira di dio, di nascosto, chiusa in camera, in bagno, nelle scale di palazzi, in strada cercando di non farmi vedere. Buchi neri da riempire, rabbia, vuoto, dolore. Ho cercato di vomitare ma non ero brava, mi sono riempita di lassativi e diuretici, sono corsa nel cesso a funerali perché il giorno prima avevo preso un’intera scatola di Fave di Fuca. Eh sì di esperienza ne ho fatta a bizzeffe.

Sono dimagrita prendendo pillole anoressizzanti regolarmente prescritte da medici rinomati, tanto in voga a metà anni 80’ del secolo scorso, anfetamine legalizzate, ci aggiungo: cazzo! Sono ingrassata di nuovo, subito. Ho scoperto con esaltazione, come se fosse la manna piovuta dal cielo, che se il cibo lo buttavo fuori con vomito, lassativi, diuretici non sarei ingrassata. Che figata! Non ha funzionato, solo delle gran corse al cesso.

Sono andata da dietologi, nutrizionisti, psicologi, gruppi di autoaiuto; sono dimagrita, ingrassata, dimagrita, ingrassata: rotta le palle.

L’obesità è una malattia, l’obesità è una mancanza di volontà, l’obesità deriva dalla depressione, la depressione deriva dall’obesità, l’obesità è un costo sociale. Io non ho risposte ma so per esperienza diretta, e perché vivo accanto a un obeso, che se si è obesi non si è né esseri inferiori, né parassiti della società, né untori. So che ci sono cause differenti per cui si mangia molto, io e Sandro siamo ingrassati per motivi diversissimi, io sono dimagrita facendo un percorso personale al cui centro c’è stata la scrittura, il guardarmi dentro, per Sandro la questione è differente.

Come persona abituata a forti dimagrimenti sono terrorizzata da chi, anche se poi alle critiche risponde io parlo di me non voglio essere un esempio, fa, nella realtà, del proprio peso un mezzo di promozione di se stesso/a in modo sterile ma molto pericoloso, andando a toccare corde a cui moltissimi sono estremamente sensibili.

So cosa significa contare le calorie, so cosa significa avere la sensazione che le calorie quotidiane siano superate, che tutto sia perduto, e allora via a un’abbuffata poi da domani a dieta, so cosa significa pesarsi ossessivamente tutti i giorni o non pesarsi per paura che anche 100 grammi in più diventino pensiero ossessivo, e spesso quel pensiero porta con sé valanghe di cibo, o la voglia, e il tentativo, di mangiare poco, pochissimo, il meno possibile.

Conosco i medici: nutrizionisti, dietologi, psicologi, psichiatri, ne ho visti tanti; e pochi, pochissimi seri. Ho visto, in me e in molti altri, pochi risultati e tanti danni.

Sono stata vegetariana, sono stata ossessionata dal cibo naturale, sono stata ossessionata da mode alimentari coglione. Ho comprato creme in farmacia, profumeria, da Vanna Marchi, per diminuire centimetri di grasso, cellulite, acqua, liquidi, pelle. Parola d’ordine diminuire. Mi sono ammazzata di movimento e sono stata ferma, immobile.

I problemi alimentari sono roba seria, serissima, sinceramente leggere, ascoltare, vedere persone che parlano con faciloneria disarmante mi fa sempre più paura.

No sto qui a dirvi cosa, quanto, come e perché mi sarei mangiata il mondo; se proprio siete curiosi in questi vecchi post (La materia di cui siamo fatti; Nelle scarpe degli altri; Palla nera non avrai il mio scalpo, Vengo anch’io, no tu no;  Usa la Forza Francesca!) un po’ di motivi li trovate. Il cibo è il modo istintivo con cui io riempio le mie voragini, lo sarà sempre. Non do consigli, se fossi così brava a risolvere problemi altrui, compresi problemi col cibo, vivreri con un tipo magro, atletico, fighissimo; no esagero, neanche io sono magra e atletica. A ben pensarci il pancione consorte è fighissimo, non magro e atletico, ma fighissimo sì.

