Leggere, scrivere, agire.

Scrivere

Scrivere un post sensato sulla scrittura è difficilissimo. Mi verrebbe di cominciare con un bel: “Scrivete e moltiplicatevi”; sì lo so per moltiplicarvi, e anche per diletto, si fa altro. Allora ricomincio ‘sto post e lo ricomincio con un’affermazione netta: a me la scrittura ha salvato la vita. Sembra esagerato? Non lo è.

Scrivere non mi è facile, scrivere mi costa fatica, scrivere per molti è tempo perso e allora perché non decidere che è tempo perso anche per me e impiegare il mio tempo in modo più proficuo? Perché no.

Scrivere a mano, fissare sulla carta parole che formano frasi che formano pensieri spesso è una violenza che faccio a me stessa e il più grosso regalo che possa farmi.

Le scorse settimane sono state settimane faticose, calma e lucidità erano le parole d’ordine; la mia testa, la parte che ragiona con lo stomaco e con la paura e l’ansia, diceva altro. Sedermi, prendere la penna, poggiarla sul foglio, ha richiesto fatica e forza, le parole si chiudevano in un nucleo compatto, duro e freddo, in cui i pensieri si serravano e dal quale usciva una nebbia fitta e dolorosa, difficile da scalfire.

La mia mano sinistra doveva spingere la penna sul foglio facendo pressione, ogni lettera premuta sul foglio scalfiva quel nucleo. A volte la voglia di scappare, di fare altro, di non pensare, di allontanarmi dalla calma e lucidità che mi regala la scrittura, soprattutto quella più faticosa, diventava disagio fisico: tensione al collo, alle spalle, alle mascelle. Volevo guardare altrove, volevo affondare le mani nella sabbia formata da rabbia, rancore, superstizione, autocompatimento che mi è stata amica per anni. Quella sabbia è morbida, ne posso prendere manciate e farne palle grandi e tonde da lanciare su me stessa e sugli altri. Quel foglio e quella penna non sono miei amici, mi provocano dolore fisico ed emotivo, perché autoinfliggermi una tortura simile.

La testa nella mano destra, pollice appoggiato alla tempia destra , indice e medio appoggiati sulla tempia sinistra, contenere i pensieri con una barriera fisica, indirizzarli lungo il braccio sinistro, farli arrivare alla mano, spingerli con forza verso la penna, poggiarli sulla carta.

Francesca Matilde Ferone corre felice sulle pagine di un quaderno. Illustrazione di Sandro Quintavalle

Evvaiiii!!!

Ah sì! sono mancina. No, non mi sono confusa nello scrivere, anche se, lo ammetto, a volte, spesso, confondo destra e sinistra. Sì sto cercando di cambiare argomento.

Ok è un post sulla scrittura e sulla lettura non sul mio senso dell’orientamento. Torno sul pezzo.
Allora, da queste parti non è stato tutto rose e fiori, ci sono stati momenti complessi assai, codesti momenti complessi sono iniziati quando la mia vita era ancora giovane. Dai 15 anni ai 30 ho frequentato vari psicologi; non finirò mai di ringraziare la mia vicina di casa, psicologa di professione, che mi ha vista crescere, mi ha vista adorare mio padre, essere tutt’uno con lui, l’ha visto morire, mi ha vista ingrassare a dismisura, ha visto il rapporto sempre più teso e violento con mia madre, ha visto mia madre sfogare in maniera sempre più aggressiva e violenta su di me i sintomi di quella malattia curabilissima, di cui non c’è niente da vergognarsi, ma che non è stata curata ed è stata molto negata, fino a pochi anni prima della sua morte, depressione bipolare, roba comunissima eh! Quelle facce preoccupate, altezzose e spaventate sono fuori luogo, sappiatelo. Lo so che alcuni di voi leggendo le hanno fatte. Ignoranti!

Vedere quello che ci sta vicino e che rompe la visione della vita e del mondo che ci siamo costruiti per molti è intollerabile, allora meglio negare, non vedere. A vedere in quegli anni sono state solo una delle mie zie, che non ho mai ringraziato, anzi spesso le ho reso la vita difficile, e chiariamo lei di problemi ne aveva già un bel po’ di suoi, Nella, un’amica d’infanzia di mia madre, e la mia vicina di casa. Verso i 15 anni le ho chiesto aiuto, lei non poteva darmene, mi conosceva, non era possibile, mi ha indicato una sua collega molto brava che lavorava in un consultorio e poteva vedermi una volta a settimana gratis.

Due mesi fa la mia vicina di casa è morta, io sono andata ai funerali, ne avevo bisogno, anche a lei non ho mai detto grazie.

Al consultorio sono andata solo per un’anno, l’anno dopo la dottoressa che mi aveva in cura smise di lavorare lì e io rimasi di nuovo sola con i miei casini. Negli anni si sono susseguiti altri psicologi, la svolta buddista, sì per un po’ ho detto per ore Nam myoho renge kyo, lo ammetto senza troppa convinzione, massimo rispetto per chi ne ha tratto qualche beneficio, e in ultimo un gruppo di auto-aiuto per bulimici: gli Overeaters Anonymous.

Ho capito molto presto di avere dei problemi da risolve, che non era vero che i problemi che mi ero trovata ad affrontare dalla morte di mio padre, quando avevo quasi dieci anni, erano comuni a tutti perché tutti hanno i loro problemi. Negli anni ho capito che gli stessi eventi producono effetti diversi su ogni persona che li vive, che all’interno delle famiglie i rapporti sono complessi, ogni membro viene visto e vissuto dagli altri in maniera differente, che le persone nelle famiglie vengono vissute come elementi del gruppo o come corpi estranei, spesso fastidiosi, in base a quanto di adeguino e si adattino agli usi e costumi di quella famiglia.

Nel cercare aiuto ho fatto un errore di base, temo lo facciano in molti: cercare la soluzione definitiva. Ma ditemi brava! Di cazzate ne ho fatte tante, sono stata spesso autolesionista, ma mai, dico mai, ho fatto finta di non avere problemi, né ho nascosto la testa sotto la sabbia.

Per mia esperienza, dopo tanti anni, ho dovuto accettare la dura realtà: le soluzioni definitive, per me, non esistono. La bacchetta magica che mi doni calma, serenità, un rapporto affettuoso e amorevole con me stessa e con gli altri; la bacchetta magica contro le mie paure, la voglia di mangiare il mondo quando sono stanca, nervosa, frustrata o ho voglia di anestetizzare col cibo le voragini che mi porto dentro, fatte di buio e freddo, facendo finta che non ci siano; la bacchetta magica dei rapporti interpersonali; la bacchetta magica che renda piacevoli le tante cose da fare giornalmente e non mi va di fare, non esiste.

Non esiste un cambiamento definitivo e duraturo che mi trasformi nel mio supereroe preferito: SuperFrancescaMatildeFerone, un misto tra Superman e Super Pippo. Per mantenere i risultati ottenuti, non precipitare indietro, fare piccoli, o grandi, passi avanti devo fare i conti giornalmente con me, con il mio passato, con i ricordi trasformati in nucleo duro e distruttivo, con la paura, la rabbia, il rancore, il senso di colpa, la pigrizia, l’ansia, l’invidia, la voglia di compatirmi, la superstizione.

A vederlo con distacco è interessante osservare come il peggio di me, e di tutti gli esseri umani, abbia simili manie di protagonismo e si impegni così tanto per raggiungere i suoi scopi, e spesso, troppo spesso, li raggiunga.

Le parti più intime di me, quelle che formano il nucleo più duro e chiuso su se stesso, hanno bisogno di carta e penna per srotolarsi e mostrarmisi con chiarezza. Parole che sgorgano con violenza, senza né ordine né punteggiatura; o parole meditate una a una, parole poggiate sul foglio con grafia chiara, con sintassi curata, punteggiatura appropriata. Parole che ordinano pensieri disordinati, costruiscono legami che mi sono poco chiari, parole che costruiscono impalcature mentali su cui costruire altri pensieri, progetti, azioni. Grammatica e grafia diventano basi sicure su cui trasformare confusione in chiarezza. Non sempre quello che si svela mi piace, a volte vorrei voltare lo sguardo altrove, vorrei riappallottolare le parole srotolare e lanciarle lontano da me o spingerle in luoghi reconditi di me.

Scrivere per me è uno strumento per agire. Le parole poggiate sulla carta le recupero nella mia mente quando ne ho bisogno. Potremmo dire che ogni parola scritta ha una sua occasione d’uso. Quando ho iniziato a scrivere volevo diventare una persona diversa, volevo combattere definitivamente paure, ansie, rabbie, angosce, insicurezze. Volevo abbattere atteggiamenti mentali ed emotivi. Dopo 15 anni so che non è possibile, e neanche mi interessa più; ogni giorno provo ad essere il meglio di me stessa grazie alla scrittura, a volte mi riesce altre no.

La scrittura srotola, porta in superficie, chiarisce, mostra, modifica modi di pensare e atteggiamenti automatici, ma lo fa solo se seguita da una pratica reale, altrettanto faticosa, fatta di azioni nuove, pensieri osservati e modificati, abitudini combattute giornalmente e abitudini costruite giornalmente. Il miracolo scrittura non è avvenuto. Il miracolo scrittura non esiste. Esiste l’impegno scrittura che porta all’impegno quotidiano, alla consapevolezza di avere un modo di pensare e agire distruttivo se non osservato e mutato di direzione, impegno costante e quotidiano. No, non posso vivere di rendita, né di parole scritte, né di azioni fatte.

L’ho detto, nei momenti peggiori mi piace l’idea dell’inutilità della scrittura, delle cose che non cambiano, dei pensieri sempre uguali a se stessi impossibili da combattere. Conosco tantissime persone pronte a confermarmi queste “verità”, a confermarmi che scrivere è una perdita di tempo, un passatempo da perditempo. Il mio impegno nel combattere la scrittura mette in evidenza quanto scrivere sia fondamentale per me. Se non fosse così efficace nel portare a galla, smascherare, evidenziare il peggio di me non la combatterei con così tanto impegno. Se non fosse così efficace nello smascherare, evidenziare, portare a galla il meglio di me non mi impegnerei con tanto fervore nel combatterla.

La scrittura a mano, quella di cui ho parlato finora, è quella più intima, faticosa, curatrice. Poi c’è quella al computer. Sì, il mezzo e il supporto con cui fisso parole, frasi e pensieri fa la differenza.

Francesca Matilde Ferone alla macchina da scrivere rende omaggio a Stephen King e a Shining. Illistrazione di Sandro Quintavalle

Sì sono proprio a buon punto: “Il mattino ha l’oro in bocca”…

Luisa Carrada il 27 settembre 2015 ha scritto sul suo blog Il mestiere di scrivere un post per cui l’ho ringraziata tra me e me, e su Facebook, moltissimo, il titolo del post è Si scrive anche per essere felici, di seguito ne riporto alcuni passi.

Uno dei miei primi post di questo 2015, Caro diario, ti leggo e ti scrivo, riguardava la mia meraviglia e il mio entusiasmo dopo aver riletto le centinaia di pagine che avevo scritto negli anni, alcuni davvero difficili. Ora lo psicologo sociale Jonathan Haidt conferma: sì, le ricerche ci dicono che tra le tante attività che possiamo svolgere per superare le difficoltà e trovare un senso alla nostra vita – condizione indispensabile di ogni vita felice – la scrittura è ai primissimi posti. Le ricerche lo dimostrano: certo che fa bene confidarsi con gli amici, certo che fa bene dedicarsi agli altri, certo che fa bene ricominciare dal corpo quando non abbiamo più parole per esprimere il dolore né lacrime per piangere, ma nessuna di queste attività ha gli effetti duraturi sulla salute che ha la scrittura.

Perché scegliere le parole per la pagina non è come parlare con un amico o allentare la tensione in una corsa: si va molto oltre lo sfogo. Guardare e sentire le parole in solitudine, contemplarle a volte, passarci del tempo, rileggerle nel tempo, ci fa finalmente capire.

Bisogna ricorrere alle parole. Perché le parole ci aiutano a creare una storia che ha un senso. Se si è capaci di scrivere la propria storia, si raccolgono i frutti della riconsiderazione cognitiva (insieme all’agire diretto, una delle due modalità per uscire dalle avversità), anche anni dopo un evento. Si può chiudere un capitolo ancora aperto della propria vita, che ancora condiziona i nostri pensieri e ci impedisce di andare avanti verso una storia più ampia.

Non importa se fossimo o meno preparati quando il colpo è arrivato. A un certo punto, anche mesi dopo, tira fuori un pezzo di carta e mettiti a scrivere. Anche solo un quarto d’ora al giorno, per molti giorni di seguito. Non ti correggere, non ti censurare; non preoccuparti della grammatica e della sintassi; continua a scrivere. Scrivi cosa ti è successo, come ti senti e perché ti senti così. Non imporre un ordine ai pensieri. Quell’ordine, col tempo, emergerà da sé.

Adoro Luisa Carrada e la seguo con l’attenzione di una stalker affettuosa e rispettosa dell’oggetto della sua ammirazione, ci sono dei post in cui ho la sensazione che parli a me e mi conduca per mano in luoghi già miei.

Sull’Huffington Post del 6 aprile 2015 è stato pubblicato questo post: Scrivere fa bene alla salute, migliora l’umore, riduce lo stress, guarisce le ferite emotive e fisiche.

In uno studio del 2005 sui benefici per la salute emotiva e fisica della scrittura espressiva, i ricercatori hanno scoperto che buttare già qualche riga dalle tre alle 5 volte nel corso dei 4 mesi di ricerca, spendendo ogni volta dai 15 ai 20 minuti, aveva fatto la differenza nel migliorare la vita delle persone analizzate.

Scrivendo su eventi traumatici, stressanti o emotivi, i partecipanti avevano significativamente più probabilità di avere un minor numero di malattie e di essere meno colpiti da traumi. I partecipanti alla fine, infatti, aveva passato molto meno tempo in ospedale, avevano avuto una pressione sanguigna più bassa e funzionalità epatica migliore rispetto ai loro omologhi che non si erano dedicati alla pratica della scrittura.

Del valore terapeutico della scrittura si parla molto, della fatica di scrivere onestamente, scavando in sé e osservando il mondo, si parla meno. Luisa Carrada in un suo vecchio post parla di Writing down the bones di Natalie Goldberg (in italiano Scrivere Zen edito Astrolabio), lo sto leggendo in questo periodo, la cosa che mi piace di più è l’invito a scrivere scavando dentro di sé senza censure, paure, imponendoselo quando non se ne a voglia. Scrivere, anche, come forma di meditazione, scrivere come pratica quotidiana. Ok pensavo di aver fatto in questi 15 anni scoperte sensazionali sulla scrittura personale e invece no, ho banalmente sperimentato quello che altri già sapevano e su cui avevano anche scritto.

Francesca Matilde Ferone si fa un selfie con Gregor Samsa. Illustrazione di Sandro Quintavalle

Ciao Gregor, tutto bene in famiglia?

Leggere

Ho iniziato a leggere dopo la morte di mio padre, per i miei primi otto anni di vita, il nono l’ha passato cercando di curarsi senza riuscirsi, l’amato genitore si è premurato di fornire alla sua deliziosa bambina una biblioteca per giovani lettori variegata e interessante. Io, deliziosa bambina, mi sono premurata di non leggere nessuno dei volumi della suddetta biblioteca. L’unico libro che mi appassionava era il volume sui grandi condottieri de La mia enciclopedia, enciclopedia per bambini in voga allora. Un paio di anni dopo la sua morte, avevo circa 11 anni, una sera di primavera, ho aperto uno di quei libri, un libro arancione con delle illustrazioni, un giallo per ragazzi ambientato in Svezia S.O.S per Kalle Blomkvist di Astrid Lindgren, sì sì, proprio lei l’autrice di Pippi Calzelunghe. I lettori di questo pregevole blog che hanno letto la triologia Millenium di Stieg Larsson sanno che il cognome del personaggio maschile principale, Mikael Blomkvist, è un omaggio che Stieg Larsson ha fatto ad Astrid Lindgren, amatissima in Svezia.

