Ma che mu, ma che mu, ma che musica maestro!

La basilica di San Severo Fuori le Mura è a piazzetta San Severo a Capodimonte, Rione Sanità, Napoli. Venerdì 10 aprile 2015 a San Severo Fuori le Mura c’era un evento bello, a cui volevo partecipare, il passaggio degli strumenti, per il momento simbolico, da parte dei 44 ragazzi che hanno composto dal 2008 a oggi l’orchestra sinfonica Sanitansamble ai 44 bambini del nuovo corso.

L’incontro tra Ernesto Albanese, presidente de L’Altra Napoli onlus e don Antonio Loffredo parroco della Sanità ha generato progetti belli è concreti, l’orchestra Sanitansamble è uno di questi. Prendendo spunto  dall’orchestra giovanile Simon Bolivar, nata in Venezuela all’interno del modello educativo El Sistema ideato da José Antonio Abreu nel 1975, e perfezionatosi in questi 40 anni, sette anni fa è nata Sanitansamble, orchestra sinfonica giovanile del Rione Sanità di Napoli, un posto bello e degradato, un ghetto al centro della città, pieno di ricchezza storica e artistica e pieno di ricchezza umana. Il Rione Sanità per molti anni è stato simbolo di degrado, violenza, povertà, da qualche hanno, grazie al lavoro di don Antonio Loffredo e di coloro che l’hanno sostenuto e seguito è diventato un esempio di rinascita economica, sociale e culturale mossa dal basso.

Con il progetto Sanitansamble bambini dai 6 ai 9 anni provenienti da ambienti disagiati sono stati avviati allo studio di uno strumento musicale e sono entrati a far parte di un’orchestra sinfonica composta da loro coetanei. I bambini imparando a suonare imparano a impegnarsi, a dare attenzione e valore a quello che fanno, scoprono le loro capacità.
Il fatto che i ragazzi siano parte di un orchestra li porta a confrontarsi con gli altri membri, a entrare in sintonia con loro e a lavorare insieme.

In questi anni quei bambini hanno imparato a suonare, a conoscersi, a seguire una disciplina, a lavorare con rigore e passione. Sono usciti dal loro quartiere ghetto e hanno suonato in luoghi per loro impensabili sette anni fa. Hanno visto il loro impegno e quello delle loro famiglie ampiamente ripagato. Dei 44 membri originari della Sanitansamble quasi nessuno ha lasciato l’orchestra e quasi nessuno ha lasciato la scuola, in un quartiere dove la dispersione scolastica è elevata.

I ragazzi del primo nucleo della Sanitansamble sono cresciuti e cedono il passo ai nuovi arrivati. I grandi proseguiranno il loro percorso musicale con modalità differenti, i piccoli iniziano una strada nuova.

Questi i fatti, forse un po’ imprecisi, ma fatti, i link disposti in giro in questo post danno informazioni più dettagliate, qui incomincia la mia personale versione e visione di questo evento.

Arrivare alla basilica di San Severo fuori le mura è stato uscire dalla mia comfort zone. Il Rione Sanità visto dal mio mondo è un posto pericoloso, da evitare, mi ci sto addentrando da pochi mesi tra quelle strade, ma fino a ieri mi ero mossa sempre tra le stesse strade, e perlopiù in compagnia. Venerdì dopo aver visto su Google Maps dove si trova la basilica di San Severo sono andata un po’ in panico, ho pensato: “Oddio piazzetta San Severo a Capodimonte sta là sopra, c’è un sacco di strada da fare, che cavolo di strada sarà. Gesù mi devo scostare dalle strade che ho fatto finora”, guardando la mappa il tratto di strada da fare dalla strada principale alla basilica di San Severo mi era sembrato lunghissimo. La mia mente leggendo piazzetta San Severo a Capodimonte sull’invito all’evento aveva elaborato la visione di una lunga salita da percorrere, stretta, isolata, con una forte pendenza; un luogo ostile dove mi andavo a ficcare volontariamente.

Mai dare eccessivo peso alle proiezioni catastrofiche della propria mente, soprattutto della mia mente.

Francesca Matilde Ferone canta a squarciagola, illustrazione di Sandro Quintavalle

Canta che ti passa

Alle 16,30 in punto di venerdì 10 aprile 2015 Francesca Matilde Ferone vomerese dalla testa ai piedi entra nella basilica di San Severo fuori le mura. Venerdì ho deciso di uscire di nuovo dalla mia comfort zone e sono stata ricompensata trascorrendo un pomeriggio bello, emozionante e su cui riflettere. Arrivare a San Severo è stato facilissimo, se avessi dovuto ascoltare un parte di me mi sarei nascosta dietro il computer a scrivere il post su cui ho lavorato questa settimana. Rimanere a casa a scrivere quel post sarebbe stata la scusa per non superare le mie paure, i miei pregiudizi, i miei preconcetti. Sarebbe stato un post triste.

Quando sono arrivata la basilica di San Severo era già quasi tutta piena, i ragazzi della Sanitansamble nello spazio davanti all’altare provavano, ridevano, scherzavano, e a un tratto alcuni di loro ballavano; i bambini, i nuovi arrivati, erano seduti vicino ai grandi. Le famiglie avevano preso posto sulle panche, soprattutto madri, molto giovani quelle dei piccoli, meno giovani quelle dei grandi, ma comunque giovani: al Rione Sanità, come in molti altri luoghi di Napoli, si diventa madre presto, spesso troppo presto; qualche padre. C’erano i maestri di musica, c’era il direttore dell’orchestra, c’erano i rappresentanti de L’Altra Napoli onlus grazie a cui la Sanitansamble è nata e ha proseguito il suo percorso in questi sette anni, e i rappresentati della Pianoterra onlus entrati da settembre 2014 nel progetto Sanitansamble. Napoli diverse, mondi differenti, uniti in uno scopo comune.

Io ero un pesce fuor d’acqua, uno spettatore curioso ed estraneo. Mi incuriosivano soprattutto le madri. Quelle dei bambini erano elettrizzate, si salutavano tra loro rumorose, erano visibilmente felici ed eccitate per l’avventura che i loro figli stavano iniziando.
Le madri dei ragazzi sembravano un po’ più tristi, come se si fossero chieste tra sé e sé  “E adesso?”, ma forse è solo il trasferire un mio pensiero ad altri. Ad ogni modo erano orgogliose dei loro ragazzi.

Venerdì ho avuto difficoltà a costruire mappe familiari: chi è la madre? chi è la nonna? chi è la sorella? Poi frasi colte al volo rimettevano quei legami familiari a posto. Come ho detto in alcuni luoghi di Napoli si diventa madri troppo presto.

Guardando i ragazzi della Sanitansamble, i grandi, con i loro strumenti, il loro aspetto, la loro gioia ho avuto difficoltà a collocarli in famiglie come quelle presenti lì. I piccoli erano più in tono con le famiglie, tra qualche anno forse anche loro sembreranno un po’ alieni alle loro origini.