Tutti a dare consigli sul cibo, a fare diete, a dare diete agli altri, tutti informatissimi su cosa è sano e cosa non lo è. Io che col cibo ho un rapporto difficile da 40 anni, un rapporto che è molto migliorato ma che se non è tenuto sotto controllo può diventare di nuovo pericoloso e distruttivo non ho niente da dire. C’è già tanta gente che parla a vanvera, non c’è bisogno di me.

Amma arrivà fin’ ‘o bass Lazio

— Amma arrivà fin ‘o bass Lazio.

—Pe’ me putit arrivà fin’ ‘a Svizzera, nun me pass manc pa capa.

Nella terza puntata di Gli effetti di GOMORRA LA SERIE sulla gente di The Jackal c’è questo dialogo esilarante; la famiglia Quintavalle-Ferone Ferone-Quintavalle quest’estate ha seguito il consiglio di The Jackal e ha girato la Campania arrivando fin ‘o bass Lazio.

La conquista di una Campania a noi sconosciuta, o dimenticata, è durata circa due settimane: un susseguirsi di luoghi, persone, scoperte. Abbiamo preso atto del fatto che abbiamo girato tanto lontano da casa e conosciamo poco la nostra casa — Napoli — e i luoghi che la circondano.

La mucca che ci guarda esterrefatta sul monte Mottola; il Turismo rurale Le Grazie a Piaggine dove abbiamo soggiornato quattro giorni; le Gole del Calore; il ristorante L’Occhiano a Felitto; il concerto di Noa a Laurino, e averla come vicina di stanza al Turismo Rurale Le Grazie; Roscigno Vecchia;  il centro storico di Piaggine; l’escursione sul Monte Cervati; il centro storico di Laurino; la passeggiata sulle rive del fiume Calore Lucano e i piedi immersi nelle sue acque pulite e gelide; il Caseificio Luise di Castel Volturno e il sapore della sua mozzarella immutato dopo 40 anni che porta alla luce ricordi bellissimi; Caserta Vecchia; il belvedere di San Leucio, la sua fabrica di seta e il suo sistema sociale; il ristorante Antica Locanda di San Leucio; la Certosa di Padula; Cusano Mutri (Benevento) e il pane integrale spettacolare del ristorante-panetteria Antichi Sapori, ma anche il resto meritava; il borgo antico di San Felice al Circeo e la passeggiata coi cani sul monte Circeo, sì i cani: Piera e Arturo; l’Abbazia di Fossanova; la Reggia di Caserta; l’agriturismo Le Campestre di Castel di Sasso (Caserta). Ecco la nostra estate.

Francesca Matilde Ferone mette bandierine a forma di mutandoni in tutti i luoghi visitati della Campania. Illustrazione di Sandro Quintavalle

Celo, celo, celo, manca

Vacanza costruita giorno per giorno, inaspettata e nata per caso. Il supporto di internet c’è stato fondamentale per scegliere dove dormire, i luoghi da visitare, dove mangiare. Il navigatore ha avuto un ruolo fondamentale nel farci perdere, trovare la strada più lunga e difficile, finire in posti, anche molto belli, ma ben distanti dalla nostra destinazione.

Prenda il lettore le pagine che seguono come sfida e invito. Faccia il proprio viaggio secondo un proprio progetto, presti minimo ascolto alla facilità degli itinerari comodi e frequentati, accetti di sbagliare strada e di tornare indietro, o, al contrario, perseveri fino a inventare inusuali vie d’uscita verso il mondo. Non potrà fare miglior viaggio. E, se sarà sollecitato dalla propria sensibilità, registri a sua volta quel che ha visto e sentito, quel che ha detto e sentito dire. Insomma, prenda questo libro come esempio, mai come modello. La felicità, che il lettore lo sappia, ha molte facce. Viaggiare, probabilmente, è una di queste. Affidi i fiori a chi sappia badarvi, e cominci. O ricominci. Nessun viaggio è definitivo […]

[…] Il viaggio non finisce mai. Solo i viaggiatori finiscono. E anche loro possono prolungarsi in memoria, in ricordo, in narrazione. Quando il viaggiatore si è seduto sulla sabbia della spiaggia e ha detto: “Non c’è altro da vedere”, sapeva che non era vero. Bisogna vedere quel che non si è visto, vedere di nuovo quel che si è già visto, vedere in primavera quel che si è visto in estate, vedere di giorno quel che si è visto di notte, con il sole dove la prima volta pioveva, vedere le messi verdi, il frutto maturo, la pietra che ha cambiato posto, l’ombra che non c’era. Bisogna ritornare sui passi già dati, per ripeterli, e per tracciarvi a fianco nuovi cammini. Bisogna ricominciare il viaggio. Sempre. Il viaggiatore ritorna subito.