S.O.S per Kalle Blomkvist mi ha regalato il piacere della lettura. Ok, sono stata una bambina moltooooo rompicoglioni, e come adulta ho mantenuto standard elevatissimi, ma il mio rifiuto per la lettura era legato alla convinzione che leggere fosse noioso. Quella primavera ho scoperto che leggere il libro giusto al momento giusto, quello che più si adatta a noi in quel momento è gioia pura. La gioia della lettura non è data da storie allegre a lieto fine, né da storie comiche, né da storie romantiche, la gioia della lettura, per come la intendo io, è data, come ho già detto, dal libro giusto al momento giusto. Il libro che tocca punti di noi che in quel momento richiedono attenzione, punti che hanno bisogno di essere portati alla luce. Possono essere, e spesso sono, punti dolorosi che abbiamo abilmente nascosto in angoli buoi al nostro interno.

Leggere mi permette di esplorare me stessa e il mondo, mi permette di avere conferma su cose che pensavo e sentivo e di catapultarmi in luoghi, epoche, pensieri, modi di vivere e di abitare il mondo che mi sarebbero rimasti estranei senza la lettura. Sì c’è il teatro, sì c’è il cinema, sì ci sono la musica, la pittura, la scultura, sì c’è tanto altro, ma niente riesce a entrare dentro di me e catapultarmi fuori di me come la lettura.

Quest’estate eravamo seduti con Sandro e can Piera allo Zenit sul lungomare di Pozzuoli, un posto che adoro, e mentre mangiavamo un panino sono arrivati tre ragazzi sui venti anni; a prima vista sembrava non potessero aver mai letto un libro in vita loro per il puro piacere di farlo. Uno dei tre andandosi a sedere si è avvicinato a Piera e le ha fatto un po’ di coccole, can Piera è un cane paraculo e ha una serie di espressioni del volto, soprattutto degli occhi, che la rendono cane coccoloso anche per gli estranei. Ma, orsù, torniamo al ragazzo; quel ragazzo mentre la coccolava mi ha fatto simpatia — no, non è automatico il passaggio coccoli il mio cane mi sei simpatico – ci siamo sorrisi e lui si è andato a sedere con gli amici al suo tavolo. Io e Sandro abbiamo continuato a parlare, guardare il mare, finire di mangiare; can Piera ha continuato a fare espressioni assurde sperando di avere cibo dalle persone agli altri tavoli.

Coccole e cibo sono l’ideale di vita dell’amato cane. Quando can Piera si fa coccolare la sua mira principale è ricevere cibo, non pensate di esserle particolarmente simpatici, non blaterate di quanto piacete ai cani, can Piera vuole cibo. Ah sì! can Piera vuole anche rotolarsi nella merda e in qualsiasi cosa putrida e puzzolente, come ogni cane da caccia serio, ma questa è un’altra storia.

Torno per l’ennesima volta al ragazzo di cui sopra. Quel ragazzo a un certo punto mi ha sorpresa e non ho potuto fare a meno di girarmi verso di lui: parlava con gli amici, entusiasmandosi, della scoperta del piacere della lettura, gli altri due gli facevano domande perplessi, non capivano come leggere potesse essere piacevole. Il nostro lettore novizio raccontava agli amici di come leggendo vedesse nella mente persone, luoghi, storie; di quanto fosse piacevole lasciarsi trascinare in un libro, del fastidio di doversi staccare da una storia che lo coinvolgeva per tornare al quotidiano, del piacere di tornare a quella storia. Gli amici lo guardavano sempre più increduli e perplessi. Quando ha raccontato di quella malinconia sottile che l’avvolgeva alla fine di un libro amato e della voglia di trattenere con se i personaggi, i luoghi, le storie, ho pensato: “Ora mi alzo e lo abbraccio”; tranquilli non l’ho fatto.

Francesca Matilde Ferone si fa un selfie con Hercule Poirot. Illustrazione di Sandro Quintavalle

Monsieur Poirot lo sa che adoro la Francia, la sua patria. Mi fa piacere signorina, ma io sono belga!

Quel ragazzo, che leggeva da poco, aveva capito velocemente una cosa che io ho capito dopo anni di lettura e libri finiti con fatica e senza piacere: i libri non devono per forza essere finiti, i libri possono essere interrotti; alcuni li riprenderemo al momento giusto, quando ci apparterranno, altri non ci appartengono e basta.

L’ho detto che quel ragazzo mi è stato simpatico da subito.

Leggere per me è basilare, leggo di tutto; ci sono lunghi periodi in cui non leggo: o non trovo il libro adatto a me in quel momento o non ne ho voglia. Leggere mi ha salvato la vita in momenti difficilissimi, trovare un luogo dove sentirmi a casa mentre fuori era tempesta mi ha dato la possibilità di non sprofondare nei luoghi più bui di me. Si l’ho già detto della scrittura ma la lettura è arrivata prima. Ho iniziato a scribacchiare verso i 20 anni, la scrittura come bisogno quotidiano e venuta tredici anni dopo, in una casa di Dublino, in un periodo di grande cambiamento, dopo una scelta che tutti, tranne me e Sandro, pensano sia stata un’errore enorme. Sandro sa, e lo so io, che quella è stata la scelta più giusta per me, e come dice lui, anche per lui, diversamente avrebbe avuto una balena infelice e malaticcia al suo fianco.

Hey pancione consorte ora tocca a te dimagrire, ci siamo capiti vero?
Ok, questa era una comunicazione privata in un blog pubblico, ma questo è il mio blog e lo uso come mi pare.

Saltello parlando e saltello scrivendo, lo sapete come si chiama questo blog, vero? No, non ho mutande in testa attualmente, non si trovano più i mutandoni di una volta, ma scrivere, superata la fatica, mi procura quella gioia e libertà che mi davano quei mutandoni in testa. Saltellando, saltellando, torno alla lettura. Leggere mi aiuta a stare al mondo e leggere mi permette di uscire da mondi in cui non voglio stare e mi riporta in quei mondi rigenerata. Non sempre la lettura è facile, allegra, leggera, felice; da qualche anno è sempre lettura adatta a me in quel momento. Sì, insisto sempre sullo stesso argomento: il libro giusto al momento giusto.

Ho iniziato questo post dicendo che scrivere mi ha salvato la vita e l’ho proseguito dicendo che leggere mi ha salvato la vita, ed è vero. Se non sono precipitata nella depressione, se non peso 200 chili, se sono una persona abbastanza serena, se non passo il tempo a piangere la mia “sfortuna” e a invidiare la “fortuna” degli altri, se sono cosciente di tutta la rabbia, rancore, paura, ansia, dolore che contengo ma anche cosciente della mia creatività, intelligenza, curiosità, ironia, senso dell’umorismo, pazienza, costanza, attenzione, capacità di impegnarmi nelle cose importanti lo devo a Sandro, senza il suo supporto non ce l’avrei mai fatta. Sandro mi ha regalato il lusso di leggere e scrivere senza sensi di colpa.

La scrittura al computer, per me, è la scrittura da condividere con gli altri. 14 anni fa ho scritto dei racconti, li ho anche spediti ad alcuni editori, mi hanno ignorata tutti tranne uno che mi ha risposto con una lettera di rifiuto molto cortese. Ero così contenta, mi avevano risposto, certo era un rifiuto ma diceva che non scrivevo proprio da schifo, pochi mesi fa ho scoperto che lettere come quella sono lettere standard. Me meschina! Ehi non mi sottovalutate, alcuni racconti sono stati pubblicati su un magazine on-line di grande prestigio: Carta igienica web. Che vi ridete?! andate a questo indirizzo web cartaigienicaweb.it e poi fatemi sapere se non è fighissimo. No i racconti non li trovate, sono passati più di 10 anni e i loro archivi non sono così forniti.

Dopo quei racconti per anni non ho più scritto qualcosa rivolto agli altri, tranne i testi del sito Piccole Sculture da Viaggio che non è più on-line, poi su Facebook l’anno scorso, in un periodo difficilissimo, per evitare di mandare a fanculo il mondo, ho iniziato a scrivere post molto personali, ne curavo la scrittura con attenzione, mi faceva stare bene. Erano post molto letti, dai più per curiosità, da alcuni per curiosità e perché gli piaceva il modo in cui raccontavo: rabbioso ma anche molto ironico. Scrivendo quei post mi sono accorta che raccontare, fare uscire parti di me dalla vergogna, smettere di nascondere parti del mio passato e del mio presente, mi fa stare bene.

Tornare a Napoli mi ha fatto sbattere contro una realtà dura e sgradevole, non avevo, né ho intenzione, di farmi abbattere dalle parole altrui sulla mia vita, da atteggiamenti sgarbati, da un’aggressività sottile nascosta da una gentilezza melensa di facciata. Allora scrivo, racconto, pubblico, butto fuori.
Mi sono detta. “Se ci sono così tante persone che conoscono la mia vita così a fondo da poter palare, giudicare, emettere sentenze, passarsi parola, perché non posso raccontare anch’io la mia versione della mia storia?”.

«Raccontateci di voi,» disse la principessina Mar’ja, «di voi si raccontano cose inverosimili.»
«Sì,» rispose Pierre con quel sorriso di mite ironia che ormai gli era abituale.
«Persino a me raccontano dei prodigi che non sono stato capace neanche di sognare. Mar’ja Abramovna mi ha invitato a casa sua e mi ha raccontato cosa mi era successo o doveva essermi successo. Anche Stepan Stepanyc mi ha insegnato che cosa dovevo raccontare. In genere ho notato che è molto comodo essere una persona interessante (perché ora io sono una persona interessante): mi invitano e mi raccontano loro…»

Lev Tolstoj Guerra e Pace

Ho incontrato il buon caro vecchio Lev Tolstoj da poco, l’ho evitato per anni, ero convinta che fosse noiosissimo e che si dovesse leggerlo per far vedere di averlo letto. Più persone molto intelligenti che hanno letto Moby Dick (se non avete mai visto Zelig di Woody Allen chiudete ‘sto blog e andate a vederlo; certo le parole virgolettate sono di Woody, ma lo sapevate già, vero?) mi avevano detto che in un buon bagaglio culturale non può mancare la lettura di Tolstoj. Io non leggo per avere un buon bagaglio culturale, leggo perché mi piace farlo e quindi mi sono detta: “Se bisogna leggerlo non varrà la pena  farlo e non lo leggo, tié”. Se qualcuno sta pensando che sono un’idiota ha ragione. Sì a volte sono un’idiota, sono così presa dal non farmi imprigionare da convenzioni e pregiudizi che mi chiudo in prigioni di convenzioni e pregiudizi che mi fabbrico da sola.

Tolstoj, con Anna Karenina e Guerra e Pace mi ha raccontato tanto di me e del mondo che mi circonda. Sì lo so che non vivo nella Russia dell’800, grazie di avermelo fatto notare. La grandezza dei classici è questa, raccontarti la parte immutabile della natura umana e delle relazioni sociali narrando storie radicate in epoche e luoghi precisi. Ok, ok, cosa sono i classici della letteratura lo sapevate già, io a volte me lo dimentico e me lo ripeto, e se avete la ventura, o sventura, di leggermi, lo ripeto anche a voi.

Francesca Matilde Ferone si fa un selfie con la simpatica balena Moby Dick. Illustrazione di Sandro Quintavalle

Moby facciamoci un selfie, quel cretino di Achab è sbattuto contro un iceberg

Quando scrivevo i racconti ero convinta di essere una mentecatta, ‘sti benedetti racconti non fluivano dalla mia testolina con facilità, era una faticaccia boia. Riuscire a trasformare in racconti ironici e leggeri pensieri ed eventi per me né ironici né leggeri era durissimo. E poi la sintassi, il lessico, l’ortografia. Che lavoraccio. Tutti a scrivere con facilità e io a faticare come una dannata, era evidente che non ne fossi capace. Pregherei di non sottolineare il fatto che i racconti sono stati rifiutati da svariati editori a conferma della mia incapacità di scrittura.

Tanti anni dopo ho incontrato su internet Luisa Carrada con il suo sito Il mestiere di scrivere e il suo blog. Grazie a Luisa, alla generosità con cui condivide quello che ha imparato in anni di scrittura professionale, ai libri sulla scrittura che consiglia, ai libri che scrive, ai blog che segue e di cui parla, ho capito che la scrittura è fatica, è metodo, è ricerca di un proprio tono di voce e di un proprio punto di vista.

Negli ultimi due anni ho letto tanto sulla scrittura, ho ricominciato a studiare la grammatica che non è il mio forte, nei test che girano tanto su Facebook non posso vantare punteggi altissimi come quelli di tanti miei contatti, sappiatelo. Che dire? passo molto tempo a leggere e ho ancora incertezze sulla grammatica e sull’ortografia? Sì. Momento dell’outing: scrivendo faccio errori di grammatica e ortografia, spesso vado a controllare su grammatica e vocabolario; ora linciatemi e fate ruote da pavone per la vostra grammatica impeccabile e ortografia a prova di errore.

Un mio tono di voce e un mio punto di vista sulle cose a poco a poco li sto sviluppando, è un lavoro continuo, lento, paziente. Non mi pongo il problema se ho talento o no, non ho un romanzo nel cassetto. Scrivo di quello che mi interessa e incuriosisce, scrivo di quello che devo far uscire da me per evitare che dentro di me stagni, marcisca, diventi tossico. Scrivo di ricordi dolorosi e di ricordi bellissimi. Scrivo perché mi fa star bene. Scrivo anche per essere letta, sarebbe ipocrita negarlo.

Scrivere per essere letti è un lavoro di fino. Scrivere è pubblicare sul blog mi espone al giudizio degli altri, faccio entrare estranei in parti di me, anche, molto intime e allora decido fino a che punto farli entrare. Se decido di parlare di un argomento lo faccio onestamente cercando di essere il più rispettosa possibile verso chi potrebbe sentirsi coinvolto, non accetto censure esterne, i limiti me li do da sola. Esistono cose talmente intime non solo per me ma anche per altri di cui ho deciso di non parlare. Non ho niente di cui vergognarmi ma se c’è una cosa che ho imparato è che le persone, compresa me, delle vite altrui, dei modi di pensare, vivere, agire, differenti dai loro, riescono a capire solo parte, talvolta neanche quella. Spesso i racconti altrui, scritti o orali, vengono stravolti dal modo di stare al mondo di chi li riceve. Ho smesso di arrabbiarmi se dico “A-B-C” e gli altri capiscono “Z-X-Y” lo faccio anch’io con le vite e i racconti degli altri, ma seleziono cosa dire, non falsifico, seleziono. Su alcune cose la trasformazione da “A-B-C” a “Z-X-Y” la posso tollerare, su altre no.

Scrivere, riscrivere, rileggere, riscrivere, buttare via quello che ho scritto, ricominciare daccapo, riuscire a rendere scorrevole pensieri che escono confusi e sovrapposti, tenere a bada la smania di finire, tagliare, correggere, trovare errori, correggere, trovare errori, pubblicare, rileggere quello che ho pubblicato, trovare errori, a volte belli grossi che mi erano sfuggiti alle letture e riletture precedenti. Non rileggermi per un po’, tornare a leggermi con più distacco e, talvolta, meravigliarmi del risultato ottenuto. Sì, da quando è nato il blog mi è capitato di leggermi con distacco a distanza di tempo dalla pubblicazione e trovare piacevole la lettura delle mie stesse parole. Ho un difetto enorme, tra i tanti, dimenticarmi del lavoro, paziente, faticoso, costante, che c’è dietro i risultati che ottengo, anche dietro un post del blog che mi piace particolarmente. Questo è poco rispettoso nei miei confronti, devo tenerlo bene a mente.

Leggendo L’amica geniale di Elena Ferrante ho capito il tipo di scrittura che vorrei raggiungere:

[…] prima ancora di essere travolta dal contenuto, mi colpì che la scrittura conteneva la voce di Lila. […] Lila sapeva parlare attraverso la scrittura, a differenza anche di molti scrittori che avevo letto e che leggevo, lei si esprimeva con frasi sì curate, sì senza un errore pur non avendo continuato a studiare, ma – in più – non lasciava traccia di innaturalezza, non si sentiva l’artificio della parola scritta.
Leggevo e intanto vedevo, sentivo lei. La voce incastonata nella scrittura mi travolse, mi rapì ancor più di quando discutevamo a tu per tu: era del tutto depurata dalle scorie di quando si parla, dalla confusione dell’orale…aveva l’ordine vivo che mi immaginavo dovesse toccare il discorso se si era stati così fortunati da nascere dalla testa di Zeus e non dai Greco o dai Cerullo.