Sta parlando la me ottusa, perché come è stato detto venerdì, se quei ragazzi per anni si sono impegnati nello studio del loro strumento e nel lavoro con il resto dell’orchestra, se quei ragazzi hanno perso pochissime lezioni e prove, se quei ragazzi hanno suonato in luoghi di cui forse i loro genitori non conoscevano neanche l’esistenza, se quei ragazzi hanno imparato a suonare musiche estranee al loro ambiente, lo hanno fatto grazie al sostegno delle famiglie, delle loro madri soprattutto, diversamente non sarebbe stato possibile.

È il caso che io scenda dal mio piedistallo, mi scrolli di dosso un po’ di spocchia e mi ficchi in testa questa verità: quei ragazzi sorridenti, orgogliosi, pieni di vita, quei ragazzi con in mano violini, violoncelli, oboi, flauti, trombe e quant’altro sono frutto e parte di quelle famiglie a cui io e quelli del mio mondo guardiamo con sufficienza e paternalismo, dall’alto in basso, anche, e a volte soprattutto, quando vogliamo raccontare a noi stessi la storiella di essere persone con la mentalità aperta.

Il percorso musicale della nuova classe della Sanitansamble sarà più eterogeneo, non toccherà prevalentemente la musica sinfonica. Il passaggio del testimone tra i ragazzi del primo corso della Sanitansamble e i bambini all’inizio di questa nuova avventura ha avuto come testimonial Sal Da Vinci, un cantante amatissimo prevalentemente dagli abitanti di mondi lontani dal mio, come il Rione Sanità.

Venerdì all’arrivo di Sal Da Vinci alla basilica di San Severo fuori le mura si è alzato un boato, le più emozionate erano le madri, le sorelle, le nonne dei bambini e dei ragazzi dell’orchestra, alcune erano in lacrime. Una ragazza seduta avanti a me è riuscita a sfiorare una spalla di Sal Da Vinci mentre passava, dopo mostrava la mano alla sorella ed alla madre tutta gioiosa ed eccitata. Era surreale. No non lo era, stava passando il loro idolo, è normale, per me era surreale perché l’idolo in questione mi è estraneo.

La scelta di Sal Da Vinci come testimonial dell’evento è stata perfetta, non conosco nemmeno una delle sue canzoni, forse dovrei provare ad ascoltarle senza pregiudizi e non vergognarmi nel caso mi piacesse qualcosa di quello che ascolto.

I muri, brutta cosa, soprattutto quelli nella testa delle persone. I muri nella mia testa sono duri da abbattere, ci sto provando ma ho ancora tanta strada da fare.

Ho iniziato ad ascoltare il discorso di Sal Da Vinci distrattamente, con sufficienza, a poco a poco la mia attenzione è stata catturata del tutto. Quando gli è stato chiesto cosa consigliava ai ragazzi del primo corso della Sanitansamble se avessero voluto continuare il loro percorso nella musica la sua risposta è stata semplice, lucida, chiara: “Proseguite con la scuola. Un popolo senza cultura non ha ragione di esistere, dove non c’è cultura c’è degrado”, dopodiché ha fatto presente che ogni percorso lavorativo richiede sì passione, ma soprattutto impegno e capacità di affrontare le difficoltà con intelligenza e determinazione: “Io non vivo nel paese delle meraviglie, porto avanti il mio lavoro con grandi difficoltà”. Anche un percorso lavorativo in ambito musicale fatto con serietà è duro, molto duro, da intraprendere e proseguire.

Chi si fa portatore di un messaggio deve essere in sintonia con coloro a cui si rivolge e deve usare il loro linguaggio. Se a dire le parole di Sal Da Vinci fosse stata una persona percepita come estranea quelle parole sarebbero scivolate via senza lasciare traccia, ma le ha dette Sal Da Vinci, uno di loro, è questo le rende autorevoli, un messaggio da ascoltare.

Ho una frequentazione con la musica classica molto superficiale, ma sentendo i ragazzi del primo gruppo della Sanitansamble suonare mi sono sembrati tutti bravissimi. Qui un piccolo video del concerto. Sono una pessima film-maker che il mondo lo sappia.

Non so in base a quali criteri siano stati selezionati 7 anni fa i bambini da far entrare nell’orchestra, né so se ogni bambino abbia scelto lo strumento da suonare o se gli sia stato affidato lo strumento ritenuto più adatto a lui. Di certo in questi anni ognuno di loro ha speso molto impegno, attenzione, pazienza, tempo per imparare a suonare, migliorarsi, riuscire a interagire con gli altri componenti dell’orchestra, i maestri, il direttore. Questi sono pilastri forti e stabili nelle fondamenta di una persona, lo sono per i ragazzi che hanno terminato il loro percorso nella Sanitansamble: gli saranno utili se volessero proseguiranno il loro cammino con la musica o in qualsiasi altra scelta essi facciano; lo saranno per i bambini a cui ieri sono stati simbolicamente consegnati gli strumenti.

Ieri sono uscita dalla basilica di San Severo fuori le Mura, Rione Sanità, Napoli — luogo bello e difficile, caparbiamente in rinascita — rasserenata e piena di emozioni e pensieri. Per raggiungere via Sanità ho percorso un vicolo differente da quello che avevo percorso all’andata; se all’andata mi ero sentita insicura e un po’ spaventata al ritorno ero serena. Una serie di mattoncini che compongono i miei muri mentali e i miei muri emotivi erano caduti. Devo stare attenta, i miei muri si ricompattano velocemente lasciati senta manutenzione.

Camminando pensavo alle parole di Sal Da Vinci: “Un popolo senza cultura non ha ragione di esistere, dove non c’è cultura c’è degrado” così semplici e così poco familiari a tanti, non solo nel Rione Sanità, non solo in luoghi considerati malfamati. Riflettevo sull’importanza del saper mettere insieme le persone, quelli bravi dicono fare rete, unire competenze, fare da tramite tra mondi, riuscire a capirne i diversi meccanismi e i differenti linguaggi: mediare, costruire ponti tra persone vicine e distantissime.

Tornavo a casa pensando a quanto egoisticamente ho bisogno di padre Antonio Loffredo, degli abitanti del Rione Sanità, delle persone disposte a mettere impegno, competenza, tempo in progetti di riqualificazione di un territorio senza metterci le mani sopra avidamenta facendo in modo che siano gli abitanti di quel territorio a prendere coscienza di sé, delle loro potenzialità, della bellezza intorno a loro e diventino capaci di produrre ricchezza in modo sano. Ho bisogno di tutti loro per abbattere i miei muri.

Padre Antonio Loffredo andrà il 18 aprile a Milano per raccontare a una TED conference i mutamenti in atto al Rione Sanità. Quando l’ho saputo l’ho trovato geniale. Raccontare, raccontare, raccontare. È fondamentale raccontare, è fondamentale farlo nel modo giusto, con il giusto linguaggio, usando con consapevolezza i mezzi di comunicazione. Le cose è fondamentale farle ma se non le racconti, se non spieghi come hai fatto, cosa hai fatto, da dove parti, dove sei arrivato e dove vuoi arrivare, rischi di scivolare nel dimenticatoio e col tempo perdere tutto il lavoro fatto.