Viaggio in Portogallo Josè Saramago

Adoro l’incipit di Viaggio in Portogallo di Josè Saramago, quando cercavo un nome per la linea di ornamenti per il corpo che realizzo mi è capitato di rileggerlo: nei miei pensieri le Sculture da Viaggio di Bruno Munari si sono fuse con le parole di Josè Saramago dando alla luce Piccole Sculture da Viaggio.

I viaggi miei e di Sandro sono sempre stati un procedere a caso, alcune volte c’era un punto fisso da cui partire e dove tornare ogni sera, altre volte ci siamo spostati secondo l’umore. La macchina è il nostro mezzo di trasporto preferito, quello che ci rende liberi e ci permette di scoprire luoghi ameni, fuori mano. Per me la macchina è una conquista, ne ho già parlato in Elogio della mia lentezza. Guidare diverse ore al giorno, spesso per strade sterrate, di montagna, di campagna, perdermi, è stata la caratteristica dei viaggi in Francia: Bretagna, Alsazia, Costa Azzurra, Ain, Provenza. Una casa affittata, dal circuito Gites de France, in un posto bellissimo decisamente fuori mano, tranne in Alsazia, lì la casa era al centro di un paesino splendido, da cui muoverci ogni giorno, guidare tanto, scoprire posti cercando di evitare quelli più turistici.

La nostra scoperta della Campania ha seguito la falsariga delle nostre vacanze francesi, il Turismo rurale Le Grazie di Piaggine e la casa di Napoli sono stati i Gites da cui partire la mattina e a cui tornare la sera, la macchina è la stessa di tutti i nostri viaggi più recenti, l’equipaggio a bordo invariato, io, Sandro il pancione consorte, can Piera.

“Sembra di essere in Francia” è una frase che abbiamo detto spesso girando nel Cilento interno, in una provincia di Caserta a noi sconosciuta e lontana dal nostro immaginario fatto di distruzione del territorio, abusivismo e brutture varie, scivolando nel beneventano. La nostra Francia è piena di verde, di paesini antichi ben tenuti, di posti bellissimi dove non ti immagini di trovarli. La Campania che abbiamo scoperto è fatta di tutto questo.

Non sono una grande fan di Tripadvisor ma spesso si rivela utile, con Sandro lo usiamo seguendo le nostre regole: se ci sono molti commenti buoni e pochi cattivi leggiamo prima quelli cattivi e poi quelli buoni, quelli cattivi spesso sono surreali. Quest’estate grazie a questa tecnica abbiamo scoperto il Turismo rurale Le Grazie di Piaggine, il ristorante L’Occhiano di Felitto, l’agriturismo La Campestre di Castel di Sasso. Ognuno di questi posti ha commenti eccellenti e noi ci uniamo a quei commenti anche se su Tripadivisor non abbiamo scritto niente, riproponendoci di farlo prima o poi. Come al solito non lo faremo per pigrizia. L’Antica Locanda a San Leucio l’abbiamo scoperta per caso, anche questa gran bella scoperta, era lì, vicino l’ingresso dell’antico borgo di San Leucio, era aperta a pranzo il 16 agosto quasi alle 15,00 e noi avevamo fame; siamo entrati e abbiamo mangiato benissimo. Anche per questa, a posteriori, il metodo Tripadvisor Quintavalle-Ferone Ferone-Quintavalle si è rivelato esatto.