Elena Ferrante L’amica geniale

Quanto esercizio c’era dietro la lettera che mi aveva mandato a Ischia anni prima: perciò era così ben scritta. […] Mi dedicai molto a quelle pagine, per giorni, settimane. Le studiai, finii per imparare a memoria brani che mi piacevano, quelli che mi esaltavano, quelli che mi ipnotizzavano, quelli che mi umiliavano. Dietro la loro naturalezza c’era di sicuro un’artificio, ma non seppi scoprire quale.

Elena Ferrante Storia del nuovo cognome

Ecco io vorrei scrivere così, non perché voglia fare la scalata al mondo letterario italiano, mondiale, universale, ma perché per me scrivere, anche per gli altri, è un modo per chiarirmi le idee. Racconto agli altri ma di base racconto a me stessa di me, e più lo faccio in maniera chiara, leggera, scorrevole, più riesco a vedermi leggendo le mie parole, più i nuclei duri e nebbiosi in cui si compattano e aggrovigliano i miei pensieri, ricordi, emozioni, desideri, si srotolano e diventano chiari.

Le prime versioni di molti post sono una serie di parole sconclusionate, non riesco a capire nemmeno io di cosa sto parlando, eppure quando mi ero seduta a scrivere avevo la certezza di avere tutte le parole sulla punta delle dita pronte a essere digitate per diventare frasi sensate, limpide e leggere. E invece? Invece il delirio. Ho imparato ad accettarlo questo delirio, ho imparato a far uscire parole che mi sembrano insensate e lontane da quello che voglio dire. Spesso mi assale la voglia di mollare.

Non finirò mai di ringraziare Luisa Carrada e tutti quelli che generosamente dicono con chiarezza che scrivere è pratica, lavoro, fatica, metodo. E non sto parlando di scrivere il saggio che rivoluzionerà il pensiero filosofico universale o il romanzo del secolo, sto parlando di riuscire a scrivere post su questo blog inconfondibilmente miei.

Sì io voglio scrivere testi chiari, con il mio tono di voce e il mio punto di vista, testi conversevoli, e non fate quella faccia dopo aver letto la parola conversevoli. E dato che rubo parole e pensieri in giro per farli miei rubo di nuovo a Luisa Carrada, che mi denuncerà a ragione:

Luisa, anche quest’anno sei con noi a C-come a parlarci di copywriting e scrittura. Lo scorso anno ti sei focalizzata sull’importanza di mettere al centro della nostra comunicazione il lettore; quest’anno il titolo del tuo intervento, “Naturalezza e conversevolezza”, lascia intuire un taglio differente. Ti andrebbe di anticiparci qualcosa?

Lo confesso: quando mi viene chiesto un intervento come quello a C-come ne approfitto sempre per mettere a fuoco io per prima non tanto un tema che ho già approfondito quanto uno che mi frulla per la testa. La naturalezza del testo scritto mi frulla da parecchio e il fatto di doverne parlare per venticinque minuti con voi tra un paio di mesi mi ha fatto alzare le antenne verso ogni testo felicemente conversevole. Quello che vi anticipo più che volentieri è perché il tema mi sembra così importante in questo momento. Perché gran parte dei media su cui scriviamo sta un po’ a metà tra oralità e scrittura: vi scriviamo, ma con l’impeto, la velocità, l’interattività propri del parlato. Però parlato non sono, anzi richiedono un’accuratezza estrema, persino maggiore che in passato. Pensiamo ovviamente ai social ma anche alla cara e ormai più che maggiorenne email.
E c’è un altro motivo: i testi naturali, vicini al parlato, sono tra i più leggibili. Ce lo confermano i neuroscienziati e gli psicologi del linguaggio. In questo mondo sempre più affollato di testi, un vantaggio niente male. Ma i testi felicemente naturali richiedono un sacco di lavoro.

Intervista di Valentina Falcinelli a Luisa Carrada pubblicata il 2 gennaio 2015 su c-come.it: Luisa Carrada: naturalezza e conversevolezza dei testi

Per anni sono stata convinta di essere un’inetta, sono stata convita che agli altri le cose venissero naturali e facilissime, ho incrociato molte persone pronte ad aiutarmi in questa convinzione. Ho scoperto da poco che le cose sono differenti, a fronte di rare eccezioni in cui il talento la fa da padrone – e anche il talento senza disciplina, pratica, lavoro, pazienza e costanza, finisce con l’esaurirsi – la maggior parte delle persone le proprie abilità se le costruisce con fatica, giorno per giorno. Alcuni lo ammettono apertamente, per altri il far credere di essere persone speciali piene di talento che trasformano in oro tutto quello che toccano è motivo di vanto. Poi ci sono i denigratori, quelli del “Io faccio questo, questo e questo. Tu povero idiota non ci riuscirai mai”. Non dico che tutti riusciranno a fare tutto quello che vogliono o sognano ma dico che impegnandosi dei risultati si ottengono. Impegno e non ascolto dei degradatori degli altri per professione sono una ricetta che faccio mia, spesso con fatica, giorno dopo giorno, da alcuni anni.

Nel mio quotidiano leggere, scrivere e agire sono interdipendenti, sono piacere e fatica, sono l’unico modo che conosco per non sprofondare nel peggio di me e non farmi soffocare dal peggio del mondo. Non credo siano la ricetta universale per indirizzare la propria vita in maniera più costruttiva e serena, è la mia ricetta, ad ognuno la sua.

Concludo questo post citando Stephen King, che in codesto post è stato già omaggiato dalla bellissima illustrazione del pancione consorte Sandro Quintavalle. Ho letto poco di Stephen King, e lui ha scritto moltissimo, quello che ho letto mi è piaciuto assai; Shining è un capolavoro dell’orrore, orrore del quotidiano. Ce ne fossero di scrittori popolari alla sua altezza tra i suoi sussieguosi detrattori, vabbè mi sto perdendo di nuovo. Come dicevo concludo questo post con una citazione di King, è tratta da On writing, metà autobiografia, metà libro sulla scrittura, in King il margine tra le due cose è così sottile che non si riesce quasi a distinguere. On writing l’ho letto sempre su consiglio di Luisa Carrada – non sono io ad essere ossessionata da lei e lei che è brava – e l’ho molto amato.

Scrivere non mi ha salvato la vita, perché questo lo devo alla perizia del dottor David Brown e all’amore premuroso di mia moglie, ma ha continuato a fare quello che aveva sempre fatto: rendere la mia esistenza un luogo più luminoso e più piacevole. […] Scrivere è tirarsi su, mettersi a posto e stare bene. Darsi felicità, va bene?
Darsi felicità. Parte di questo libro, forse una parte eccessiva, ha raccontato come ho imparato il mestiere io. Molta parte l’ho dedicata a come voi potete farlo al meglio. Il resto, forse la parte migliore, è incitamento: potete, dovreste, e se siete abbastanza coraggiosi da cominciare, scrivere.

Scrivere, come dice Stephen King, non salva la vita da un brutto incidente come quello capitato a lui ma aiuta a guarire prima. Scrivere rende la vita più luminosa e piacevole, scrivere è darsi felicità. Scrivere non è obbligatorio, forse non è per tutti, ma tentar non nuoce.

Ognuno ha i suoi ricordi. Ciao Giancarlo

Il 23 settembre 1985 avevo 18 anni, compiuti da poco più di un mese, pesavo quasi 100 chili, avevo cambiato scuola perché ero stata bocciata dopo essere stata rimandata a settembre: filosofia, promossa; fisica e chimica, bocciata. Facevo il liceo classico eh! Quel pomeriggio l’avevo passato in libreria con mia zia per comprare i libri scolastici, immagino di aver litigato con mia madre, come sempre in quel periodo, e verso le 21,00 ero davanti alla televisione.

Una serata normale in un periodo di merda.

Se hai 18 anni, pesi 100 chili e sei piena di brufoli non hai molti ragazzi dietro, allora sogni, prendi cotte improbabili e fantastichi, anche, su ragazzi fighi che abitano dalle tue parti. Nel palazzo di fronte al mio abitava un ragazzo magro, alto, bruno, capelli un po’ lunghi e occhiali, molto carino e con un’aria simpatica. Aveva otto anni più di me, questo l’ho scoperto dopo, e aveva una specie di geep decapottabile verde. Quel ragazzo mi piaceva da morire, non ci conoscevamo, non ci eravamo mai parlati, non sapevo il suo nome. Non che abbia mai avuto una cotta per lui ma decisamente mi piaceva.

Asso di bastoni e asso di cuori. Illustrazione di Sandro Quintavalle

Bastoni, cuori: scegli la carta, o rimani a guardare

Ci sono giornate di merda in periodi di merda così uguali a se stesse che passano senza lasciare traccia, il 23 settembre 1985 non è una di quelle giornate.

Uno, due, tre, quattro – oggi ho letto 10, non so se sia vero – spari, spari, spari; la corsa in camera di mia madre, le sue urla rivolte a me e mio fratello: “Allontanatevi dalla finestra, non vi affacciate, sparano!”

Io abito ai confini tra Vomero e Arenella, zona bene, io abito in un viale di professionisti, io non abito dove si spara. E invece è un’illusione, sparano.

Dal mio viale, che viale non è ma strada privata, iniziano delle scale che portano alla fermata della metropolitana di Salvator Rosa, sono aperte da circa 12-13 anni, da quando è in funzione la metropolitana collinare. 30 anni fa la metropolitana era in costruzione e dove iniziano le scale c’era un muro. Se passate da via Romaniello, andando a prendere o uscendo dalla metropolitana, poco prima dell’imbocco delle scale, o appena ne uscite, incrociate un palazzo, sotto quel palazzo ci sono dei posti auto, sul muro del palazzo, davanti il primo posto auto, c’è una targa alla memoria di un ragazzo.

La corsa mia e di mio fratello in camera di mia madre, le sue urla, gli spari. Dopo un po’ ci affacciamo: un’ambulanza, polizia, gente affacciata, gente giù. C’è una macchina parcheggiata sotto il palazzo di fronte, dentro, al posto del guidatore, c’è un corpo riverso, è una geep decapottabile, la capotte è aperta.

La fine del mondo, e lì è finito un mondo.

Ci sono giornate di merda in periodi di merda che si perdono nella nebbia della normalità e giornate dove il mondo cambia. La sera del 23 settembre 1985 un ragazzo molto carino, dall’aria simpatica, con una macchina figa è stato ucciso. Aveva compiuto 26 anni da pochi giorni, era un giornalista de Il Mattino di Napoli, si occupava di camorra, scriveva articoli che non piacevano ai boss, non aveva protezioni, non era assunto dal giornale. Quel ragazzo si chiamava Giancarlo Siani.

Tutte le informazioni su quel ragazzo le ho sapute dopo, da gente del palazzo, dal portiere, dai giornali, dalla televisione. Fino a quella sera, a quegli spari, per me era una ragazzo carino, che mi piaceva molto, con una macchina figa, di cui non sapevo il nome.

Oggi è il 23 settembre 2015, sono passati 30 anni, in questa città, bellissima e durissima si continua a sparare, soprattutto in alcune zone. Si continua a vivere, si continua a morire, molti muoiono ammazzati, meno di prima in verità. A Napoli c’è degrado e c’è lavoro onesto, persone perbene. C’è chi parte, c’è chi rimane, c’è chi torna. C’è chi distrugge e c’è chi ostinatamente costruisce o ricostruisce. C’è chi vive indifferente a tutto, pensando ai fatti suoi, spesso lamentandosi. In questa città c’è gente di merda, persone splendide, e una maggioranza di ignavi.

Da questa città sono stata lontana 18 anni, in questa città ho scelto di tornare. In questa città ho incrociato per anni, tornando a casa o uscendo, un ragazzo carino, più grande di me, che mi piaceva. Quel ragazzo è stato ucciso nella sua macchina, sotto casa sua, mentre parcheggiava, una sera di settembre come tante, 30 anni fa. Quel ragazzo è diventato un simbolo, da usare, spesso e volentieri, a proprio piacimento.

Io ricordo un bel ragazzo dall’aria simpatica e con una macchina figa, quel ragazzo mi piaceva molto. Ciao Giancarlo, dal 23 settembre 1985 so il tuo nome.
P.S. Nel post c’è un’inesattezza: dico che la capotte era aperta. Dopo aver messo on line questo mio ricordo mi è capitato di vedere foto di quella sera, la capotte  era  chiusa. Ho deciso di lasciare il post intatto perché nel mio ricordo è aperta. La memoria fa brutti scherzi, devo aver fissato insieme al ricordo di quella sera, immagini viste dopo e creato un ricordo mio, una mia immagine mentale. Lo facciamo tutti, è una cosa naturale. Forse la capotte  è stata aperta in un secondo momento da chi è intervenuto quella sera, ma questa è solo un’ipotesi senza fondamento. Questo non è un articolo di cronaca, è un mio personalissimo ricordo, per questo lascio l’inesattezza evidenziandola.

N.B. Oggi, 23 settembre 2016, sul muro di fianco al posto dove Giancarlo Siani parcheggiò la macchina quella sera, e subito dopo venne ucciso, è stato inaugurato un murales che lo ricorda. Se passate per questa stradina fermatevi a guardarlo, leggete le parole che ci sono scritte. Parlano di un ragazzo e di quello in cui credeva.

Non è fame è più…

Le offerte del giorno per Kindle, il lettore di e-book di Amazon, in 2 giorni, quasi di seguito, in questo splendido inizio di settembre, mi davano la possibilità di comprare 5 libri 5 su diete varie. Bene!

Sul web impazza gente che è dimagrita e ora dà consigli su alimentazione e stili di vita sana al mondo intero. Bene!

Giornali, televisioni, web ogni giorno mi informano se sono grassa, magra, curvy, obesa, parassita della società e, di base, mi dicono che il mentecattume impazza.

Io a 18 anni pesavo 98 kg per un’altezza di 1,70. Ho un marito obeso. Sono bulimica/anoressica/mangiatrice compulsiva dentro anche se fuori sono dimagrita —  non sono magra, ai miei 10 kg in più sono affezionata, oscillo da anni tra i 73 ai 75 chili, e mi voglio bene — perché se sei bulimica/anoressica/mangiatrice compulsiva a livello mentale lo sei per tutta la vita e se non stai bene attenta modi di pensare e sentire distruttivi, che si traducono in modi di agire, prendono di nuovo il sopravvento. Vale anche per i maschi parlo al femminile perché sono femmina.

Francesc Matilde Ferone sepolta da quintali di cibo, can Piera le lecca la faccia per consolarla. Illustrazione di Sandro Quintavalle

C’è niente di buono da mangiare?

Per anni mi sono mangiata l’ira di dio, di nascosto, chiusa in camera, in bagno, nelle scale di palazzi, in strada cercando di non farmi vedere. Buchi neri da riempire, rabbia, vuoto, dolore. Ho cercato di vomitare ma non ero brava, mi sono riempita di lassativi e diuretici, sono corsa nel cesso a funerali perché il giorno prima avevo preso un’intera scatola di Fave di Fuca. Eh sì di esperienza ne ho fatta a bizzeffe.

Sono dimagrita prendendo pillole anoressizzanti regolarmente prescritte da medici rinomati, tanto in voga a metà anni 80’ del secolo scorso, anfetamine legalizzate, ci aggiungo: cazzo! Sono ingrassata di nuovo, subito. Ho scoperto con esaltazione, come se fosse la manna piovuta dal cielo, che se il cibo lo buttavo fuori con vomito, lassativi, diuretici non sarei ingrassata. Che figata! Non ha funzionato, solo delle gran corse al cesso.

Sono andata da dietologi, nutrizionisti, psicologi, gruppi di autoaiuto; sono dimagrita, ingrassata, dimagrita, ingrassata: rotta le palle.

L’obesità è una malattia, l’obesità è una mancanza di volontà, l’obesità deriva dalla depressione, la depressione deriva dall’obesità, l’obesità è un costo sociale. Io non ho risposte ma so per esperienza diretta, e perché vivo accanto a un obeso, che se si è obesi non si è né esseri inferiori, né parassiti della società, né untori. So che ci sono cause differenti per cui si mangia molto, io e Sandro siamo ingrassati per motivi diversissimi, io sono dimagrita facendo un percorso personale al cui centro c’è stata la scrittura, il guardarmi dentro, per Sandro la questione è differente.