Raccontare serve anche per far capire a chi è ancora fermo, immobile, chiuso nel suo buio che le cose possono cambiare, i sogni possono diventare realtà. La cosa di base è agire, non aspettare miracoli, non credere al paese delle meraviglie. Le cose succedono se ci si impegna a cambiare prospettiva, punti di vista, se si lavora su sé stessi e in gruppo per uno scopo comune. Se si riescono a coinvolgere le persone e farle sentire utili, vive, se a ognuno viene data la possibilità di sperimentare il proprio valore.

I ragazzi della Sanitansamble in questi anni hanno messo impegno, lavoro, pazienza, tempo, dedizione in quello che facevano; contemporaneamente sono stati sostenuti, incoraggiati, spronati; gli sono state date opportunità, hanno ottenuto riconoscimenti. Il loro percorso all’interno dell’orchestra finisce qui, o meglio il loro percorso con la musica prende nuove strade. Le fondamenta costruite in questi anni li sosterranno e gli faranno da sprone per andare avanti. Ai bambini che iniziano ora sono offerte nuove prospettive e nuovi punti di vista sul mondo.

Io vomerese spocchiosa venerdì sono scesa alla Sanità piena di timori, paure, pregiudizi, sono tornata a casa sentendomi molto felice e molto stupida, consapevole di quanto muri mentali e paure nascosti dietro il velo della ragionevolezza mi mantengano in una falsa comfort zone. È evidente che ho più bisogno io della gente del Rione Sanità, e di tutti i posti in cui c’è una trasformazione verso il bello in atto, di quanto loro abbiano bisogno di me. Mi piace l’idea della trasformazione, della presa di coscienza di sé e del proprio territorio attraverso la conoscenza dell’arte, della musica, del teatro, mi piace l’idea di bambini che imparando a suonare insieme imparano a conoscere sé stessi e l’altro da sé.

Non ho mai suonato uno strumento, neanche il famigerato flauto alle medie e la mia unica esperienza in un coro alle elementari è finita prima di cominciare: ero nell’aula dove il coro della scuola stava provando perché mancava la mia maestra e avevano diviso la classe, ero entusiasta, finalmente anch’io potevo far parte del coro, le mie doti canore fino a quel momento nascoste sarebbero state svelate al mondo. La mia voce da usignolo ha echeggiato tra quelle mura per pochi attimi.  L’insegnate del coro, donna chiaramente priva di orecchio, dopo aver udito per pochi secondi i suoni suadenti provenienti dalla mia boccuccia mi ha relegata in ultima fila chiedendomi gentilmente di non emettere ulteriori suoni. Quella mattina, per cause di forza maggiore, anch’io ero parte della sua classe, e avevo un ruolo preciso e insostituibile: aprire la mia boccuccia e fingere di cantare rimanendo in silenzio assoluto. La cara signora avrà avuto un modo di fare un po’ brusco ma aveva i suoi buoni motivi, io non sono semplicemente stonata, io emetto suoni sgraziati, fastidiosi e improbabili difficili da sopportare per orecchie umane e animali. Uno dei miei gatti quando mi sentiva cantare correva da me piangendo disperata e tentava di farmi smettere in tutti i modi.

La mia carriera in campo musicale è finita lì. L’idea di suonare uno strumento mi ha sempre affascinata, ma ho sempre pensato che richiedesse un impegno di cui non ero capace. Venerdì ascoltando quei ragazzi suonare ho invidiato l’impegno di cui erano stati capaci, guardando i piccoli mi sono chiesta se fossero consapevoli del lavoro che li attendeva. Impegnarsi in qualcosa spesso richiede un cambio di mentalità e un nuovo sguardo su di sé. Vale per i ragazzi e i bambini della Sanitansamble e vale per tutti quelli che cercano di migliorare le loro vite e i luoghi dove vivono; le nuove strade difficilmente sono facili, rimanere nella propria comfort zone è una tentazione forte. Spesso la comfort zone è un luogo buio e pieno di muri umidi e freddi, un luogo dove ci sentiamo schiacciati da pesi enormi e a disagio, ma sono pesi e disagi conosciuti, ci sentiamo immobili e sicuri. Muoversi al di fuori fa paura, meglio rimanere fermi, schiacciati, infreddoliti, in un luogo conosciuto. O forse no, un mattone alla volta, spesso con molta fatica, i muri crollano e appaiono luoghi bellissimi e inaspettati. Che soddisfazione!

 

Buona Pasqua!

È il terzo anno di fila che io e Sandro passiamo Pasqua a Napoli, abbiamo rinunciato a passarla in un posto bello con persone a cui vogliamo bene per un motivo validissimo: è un periodo complesso — non complicato, non difficile, complesso, è cosa differente — Sandro è stanco e abbiamo bisogno di rilassarci, abbiamo bisogno di tempo per noi senza pensare e senza impegni, quindi una rilassante Pasqua a casa.

Una Pasqua libera, in cui decidere cosa fare all’ultimo momento, una Pasqua egoista, chi ci vuole bene capirà. La voglia di approfittare delle mille opportunità intorno a noi: i musei aperti, una passeggiata in costiera o ai Campi Flegrei, camminare per Napoli senza meta scoprendo nuove cose e avendo la sensazione di avere mondi da conoscere, presenti e passati, racchiusi in questa meravigliosa città. Da agnostica forse la messa pasquale a Santa Maria della Sanità, la celebra don Antonio Loffredo: mi piace come persona e mi piace l’idea di dirgli: “Buona Pasqua” e stringergli la mano.

Buona Pasqua 2015 un uovo con una sorpresa sorprendente

Sorpresa!

Ieri, Venerdì Santo, abbiamo fatto il giro dei sepolcri, i sepolcri a modo mio, come li vivevo da bambina quando seguivo mio padre: una gara di allestimento, il sepolcro più bello vince. Adoravo seguire mio padre nelle varie chiese: gli addobbi, i fiori, l’allestimento; ero pronta a stupirmi della bellezza di fronte alla quale mi sarei trovata.

Ieri sono uscita con lo stesso spirito poco cristiano, la voglia di un pezzo di tortano come pranzo, merenda, cena — pasto unico ma sostanzioso — e la voglia di eleggere il vincitore della gara Sepolcro 2015 . Lo so, a molti si staranno rizzando i capelli in testa.

Siamo scesi giù Napoli a piedi, il tortano ce lo siamo meritati, c’era un bel vento, una luce stupenda, e ci siamo immersi in posti bellissimi. Chiese conosciute come il Gesù Nuovo, Santa Chiara, San Lorenzo Maggiore; e luoghi sconosciuti, spesso chiusi, ieri aperti per le celebrazioni del Venerdì Santo.