Agosto è iniziato con una badilata sui denti, e la nostra vacanza per certi versi è stata la nostra reazione all’accaduto. Gironzolando su internet mi sono trovata per caso sul profilo del Turismo rurale Le Grazie di Piaggine su Booking.com, dalle foto sembrava il posto che cercavo, la realtà si è rivelata identica alle foto, anche meglio. Ho controllato se ci fosse ancora posto per i giorni successivi, era il 7 agosto, c’era; sono andata visitare il loro profilo su Tripadvisor, commenti entusiasti, tranne pochissimi sinceramente insignificanti. Sembrava troppo bello per essere vero. La mattina dopo ho telefonato al proprietario chiedendo se accettavano cani e chiedendo conferma della disponibilità, e abbiamo prenotato. Preferisco prenotare e pagare direttamente senza intermediazione.

Perdersi, rendersi conto che il navigatore in determinati posti è meglio spegnerlo, farsi entrare bene in mente che spesso i posti belli sono raggiungibili per strade strette, di montagna o di campagna, sterrate o altro. Quando andando a Piaggine ci siamo ritrovati a svalicare il monte Mottola ho bestemmiato molto, ma avevo l’allenamento: 15 giorni nell’Ain, una bellissima regione della Francia del sud, selvaggia, montuosa, con strade sterrate, di montagna, strette, strade che portavano in posti bellissimi, mi avevano svezzata alla guida non in condizioni ottimali. La Bretagna, quella che abbiamo visitato noi, meno turistica, più nascosta, l’Alsazia, la Costa Azzurra vissuta avendo come punto di partenza una deliziosa casetta di Gorbio, piccolo borgo medioevale sopra Mentone che i francesi, che fessi non sono, hanno deciso di  restituire a nuova vita. A Gorbio non si costruiscono nuove case, se compri casa lì compri una casa antica, un rudere, e hai l’obbligo di ristrutturarla secondo parametri rigidissimi. Un borgo medievale sta riprendendo vita. Gorbio è sul pizzo di una montagna e anche per arrivare lì il navigatore ha deciso di farci fare la strada più impervia, una mulattiera. E se sul monte Mottola è stata una mucca a guardarci perplessa su quella mulattiera sulla collina tra Montecarlo e Mentone sono stati un asino e un cane da pastore a fissarci con sguardo incredulo.

Parliamoci chiaramente per me e il pancione consorte il Cilento fino a quest’estate significava mare, un mare che Sandro conosce poco e io non conosco affatto. Il Cilento interno? e che è? È un posto bellissimo.

Verde, verde, verde, io cercavo posti poco affollati, pieni di verde, con gente gentile, dove mangiare bene, camminare, sentirmi serena e li ho trovati.

Confusa e felice è il titolo di uno dei primi album di Carmen Consoli, ecco se lei si sentiva confusa e felice io quest’estate, non solo nel Cilento, mi sono sentita incredula e ignorante. Non ero l’unica. Se io e Sandro ci siamo sentiti come ci siamo sentiti per anni in Francia molti ospiti del Turismo rurale Le Grazie, clienti de L’Occhiano, escursionisti alle Gole del Calore, visitatori di Roscigno vecchia, si sentivano come in Toscana, in Umbria, in Trentino.

Francia, Toscana, Umbria, Trentino, e quant’altro, invece no: Campania. Sto diventando campanilista, mi piacerebbe se tra qualche anno in Francia, in Toscana, in Umbria, in Trentino, i turisti e i viaggiatori dicessero: “Sembra di stare in Campania”.

Persone che vogliono rimanere nella terra dove sono nate e cresciute, non per ottusità o chiusura mentale, ma perché la conoscono, la amano, ne riconoscono le potenzialità; persone che vedono con chiarezza le potenzialità turistiche dei luoghi dove vivono, vedono con chiarezza il pericolo di un turismo di massa, persone che voglio strade aggiustate ma non superstrade o autostrade, l’accesso difficoltoso ai luoghi li tutela.

Il cibo, il territorio, le coltivazioni e i metodi di coltivazione, gli animali al pascolo, un mondo, un mondo che unisce il Cilento, al Sannio, alla provincia di Caserta, un mondo antico e modernissimo. Superare rivalità ataviche tra paese e paese, tra frazione e frazione non è facile, decidere di rimanere nella propria terra invece di andare a costruirsi un futuro dove ci dicono la vita sia più facile è difficile assai, tornare, tornare a casa, può essere durissimo e meraviglioso contemporaneamente.