Come persona abituata a forti dimagrimenti sono terrorizzata da chi, anche se poi alle critiche risponde io parlo di me non voglio essere un esempio, fa, nella realtà, del proprio peso un mezzo di promozione di se stesso/a in modo sterile ma molto pericoloso, andando a toccare corde a cui moltissimi sono estremamente sensibili.

So cosa significa contare le calorie, so cosa significa avere la sensazione che le calorie quotidiane siano superate, che tutto sia perduto, e allora via a un’abbuffata poi da domani a dieta, so cosa significa pesarsi ossessivamente tutti i giorni o non pesarsi per paura che anche 100 grammi in più diventino pensiero ossessivo, e spesso quel pensiero porta con sé valanghe di cibo, o la voglia, e il tentativo, di mangiare poco, pochissimo, il meno possibile.

Conosco i medici: nutrizionisti, dietologi, psicologi, psichiatri, ne ho visti tanti; e pochi, pochissimi seri. Ho visto, in me e in molti altri, pochi risultati e tanti danni.

Sono stata vegetariana, sono stata ossessionata dal cibo naturale, sono stata ossessionata da mode alimentari coglione. Ho comprato creme in farmacia, profumeria, da Vanna Marchi, per diminuire centimetri di grasso, cellulite, acqua, liquidi, pelle. Parola d’ordine diminuire. Mi sono ammazzata di movimento e sono stata ferma, immobile.

I problemi alimentari sono roba seria, serissima, sinceramente leggere, ascoltare, vedere persone che parlano con faciloneria disarmante mi fa sempre più paura.

No sto qui a dirvi cosa, quanto, come e perché mi sarei mangiata il mondo; se proprio siete curiosi in questi vecchi post (La materia di cui siamo fatti; Nelle scarpe degli altri; Palla nera non avrai il mio scalpo, Vengo anch’io, no tu no;  Usa la Forza Francesca!) un po’ di motivi li trovate. Il cibo è il modo istintivo con cui io riempio le mie voragini, lo sarà sempre. Non do consigli, se fossi così brava a risolvere problemi altrui, compresi problemi col cibo, vivreri con un tipo magro, atletico, fighissimo; no esagero, neanche io sono magra e atletica. A ben pensarci il pancione consorte è fighissimo, non magro e atletico, ma fighissimo sì.

Tutti a dare consigli sul cibo, a fare diete, a dare diete agli altri, tutti informatissimi su cosa è sano e cosa non lo è. Io che col cibo ho un rapporto difficile da 40 anni, un rapporto che è molto migliorato ma che se non è tenuto sotto controllo può diventare di nuovo pericoloso e distruttivo non ho niente da dire. C’è già tanta gente che parla a vanvera, non c’è bisogno di me.

Amma arrivà fin’ ‘o bass Lazio

— Amma arrivà fin ‘o bass Lazio.

—Pe’ me putit arrivà fin’ ‘a Svizzera, nun me pass manc pa capa.

Nella terza puntata di Gli effetti di GOMORRA LA SERIE sulla gente di The Jackal c’è questo dialogo esilarante; la famiglia Quintavalle-Ferone Ferone-Quintavalle quest’estate ha seguito il consiglio di The Jackal e ha girato la Campania arrivando fin ‘o bass Lazio.

La conquista di una Campania a noi sconosciuta, o dimenticata, è durata circa due settimane: un susseguirsi di luoghi, persone, scoperte. Abbiamo preso atto del fatto che abbiamo girato tanto lontano da casa e conosciamo poco la nostra casa — Napoli — e i luoghi che la circondano.

La mucca che ci guarda esterrefatta sul monte Mottola; il Turismo rurale Le Grazie a Piaggine dove abbiamo soggiornato quattro giorni; le Gole del Calore; il ristorante L’Occhiano a Felitto; il concerto di Noa a Laurino, e averla come vicina di stanza al Turismo Rurale Le Grazie; Roscigno Vecchia;  il centro storico di Piaggine; l’escursione sul Monte Cervati; il centro storico di Laurino; la passeggiata sulle rive del fiume Calore Lucano e i piedi immersi nelle sue acque pulite e gelide; il Caseificio Luise di Castel Volturno e il sapore della sua mozzarella immutato dopo 40 anni che porta alla luce ricordi bellissimi; Caserta Vecchia; il belvedere di San Leucio, la sua fabrica di seta e il suo sistema sociale; il ristorante Antica Locanda di San Leucio; la Certosa di Padula; Cusano Mutri (Benevento) e il pane integrale spettacolare del ristorante-panetteria Antichi Sapori, ma anche il resto meritava; il borgo antico di San Felice al Circeo e la passeggiata coi cani sul monte Circeo, sì i cani: Piera e Arturo; l’Abbazia di Fossanova; la Reggia di Caserta; l’agriturismo Le Campestre di Castel di Sasso (Caserta). Ecco la nostra estate.

Francesca Matilde Ferone mette bandierine a forma di mutandoni in tutti i luoghi visitati della Campania. Illustrazione di Sandro Quintavalle

Celo, celo, celo, manca

Vacanza costruita giorno per giorno, inaspettata e nata per caso. Il supporto di internet c’è stato fondamentale per scegliere dove dormire, i luoghi da visitare, dove mangiare. Il navigatore ha avuto un ruolo fondamentale nel farci perdere, trovare la strada più lunga e difficile, finire in posti, anche molto belli, ma ben distanti dalla nostra destinazione.

Prenda il lettore le pagine che seguono come sfida e invito. Faccia il proprio viaggio secondo un proprio progetto, presti minimo ascolto alla facilità degli itinerari comodi e frequentati, accetti di sbagliare strada e di tornare indietro, o, al contrario, perseveri fino a inventare inusuali vie d’uscita verso il mondo. Non potrà fare miglior viaggio. E, se sarà sollecitato dalla propria sensibilità, registri a sua volta quel che ha visto e sentito, quel che ha detto e sentito dire. Insomma, prenda questo libro come esempio, mai come modello. La felicità, che il lettore lo sappia, ha molte facce. Viaggiare, probabilmente, è una di queste. Affidi i fiori a chi sappia badarvi, e cominci. O ricominci. Nessun viaggio è definitivo […]

[…] Il viaggio non finisce mai. Solo i viaggiatori finiscono. E anche loro possono prolungarsi in memoria, in ricordo, in narrazione. Quando il viaggiatore si è seduto sulla sabbia della spiaggia e ha detto: “Non c’è altro da vedere”, sapeva che non era vero. Bisogna vedere quel che non si è visto, vedere di nuovo quel che si è già visto, vedere in primavera quel che si è visto in estate, vedere di giorno quel che si è visto di notte, con il sole dove la prima volta pioveva, vedere le messi verdi, il frutto maturo, la pietra che ha cambiato posto, l’ombra che non c’era. Bisogna ritornare sui passi già dati, per ripeterli, e per tracciarvi a fianco nuovi cammini. Bisogna ricominciare il viaggio. Sempre. Il viaggiatore ritorna subito.

Viaggio in Portogallo Josè Saramago

Adoro l’incipit di Viaggio in Portogallo di Josè Saramago, quando cercavo un nome per la linea di ornamenti per il corpo che realizzo mi è capitato di rileggerlo: nei miei pensieri le Sculture da Viaggio di Bruno Munari si sono fuse con le parole di Josè Saramago dando alla luce Piccole Sculture da Viaggio.

I viaggi miei e di Sandro sono sempre stati un procedere a caso, alcune volte c’era un punto fisso da cui partire e dove tornare ogni sera, altre volte ci siamo spostati secondo l’umore. La macchina è il nostro mezzo di trasporto preferito, quello che ci rende liberi e ci permette di scoprire luoghi ameni, fuori mano. Per me la macchina è una conquista, ne ho già parlato in Elogio della mia lentezza. Guidare diverse ore al giorno, spesso per strade sterrate, di montagna, di campagna, perdermi, è stata la caratteristica dei viaggi in Francia: Bretagna, Alsazia, Costa Azzurra, Ain, Provenza. Una casa affittata, dal circuito Gites de France, in un posto bellissimo decisamente fuori mano, tranne in Alsazia, lì la casa era al centro di un paesino splendido, da cui muoverci ogni giorno, guidare tanto, scoprire posti cercando di evitare quelli più turistici.

La nostra scoperta della Campania ha seguito la falsariga delle nostre vacanze francesi, il Turismo rurale Le Grazie di Piaggine e la casa di Napoli sono stati i Gites da cui partire la mattina e a cui tornare la sera, la macchina è la stessa di tutti i nostri viaggi più recenti, l’equipaggio a bordo invariato, io, Sandro il pancione consorte, can Piera.

“Sembra di essere in Francia” è una frase che abbiamo detto spesso girando nel Cilento interno, in una provincia di Caserta a noi sconosciuta e lontana dal nostro immaginario fatto di distruzione del territorio, abusivismo e brutture varie, scivolando nel beneventano. La nostra Francia è piena di verde, di paesini antichi ben tenuti, di posti bellissimi dove non ti immagini di trovarli. La Campania che abbiamo scoperto è fatta di tutto questo.

Non sono una grande fan di Tripadvisor ma spesso si rivela utile, con Sandro lo usiamo seguendo le nostre regole: se ci sono molti commenti buoni e pochi cattivi leggiamo prima quelli cattivi e poi quelli buoni, quelli cattivi spesso sono surreali. Quest’estate grazie a questa tecnica abbiamo scoperto il Turismo rurale Le Grazie di Piaggine, il ristorante L’Occhiano di Felitto, l’agriturismo La Campestre di Castel di Sasso. Ognuno di questi posti ha commenti eccellenti e noi ci uniamo a quei commenti anche se su Tripadivisor non abbiamo scritto niente, riproponendoci di farlo prima o poi. Come al solito non lo faremo per pigrizia. L’Antica Locanda a San Leucio l’abbiamo scoperta per caso, anche questa gran bella scoperta, era lì, vicino l’ingresso dell’antico borgo di San Leucio, era aperta a pranzo il 16 agosto quasi alle 15,00 e noi avevamo fame; siamo entrati e abbiamo mangiato benissimo. Anche per questa, a posteriori, il metodo Tripadvisor Quintavalle-Ferone Ferone-Quintavalle si è rivelato esatto.

Agosto è iniziato con una badilata sui denti, e la nostra vacanza per certi versi è stata la nostra reazione all’accaduto. Gironzolando su internet mi sono trovata per caso sul profilo del Turismo rurale Le Grazie di Piaggine su Booking.com, dalle foto sembrava il posto che cercavo, la realtà si è rivelata identica alle foto, anche meglio. Ho controllato se ci fosse ancora posto per i giorni successivi, era il 7 agosto, c’era; sono andata visitare il loro profilo su Tripadvisor, commenti entusiasti, tranne pochissimi sinceramente insignificanti. Sembrava troppo bello per essere vero. La mattina dopo ho telefonato al proprietario chiedendo se accettavano cani e chiedendo conferma della disponibilità, e abbiamo prenotato. Preferisco prenotare e pagare direttamente senza intermediazione.

Perdersi, rendersi conto che il navigatore in determinati posti è meglio spegnerlo, farsi entrare bene in mente che spesso i posti belli sono raggiungibili per strade strette, di montagna o di campagna, sterrate o altro. Quando andando a Piaggine ci siamo ritrovati a svalicare il monte Mottola ho bestemmiato molto, ma avevo l’allenamento: 15 giorni nell’Ain, una bellissima regione della Francia del sud, selvaggia, montuosa, con strade sterrate, di montagna, strette, strade che portavano in posti bellissimi, mi avevano svezzata alla guida non in condizioni ottimali. La Bretagna, quella che abbiamo visitato noi, meno turistica, più nascosta, l’Alsazia, la Costa Azzurra vissuta avendo come punto di partenza una deliziosa casetta di Gorbio, piccolo borgo medioevale sopra Mentone che i francesi, che fessi non sono, hanno deciso di  restituire a nuova vita. A Gorbio non si costruiscono nuove case, se compri casa lì compri una casa antica, un rudere, e hai l’obbligo di ristrutturarla secondo parametri rigidissimi. Un borgo medievale sta riprendendo vita. Gorbio è sul pizzo di una montagna e anche per arrivare lì il navigatore ha deciso di farci fare la strada più impervia, una mulattiera. E se sul monte Mottola è stata una mucca a guardarci perplessa su quella mulattiera sulla collina tra Montecarlo e Mentone sono stati un asino e un cane da pastore a fissarci con sguardo incredulo.

Parliamoci chiaramente per me e il pancione consorte il Cilento fino a quest’estate significava mare, un mare che Sandro conosce poco e io non conosco affatto. Il Cilento interno? e che è? È un posto bellissimo.

Verde, verde, verde, io cercavo posti poco affollati, pieni di verde, con gente gentile, dove mangiare bene, camminare, sentirmi serena e li ho trovati.

Confusa e felice è il titolo di uno dei primi album di Carmen Consoli, ecco se lei si sentiva confusa e felice io quest’estate, non solo nel Cilento, mi sono sentita incredula e ignorante. Non ero l’unica. Se io e Sandro ci siamo sentiti come ci siamo sentiti per anni in Francia molti ospiti del Turismo rurale Le Grazie, clienti de L’Occhiano, escursionisti alle Gole del Calore, visitatori di Roscigno vecchia, si sentivano come in Toscana, in Umbria, in Trentino.

Francia, Toscana, Umbria, Trentino, e quant’altro, invece no: Campania. Sto diventando campanilista, mi piacerebbe se tra qualche anno in Francia, in Toscana, in Umbria, in Trentino, i turisti e i viaggiatori dicessero: “Sembra di stare in Campania”.

Persone che vogliono rimanere nella terra dove sono nate e cresciute, non per ottusità o chiusura mentale, ma perché la conoscono, la amano, ne riconoscono le potenzialità; persone che vedono con chiarezza le potenzialità turistiche dei luoghi dove vivono, vedono con chiarezza il pericolo di un turismo di massa, persone che voglio strade aggiustate ma non superstrade o autostrade, l’accesso difficoltoso ai luoghi li tutela.

Il cibo, il territorio, le coltivazioni e i metodi di coltivazione, gli animali al pascolo, un mondo, un mondo che unisce il Cilento, al Sannio, alla provincia di Caserta, un mondo antico e modernissimo. Superare rivalità ataviche tra paese e paese, tra frazione e frazione non è facile, decidere di rimanere nella propria terra invece di andare a costruirsi un futuro dove ci dicono la vita sia più facile è difficile assai, tornare, tornare a casa, può essere durissimo e meraviglioso contemporaneamente.

La storia dell’agriturismo Le Campestre è una storia di ritorni, ritorno di una famiglia dal Belgio alla sua terra, ritorno alla produzione di un formaggio dimenticato: il conciato romano. La famiglia Lombardi, proprietari dell’agriturismo, ha ricominciato a produrre questo formaggio, tipico della zona, la cui produzione era stata abbandonata. Castel di Sasso provincia di Caserta, io per ignoranza, fino a un mese fa a sentir parlare di provincia di Caserta storcevo il naso, uscire dall’autostrada a Caianello per andare a Cusano Mutri o a Santa Maria Capua Vetere per andare a Castel di Sasso, guidare circondata da paesaggi bellissimi e inaspettati mi ha evidenziato che pregiudizi e ignoranza, i miei in questo caso, chiudono le prospettive, rendono i propri mondi personali spazi angusti e ristretti.

La breccia creata quest’estate nei miei spazi angusti e ristretti mi ha portato a mangiare cose buone, coltivate, allevate, cucinate con cura, mi ha fatto conoscere posti e persone, mi ha confermato che tutto parte dalla propria testa, dal proprio modo di vedere il mondo e se stessi, che la calma è la virtù dei forti non è un luogo comune: io che soffro di vertigini grazie alla calma mantenuta ho fatto una splendida escursione sul monte Cervati, guidati da Michele il figlio del proprietario del Turismo rurale Le Grazie. Michele è stata una guida perfetta, quando mi ha vista in difficoltà in punti del percorso particolarmente difficili per me mi ha fatto sentire a mio agio, mi ha dato il tempo di calmarmi, riprendere possesso della mia mente e del mio corpo annebbiati dalla paura e di andare avanti con i miei tempi. Eh sì, avere a fianco persone che ci incoraggiano e non approfittano o ridicolizzano le nostre paure e debolezze è fondamentale. La calma mantenuta su strade strette, spesso sterrate, di montagna — la scritta Statevi accorti che non ci stanno i parapetti, ok la scritta non è riportata letteralmente il significato però quello è e l’ansia che crea anche — è frutto della capacità che ho acquisito nel tempo, e continuo ad acquisire, di dominare pensieri, paure, emozioni negative.