La chiesa delle Clasisse a piazza del Gesù era aperta, ho pensato: “Wow, devo vederla assolutamente”, lo ammetto abbiamo dato un’occhiata dalla porta a vetri ma non siamo entrati; la chiesa è piccola ed era gremita di persone in preghiera, non ci andava di disturbare la funzione che si stava celebrando. Siamo entrati invece in San Giuseppe dei Ruffi in via Duomo, nuova scoperta per noi: bella, ricca, barocca.

Ci siamo addentrati alla Sanità con curiosità, entrare in Santa Maria dei Vergini è stata un’esperienza unica, da ogni cappella e dall’altare fuoriusciva la prua di una barca in legno. Lo smarrimento iniziale è stato soppiantato dalla curiosità e dall’entusiasmo. La scelta della comunità di quella chiesa di vivere il 2015 all’insegna del paragone tra fede e navigazione a vela — movimenti precisi e veloci, venti, ostacoli da superare, navigazione contro vento — e l’allestimento della chiesa in tema con il percorso intrapreso ci hanno dato una sensazione di vitalità serena e determinata. Mi piace il parallelismo scelto, mi piace l’idea di navigare controvento. La chiesa era gremita di gente, italiani e stranieri. Più giro per Napoli a più sono orgogliosa della mia città bella, problematica, aperta, tollerante. Altrove, dove la vita è più facile, si genera odio.

Siamo arrivati alla basilica di Santa Maria della Sanità in piena celebrazione delle funzioni del Venerdì Santo. Ho già espresso la mia ammirazione per don Antonio Loffredo e per il suo lavoro al rione Sanità, posto difficilissimo e bellissimo, ieri ho avuto la riprova dell’intelligenza e della capacità di coinvolgimento di quest’uomo.

La scelta di svolgere la funzione nella cappella paleocristiana, bella e suggestiva, l’allestimento dei posti a sedere, l’adorazione della croce emozionante nella sua semplicità. Una messa cantata e viva. Da agnostica, a volte atea, mi sono commossa, non so se esista un dio, di certo esistono persone che fanno la differenza.

La nostra Pasqua sarà una Pasqua a nostra misura, seguendo l’umore del momento e sorridendo alle cose belle che ci siamo regalati. Non ho assegnato a nessuno il premio Sepolcro 2015, o forse sì; l’ho assegnato alle mie emozioni di adulta e di bambina e alle persone che fanno cose belle perché ci credono sul serio, compresi allestimenti belli e suggestivi: luoghi di preghiera e luoghi di bellezza.

Io, il pancione consorte e can Piera vi auguriamo una pasqua vissuta secondo le vostre esigenze e i vostri bisogni del momento, anche una pasqua egoista se avete bisogno di questo per sentirvi più sereni e pronti ad affrontare il mondo. Un pasqua sorridendo a voi stessi.

Buona pasqua.

La bellezza che c’è in noi

Non si esagera con il fondotinta

Grazie a Lisa Eldridge ho imparato a truccarmi un po’ meglio, poco fondotinta e giusti colori per occhi e le labbra. Non sono più una ragazzina e less is more. Lisa Eldridge è una make up artist inglese, ha un canale YouTube seguitissimo, dà consigli sensati e mi aiuta a ripassare l’inglese. Non so truccarmi bene, non l’ho mai saputo fare; amo il tipo di trucco grazie al quale si appare luminose e naturali, il più difficile di tutti.

Ho la pelle grassa e nel tentativo di nascondere le imperfezioni ho usato fondotinta coprenti di tutti i generi, e tanto prodotto. Per lunghi periodi non mi sono truccata per pigrizia, noia. E visti i risultati delle mie sedute di make up alla fine meglio niente trucco. Poi arriva lei e dice: “Hey meno fondotinta se no la situazione peggiora” e poi, come se si rivolgesse a me, “Il fondotinta evidenzia le rughe, usane poco, solo dove serve, non in tutto il viso, e soprattuto quello giusto per la tua pelle ed il tuo colorito”.

Ho iniziato a osservarmi meglio; per i miei 47 anni le cose non vanno malissimo. La faccia non cade, alle rughe non devo essere simpatica e quindi mi stanno abbastanza alla larga, la palpebra destra mi sembra cada un po’, la sinistra meno. So’ cose che capitano.

Ho deciso di usare un fondotinta leggero solo sulle guance come base per il fard — si sono vecchia, della generazione del fard e non del blush; sono la stessa cosa ma i tempi cambiano e cambiano i termini — il resto del viso lo lascio respirare. Un colpo di fortuna, o meglio un colpo di gentilezza della proprietaria di una farmasanitaria, mi ha portato alla scoperta di un fondotinta dello stesso colore della mia pelle e di consistenza leggerissima, un’epifania.

Truccarsi in modo più semplice stranamente è più complesso, devo stare attenta mentre applico i prodotti, stenderli meglio, usarne la giusta quantità. I risultati sono straordinari. Schiaffarmi roba in faccia coprendo tutto e ricolorando richiedeva meno attenzione mentre mi truccavo, e gli effetti lasciavano a desiderare.

Grazie a Lisa Eldrige il mio viso non è modificato dal trucco, ma ha un aspetto naturale e sano. Mettendo meno trucco, utilizzando i prodotti giusti e ben applicati, le parti belle del mio viso sono in evidenza, i difetti si notano meno senza soffocare sotto prodotti invadenti.

Mongolfiere mutanti in clessidre

Sono una donna botticelliana, ora come ora ho una decina di chili in più — i chili in più talvolta sono stati molti di più, talaltra alcuni in meno, c’è stato anche il peso perfetto tabelle alla mano — grandi tette e grandi fianchi, un fisico ingombrante. Donna clessidra pare sia la definizione giusta, donna che occupa troppo spazio la mia sensazione da sempre.

Ho un idolo fin da piccola, un mito irraggiungibile: Audrey Hepburn in Sabrina. Niente di più lontano da me, dai miei fianconi, dalle mie grandi tette. Allora giù di palandrane larghe per coprire il più possibile. Poi nel modo più strano inizio a guardarmi con occhi diversi: una trasmissione televisiva su Real Time Ma come ti vesti.  La guardavo con molta ironia, la trovavo talmente sopra le righe da divertirmi molto, e divertendomi ho iniziato a osservarmi con più amicizia, a comprare meno palandrane, pantaloni troppo grandi per me, abiti mongolfiera.

Non sembro Audrey Hepburn, non le somigliavo neanche prima, ma sembro meno una grossa tenda che cammina. In fin dei conti nel mio essere tanta sono proporzionata e forse sono di moda, sono Curvy sappiatelo, o forse non lo sono, dipende dal giornale di tendenza, dal programma televisivo, dall’esperto del momento.

Sono come sono, a 47 non mi sento malaccio, moda o non moda, non indosso abiti aderenti, ma abiti che cadono lungo il mio corpo sottolineandone il meglio e facendo passare in secondo piano i difetti senza seppellirli sotto tendoni.