La storia dell’agriturismo Le Campestre è una storia di ritorni, ritorno di una famiglia dal Belgio alla sua terra, ritorno alla produzione di un formaggio dimenticato: il conciato romano. La famiglia Lombardi, proprietari dell’agriturismo, ha ricominciato a produrre questo formaggio, tipico della zona, la cui produzione era stata abbandonata. Castel di Sasso provincia di Caserta, io per ignoranza, fino a un mese fa a sentir parlare di provincia di Caserta storcevo il naso, uscire dall’autostrada a Caianello per andare a Cusano Mutri o a Santa Maria Capua Vetere per andare a Castel di Sasso, guidare circondata da paesaggi bellissimi e inaspettati mi ha evidenziato che pregiudizi e ignoranza, i miei in questo caso, chiudono le prospettive, rendono i propri mondi personali spazi angusti e ristretti.

La breccia creata quest’estate nei miei spazi angusti e ristretti mi ha portato a mangiare cose buone, coltivate, allevate, cucinate con cura, mi ha fatto conoscere posti e persone, mi ha confermato che tutto parte dalla propria testa, dal proprio modo di vedere il mondo e se stessi, che la calma è la virtù dei forti non è un luogo comune: io che soffro di vertigini grazie alla calma mantenuta ho fatto una splendida escursione sul monte Cervati, guidati da Michele il figlio del proprietario del Turismo rurale Le Grazie. Michele è stata una guida perfetta, quando mi ha vista in difficoltà in punti del percorso particolarmente difficili per me mi ha fatto sentire a mio agio, mi ha dato il tempo di calmarmi, riprendere possesso della mia mente e del mio corpo annebbiati dalla paura e di andare avanti con i miei tempi. Eh sì, avere a fianco persone che ci incoraggiano e non approfittano o ridicolizzano le nostre paure e debolezze è fondamentale. La calma mantenuta su strade strette, spesso sterrate, di montagna — la scritta Statevi accorti che non ci stanno i parapetti, ok la scritta non è riportata letteralmente il significato però quello è e l’ansia che crea anche — è frutto della capacità che ho acquisito nel tempo, e continuo ad acquisire, di dominare pensieri, paure, emozioni negative.

Un’estate in cui i ricordi sono diventati riscoperte: la mozzarella del Caseificio Luise a Castelvolturno, l’Abbazia di Fossanova, il Circeo.

La mozzarella del Caseificio Luise è uno dei ricordi più belli della mia infanzia: quando abbiamo comprato la casa a Baia Verde non c’era acqua potabile, per molti anni la situazione è rimasta la stessa, mio padre una o due volte a settimana andava a Castelvolturno a riempire le taniche di acqua potabile, spesso l’operazione acqua da bere diventava l’occasione per la sosta da Luise; Luise era dove è adesso, sulla Domiziana, andando verso Castelvolturno, allora era molto più piccolo, aveva l’ingresso direttamente sulla strada e sulla porta c’era una di quelle tende composte da strisce di plastica colorate. Quando nell’operazione acqua era coinvolta tutta la famiglia Ferone papà scendeva dalla macchina, entrava nel caseificio e ne usciva con due buste, una contenete le mozzarelle grandi per la cena, mai meno di un chilo, e una più o meno dello stesso peso piena di bocconcini di mozzarella da consumare subito, in macchina, come merenda. I cinque famelici membri della famiglia Ferone: io, mio fratello, mio padre, mia madre, e finché ha potuto zia Maria, la zia di mio padre proprietaria dei mutandoni che hanno reso felice parte della mia infanzia e regalato il titolo a questo blog, erano gente serie, gente che di mozzarella se ne intende, i bocconcini di mozzarella di Luise non sono hanno mai visto Castelvolturno paese, sono sempre stati fatti fuori molto prima.