Un’estate in cui i ricordi sono diventati riscoperte: la mozzarella del Caseificio Luise a Castelvolturno, l’Abbazia di Fossanova, il Circeo.

La mozzarella del Caseificio Luise è uno dei ricordi più belli della mia infanzia: quando abbiamo comprato la casa a Baia Verde non c’era acqua potabile, per molti anni la situazione è rimasta la stessa, mio padre una o due volte a settimana andava a Castelvolturno a riempire le taniche di acqua potabile, spesso l’operazione acqua da bere diventava l’occasione per la sosta da Luise; Luise era dove è adesso, sulla Domiziana, andando verso Castelvolturno, allora era molto più piccolo, aveva l’ingresso direttamente sulla strada e sulla porta c’era una di quelle tende composte da strisce di plastica colorate. Quando nell’operazione acqua era coinvolta tutta la famiglia Ferone papà scendeva dalla macchina, entrava nel caseificio e ne usciva con due buste, una contenete le mozzarelle grandi per la cena, mai meno di un chilo, e una più o meno dello stesso peso piena di bocconcini di mozzarella da consumare subito, in macchina, come merenda. I cinque famelici membri della famiglia Ferone: io, mio fratello, mio padre, mia madre, e finché ha potuto zia Maria, la zia di mio padre proprietaria dei mutandoni che hanno reso felice parte della mia infanzia e regalato il titolo a questo blog, erano gente serie, gente che di mozzarella se ne intende, i bocconcini di mozzarella di Luise non sono hanno mai visto Castelvolturno paese, sono sempre stati fatti fuori molto prima.

Quest’estate questo ricordo mi è tornato in mente, Sandro ha fatto una ricerca su internet e ha scoperto che il Caseificio Luise era sempre lì, ingrandito e con un sito web da cui vende mozzarella in ogni dove. La mattina di Ferragosto abbiamo telefonato e appurato che erano aperti anche quel giorno siamo andati a procacciarci il pranzo di Ferragosto, il più buono da anni, mozzarella, solo mozzarella, buonissima. I bocconcini erano finiti, siamo tornati altre volte a prenderli. A pranzo ho fatto assaggiare la mozzarella prima a Sandro, lui non aveva mai mangiato la mozzarella di Luise prima ma una mozzarella buona la sa riconoscere — avevo paura che un bel ricordo si trasformasse in un brutto presente — la faccia estasiata di Sandro masticando la mozzarella mi ha rassicurata. Baia Verde, Castelvolturno, quei luoghi della mia infanzia ormai sono posti degradati, brutti, deturpati, la mozzarella no, la mozzarella di Luise ha retto gli anni che passano, e in quei luoghi gli anni sono passati come bulldozer impazziti che distruggono tutto e tutti; ma qualcosa ha retto, il Caseificio Luise ha retto, e forse, anzi sicuramente, altre realtà eccellenti si nascondono in quei luoghi, in attesa di essere scoperte.

A San Felice al Circeo e al suo  borgo antico sono legati molti ricordi della mia infanzia e preadolescenza, all’Abbazia di Fossanova è legato un ricordo di quel periodo, che mi fa capire come cose che al momento ci sembra di vivere malissimo in realtà ci fanno stare bene. La rassegna di musica mozardiana all’Abbazia di Fossanova non so se si è tenuta un solo anno o si è ripetuta più anni, so che al momento l’ho odiata, mi portava via tempo di mare e tempo di gioco. Il martedì pomeriggio, se non erro, si usciva verso le quattro e si partiva da casa di zia al Circeo per andare ad ascoltare Mozart, non lui in persona eh, all’Abbazia di Fossanova, il gruppo d’ascolto era composto da me, mio fratello e mia zia, forse qualche amica di zia non ricordo. Come le ho detto quest’estate, con profondo affetto, odiavo mia zia e odiavo quel posto durante quelle escursioni estive ad ascoltare una musica che mi annoiava a morte. La mente umana è strana, e la mia è strana forte, una delle cose più noiose della mia vita si è trasformata in un ricordo meraviglioso. Dopo averci pensato su credo di aver trovato la soluzione al mistero: è vero che andando a sentire il concerto a Fossanova zia ci privava di mare e di gioco ma la bellezza dell’abbazia, il fresco che trasudava dai quei muri in caldi pomeriggi estivi, quella musica a me estranea, in realtà mi regalavano una grande serenità.

Non tornavo al Circeo da anni e quest’anno siamo tornati a trovare zia, abbiamo trascorso due giorni sereni, al ritorno ci siamo fermati all’Abbazia di Fossanova, ristrutturata e ancora più bella di quanto la ricordassi; eh sì!: simm arrivar fin ‘o bass Lazio.

Da Napoli abbiamo fatto spedizioni giornaliere, in luoghi conosciuti come Casertavecchia e la Reggia di Caserta, dove non tornavo da anni, sconosciuti come Cusano Mutri, rinomati ma mai visti come la Certosa di Padula, il Belvedere di San Leucio, il borgo antico e la fabbrica di seta.

Ordine, ci vuole ordine, una cosa alla volta; vediamo di far procedere ‘sto racconto con un senso compiuto.

A Casertavecchia ero stata di sera a mangiare un paio di volte con amici, una volta tantissimi anni fa con mio padre e il resto della famiglia. Ritornandoci l’ho trovata  bella ma troppo turistica per i miei gusti. E al bar in piazza sono antipatici: no ecco se mi siedo, prendo un caffè e una bottiglia d’acqua, ti prendi quattro euro, ti lascio 1 euro di mancia, sto seduta al massimo 15 minuti e poi ti chiedo di cambiarmi in monete cinque euro, il bar è pieno, e mi dici di non avere spiccioli, diventi subito vincitore del premio Col cavolo mi vedi più mentecatto. Casertavecchia è bella ma non ci appartiene, la cosa più bella del tempo trascorso lì è stata guardare il cane che giocava a calcio con i bambini del posto.

Il Belvedere di San Leucio e la fabbrica di seta sono belli, belli. Lì abbiamo incontrato un guida preparata ed entusiasta e un uomo triste assai che ha deciso di manifestare la sua furbizia risparmiando i 2 euro della guida dato che gli altri componenti del gruppo avevano già raggiunto e superato il prezzo da lei richiesto per la visita. I soldi raccolti, anche se erano un po’ in più, li abbiamo dati tutti a questa ragazza simpatica e preparata, e dato che esistono esseri brutti al mondo e persone belle una signora del gruppo alla fine della visita presa dall’entusiasmo le ha dato altri soldi in regalo, perché li meritava tutti. Io e il pancione siamo esseri mediocri e abbiamo contribuito solo con la nostra quota.

A San Leucio ho pianto, guardando la fabbrica, ascoltando la guida e scoprendo l’esperimento sociale fatto in quel luogo, perfettamente riuscito, dai Borbone. Dalla pagina di Wikimedia su San Leucio riporto alcune note sull’organizzazione della Real Colonia di San Leucio, pregherei di notare la modernità dell’organizzazione leuciana e come nel 2015 stiamo correndo indietro. Se notate una certa vena polemica accade perché c’è una certa vena polemica.

Il re Carlo di Borbone, consigliato dal ministro Bernardo Tanucci, pensò di inviare i giovani in Francia ad apprendere l’arte della tessitura, per poi lavorare negli stabilimenti reali. Licenziato Tanucci nel 1776, gli subentrò Domenico Caracciolo che diede grande impulso alla colonia. Fu così costituita nel 1778, su progetto dell’architetto Francesco Collecini, una comunità nota come Real Colonia di San Leucio, basata su norme proprie. Alle maestranze locali si aggiunsero subito anche artigiani francesi, genovesi, piemontesi e messinesi che si stabilirono a San Leucio richiamati dai molti benefici di cui usufruivano gli operai delle seterie.

Ai lavoratori delle seterie era, infatti, assegnata una casa all’interno della colonia, ed era, inoltre, prevista per i figli l’istruzione gratuita potendo beneficiare, difatti, della prima scuola dell’obbligo d’Italia che iniziava fin da 6 anni e che comprendeva le materie tradizionali quali la matematica, la letteratura, il catechismo, la geografia, l’economia domestica per le donne e gli esercizi ginnici per i maschi. I figli erano ammessi al lavoro a 15 anni, con turni regolari per tutti, ma con un orario ridotto rispetto al resto d’Europa. Le abitazioni furono progettate tenendo presente tutte le regole urbanistiche dell’epoca, per far sì che durassero nel tempo (abitate tuttora) e fin dall’inizio furono dotate di acqua corrente e servizi igienici.

Per contrarre matrimonio gli uomini e le donne, compiuti rispettivamente almeno 20 e 16 anni, dovevano dimostrare di aver conseguito uno speciale “diploma al merito” concesso dai Direttori dei Mestieri. I matrimoni si svolgevano il giorno di Pentecoste con una celebrazione particolare: a ogni coppia era assegnato un mazzo di rose, bianche per gli uomini e rosa per le donne, fuori la chiesa li aspettavano gli anziani del villaggio, di fronte ai quali le coppie si scambiavano i mazzi di fiori come promessa di matrimonio. Ciascuno era libero di lasciare la colonia quando voleva, ma, data la natura produttiva del luogo, si cercava di inibire tali eventualità, ad es., facendo divieto di ritorno in colonia oppure riducendo al minimo le liquidazioni.

La produttività era garantita da un bonus in danaro che gli operai ricevevano in base al livello di perizia che avevano raggiunto. La proprietà privata era tutelata, ma erano abolite le doti e i testamenti. I beni del marito deceduto passavano alla vedova e da questa al “Monte degli orfani”, cioè la cassa comune gestita da un prelato che serviva al mantenimento dei meno fortunati. Le questioni personali erano giudicate dall’Assise degli Anziani, cd. seniores, che avevano raggiunto i massimi livelli di benemerenza ed erano di nomina elettiva. I seniores monitoravano anche la qualità igienica delle abitazioni e potevano deliberare sanzioni disciplinari nonché espulsioni dalla colonia

Come ho detto all’inizio prima di salire sul belvedere in una traversina della piazza dove inizia la Real Colonia di San Leucio trovate L’Antica Locanda, un ristorante piccolo, ben curato, con un cuoco e un proprietario simpatici assai, dove ho mangiato un risotto alla pescatora spettacolare, del baccalà fritto che non ve lo dico proprio e un antipasto di crudo di mare serio, sì davvero serio. Fanno anche piatti a base di carne e verdure e ci torneremo per informare il mondo su come se la cavano con quelli ‘sti ragazzuoli.

Della Reggia di Caserta che dire? Bella, enorme, il parco con le fontane in funzione e il giardino inglese meravigliosi. I dintorni? Ecco sui dintorni stenderei un velo. Un cosa la aggiungo, una visita ben fatta all’interno della Reggia, al parco e al giardino inglese richiede più di un giorno.

Napoli-Certosa di Padula/Certosa di Padula Napoli tutto in una giornata, in tutto 5 ore di macchina. Ne è valsa la pena? Assolutamente sì. È stato faticoso? Non più di tanto. A parte andare avanti indietro la Certosa l’abbiamo visitata? Sì!

Descrivere la Certosa di Padula mi è impossibile, come per tutti gli altri luoghi di cui parlo in questo post, ci vorrebbe un post intero dedicato a lei, una cosa però la voglio dire, se non ve ne frega un fico secco dell’arte ma siete appassionati di arredamento d’interni correteci: refettorio, chiostri, chiesa, gli ambienti che contengono il Museo archeologico provinciale della Lucania occidentale, sono belli; la biblioteca non è visitabile ma la scala da cui si accede è un miracolo di architettura, ma signori miei la cucina della Certosa è uno di quei posti dove ti vengono le lacrime agli occhi, un posto bello, caldo, accogliente, tenuto talmente bene da darti l’impressione che possa prendere vita sotto i tuoi occhi.

La Reggia di Caserta, la Certosa di Padula e Il Belvedere di San Leucio sono patrimonio UNESCO, giusto per notizia in Campania ci sono molti siti UNESCO, tra cui il centro storico di Napoli.

Gesù stavo finendo il post senza ritornare su Cusano Mutri, in provincia di Benevento, nel Parco Regionale del Matese, un piccolo borgo medioevale, fa parte del Club dei borghi più belli d’Italia. Arrivando a Cusano Mutri abbiamo detto per l’ennesima volta: “Sembra di stare in Francia”, e perdendoci al ritorno l’abbiamo ripetuto, esattamente in Alsazia. Cusano Mutri è piccolo assai ed è un ottimo punto di partenza per escursioni, sul sito del paese, o se si e lì andando alla Pro loco, si possono avere informazioni accurate. È un posto reale, abitato da chi ci è nato, non un posto ormai finto come se ne trovano spesso in giro. Tutti i posti che abbiamo visitato quest’estate sono posti reali abitati da gente reale.

Facciamo venire i nodi al pettine di quest’estate che sta finendo, sì è il 10 settembre è ancora estate, e di questo post.

Abbiamo mangiato tanto e cose buone, e straordinario ma vero siamo dimagriti, abbiamo visto posti belli e siamo tornati in posti già visti che ci continuano a piacere, abbiamo capito che la Campania è grande, ricca di storia, natura, cibo, arte, gente che lavora con impegno, passione e dedizione. Noi abbiamo ancora tanto da scoprire, e tanti luoghi dove tornare. Abbiamo preso atto del fatto che se non avessimo visitato prima posti lontani per poi dedicarci a luoghi vicini forse non avremmo apprezzato la bellezza di questi ultimi.

Muoversi, viaggiare, conoscere posti lontani e posti vicini, riuscire a capire il valore della propria terra e delle persone che passano la vita a valorizzarla con il loro lavoro, ripartire, tornare con nuove idee, nuovi spunti per migliorare il proprio territorio. Ecco questa è la mia idea attuale di viaggio.

Questo è un post senza link, o meglio con link solo ai post precedenti di questo blog a cui faccio riferimento. Voglio lettori attenti, curiosi, non pigri; voglio che se qualcosa nel post vi ha incuriosito e volete approfondire facciate una vostra ricerca personale, sarà più soddisfacente.

Il nostro viaggio in Campania è appena cominciato, o ricominciato, e come dice Josè Saramago i viaggi non finiscono mai.

Sei per otto 48

Oggi è la sesta volta che compio 8 anni, o l’ottava che ne compio 6. Messa così fa meno paura. Eh sì! un po’ d’ansia me la mette raccontare a me stessa: “Hey tu oggi concludi il tuo quarantottesimo anno di vita e inizi il quarantanovesimo ”.

Torta di compleanno per il quarantottottesimo anno di vita di Francesca Matilde Ferone. Illustrazione di Sandro Quintavalle

Tanti auguri a me!

Questo quarantottesimo anno è stato fondamentale. Mi ha regalato la certezza che tutto parte dalla mia capoccia, sia le cose che posso costruirmi da sola lavorando su me stessa giorno dopo giorno, momento dopo momento, sia quelle che mi arrivano inaspettate, a volte decisamente sgradite: su queste ultime non ho controllo ma posso decidere come reagire, come affrontarle, e lì il mio capoccione, la mia visione di me stessa, del mondo, degli altri diventa fondamentale; fa la differenza.

Mi sono raccontata al mondo, alcuni hanno capito e altri hanno interpretato a modo loro; va benissimo così, fa parte del gioco.

Ho lasciato andare serenamente, senza sensi di colpa, né rabbia, né rancore, né dolore,  persone tossiche, è stato un lasciar scivolare lontano indispensabile.  Ho ricevuto affetto e sostegno inattesi in momenti in cui mi sentivo in bilico.

La bambina con le mutande in testa che si raccontava ad alta voce mondi stupendi è tornata: la amo moltissimo.