Una sforbiciata e via

La bambina che voleva i capelli lunghi ora è un’adulta, non mi piace ammetterlo ma lo sono, e non da poco tempo. Da donna adulta ho portato per lo più capelli lunghi, per un breve periodo cortissimi, quasi rasati, poi li ho fatti ricrescere. La pazienza di curare una chioma lunga non l’avevo a 5 anni e non l’ho ora. Diciamoci la verità i capelli lunghi sono belli quando sono sani, forti, luminosi, i miei non lo erano; la parola d’ordine è stata tagliare. Un taglio adatto al mio viso e al mio tipo di capelli, un colore rinnovato, e il gioco è fatto. I miei amati odiati capelli ora si intonano perfettamente a me.

Camminando Camminando

Napoli si conosce camminando; solo così se ne colgono le sfumature e si percepiscono i mondi differenti di cui è formata. Mondi vicinissimi fisicamente e lontanissimi per mentalità.

Da un po’ i turisti invadono il centro storico di Napoli, e non solo quello, con la curiosità che io non avevo; scivolano in vicoli e vicoletti, si guardano in giro, mangiano soddisfatti. Non credo gli succeda nulla, la campagna mediatica a sfavore di Napoli è così serrata che difficilmente uno scippo, un furto, una rapina rimarrebbe un evento spiacevole capitato qui come ne capitano in qualsiasi grande città; la narrazione di quell’evento sarebbe accompagnata da rulli di tamburi, urla e parole a caso tipici del Succede solo a Napoli.

Poiché non arrivano notizie di turisti vittime di ogni genere di furto, raggiro, sevizia, e visto il numero molto elevato di turisti in giro, ho deciso di seguire il loro esempio. Eh sì, io napoletana, nata e cresciuta in questa città ho seguito chi veniva da fuori e ho iniziato a esplorare parti della città proibite.

Ho vissuto per anni il centro storico di Napoli vedendone solo il degrado, e dove c’era bellezza per me era normale che fosse così.

Ho trascorso l’infanzia a giocare nel Chiostro di Santa Chiara, per me bambina un bel posto dove correre e giocare con i miei cugini. Poi il Chiostro è stato chiuso per ristrutturazione e ora per entrare si paga. Attualmente non credo ci siano molti bambini a correreci dentro, ma c’è più gente cosciente della bellezza e preziosità di quel luogo.

Mia zia abitava in via Mezzocannone, per lei Scaturchio, allora gestito dalla famiglia Scaturchio, era la pasticceria vicino casa dove comprare i dolci per il pranzo della domenica; il Chiostro di Santa Chiara uno spazio dove lasciare sbizzarrire 4 bambini, poi ragazzini, irrequieti. Di certo lei, insegnate di italiano e donna colta, quel luogo lo vedeva in tutta la sua bellezza.

Anch’io, a modo mio, ne vedevo la bellezza, gli alberi di limoni, le maioliche, per me bambina delle mattonelle belle e colorate, gli spazi dove correre. La Basilica di Santa Chiara non la amavo, troppo semplice per i miei gusti di allora; adoravo il Gesù Nuovo, così ricca e barocca  — nella mia infanzia e adolescenza sono stata molto barocca — con le colonne dietro le quali correre.

Mi piaceva assai correre dentro il Gesù Nuovo, mi piaceva così tanto da far bloccare una messa dal prete sul pulpito per invitare i miei genitori a portarmi fuori la chiesa. Boh?! si correva così bene.

Francesca Matilde Ferone bambina corre dentro il Gesù Nuovo.

Correre al Gesù Nuovo è stato bellissimo.!

 

Sono stata davvero fortunata da piccola, ho corso in Villa Comunale e Villa Pignatelli. Adoravo la Villa Comunale, lì affittavano le biciclette e si poteva correre e giocare liberamente; a Villa Pignatelli era tutto più decoroso, troppo contegno da mantenere, non faceva per me.

Una mattina al Bosco di Capodimonte ho barattato una costosissima bambola camminatrice, con tanto di girello, con un pallone Supersantos. Sono corsa da mio padre a mostrargli l’affarone appena fatto; si è arrabbiato non poco, la controparte dell’affare nel frattempo è sparita. È vero non sono mai stata brava negli affari.

Ho passato intere domeniche nei giardini della Certosa di San Martino, ero affascinata dalle carrozze all’ingresso; ho visto il presepio innumerevoli volte sempre con lo stesso stupore. Anche la Certosa di San Martino era a ingresso libero, quindi niente di più naturale del portarci dei bambini bisognosi di muoversi.

Ho preso caffè a via Petrarca con le amiche, fatto bagni a Miseno e Miliscola, sono passata per Pozzuoli, mi sono intrufolata il giovedì sera alla Sanità per andare a ballare.

Ho percorso a piedi I Tribunali con mio padre, l’ho seguito a Castel Capuano, ho visto sale bellissime, per correre, sì io da bambina misuravo la bellezza di un luogo in base alla possibilità di saltarci e correrci dentro.

Ho sognato di vivere in un basso per poter uscire più facilmente in strada e andare nel basso a fianco a comprare giocattoli.

Mi sono affacciata dal terrazzo di casa a via Gennaro Serra e sognato di essere invitata a un ballo a Palazzo Reale; ho comprato gelati e latte dalla latteria dello strettissimo vicoletto Pizzofalcone.

Ho giocato a pallone in Floridiana, con un pallone portato aggirando il divieto di non giocare a pallone, eh sì ‘sti soliti napoletani delinquenti nell’anima fin da piccoli. Allora in Floridiana non c’erano tantissime aree chiuse come ora, era praticamente tutto aperto; io, e quelli della mia generazione, ci siamo arrampicati sugli alberi non troppo alti della parte superiore, abbiamo sceso lo scalone e siamo rimasti senza fiato osservando la vista di Napoli offerta dal belvedere.

Insomma io Napoli nella mia infanzia, adolescenza, prima giovinezza l’ho vissuta, ma non l’ho guardata con i giusti occhi, e l’ho data per scontata.

Faccio parte della generazione cresciuta al Vomero  senza la metropolitana, i lavori per costruirla, quelli sì, c’erano. La generazione per la quale la Funicolare di Chiaia e la Funicolare di Montesanto erano chiuse per ristrutturazione e la Funicolare Centrale apriva, chiudeva, riapriva. La generazione per la quale una passeggiata in Luca Giordano e via Scarlatti era condita da macchine.

Mi scusino gli integralisti del Vomero se non lo rimpiango quel Vomero, certo ne rimpiango determinati esercizi commerciali ma non la qualità della vita. A meno di non rimanere barricata nel quartiere, e non uscirne mai, non era una vita facile. Ma c’è un Vomero al centro dei miei rimpiati, quello mai visto e conosciuto, un Vomero raccontato, da mia madre, mia nonna, le mie zie. Sì quel Vomero mi manca, lo rimpiango, avrei voluto farne parte.