Quest’estate questo ricordo mi è tornato in mente, Sandro ha fatto una ricerca su internet e ha scoperto che il Caseificio Luise era sempre lì, ingrandito e con un sito web da cui vende mozzarella in ogni dove. La mattina di Ferragosto abbiamo telefonato e appurato che erano aperti anche quel giorno siamo andati a procacciarci il pranzo di Ferragosto, il più buono da anni, mozzarella, solo mozzarella, buonissima. I bocconcini erano finiti, siamo tornati altre volte a prenderli. A pranzo ho fatto assaggiare la mozzarella prima a Sandro, lui non aveva mai mangiato la mozzarella di Luise prima ma una mozzarella buona la sa riconoscere — avevo paura che un bel ricordo si trasformasse in un brutto presente — la faccia estasiata di Sandro masticando la mozzarella mi ha rassicurata. Baia Verde, Castelvolturno, quei luoghi della mia infanzia ormai sono posti degradati, brutti, deturpati, la mozzarella no, la mozzarella di Luise ha retto gli anni che passano, e in quei luoghi gli anni sono passati come bulldozer impazziti che distruggono tutto e tutti; ma qualcosa ha retto, il Caseificio Luise ha retto, e forse, anzi sicuramente, altre realtà eccellenti si nascondono in quei luoghi, in attesa di essere scoperte.

A San Felice al Circeo e al suo  borgo antico sono legati molti ricordi della mia infanzia e preadolescenza, all’Abbazia di Fossanova è legato un ricordo di quel periodo, che mi fa capire come cose che al momento ci sembra di vivere malissimo in realtà ci fanno stare bene. La rassegna di musica mozardiana all’Abbazia di Fossanova non so se si è tenuta un solo anno o si è ripetuta più anni, so che al momento l’ho odiata, mi portava via tempo di mare e tempo di gioco. Il martedì pomeriggio, se non erro, si usciva verso le quattro e si partiva da casa di zia al Circeo per andare ad ascoltare Mozart, non lui in persona eh, all’Abbazia di Fossanova, il gruppo d’ascolto era composto da me, mio fratello e mia zia, forse qualche amica di zia non ricordo. Come le ho detto quest’estate, con profondo affetto, odiavo mia zia e odiavo quel posto durante quelle escursioni estive ad ascoltare una musica che mi annoiava a morte. La mente umana è strana, e la mia è strana forte, una delle cose più noiose della mia vita si è trasformata in un ricordo meraviglioso. Dopo averci pensato su credo di aver trovato la soluzione al mistero: è vero che andando a sentire il concerto a Fossanova zia ci privava di mare e di gioco ma la bellezza dell’abbazia, il fresco che trasudava dai quei muri in caldi pomeriggi estivi, quella musica a me estranea, in realtà mi regalavano una grande serenità.

Non tornavo al Circeo da anni e quest’anno siamo tornati a trovare zia, abbiamo trascorso due giorni sereni, al ritorno ci siamo fermati all’Abbazia di Fossanova, ristrutturata e ancora più bella di quanto la ricordassi; eh sì!: simm arrivar fin ‘o bass Lazio.

Da Napoli abbiamo fatto spedizioni giornaliere, in luoghi conosciuti come Casertavecchia e la Reggia di Caserta, dove non tornavo da anni, sconosciuti come Cusano Mutri, rinomati ma mai visti come la Certosa di Padula, il Belvedere di San Leucio, il borgo antico e la fabbrica di seta.

Ordine, ci vuole ordine, una cosa alla volta; vediamo di far procedere ‘sto racconto con un senso compiuto.

A Casertavecchia ero stata di sera a mangiare un paio di volte con amici, una volta tantissimi anni fa con mio padre e il resto della famiglia. Ritornandoci l’ho trovata  bella ma troppo turistica per i miei gusti. E al bar in piazza sono antipatici: no ecco se mi siedo, prendo un caffè e una bottiglia d’acqua, ti prendi quattro euro, ti lascio 1 euro di mancia, sto seduta al massimo 15 minuti e poi ti chiedo di cambiarmi in monete cinque euro, il bar è pieno, e mi dici di non avere spiccioli, diventi subito vincitore del premio Col cavolo mi vedi più mentecatto. Casertavecchia è bella ma non ci appartiene, la cosa più bella del tempo trascorso lì è stata guardare il cane che giocava a calcio con i bambini del posto.