Ok mondo! oggi compio 48 anni, guardo a occhi ben aperti in luoghi da cui ho spesso tolto lo sguardo velocemente e torno con lo sguardo, la memoria, l’affetto, in luoghi caldi e sicuri.

48 anni miei: facili, difficili, dolorosi, gioiosi, arrabbiati, solari, urlati, pieni di calma saggezza. Anni scritti e riscritti: per vederli, sentirli, capirli.

Entro in questo quarantanovesimo anno di vita con curiosità, amore per me stessa conquistato e da conquistare ogni giorno, voglia di costruire senza dimostrare niente a nessuno, neanche a me stessa.

Entro in questo quarantanovesimo anno di vita con paure, ansie, brutti pensieri da guardare bene in faccia, affrontare e superare, e con entusiasmo, leggerezza, voglia di fare.

Entro in questo quarantanovesimo anno di vita con parti di me doloranti e parti energiche e in forma.

Io, il pancione consorte e can Piera iniziamo il mio quarantanovesimo anno a modo nostro. Tanti auguri a me

La città geniale

Storie e…

Domenica 24 maggio 2015 ho sentito parlare per la prima volta de L’amica geniale di Elena Ferrante; sapevo che Elena Ferrante era candidata al Premio Strega, sapevo che era una candidatura contestata, principalmente perché l’identità di Elena Ferrante rimane un mistero; sapevo che era l’autrice de L’amore molesto da cui Mario Martone aveva tratto un film; non avevo letto il libro, non avevo visto il film.

Allo Strega era candidato Storia della bambina perduta il quarto volume della quadrilogia iniziata con L’amica geniale, un unico libro in quattro volumi pubblicati a distanza di circa un anno l’uno dall’altro: L’amica geniale, Storia del nuovo cognome, Storia di chi fugge e di chi resta, Storia della bambina perduta.

Storia della bambina perduta da solo non ha senso, candidandolo, a mio parere, si candidavano automaticamente tutti e quattro i libri, tutta la storia. Per alcuni l’opposizione alla candidatura allo Strega si basava su questo.

Prima di domenica 24 maggio 2015 il mio interesse per Elena Ferrante e per i suoi libri era inesistente. Seduta a un tavolo di Concettina ai Tre Santi — pizzeria al Rione Sanità, Napoli — per la prima volta mi sono interessata a Elena Ferrante e la quadrilogia de L’amica geniale è diventata un consiglio di lettura da tenere ben presente.

Ci sono persone di cui mi fido se mi dicono: “Leggi quel libro, vedi quel film, quella mostra è bella”, mia cugina Fabrizia è una di queste. A lei quei quattro libri erano piaciuti, la cosa era da tener presente.

Grazie Fabrizia, li ho amati profondamente.

Non ho iniziato subito a leggere L’amica geniale, ho colto il consiglio e l’ho messo da parte, a riposare. Domenica 28 giugno alla radio ho risentito parlare di questi quattro bellissimi libri e ho iniziato a leggere il primo, così, per capire. Dalle prime pagine sono scivolata in un mondo, e in un’ossessione, durata cinque giorni. Venerdì 3 luglio ho letto l’ultima pagina di Storia della bambina perduta e tutta la storia ha preso un senso nuovo.

Ho trovato il finale bellissimo, compiuto e aperto, la risposta a una domanda che mi stavo facendo dalle prime pagine del primo volume; la risposta necessaria. Il dopo, qualsiasi esso sia prende una luce differente; anche il prima cambia senso. Al contrario di me arrivati alla fine molti lettori si sono sentiti ingannati, orfani di risposte. Spero che la casa editrice non chieda alla Ferrante di pubblicare un quinto volume visto il successo dei primi quattro, se lo facesse vorrei che la Ferrante rispondesse un secco no; altri lettori forse quel quinto libro  lo aspettano con ansia.

Io e Fabrizia abbiamo letto gli stessi libri? Sì e no. : le parole, le storie, i luoghi, i personaggi erano gli stessi. No: io e Fabrizia siamo due persone differenti, ognuna con la sua storia, il suo modo di stare al mondo, la sua emotività, i suoi sentimenti, ognuna di noi ha letto la sua versione de L’amica geniale.

Leggendo le recensioni su Amazon questa cosa mi è stata chiarissima, non perché ad alcuni lettori i libri erano piaciuti e ad altri no, ma perché il punto di vista dei lettori e i motivi per cui li avevano amati, o odiati, erano differenti, personali, intimi.

Elena Ferrante sa bene che i libri diventano del lettore, lo dice con chiarezza ne La Frantumaglia, raccolta di lettere e interviste nata per far conosce ai lettori questa scrittrice, misteriosa e potente, in maniera più personale:

Ogni lettore ricava dal libro che legge nient’altro che il suo libro

L’amica geniale (da ora indicherò tutta la quadrilogia con il titolo del primo volume)  ci porta in un Rione difficile e periferico di Napoli, conosciamo due bambine, Raffaella-Lina (Lila solo per Lenuccia) Cerullo e Elena-Lenuccia-Lenù Greco; le vediamo diventare amiche — con tutte le invidie, le gelosie, le meschinità, l’affetto e la complicità di un’amicizia femminile — le seguiamo nell’età adulta, siamo ancora con loro quando diventano anziane. Conosciamo i loro amici, i loro amori, le loro difficoltà e le loro gioie: le loro vite.

Francesca Matilde Ferone abbraccia Napoli. illustrazione di Sandro Quintavalle

Eccola!

Lenuccia da quel Rione esce, va via da Napoli, odiandola; scivola in un mondo che visto da lontano le sembrava un porto sicuro, privo di violenza, basato sulla ragione, sulla cultura, sull’ordine, a poco a poco ne vede gli angoli oscuri. Scopre che sotto il velo di ordine e raziocinio c’è ben altro.

Il Rione e Napoli sono personaggi vivi; del Rione non viene mai fatto il nome ma le descrizioni dei luoghi, al suo interno e nelle vicinanze, sono minuziose; mi sono improvvisata investigatrice geografica e mentre leggevo con Sandro ricostruivamo posti a noi poco conosciuti, o del tutto sconosciuti, fermate della metropolitana, distanze. Scoprivamo che il Centro Direzionale è costruito su paludi; ci chiedevamo quale fosse la fermata della metropolitana vicina al Rione: “Ma certo Gianturco!” — la conferma l’ho avuta leggendo L’amore molesto, il Rione dove si svolge l’infanzia della protagonista è lo stesso in cui è ambientata L’amica geniale —; per la prima volta sento parlare dei Granili; per la prima volta faccio mente locale e grazie a Google Maps vedo con chiarezza che via Marina prosegue, cambia nome, diventa via Reggia di Portici, via Ponte dei Granili, arriva a San Giovanni a Teduccio, e va avanti in luoghi che non conosco o che conosco per sentito dire.

E poi c’è quel tunnel, un sottopasso ferroviario, a via Emanuele Gianturco, vedo due bambine tenersi per mano attraversandolo alla ricerca del mare; sanno che a Napoli c’è, o dovrebbe esserci, alcuni del Rione dicono di esserci andati.

E il Rione si materializza, il Rione Luzzatti, corrisponde. Tra via Emanuele Gianturco, via Traccia a Poggioreale, i binari della ferrovia, gli stagni diventati Centro direzionale, Poggioreale. Un mondo.

La Ferrante ci dà indicazioni precise, indizi sparsi qua e là.

Lila si sposa nella chiesa della Sacra Famiglia, se si fa una ricerca su Google: “Chiesa della Sacra Famiglia Napoli” la risposta è immediata, il primo risultato: “Parrocchia della Sacra Famiglia al Rione Luzzatti via Carlo Bussola”. Il sito della parrocchia racconta la storia di quei luoghi, ma ci parla anche del “risanamento” di una zona centrale della città durante il fascismo, del trasferimento dell’interno di una chiesa del 1500, e delle opere in essa contenute, dal centro di Napoli a una periferia appena costruita. Nuovi rioni popolari dove le genti, sulla carta, nei progetti, sarebbero state meglio; la realtà è stata, ed è, un’altra. Per i più curiosi qui il link al sito della Parrocchia della Sacra Famiglia

Vedo passeggiare Lenuccia e Lila tra le strade del Rione, le vedo sedute ai giardinetti, le vedo affacciarsi fuori dal Rione con rabbia, paura, disagio; le vedo  tornare con altrettanta rabbia, ma sentendosi al sicuro al centro del loro mondo ai margini che vorrebbero cambiare dall’interno.

Le case nuove, vicino alla ferrovia, dove va ad abitare Lila da sposata, i giardinetti, le palazzine a quattro piani, la chiesa, la scuola, lo stradone. La tecnologia di Goolge Street View evidenzia la minuzia con cui la Ferrante ha raccontato quei luoghi. Di fronte alla realtà di quelle strade, al realismo di quell’amicizia, alla verità dei mondi lontanissimi dal Rione vissuti da Lenuccia, alla chiusura del Rione-mondo, mi sento soffocata e vivissima.

Google Street View mi porta in quei luoghi e a me la voglia di vederli da vicino proprio non viene.

Napoli è protagonista de L’amica geniale, come lo è de L’amore molesto, capire il luogo di provenienza delle protagoniste, il loro muoversi emotivo e fisico nella città è parte fondamentale del viaggio nella vita di queste due donne. È difficile non cercare di ricostruire la geografia di questa storia, se sei napoletano impossibile, credo.

Ho percorso una Napoli a me sconosciuta: i luoghi che circondano il Rione Luzzatti li conosco per sentito dire o per passaggi frettolosi e obbligati sempre con la voglia di uscire il più velocemente possibile da quella parte di città, con la paura e il senso di non appartenenza che la facevano da padroni. Del Rione Luzzatti non avevo mai sentito parlare. Ho riconosciuto una Napoli dove so muovermi con agio e disagio, di cui conosco pregi e difetti.

Dopo aver trovato la chiesa dove Lila si sposa ho cercato la scuola elementare del Rione: l’Istituto comprensivo Ruggiero Bonghi del Rione Luzzatti ha tre sedi e quattro plessi; tra sedi e plessi mi sono un po’ persa: due scuole elementari, un asilo, una scuola media. Lila e Lenuccia sono andate a scuola in uno di questi edifici? Forse.

Alla scuola media c’è una sezione a indirizzo musicale, alcuni tra i giovanotti e le signorine che frequentano codesta sezione fanno parte di un’orchestra: l’Orchestra Bonghi. Se vi va di curiosare ecco la pagina Facebook dell’Orchestra Bonghi

I ragazzi dell’orchestra sono decisamente bravi e collezionano premi, qui il racconto di un po’ della loro storia.

La musica per andare avanti in posti difficili dove crescere mi fa venire in mente la Sanitansable, l’Orchestra Bonghi e la Sanitansamble sono due realtà differenti, una scolastica, l’altra un progetto educativo extra scolastico che può portare a percorsi scolastici con cui completare la propria formazione musicale, ma finiscono per avere una stessa funzione: costruire fondamenta sane di giovani vite attraverso la musica.

Non so se Elena Ferrante sia un uomo o una donna; credo, spero, una donna. Mi piace pensare che solo una donna possa raccontare le donne con tanta lucidità, in un rapporto vero, reale, privo di melassa, duro e affettuosissimo. Elena Ferrante deve essere napoletana, un Rione lo racconti così solo se lo conosci bene, la città la racconti in quel modo solo se la vivi, o l’hai vissuta, la senti, ti arrabbi e poi impari anche ad amarla. Impari ad amarla conoscendo la sua storia millenaria, imparando a conoscere luoghi visti mille volte ma mai guardati con attenzione, addentrandoti in posti sconosciuti il cui nome ti ha sempre creato paura e disagio.

Lila dopo un grande dolore inizia a studiare la storia di Napoli, ne rimane incantata, e conoscendola impara ad amare la città in tutta la sua feroce bellezza, Lenuccia quando lo scopre dice una frase che ho sentito mia:

Che grave negligenza era stata nascere e vivere a Napoli senza sforzarmi di conoscerla

Elena Ferrante, come ogni autore, è nei suoi libri; l’anonimato forse le dà la libertà di raccontare senza ferire chi le sta intorno e di esporsi senza esporsi, forse è marketing, forse è un gioco. Ne La Frantumaglia sono raccolte le domante che gli ascoltatori di Fahrenheit, trasmissione di radio 3 RAI, hanno posto alla Ferrante scrivendo alla sua casa editrice e le relative risposte; domante e risposte sono stare lette in trasmissione, Concita De Gregorio ha dato voce alla Ferrante. La risposta a un ascoltatore che le chiedeva se i suoi libri fossero autobiografici:

Nella finzione diciamo e riconosciamo, di noi, ciò che per convenienza nella realtà taciamo e ignoriamo

si intreccia a una riflessione di Lenuccia sul modo di raccontare di Lila:

Mi sembrò — formulato a parole d’oggi – che non solo sapesse dire bene le cose ma che stesse sviluppando un dono che già conoscevo; meglio di come facesse da bambina, prendeva i fatti e li rendeva con naturalezza carichi di tensione; rinforzava la realtà mentre la riduceva a parole, le iniettava energia

Elena Ferrante ha lo stesso dono che attribuisce a Lila, rinforza la realtà mentre la riduce a parole? Forse. Un bravo scrittore trasforma il personale in universale.

…luoghi

Il primo martedì di luglio al Rione Sanità di Napoli c’è la processione in onore di San Vincenzo Ferrer, detto ‘o Monacone, patrono della Sanità. La processione conclude i festeggiamenti in ricordo dei miracoli fatti dal Santo durante l’epidemia di colera dilagata a Napoli nel 1836. In passato i festeggiamenti erano più ricchi come racconta don Antonio Loffredo nel libro Noi del Rione Sanità

Un tempo la gente si impegnava perfino i materassi per contribuire alle spese e partecipare ai fasti di questa ricorrenza. Oggi, per quanto in forma ridimensionata, la tradizione continua a tramandarsi. Si cerca di preservarne il più possibile le forme originarie dall’offuscante usura degli anni e delle contingenze

Di don Antonio Loffredo e del suo lavoro al Rione Sanità ho già parlato in questi post: Alla scoperta di strani, nuovi, mondi. Una vomerese alla SanitàLa bellezza che c’è in noiMa che mu, ma che mu, ma che musica maestro!. Don Antonio è il parroco della Sanità; è stato, ed è, il motore portante della rinascita economica e culturale di questo luogo al centro di Napoli, bellissimo e oscuro, pieno di beni artistici e architettonici che stavano lentamente marcendo.

Il Rione Sanità è stato, ed è, nell’immaginario di molti napoletani uno di quei buchi neri dove non andare, regno di degrado e violenza. Non si offendano le tante persone per bene che abitano quei luoghi, l’immaginario comune e la fama del Rione erano, e per molti sono ancora, questi, negarlo è voler negare il lavoro immenso fatto negli ultimi anni da don Antonio e dai suoi ragazzi.

Al Rione Sanità si è creato un modello di economia solidale e sostenibile; si fa impresa valorizzando il territorio e i suoi beni artistici e culturali; si crea lavoro in tempo di crisi. Da alcuni anni turisti, italiani e stranieri, si addentrano in questa parte di Napoli, considerata ancora da molti napoletani luogo pericoloso, da evitare. A volte ho la sensazione che siano proprio i napoletani i più restii a lasciarsi trasportare nella rinascita della Sanità.

Don Antonio Loffredo parlando della Sanità dice:

La chiusura di un luogo si riflette fatalmente sulla mentalità dei suoi abitanti. Quando un estraneo «entra» in questo Rione, la gente si fa guardinga, sospettosa. Esamina il nuovo venuto, vuole sapere

Parlando della Sanità don Antonio automaticamente parla di tutti i luoghi chiusi in cui vigono regole ben precise, inviolabili, conosciute bene dagli abitanti:

Lello (il sagrestano) […] mi ha istruito su come ogni cosa andava fatta «perché così si è sempre fatta e così va conservata». Al Rione le novità e i cambiamenti non sono i benvenuti: provocano angoscia

Don Antonio aggiunge:

Qui non si sogna. E le lotte fra poveri sono sempre le più amare: tanto caparbie quanto vuote di senso

Le parole di Don Antonio si incrociano con quelle con usate dalla Ferrante ne L’amica geniale per descrivere il modo di vivere e pensare al Rione Luzzatti.