Ho parcheggiato come tanti a Piazza del Plebiscito, ora è difficile immaginare quella piazza come un enorme parcheggio, lo è stata. E i napoletani intelligenti si sono anche ribellati quando è ridiventata una splendida piazza chiusa al traffico.

Questi sono alcuni ricordi della mia Napoli prima di quasi 20 anni vissuti  fuori, negli anni è migliorata tanto e peggiorata in alcune cose, innegabile.

Ora è piena di turisti che la scoprono. Ieri scendendo per via Nicotera ho incrociato una famiglia francese, con tanto di bambini, alla scoperta di quei vicoli, armata di macchina fotografica, atleticamente in salita. Non è la prima che vedo turisti in giro per i Quartieri Spagnoli, non sarà l’ultima, ma in un mercoledì di febbraio mi hanno colpita, erano lì a guardarsi intorno, in un mondo così distante dal loro, ed erano sereni, incuriositi. I vicoli sporchi è sgarrupati, tanto avulsi a molti napoletani, sono di una bellezza da rimanere senza fiato.

Quartieri ricchi e borghesi incrociano quartieri popolari, situati al centro della città, non nascosti in periferia. In molti quartieri popolari gli abitanti hanno preso coscienza dei luoghi dove vivono, se ne prendono cura, li valorizzano. Il valorizzare quei luoghi sta portando ricchezza e turismo, lo sta portando in posti dove per molti napoletani è meglio non andare: i Quartieri Spagnoli, la Sanità, i Decumani sono solo alcuni dei luoghi vivi grazie agli abitanti.

Per anni Napoli è stata meta di passaggio, si arrivava e si ripartiva per andare in Costiera Amalfitana o Sorrentina, nelle Isole dell’arcipelago, a Pompei ed Ercolano. A Napoli non si soggiornava. Ora i turisti soggiornano qui, la girano, rimangono incantati dalla bellezza, perplessi per il degrado di alcuni luoghi, incuriositi da una tale varietà di mondi incrociati gli uni negli altri.

Domenica ho preso la metropolitana sotto casa, a Salvator Rosa, dopo una fermata sono scesa a Materdei; non solo stazioni della metropolitana anche luoghi di arte moderna. Ogni volta che esco dalla metropolitana a Materdei rimango incantata da quel luogo bello e nascosto; con Sandro ci siamo avviati a piedi verso la Sanità, siamo passati davanti alla Cantina del Gallo ed ho pensato “Dopo potremmo fermarci a mangiare”. È un posto che amo, un osteria di quartiere piena di turisti e persone del luogo. Non mi pagano, peccato farmi pagare in pizze e sfizietti non mi spiacerebbe affatto, e quindi ho qualche remora a invitare le persone ad andarci, io non ci ricavo niente a parte il piacere di aver condiviso con altri un posto che mi piace.

Domenica avevo deciso di passare alla Basilica di Santa Maria alla Sanità, visitarla, mai vista prima, e se fosse stato possibile conoscere il parroco della Sanità Don Antonio Loffredo. All’inizio di un vicolo c’era un enorme pannello in tessuto, stampate sul pannello due foto di un bel ragazzo a grandezza naturale con una scritta che diceva più o meno così: “Ciao Ciro Esposito ti ricorderemo per sempre”. Con Sandro ci siamo chiesti chi fosse questo Ciro Esposito, uno dei tanti Ciro Esposito cittadini napoletani.

Ieri ho scoperto chi è: è il primo morto ammazzato del 2015 a Napoli, gli hanno sparato il 7 gennaio 2015 a via Sanità. Le foto di un ragazzo morto — una in costume da bagno sui bordi di una piscina, l’altra in posa e ben vestito — per noi erano surreali; parlavano di un mondo lontano e vicinissimo a noi. Foto rappresentati un ragazzo al meglio di sé, foto adatte al suo profilo Facebook. Quelle stesse foto viste a grandezza naturale all’inizio di un vicolo di un quartiere bellissimo e difficilissimo di Napoli mi hanno raccontato con chiarezza dove mi trovavo, le contraddizioni di quel luogo.

Pochi metri avanti, superato il ponte, abbiamo raggiunto la nostra meta. Una guida della cooperativa La Paranza stava raccontando il suo quartiere a un gruppo di turisti. Un altro modo di appartenere a quel quartiere.

Non conosco le storie dei ragazzi de La Paranza, non conosco le storie dei vari Ciro Esposito; sono tutte storie differenti, molto lontane dalla mia parte di Napoli, convivono alla Sanità, convivono in altri luoghi bellissimi e difficili di questa città.

Per entrare in chiesa ho dovuto oltrepassare un folto gruppo di donne del quartiere che voleva parlare con il parroco. Erano lì sole o con i figli, di istinto non amo quel genere di donne napoletane, rappresentano una Napoli distante dalla mia, mi mettono a disagio, sarebbe meglio non lo dicessi ma è la verità.

Trovare un linguaggio comune tra una come me e loro è un vero esercizio di mediazione culturale. Eh sì ci vuole un mediatore culturale anche per gli abitanti di uno stesso luogo, originari di quel luogo, residenti in mondi mentali così distanti.

Entrare nella Basilica di Santa Maria alla Sanità e rimanere senza fiato è stato un tutt’uno. In chiesa altri 2 gruppi di turisti e altre due guide della cooperativa La Paranza. Osservavo e raccoglievo le idee. Un signore, poi ho scoperto che era il viceparroco, ci ha detto gentilmente che stavano per chiudere e, senza farci fretta, ci ha indicato l’uscita attraversando il chiostro.

Uscendo ho visto don Antonio Lofferdo in sagrestia, mi sono avvicinata, non ero a mio agio, non lo sono mai quando voglio presentarmi a qualcuno che reputo in gamba e desidero conoscere. Mi sono avvicinata e ho iniziato a blaterare parole a caso. Temo fortemente di aver fatto la figura di una malata di mente proveniente dal Vomero in visita alla Sanità.

Al ritorno non siamo tornati indietro per mangiare alla Cantina del Gallo ma ci siamo avviati verso l’uscita della Sanità a Porta San Gennaro. Molte zone di Napoli, per quanto centrali, hanno precisi varchi di ingresso e di uscita.

C’erano il mercato, i negozi aperti, i turisti, i motorini che sfrecciavano: vita e vite. Ci siamo fermati a Palazzo Sanfelice e a Palazzo dello Spagnolo. Mentre fotografavo lo scalone di Palazzo dello Spagnolo è arrivata una signora del quartiere con la figlia, ha visto il palazzo attraverso l’inquadratura del mio cellulare, mi ha sorriso e parlando con la figlia e con me ha detto: “È proprio bello”. Era orgogliosa di quel luogo del suo quartiere e di condividerlo con una di fuori. Entrambe ne vediamo la bellezza.

È tutto mio!