Il Belvedere di San Leucio e la fabbrica di seta sono belli, belli. Lì abbiamo incontrato un guida preparata ed entusiasta e un uomo triste assai che ha deciso di manifestare la sua furbizia risparmiando i 2 euro della guida dato che gli altri componenti del gruppo avevano già raggiunto e superato il prezzo da lei richiesto per la visita. I soldi raccolti, anche se erano un po’ in più, li abbiamo dati tutti a questa ragazza simpatica e preparata, e dato che esistono esseri brutti al mondo e persone belle una signora del gruppo alla fine della visita presa dall’entusiasmo le ha dato altri soldi in regalo, perché li meritava tutti. Io e il pancione siamo esseri mediocri e abbiamo contribuito solo con la nostra quota.

A San Leucio ho pianto, guardando la fabbrica, ascoltando la guida e scoprendo l’esperimento sociale fatto in quel luogo, perfettamente riuscito, dai Borbone. Dalla pagina di Wikimedia su San Leucio riporto alcune note sull’organizzazione della Real Colonia di San Leucio, pregherei di notare la modernità dell’organizzazione leuciana e come nel 2015 stiamo correndo indietro. Se notate una certa vena polemica accade perché c’è una certa vena polemica.

Il re Carlo di Borbone, consigliato dal ministro Bernardo Tanucci, pensò di inviare i giovani in Francia ad apprendere l’arte della tessitura, per poi lavorare negli stabilimenti reali. Licenziato Tanucci nel 1776, gli subentrò Domenico Caracciolo che diede grande impulso alla colonia. Fu così costituita nel 1778, su progetto dell’architetto Francesco Collecini, una comunità nota come Real Colonia di San Leucio, basata su norme proprie. Alle maestranze locali si aggiunsero subito anche artigiani francesi, genovesi, piemontesi e messinesi che si stabilirono a San Leucio richiamati dai molti benefici di cui usufruivano gli operai delle seterie.

Ai lavoratori delle seterie era, infatti, assegnata una casa all’interno della colonia, ed era, inoltre, prevista per i figli l’istruzione gratuita potendo beneficiare, difatti, della prima scuola dell’obbligo d’Italia che iniziava fin da 6 anni e che comprendeva le materie tradizionali quali la matematica, la letteratura, il catechismo, la geografia, l’economia domestica per le donne e gli esercizi ginnici per i maschi. I figli erano ammessi al lavoro a 15 anni, con turni regolari per tutti, ma con un orario ridotto rispetto al resto d’Europa. Le abitazioni furono progettate tenendo presente tutte le regole urbanistiche dell’epoca, per far sì che durassero nel tempo (abitate tuttora) e fin dall’inizio furono dotate di acqua corrente e servizi igienici.

Per contrarre matrimonio gli uomini e le donne, compiuti rispettivamente almeno 20 e 16 anni, dovevano dimostrare di aver conseguito uno speciale “diploma al merito” concesso dai Direttori dei Mestieri. I matrimoni si svolgevano il giorno di Pentecoste con una celebrazione particolare: a ogni coppia era assegnato un mazzo di rose, bianche per gli uomini e rosa per le donne, fuori la chiesa li aspettavano gli anziani del villaggio, di fronte ai quali le coppie si scambiavano i mazzi di fiori come promessa di matrimonio. Ciascuno era libero di lasciare la colonia quando voleva, ma, data la natura produttiva del luogo, si cercava di inibire tali eventualità, ad es., facendo divieto di ritorno in colonia oppure riducendo al minimo le liquidazioni.

La produttività era garantita da un bonus in danaro che gli operai ricevevano in base al livello di perizia che avevano raggiunto. La proprietà privata era tutelata, ma erano abolite le doti e i testamenti. I beni del marito deceduto passavano alla vedova e da questa al “Monte degli orfani”, cioè la cassa comune gestita da un prelato che serviva al mantenimento dei meno fortunati. Le questioni personali erano giudicate dall’Assise degli Anziani, cd. seniores, che avevano raggiunto i massimi livelli di benemerenza ed erano di nomina elettiva. I seniores monitoravano anche la qualità igienica delle abitazioni e potevano deliberare sanzioni disciplinari nonché espulsioni dalla colonia

Come ho detto all’inizio prima di salire sul belvedere in una traversina della piazza dove inizia la Real Colonia di San Leucio trovate L’Antica Locanda, un ristorante piccolo, ben curato, con un cuoco e un proprietario simpatici assai, dove ho mangiato un risotto alla pescatora spettacolare, del baccalà fritto che non ve lo dico proprio e un antipasto di crudo di mare serio, sì davvero serio. Fanno anche piatti a base di carne e verdure e ci torneremo per informare il mondo su come se la cavano con quelli ‘sti ragazzuoli.