Non ho nostalgia della nostra infanzia, è piena di violenza. Ci succedeva di tutto, in casa e fuori, ogni giorno, ma non ricordo di aver mai pensato che la vita che c’era capitata fosse particolarmente brutta. La vita era così e basta, crescevamo con l’obbligo di renderla difficile agli altri prima che gli altri la rendessero difficile a noi

Rione Sanità e Rione Luzzatti si fondono e con loro tutti quei luoghi in cui nascere, crescere, vivere per molti è fatica immensa e quotidiana.

Elena Ferrante racconta storie di donne fatte, anche, di ordinaria violenza quotidiana, don Antonio racconta le stesse storie parlando delle condizioni di vita di molte donne al Rione Sanità:

Vivono troppo spesso storie di violenza che non raccontano, specialmente se sono giovani.[…] L’omertà si mescola alla convinzione di meritare le percosse e le sevizie, all’assurda credenza che siano, in fondo, manifestazioni di passione e, in ogni caso, obblighi cui sottomettersi

Elena Ferrante aggiunge tramite Lenuccia, la voce narrante di tutto il libro:

Eravamo cresciute pensando che un estraneo non ci doveva nemmeno sfiorare, ma che il genitore, il fidanzato, il marito potevano prenderci a schiaffi quando volevano, per amore, per educarci, per rieducarci

Mentalità che possiamo guardare dall’alto in basso dicendoci che sono racchiuse solo in determinati luoghi, in determinate aree geografiche, ma ci sbagliamo; sono mentalità diffuse, frutto di un concetto perverso di famiglia, di donna, di tradizione; a volte nascoste dietro un velo di civiltà e progresso, in agguato, con la complicità delle stesse donne nel ruolo di vittime, carnefici, o testimoni omertose.

Don Antonio cita le parole di padre Alex Zanotelli, che da vari anni vive alla Sanità, per raccontare la difficoltà del cambiamento:

Questo popolo è abituato a un individualismo storico, perché ha sempre dovuto cavarsela da solo, quindi non è avvezzo a pratiche sociali cooperativistiche

Ma lo stesso padre Alex dice:

Piano piano, sta crescendo una nuova cittadinanza attiva, che si oppone al clientelismo e non chiede più favori ma reclama diritti

In una situazione di stasi in movimento don Antonio prosegue il suo cammino:

A me non resta che riprendere a lavorare per scardinare ancora una volta l’atteggiamento di chiusura altera e depressa e tornare alla carica per attivare il cambiamento

Il cambiamento don Antonio alla Sanità l’ha attivato puntando sui giovani, alcuni di loro si sono lasciati attirare dal nuovo modo di pensare che gli veniva proposto e, lavorando duramente, hanno realizzato cose che fino a pochi anni fa sarebbero state considerate sogni folli solo a sognarli.

Trovare il giusto approccio, i giusti canali di comunicazione, il giusto linguaggio è fondamentale per scalfire corazze e provocare cambiamenti dall’interno, gli unici duraturi.

[…] per allargare gli orizzonti di questi ragazzi e ripulirli dai pregiudizi che avevano avvelenato il passato e il contesto in cui erano cresciuti, sarebbe stato utile uscire dai confini ristetti del quartiere. In altre parole, farli viaggiare. Dapprima abbiamo visitato i dintorni, le spiagge della Costiera, la Sicilia, poi ci siamo spinti a Parigi, in Palestina, in Marocco…

Don Antonio ci racconta che i suoi ragazzi si sono aperti al mondo uscendo dal Rione, viaggiando; anche Lenuccia si è aperta al mondo uscendo dal Rione, viaggiando; Lila no, Lila realizza grandi cose rimanendo dov’era, uscendo pochissimo dal Rione. Lila è un mondo a parte, pieno di luci e ombre. Lila costruisce e distrugge.

Lila e Lenuccia vogliono cambiare il Rione; Lila, soprattutto, lo vuole cambiare dall’interno portando un nuovo modo di pensare e agire:

Era quella l’ultima novità che s’era inventata? Voleva uscire dal Rione restando nel Rione? Voleva trascinarci fuori da noi stessi, strapparci la vecchia pelle e imporcene una nuova, adeguata a quella che si stava inventando lei?

I nuovi modi di agire e pensare fanno intravedere la possibilità di cambiamento, Lenuccia e i suoi amici quel cambiamento lo vogliono ma si sentono spaesati, nel nuovo modo d’agire e di pensare non si riconoscono, e, con ingenuità, rimettono in scena schemi conosciuti dissolvendo i passi fatti verso una nuova direzione. Accortasi dell’errore commesso Lenuccia dice:

Segno che forse Lila aveva ragione: la gente di quella risma bisognava combatterla conquistandosi una vita superiore, di quelle che loro non potevano nemmeno immaginare

La vita superiore voluta da Lila non è fatta di soldi e arroganza ma è basata su comportamenti rispettosi degli altri, sull’ignorare provocazioni e insulti evitando un susseguirsi di violenza, una vita dove non vige la legge del più forte. Il tentativo di Lila fallisce, perde la battaglia non la guerra; don Antonio, i suoi ragazzi e i suoi complici vanno caparbiamente avanti ottenendo risultati concreti.

La Sanità è un luogo storico di Napoli e dalla sua storia sta traendo ricchezza e lavoro; a don Antonio e ai suoi ragazzi piace ricordare che la ricchezza del loro Rione viene dal passato da valorizzare nel presente per costruire il futuro:

[…] Ancora una volta, il futuro chiama il passato e chiede aiuto al presente per andare avanti

Alla Sanità ci stanno dimostrando che con la valorizzazione del bello e con la cultura si mangia, alla Sanità si costruisce uscendo dagli schemi preordinati.

Benvenuti al Rione Sanità è il titolo della festa organizzata quest’anno alla Sanità dal 3 al 9 luglio: mostre, spettacoli, degustazioni, visite guidate e tanto altro. Un occasione per conoscere, o esplorare con maggiore attenzione, questo luogo bello e difficile, ricco di cultura e degrado, posto al centro di Napoli.

Martedì 7 luglio 2015 alle 19,00 ero nella basilica di Santa Maria della Sanità per partecipare alla cerimonia religiosa che ha preceduto la processione in onore di San Vincenzo Ferrer. Non sono una persona religiosa e non ha mai partecipato a una processione in vita mia ma quest’anno mi è capitato spesso di andare alla Sanità, superando paure e tabù mentali, e dopo aver letto Noi del Rione Sanità di don Antonio Loffredo mi era venuta voglia di partecipare alla processione di San Vincenzo Ferrer.

Il caldo e l’umido quella sera l’hanno fatta da padroni e le mie sensazioni e i miei pensieri sono stati contaminati da quel caldo e quell’umido.

Arrivando alla Basilica di Santa Maria della Sanità pensavo di trovare la chiesa gremita, alle 18,45 erano piene solo le panche avanti alla cappella, in una delle navate laterali, dove era stata sistemata la statua di San Vincenzo Ferrer e dove si sarebbe celebrata la messa. Davanti la bellissima scalinata, nella navata principale, era stata montata una grande pedana dove si sarebbe tenuto lo spettacolo la sera del 9 luglio a conclusione della settimana di festeggiamenti alla Sanità, forse aveva ospitato nei giorni precedenti altri spettacoli ma sono una cronista imprecisa e ammetto di non saperlo. Mi sono seduta su una delle prime panche oltre la pedana, di fronte la statua del Santo, quella navata della chiesa era quasi vuota al momento del mio arrivo, come le panche nella navata centrale. Nel quarto d’ora successivo la chiesa si è riempita, ma meno di quanto credessi.

Ho ascoltato la funzione guardandomi intorno, c’era pochissima gente venuta da fuori Rione, mi sono sentita a disagio, un pesce fuor d’acqua. Ho partecipando alla funzione religiosa seguendone i rituali, da non credente, con profondo rispetto.

Al mio fianco si sono sedute due signore anziane, una delle due era molto enfatica nel pregare, urlava le risposte dei fedeli alle parole dei celebranti come se stesse mostrando l’evidenza della sua fede. Me la sono immaginata pronta a giudicare tutto e tutti in nome di un Dio che solo lei sapeva servire e seguire, l’ho immaginata spettegolare e malignare, mi ha ricordato persone già viste e ho provato una forte antipatia per lei. Forse mi sbaglio, forse mi ha solo evocato brutti ricordi.

Prima dell’inizio della funzione dietro di me ho sentito voci conosciute, erano le voci di Miriam e Flora, due delle ragazze che fanno parte della cooperativa la Paranza che ha in gestione le Catacombe di San Gennaro e quelle di San Gaudioso, erano con altri ragazzi, forse anche loro della cooperativa.

Il mio interesse a quello che sta accadendo alla Sanità è nato con una visita serale alle Catacombe di San Gennaro nell’ottobre dello scorso anno. In quel periodo nei fine settimana la sera i ragazzi della Paranza insieme ad alcuni artisti napoletani avevano organizzato un percorso guidato serale: Le luci di dentro, visita guidata alle catacombe arricchita da tre istallazioni multimediali. Alla cassa c’era Miriam, la nostra guida Flora. Flora mi colpì molto: competente e chiara, paziente con un pubblico in certi momenti sgradevole e arrogante; ma la cosa cosa che mi colpì di più fu il modo in cui si illuminava parlando del lavoro fatto in quegli anni alla Sanità, dei suoi compagni di viaggio e di don Antonio, di cui io ignoravo completamente l’esistenza.

Una domenica mattina di marzo con Sandro, e Manuela e Silvia delle amiche venute da Milano, abbiamo percorso il Miglio Sacro guidati da Miriam, Flora era alla cassa. Il Miglio Sacro comprende le catacombe di San Gennaro, quelle di San Gaudioso, la basilica di Santa Maria della Sanità, il Cimitero delle Fontanelle, un giro del quartiere con visita a Palazzo Sanfelice e Palazzo dello Spagnuolo e si conclude a Porta San Gennaro. Miriam ha lo stesso entusiasmo di Flora, la stessa preparazione, emana la stessa luce; credo siano molto amiche.

Manuela e Silvia sono rimaste molto colpite da quella visita in una Napoli un po’ fuori dai percorsi turistici più tradizionali, sconosciuta spesso agli stessi napoletani; e colpite da Miriam, il suo entusiasmo, la sua preparazione. Abbiamo concluso la mattinata con sfizietti e genovese alla Cantina del Gallo, sempre al Rione Sanità.

Domenica 24 maggio seduti a un tavolo di Concettina ai Tre Santi eravamo in cinque: io, Sandro, zia Adriana, Fabrizia e Stefano, suo marito. Io, Sandro e zia nella mattinata avevamo visitato le catacombe di San Gennaro e ascoltato la messa celebrata da don Antonio; Fabrizia e Stefano avevano percorso il Miglio Sacro guidati da Flora, durante il percorso si erano fermati a un tarallificio e il proprietario gli aveva parlato della processione di San Vincenzo Ferrer e dei tempi in cui suo padre era uno degli organizzatori.

Fabrizia aveva prestato a zia L’amica geniale e le ha chiesto se avesse iniziato a leggerlo, poi si è rivolta a me chiedendomi se io l’avessi letto al mio no mi ha raccontato di queste due donne, della loro vita raccontata in quei quattro volumi partendo dall’infanzia e della loro amicizia. Mi ha detto che il Rione dove erano ambientati i libri ricordava la Sanità.

Martedì 7 luglio, giorno della processione di San Vincenzo Ferrer, avevo finito di leggere L’amica geniale da pochi giorni: il paragone fatto da Fabrizia tra il Rione dove sono ambientati i libri e la Sanità è azzeccato, come mentalità, come atteggiamenti, come valori. La differenza sostanziale sta nel fatto che la Sanità ha una storia da cui attingere ricchezza e su cui costruire il futuro, il Rione Luzzatti, e tutti i rioni periferici di costruzione più o meno recente, devono trovare altre formule per scardinare mentalità, degrado, modo di vivere. La Sanità è stata, e per certi versi lo è ancora, un ghetto al centro della città, è precipitata in un buco nero dopo la costruzione del ponte che la sovrasta fatto edificare da Gioacchino Murat per facilitare i collegamenti tra la Reggia di Capodimonte e il centro di Napoli. I rioni come il Luzzatti nascono come periferia e diventano periferia povera e degradata.

Torno alla celebrazione religiosa precedente la processione, l’ho seguita guardandomi intorno con attenzione, in chiesa c’erano alcuni ragazzi che fotografavano e riprendevano, non sembravano del Rione ma posso sbagliarmi, e c’erano gli abitanti della Sanità venuti a onorare il loro patrono. Vari sacerdoti hanno officiato la messa al cui termine don Antonio ha detto poche parole che mi hanno dato da pensare: a quanto ho capito quest’anno è il primo anno in cui prima della processione si celebra il rito religioso in chiesa, il percorso della processione quest’anno era prestabilito e non avrebbe compreso deviazioni, sarebbero state percorse solo le strade più larghe del Rione perché la processione è un momento di gioia e festa e non deve trasformarsi in un momento di pericolo dovuto alla larghezza dei vicoli o ad altri fattori. Don Antonio ha aggiunto che per la prima volta la processione aveva avuto tutte le autorizzazioni, negli anni precedenti era stata un processione abusiva.

Il fatto che il percorso della processione fosse stato modificato includendo solo le strade più larghe del Rione, e solo la Sanità senza scivolare nei Vergini o altri luoghi vicinissimi ma non strettamente Sanità, la scelta di un percorso prestabilito da non deviare, aveva creato attriti e proteste, che pare fossero culminati in una discussione la domenica precedente dopo la messa.

Non avevo mai riflettuto sull’importanza del percorso di una processione, non avevo mai riflettuto che una modifica di tale percorso potesse accendere gli animi ed essere vissuta come un’offesa da alcuni.

Mentre seguivo questo pensiero ha avuto inizio la processione partendo dalla cappella laterale dove era stata sistemata la statua del Santo e celebrata la funzione religiosa. La processione era aperta dalle bandiere delle varie associazioni e congreghe che l’avevano organizzata, almeno credo che questa sia la loro funzione nei festeggiamenti.

Non avevo mai neanche considerato l’importanza e l’impegno che molte persone danno e mettono nell’organizzare eventi come la festa di un santo patrono o una processione.

L’uscita della statua sulla piazza antistante le chiesa è stata un emozione unica, a una piazza non gremita faceva da contraltare lo spettacolo dei palazzi. Ogni finestra, ogni balcone, era tappezzato di persone: abitanti storici affiancati da nuovi venuti, colori e provenienze geografiche differenti uniti nell’entusiasmo con cui salutavano il loro patrono.

Non ho seguito tutto il percorso della processione: usciti dalla Basilica abbiamo proseguito per via San Severo a Capodimonte, via Santa Maria Antesaecula e da lì siamo sbucati a via Arena della Sanità, all’altezza di Concettina ai Tre Santi, abbiamo proseguito verso via Sanità; arrivati all’altezza dell’ascensore che collega la Sanità a corso Amedeo di Savoia ho preso la strada di casa, San Vincenzo Ferrer si è avviava verso la zona di San Gennaro dei poveri.

Seguire la processione non è stato facile, come ho già detto mi sentivo fuori posto e pensavo ci fosse più gente venuta da fuori Rione incuriosita dalla settimana di festa, invece eravamo in pochi. Il caldo e l’umido hanno aumentato il mio disagio. Passando per quelle strade mi sono ritrovata a guardare dentro i bassi aperti, gli abitanti salutavano il Santo e io osservavo gli spazi angusti e bui, le famiglie numerose.

Ai bassi di Napoli sono abituata, da piccola ne avevo un’idea romantica, sognavo di viverci, mi piaceva l’idea di libertà che mi davano, la strada a un passo, la possibiltà di uscire di casa in un’attimo. I bassi in genere sono curatissimi, è difficile guardare dentro un basso e vedere disordine; sono sempre puliti. Alcuni bassi visti nella mia infanzia hanno particolarmente stimolato la mia fantasia, un basso in particolare mi affascinava, era in un vicolo in cui passavo spesso in macchina con mio padre per andare giù Napoli — come diciamo noi del Vomero — aveva un soppalco in legno dove c’era la zona notte, era arredato con gusto, sempre sistemato, lo vedevo come la versione napoletana della casa degli Ingalls ne “La casa della prateria”, sognavo di abitarci.