Ho cominciato il post parlando di trucco, capelli, vestiti. Parlando di come ho imparato a valorizzarmi e accettarmi senza cercare di raggiungere un modello per me irraggiungibile. È innegabile che sia stato, e sia, un percorso emotivo difficile e lungo ma i miglioramenti ci sono. Nei miei strani percorsi mentali mi capita spesso, passeggiando per Napoli, di paragonare la città a una persona poco amata da chi la deve incoraggiare e valorizzare. Tratti di bellezza sfacciata e tanta bellezza nascosta.

Per quanto alcuni non vogliano vedere, molti napoletani hanno deciso di intraprendere la strada difficile del mettersi in gioco, prendersi cura dei loro luoghi, valorizzarli. Passeggio e penso: “Siamo già a buon punto, tante cose sono migliorate, basterebbe così poco per migliorare ancora tanto”. C’è un problema, quel poco dipende da qualcosa di molto difficile, per tanti, troppi, napoletani provenienti da mondi differenti, un cambio di mentalità.

Trovare una nuova prospettiva capace di guardare questa città in maniera differente e vedere se stessi come cittadini attivi e costruttivi, cambiare testa, è una cosa molto difficile, richiedete tempo, attenzione, lavoro, fatica, pazienza. Incolpare gli altri per il degrado, le brutture, la sporcizia è facile; lo facciamo a Napoli e lo facciamo nel resto d’Italia.

Rimboccarsi le maniche e farlo per primi, rompere il pensiero e l’agire comune, è cosa faticosa assai.

Alcuni gruppi di cittadini hanno deciso di prendersi cura di vari luoghi della città, non solo alla Sanità, li hanno guardati nel loro potenziale di bellezza e con pazienza hanno trasformato bellezza immaginata in bellezza reale. Sono loro a fare la differenza. Hanno agito e agiscono senza aspettare lo stato e le istituzioni, che spesso arrivano dopo o non arrivano, hanno deciso di non delegare ad altri, di non dare sempre la colpa a qualcuno lontano da loro.

Ogni giorno tra lamenti di molti, fare distruttivo di altri, inerzia di tanti, agiscono. Non interventi eclatanti, grandi ristrutturazioni, semplicemente guardano la potenzialità di bellezza intorno a loro e la rendono evidente imparando a rispettare quei luoghi e la loro unicità, senza cercare di trasformarli in qualcosa di differente e lontano da quello che sono.

Per i miei capelli, i miei vestiti, il mio trucco non c’è voluto molto per avere un cambiamento in meglio. Il lavoro vero l’ho dovuto fare sulla parte più interna di me, costruirmi fondamenta, muri, stanze in cui mi sentissi a mio agio; l’esterno è solo una conseguenza. Quando paragono Napoli a una persona in evoluzione, capace di imparare a volersi bene, apprezzarsi, valorizzarsi per quello che è, lontano da stereotipi, modelli prestabiliti e irreali imposti dall’esterno, sono perfettamente consapevole delle difficoltà di un cambiamento delle teste di molti, poi guardo al lavoro già fatto da tanti, affrontando grandi difficoltà, e mi dico: “Si può fare” come in Frankenstein Junior.

Come dice la mia parrucchiera, e tutti gli autori di un cambiamento reale: “Le cose cambiano se cambiano le teste delle persone”.

So di essere ripetitiva ma non conosco altri metodi per ottenere cambiamenti reali e duraturi e non strade effimere e circolari con termine al punto di inizio, e dopo un po’ le false partenze e i circoli viziosi stancano.

Alla scoperta di strani, nuovi, mondi. Una vomerese alla Sanità.

Da qualche mese ho cambiato parrucchiere, mi sono avvicinata alla nuova parrucchiera con un po’ di diffidenza, come primo approccio la ricrescita della tinta e tagliare le punte, poi un altro taglio minimo e a dicembre la voglia di cambiare: taglio, colore, umore. Allora con un po’ di ansia mi sono lanciata, le ho portato delle foto, le ho chiesto: “quale taglio credi che mi stia meglio tenendo conto del mio viso e della qualità dei miei capelli?”, lei ne ha scelto uno, mi ha spiegato il perché, e io ho deciso di darle fiducia. A quel punto volevo dare anche un po’ di luce al viso e le ho detto: “fai tu”.
È stata fiducia ben riposta, il taglio ed il colore mi stanno benissimo e sono ben fatti.

Può sembrare una strana scelta decidere di cominciare un post sul mio nuovo modo di vivere Napoli partendo dal cambio di parrucchiere, invece è il modo migliore. Da non dimenticare: questo è il blog della bambina che ruba mutandoni per metterseli in testa fingendo di avere una lunga capigliatura e dell’adulta in divenire forte sostenitrice del potere terapeutico di una messa in piega.

Francesca Matilde Ferone ed i suoi mutandoni vanno dal parrucchiere. Illustrazione di Sandro Quintavalle

Ogni tanto una sistemata alla chioma va data

Non amo chiacchierare molto dal parrucchiere, ma ogni tanto capita. Quando ho visto il risultato della mia fiducia sono stata entusiasta e così ho iniziato a chiacchierare di più con la titolare del negozio nonché depositaria della mia fiducia, non più di tanto ma è capitato, e la conversazione è stata molto interessante.

Nel tempo di una messa in piega mi ha raccontato che aveva iniziato a lavorare presso un parrucchiere del Vomero a 13 anni, ora ne ha 31, la madre alla fine della scuola dell’obbligo le aveva dato la scelta tra il proseguire gli studi, se voleva studiare doveva farlo sul serio, o lavorare. Lei ha scelto il lavoro.

A 13 anni, abituata a vivere alla Sanità — rione popolare e malfamato, e mondo chiuso — parlando prevalentemente napoletano, si è ritrovata al Vomero  — quartiere bene, e mondo chiuso — a fare l’apprendista parrucchiera.
Guardando questa giovane donna dall’aria molto sicura — un po’ maschile, piena di tatuaggi, capelli corti; se fossimo a Milano sarebbe molto trendy — faccio fatica ad immaginare la ragazzina che mi ha descritto. Timida, vergognosa di parlare, quell’italiano povero e dal fortissimo accento, in un certo senso una seconda lingua la prima era il napoletano, la faceva sentire a disagio, fuori posto in questo quartiere borghese con clienti, come a detto lei, su.

In quella conversazione ho scoperto tante cose tra le quali il fatto che se un parrucchiere usa determinati prodotti in qualche modo è legato alla ditta fornitrice, le ditte spesso hanno uno staff di psicologi usati per colloqui “attitudinali” agli apprendisti. Anni fa un ometto con una qualifica e un titolo di studio l’ha esaminata con grande sicurezza e competenza e, con lei presente, ha decretato: “non è adatta a questo lavoro la mandi via, tenerla sarebbe tempo perso”.

“Se questo tizio avesse detto la stessa cosa, nello stesso modo, ad un’altra ragazza della mia età e nella mia posizione questa avrebbe mollato tutto; io mi sono sentita umiliatissima ma mi sono intestardita. Poi mi piace, mi appassiona questo lavoro”.