Della Reggia di Caserta che dire? Bella, enorme, il parco con le fontane in funzione e il giardino inglese meravigliosi. I dintorni? Ecco sui dintorni stenderei un velo. Un cosa la aggiungo, una visita ben fatta all’interno della Reggia, al parco e al giardino inglese richiede più di un giorno.

Napoli-Certosa di Padula/Certosa di Padula Napoli tutto in una giornata, in tutto 5 ore di macchina. Ne è valsa la pena? Assolutamente sì. È stato faticoso? Non più di tanto. A parte andare avanti indietro la Certosa l’abbiamo visitata? Sì!

Descrivere la Certosa di Padula mi è impossibile, come per tutti gli altri luoghi di cui parlo in questo post, ci vorrebbe un post intero dedicato a lei, una cosa però la voglio dire, se non ve ne frega un fico secco dell’arte ma siete appassionati di arredamento d’interni correteci: refettorio, chiostri, chiesa, gli ambienti che contengono il Museo archeologico provinciale della Lucania occidentale, sono belli; la biblioteca non è visitabile ma la scala da cui si accede è un miracolo di architettura, ma signori miei la cucina della Certosa è uno di quei posti dove ti vengono le lacrime agli occhi, un posto bello, caldo, accogliente, tenuto talmente bene da darti l’impressione che possa prendere vita sotto i tuoi occhi.

La Reggia di Caserta, la Certosa di Padula e Il Belvedere di San Leucio sono patrimonio UNESCO, giusto per notizia in Campania ci sono molti siti UNESCO, tra cui il centro storico di Napoli.

Gesù stavo finendo il post senza ritornare su Cusano Mutri, in provincia di Benevento, nel Parco Regionale del Matese, un piccolo borgo medioevale, fa parte del Club dei borghi più belli d’Italia. Arrivando a Cusano Mutri abbiamo detto per l’ennesima volta: “Sembra di stare in Francia”, e perdendoci al ritorno l’abbiamo ripetuto, esattamente in Alsazia. Cusano Mutri è piccolo assai ed è un ottimo punto di partenza per escursioni, sul sito del paese, o se si e lì andando alla Pro loco, si possono avere informazioni accurate. È un posto reale, abitato da chi ci è nato, non un posto ormai finto come se ne trovano spesso in giro. Tutti i posti che abbiamo visitato quest’estate sono posti reali abitati da gente reale.

Facciamo venire i nodi al pettine di quest’estate che sta finendo, sì è il 10 settembre è ancora estate, e di questo post.

Abbiamo mangiato tanto e cose buone, e straordinario ma vero siamo dimagriti, abbiamo visto posti belli e siamo tornati in posti già visti che ci continuano a piacere, abbiamo capito che la Campania è grande, ricca di storia, natura, cibo, arte, gente che lavora con impegno, passione e dedizione. Noi abbiamo ancora tanto da scoprire, e tanti luoghi dove tornare. Abbiamo preso atto del fatto che se non avessimo visitato prima posti lontani per poi dedicarci a luoghi vicini forse non avremmo apprezzato la bellezza di questi ultimi.

Muoversi, viaggiare, conoscere posti lontani e posti vicini, riuscire a capire il valore della propria terra e delle persone che passano la vita a valorizzarla con il loro lavoro, ripartire, tornare con nuove idee, nuovi spunti per migliorare il proprio territorio. Ecco questa è la mia idea attuale di viaggio.

Questo è un post senza link, o meglio con link solo ai post precedenti di questo blog a cui faccio riferimento. Voglio lettori attenti, curiosi, non pigri; voglio che se qualcosa nel post vi ha incuriosito e volete approfondire facciate una vostra ricerca personale, sarà più soddisfacente.

Il nostro viaggio in Campania è appena cominciato, o ricominciato, e come dice Josè Saramago i viaggi non finiscono mai.