È da un bel po’ che la visione romantica della vita in un basso mi ha detto “Ciao, ciao”, molti bassi ora sono abitati da stranieri che li tengono con la stessa cura dei precedenti inquilini napoletani e sono altrettanto numerosi all’interno di queste piccole abitazioni. I bassi dei vicoletti di Chiaia che si intrecciano verso il lungomare sono stati trasformati in posti fighi dove va gente molto figa a fare cose fighissime, verso piazza Sannazzaro l’intreccio di vicoli e vicoletti è rimasto abitato dagli abitanti originari, è il luogo di Napoli che, a mio parere, ti sbatte in faccia con più evidenza i mondi lontanissimi e contigui che compongono questa città.

I bassi della Sanità quella sera avevano porte e finestre aperte, gli abitanti salutavano la processione e io approfittavo dell’occasione per guardare nelle loro case. Guardando dentro quelle abitazioni ho sentito disagio, non per la maleducazione insita nello scrutare in casa altrui ma per un pensiero insistente: “Come faranno a stare lì dentro con questo caldo, con quest’afa, tutte queste persone”.

Di romantico i bassi della Sanità quel martedì sera non avevano niente.

Se uscendo sulla piazza a seguito della processione il colpo d’occhio mi aveva dato gioia proseguendo nei vicoli la gioia è stata affiancata da malumore, potevo vedere meglio i visi che circondavano il passaggio del Santo, e se alcuni erano festosi altri erano astiosi. Frasi recepite al volo hanno aumentato il mio disagio: c’era chi si lamentava perché la processione non sarebbe passata in un determinato vicolo, ho seguito con lo sguardo l’indicazione del vicolo e vedendolo mi sono chiesta come fosse stato possibile in passato far passare la processione di lì, per i portatori doveva essere stata una fatica enorme: era un vicolo strettissimo, la distanza tra i palazzi non era molto maggiore della larghezza della statua.

Le parole di due uomini anziani mi hanno reso evidenti le difficoltà incontrate ogni giorno da don Antonio e i suoi ragazzi, i muri mentali e l’astio si sono materializzati in quelle parole:

Vo’ cagnà, fa venì pure a gent’ ‘a for  (Vuole cambiare, fa anche venire la gente da fuori quartiere)

Il tono dei due uomini non aveva niente di amichevole, nello stesso tempo avanti a me sono riapparsi alcuni ragazzi della Paranza — comprese Flora e Miriam — festosi e allegri. Eccomi immersa in due parti dello stesso mondo, una aperta verso l’esterno, caparbia nella sua voglia di costruire e cambiare mostrando tutta la sua luce e bellezza; una chiusa, ostinata nel combattere il cambiamento.

Dopo poco siamo arrivati al ponte e ho preso l’ascensore, arrivata su ho dato un’ultima occhiata alla processione dall’altro e mi sono avviata per i vicoli di Materdei a prendere la metropolitana. Erano ormai le 21,00 passate, ero da sola, sono arrivata a casa verso le 21,30 grazie alla metropolitana passata subito. Per l’ennesima volta ero stata alla Sanità da sola, per l’ennesima volta non mi era successo niente.

Scoprire virtualmente luoghi sconosciuti della mia città protagonisti di un libro che ho amato moltissimo, inoltrarmi in una zona di Napoli il cui nome incute ancora inquietudine a molti napoletani — come dice don Antonio con un sorriso sereno: “Arriveranno anche loro” — ha reso materiche emozioni e pensieri: staticità, cambiamento, passi avanti, rischio di scivolare indietro.

L’amica geniale ha in sé movimento e staticità.  Alla Sanità il cambiamento di un nucleo cerca di rompere la staticità di molti; la manutenzione di quello che si è costruito, e la costruzione di nuove cose, richiedono impegno quotidiano. L’energia e la voglia di fare non manca, soprattutto non manca una visione chiara della situazione del quartiere in tutte le sue sfumature.

I cambiamenti reali possono avvenire solo dall’interno, gli abitanti dei luoghi hanno propri linguaggi, codici, meccanismi; per arrivare a un cambiamento reale e duraturo, che non porti sradicamento e spaesamento, bisogna conoscerli e rispettarli. I cambiamenti improvvisi e forzati, spinti dall’esterno, sono fragili, le fondamenta su cui sono costruiti sono friabili, crollano al primo scossone.

Alla Sanità stanno risalendo riportando alla luce un passato ricco e sfolgorante per costruire un presente e un futuro luminosi e vitali. Lo stesso sta accadendo in altre parti di Napoli.

Appropriazioni

Leggendo L’Amica geniale mi sono spesso ritrovata a pensare: “Lila è Napoli: bellissima, forte, luminosa, buia, mai banale. Ha momenti di folgorante splendore e cadute nel buio dalle quali sembra non poter risalire. Ma risale: forte, luminosa, rinnovata”. Arrivata alla conclusione della storia mi sono detta: “L’amica geniale non è né Lila né Lenuccia, sono entrambe l’amica geniale: l’una per l’altra”. E poi ce Lei, l’altra protagonista.

Napoli per Elena Ferrante non è un luogo comune, quando nasci e cresci qui l’impari presto; te la porti dentro. Si resta, si fugge, si torna, si rimane a distanza guardinghi, e la si contiene dentro di sé, buio e luce. Non so se Elena Ferrante sarà d’accordo: per me Napoli è La città geniale.

 

Ma che davvero fate? Elogio del vaffanculo, e amici come prima.

Fate ciao, ciao con la manina!

Fissare una persona, spesso con un sorriso sarcastico, non è salutare. Se questa non vi saluta non lamentatevi che è scostumata e non saluta, chiedetevi piuttosto: “Le ho mai sorriso, l’ho mai salutata per primo?”, se la risposta è: “No” fatevi qualche domanda su cosa rappresenta per voi un semplice saluto; niente niente fosse un modo per manifestare la vostra superiorità, della serie: “Se vuoi ti do l’opportunità di salutarmi, non è detto che ti risponda, forse non sei degno del mio saluto, ma io quest’opportunità te la do.” Nel caso la risposta sia quella riportata tra parentesi sappiate che siete dei coglioni, e più che un buongiorno meritate un cordiale vaffanculo. Consideratevi salutati.

Nel caso la persona che fissate vi abbia sorriso e salutato e voi l’abbiate guardata con soddisfazione e superiorità senza rispondere sappiate che siete doppiamente coglioni; un doppio vaffanculo con pernacchia è il saluto che meritate, e amici come prima. Peccato che spesso non so neanche esattamente chi cazzo siete, e se lo so so anche che siete dei coglioni e ogni attimo perso a prendervi in considerazione e un attimo della mia vita buttato nel cesso.

“Ma Francesca Matilde Ferone che fai inizi un post con cotale maleducazione?”
“Sì Francesca Matilde Ferone, lo inizio e lo continuo così”
Ho un dialogo esteriore decisamente scurrile oggi.

Francesca Matilde Ferone versione Rambo augura a tutti un cordiale Vaffanculo. Illustrazione di Sandro Quintavalle

Vaffanculoooooooo!

Se non rispondo al citofono e vi aspetto, invece di pensare che sono la solita sciagurata quando siete nel palazzo provate a bussate alla porta potrei aprivi. Sapete il citofono potrebbe essere rotto o fuori posto, chissà. Che non senta il citofono è impossibile, Piera abbaia ogni volta che lo sente suonare e non è un abbaio carino e piacevole, sono urla agghiaccianti, è impossibile per me, e per l’intero vicinato, far finta di niente. Certo chi vi ha aperto il portone del palazzo potrebbe anche suggerire: “Hai provato a bussare alla porta” se voi non ci avete pensato, ma mica viviamo di logica qui, no, noi viviamo di pregiudizi, e il pregiudizio è pregiudizio, e due pregiudizi, e un po’ di mala fede, quando si uniscono fanno cose belle. E dato che di sorridere non se ne può più fanculo anche a voi e ai vostri pregiudizi, e a quel modo di fare falso gentile e falso distratto con cui alcuni percorrono il mondo.

Se si è tra i quaranta e i cinquant’anni e non all’asilo formare un gruppetto da cui escludere la bambina che non ci piace sperando che ci rimanga male, fare gruppetti su whatsapp e tenerci a farle sapere: “Noi ci siamo tu no”, chiedere allegramente davanti a lei, per creare disagio: “Ma lei è nostra amica o no?” è coglionaggine, niente di più, niente di meno.

Lo so pensate che è un metodo già usato anni fa e funzionava alla grande, quante belle sfuriate ha fatto la bambina perché si sentiva esclusa,  siete sicuri che le farà anche ora. Che ridere, che soddisfazione.

Come dite? vi sta ignorando. Gesù non è possibile! Non le interessate voi come persone, le vostre uscite, le vostre chattine, le vostre vacanzine e cenettine? Ma non è possiblile! Come dite? Non urla, niente crisi isteriche. Non è possibile! su dateci dentro, prima o poi deve sbottare, lo sanno tutti che è isterica.

Fermi tutti, forse c’è un problema, l’asilo è finito da anni. Lo so, ci rimanete male se venite ignorati; lo so, il vostro scopo era farla arrabbiare ma all’asilo si va dai tre ai cinque/sei anni non dai quaranta ai cinquanta e oltre. Lo so, è inconcepibile che la bambina non sia interessata a voi, ma sapete, vi piaccia o non vi piaccia, siamo adulti, i gruppetti, le amichette del cuore, i tempi dei: “Tu sì, tu no” per molti sono passati. Lo so, è dura da mandare giù, state aspettando la crisi isterica, la sfuriata, rilassatevi non arriverà, mi spiace.

Riprendete le vostre attività preferite: piangervi addosso, recriminare per vivere le vite che avete voluto e vi siete costruiti, non godervi serenamente neanche una delle cose belle che avete. Lo so è più facile e piacevole lamentarvi per tutto e di tutti, sparlare di chiunque, anche all’interno del vostro gruppetto.
Con grazia e leggiadria, senza né rabbia né rancore, solo il bisogno di tenervi lontano, senza sensi di colpa, vi dico: andatevene sonoramente a fare in culo. Lo so, voi siete quelli normali, è questo che mi spaventa.

Hey voi, sì dico a voi mie care donnine, voi che credete che la furbizia e la manipolazione vi porteranno lontano, gentilmente avviatevi per la strada di fanculo anche voi. Oggi è molto affollata, troverete traffico, forse durante il tragitto avrete il tempo di studiare qualche altra astutissima manovra per diventare la principessa di Fanculandia, certo che visti i risultati raggiunti finora credo dobbiate prendere qualche lezione da Will il Coyote, mi sembra più sveglio di voi.

‘O blog

Cosa non fare in un blog? Come non usarlo? Ecco, in un blog serio, un post come questo va cestinato; il galateo del perfetto blogger dice questo, ma il galateo lo pratico poco e male e quindi vaffanculo anche alle regole di galateo. Ora mi sento meglio.

Un blog per raccontarmi, a me stessa principalmente, smettendo di vergognarmi di alcuni aspetti della mia vita. Aspetti di cui mi sono vergognata moltissimo e che ho cercato di nascondere per tanto, troppo tempo. Aspetti che molti per anni non hanno voluto vedere, hanno negato, o hanno usato a loro piacimento.

Un blog per raccontare, soprattutto a me stessa, tutta la fatica e l’impegno che ho messo, e metto ogni giorno, per superare paure e per raggiungere obiettivi che credevo irraggiungibili. Un blog per ringraziarmi dell’affetto che ho deciso di darmi, della capacità di vedere e apprezzare il bello che c’è in me e in quello che mi circonda. Un blog per ricordarmi che sono molto meglio di quello che credo e di come spesso altre persone mi hanno fatto credere, e vorrebbero farmi credere ancora.

Io scrivo e molti interpretano secondo i loro pregiudizi, il loro concetto di normalità e anormalità, le loro convinzione. Per molti il blog va bene, è pure scritto bene, ma alcuni argomenti non devono essere tratti, vanno tenuti nascosti. Lo sanno tutti, di alcune cose non si parla. Signori e signore e qui che vi sbagliate, di certe cose si parla, con calma, serenità, senza livore o rancore, perché sono proprio le cose che per alcuni vanno ignorate, tenute nascoste, negate, che distruggono le persone dall’interno. E sapete che c’è di nuovo: vaffanculo anche a chi legge dando un’interpretazione della mie parole assolutamente falsata dal suo modo di stare al mondo.

Libertà di parole, di pensieri, di sentimenti, di emozioni, di tristezza, di allegria, di vivere la propria vita e il proprio passato senza edulcorarlo per renderlo più accettabile a chi vive etichettando: “Normale, anormale, giusto, sbagliato”. Hey gente lo sapete che i castelli di carte in nome della normalità possono crollare da un momento all’altro e senza neanche capire come è successo potete ritrovarvi nella categoria degli anormali, degli strani, di quelli da evitare? E quella categoria l’avete costruita voi.

Ho un mostruoso bisogno di leggerezza e una voglia inarrestabile di urlare grandi vaffanculo a destra e a manca. Non vaffanculo rabbiosi o livorosi, vaffanculo leggiadri, allegri, spontanei, liberatori, sorridenti. Ho bisogno di esorcizzare persone, emozioni, ricordi, pesantezze e andare avanti.

Ho una voglia incredibile di conoscere gente bella e ho voglia di ridere di gusto e con allegria. Scrivo e sento scivolare via la pesantezza accumulata, volti giudicanti senza curiosità, lamenti continui incapaci di dire grazie alla vita per le cose belle; scivolano via sguardi incattiviti dalla stupidità e dall’arroganza; scivolano via i furbi, i manipolatori, i normali rimasti bambini in cerca di dolori e disgrazie altrui da cui succhiare energia da apportare al loro mondo chiuso in lamenti, invidia, senso di superiorità e senso di inferiorità; scivolano via quelli che vivono mostrandosi sperando di essere invidiati e se li ignori allora giù a malignare e spettegolare, perché cazzo se tu non li invidi le loro vite si polverizzano nel vuoto più totale.

Ho bisogno di leggerezza e chiarezza mentale; ho bisogno di mio padre che mi ripete: “I furbi non sono intelligenti”, perché di mediocri che si credono furbi sono circondata; ho bisogno di andare a mare, nuotare, camminare per arrivare all’acqua, risalire, faticare, sentire il mio corpo vivo.

Ho bisogno di concentrarmi, quella concentrazione che per tanti anni mi è mancata; pensieri, paure, ansie, voglia di fuggire erano così vivi e lo studio così difficile da portare a termine.

Lascio libero chi non sa ma ha sempre parlato, chi non capisce ma ha sempre giudicato, chi ha avuto una vita molto più facile, perché cazzo non raccontiamoci balle non è stato facile, e non è vittimismo – e mi sono pure sopportata le ingerenze del senso di colpa – e mi dice: “È difficile per tutti” ma al primo ostacolo serio crolla o diventa un supereroe pronto a ricominciare a insegnare la vita e la via e chiunque incroci sulla sua strada.

Lontano da me anche chi davvero ha superato montagne tempestose: sì le hai superate ma questo non ti rende dio, non hai il diritto di salire su un piedistallo e giudicare tutto e tutti perché tu ce l’hai fatta e gli altri ancora arrancano. lI bisogno di un piedistallo per vivere la tua vita mi dice che di strada da percorrere ne hai ancora tanta e ben poco da insegnare.

Perché ho scritto un post così? Perché sono stanca e rotta i coglioni; perché troppa immondizia portata da fuori mi stava entrando in circolo; perché forse questo è il mio post più universale: voi che leggete, sì, sì, dico proprio a voi, quanti vaffanculo avete in gola? Tanti eh. No, non siete così diversi da me anche se ora state pensando: “Ma allora è vero, questa è pazza! Guarda che post scrive”.

Ho bisogno di raccogliere tutto il meglio di me stessa per andare avanti in maniera serena, e allora un enorme, ma enorme, enorme vaffanculo lo grido al mondo e lo grido soprattutto a me stessa, la me stessa che permette a persone e cose di entrarle sotto la pelle e crearle disagio. Eh no cara la mia donnina se fai così meriti tu per prima un vaffanculo.

I vaffanculo ben dosati salveranno il mondo.

Con affetto, vaffanculo!