Si è formata lavorando come apprendista durante la settimana e seguendo dei corsi la domenica e il lunedì. A 23 anni si è messa in proprio, a 25 è andata a vivere da sola.
Continua ad aggiornarsi seguendo corsi sia in Italia che all’estero: una volta al mese va a Barcellona, varie volte l’anno a Milano e in Sicilia, spesso fa corsi di aggiornamento a Napoli.

L’esperto di esseri umani l’ha rincontrato anni dopo a un evento per parrucchieri, e tutto quello che ci gira attorno, sorridendo gli si è avvicinata, l’ha salutato, gli ha ricordato il loro primo incontro, gli ha raccontato il suo presente — così diverso dalla lungimirante visione di questo serio professionista — ha sorriso, salutato educatamente ed è tornata alla sua vita.

“Anche nel mio negozio la casa distributrice dei prodotti usati manda persone per verificare l’attitudine delle apprendiste a questo lavoro, ma sono persone del tutto diverse da quel tizio”

Lavora tantissimo perché è brava, ha dei prezzi ragionevoli e c’è un ambiente sereno. Per lei la sua famiglia è al negozio: “Mia madre se mi vuole vedere viene qui, da quando avevo 13 anni mi ha vista pochissimo. Mio fratello lo vede sempre, sta sempre lì”.

Mi ero avvicinata al suo negozi per l’offerta del lunedì:  piega a 7€ un buon inizio di settimana; la piega regge tranquillamente 7 giorni 7 e io sono più serena con il mondo. Torno perché lavora bene, ma proprio bene.

Quel giorno la conversazione ha preso una piega molto interessante. Mi ha spiegato l’importanza di lavorare e di imparare l’italiano. Mi ha spiegato che per prima cosa deve cambiare la testa della gente se no non cambia niente.

Lei lavora, ormai è fuori dal quartiere, ha viaggiato e viaggia, in Italia e nel mondo; la maggior parte delle persone che hanno finito le scuole dell’obbligo con lei sono ancora ferme nello stesso punto, e non solo in senso metaforico. Mi ha spiegato che è una questione di volontà e di modo di pensare. Mi ha ripetuto: “Se non cambiano le teste niente cambia”.

Un posto dove tutto è immobile, dove le teste sono immobili, così mi ha descritto la Sanità.   “Vedi madri che parlano ai figli piccoli in napoletano, così gli tolgono possibilità. Gli devono insegnare l’italiano, il napoletano è bello, a me piace, ma l’italiano ti apre le porte, poi ben venga il napoletano”. Io mi sono sentita piccola piccola e con una certezza: ben poche delle signore su, come dice lei, hanno una tale intelligenza, lucidità e capacità di mettersi in gioco; e ben pochi dei loro figli anche.

È stata la conversazione più interessante avuta da molto tempo.

A luglio di 2 anni fa sono tornata a Napoli, consapevole di conoscerla pochissimo, e con tantissima curiosità.

Ci sono nata, cresciuta, ci ho vissuto 27 anni e poi via, Milano, per pochi mesi Piacenza, Dublino circa un anno, di nuovo Milano. Un po’ più di 18 anni fuori. Non ho amato Milano, ho odiato a dir poco Piacenza, ho adorato Dublino. Per anni ho pensato che da Milano dovevo andarmene, Nizza, Marsiglia, Barcellona erano le mete preferite, stranamente simili a Napoli, poi l’opportunità di tornare colta al volo. Siamo ancora sospesi tra Milano e Napoli, per ora è così, e con Sandro la esploriamo.

Per il mio onomastico ci siamo regalati una visita serale alle Catacombe di San Gennaro intitolata Le luci di dentro. Quando ho prenotato la visita sapevo che sarebbe stata una bella esperienza, mia cugina aveva partecipato ad un altro evento serale alle catacombe e ne era rimasta entusiasta. Non pensavo che sarebbe stata un’esperienza così bella. Sapevo che la gestione delle catacombe era affidata a dei ragazzi della Sanità, nient’altro.

Non riesco a spiegare la bellezza di quel posto e quindi metto il link a un programma, ben fatto, da una televisione locale su una parte di un percorso guidato chiamato Il Miglio Sacro, organizzato dai ragazzi della cooperativa La Paranza, che hanno in gestione le catacombe di San Gennaro e di San Gaudioso e si occupano della rivalutazione del grande patrimonio artistico del loro rione. Il Miglio Sacro parte dalle Catacombe di San Gennaro e arriva a Porta San Gennaro attraversando buona parte del Rione Sanità, il percorso è qui

I ragazzi de La Paranza si occupano di tutto. I visi di questi ragazzi, i loro sorrisi, l’orgoglio con cui parlano del loro lavoro e di quello dei ragazzi delle altre cooperative nate nel quartiere mi ha colpito tantissimo, mi hanno trasmesso vita ed energia, merce rara di questi tempi. La cooperativa degli Iron Angels, avvicinati alla lavorazione del metallo da Riccardo Dalisi, ha realizzato, tra le altre cose, l’arredo delle catacombe e il percorso tattile per non vedenti.
L’Officina dei Talenti è autrice dell’impianto di illuminazione delle catacombe, bello e suggestivo. L’impianto è a bassissimo consumo energetico ed è stato citato su varie riviste del settore, sia in Italia che all’estero, come progetto di eccellenza nell’ambito dell’illuminazione di luoghi artistici.

Grazie a L’Altra Napoli onlus, grande sostenitrice del lavoro dei ragazzi della Sanità, le Catacombe di San Gennaro sono accessibili ai disabili, unico esempio in Italia.

L’amore verso il proprio territorio passa anche con l’occupazione di un ossario bello e suggestivo, così i ragazzi della Sanità per sollecitare il comune di Napoli all’apertura continuata del Cimitero delle Fontanelle l’hanno occupato e ci hanno passato una notte. Ora il Cimitero delle Fontanelle è aperto tutti i giorni, lo si può visitare da soli o con visite guidate. I ragazzi de La Paranza lo includono nel Miglio Sacro. Il culto delle anime pezzentelle l’ho scoperto da poco, non c’è niente di più distante dalla mia Napoli, l’ho trovato commovente.

Il tentativo di una parte di Napoli di ignorare un’altra parte, guardandola dall’alto in basso, credo sia uno dei problemi più seri di questa città. Non è facile, ma un po’ di curiosità farebbe bene a quella parte di napoletani per bene che guardano altrove e storcono il naso.

Ammetto di non avere gran facilità a rapportarmi con gli esseri umani, a mia discolpa posso dire che molti esseri umani sono talmente ripiegati su se stessi da essere spenti e terribilmente noiosi. La ragazza che ci faceva da guida alle Catacombe di San Gennaro era luminosa, orgogliosa del lavoro fatto, dei risultati ottenuti, di quelli da ottenere. Era viva, e con lei i suoi compagni di viaggio.

Don Antonio Loffredo, parroco alla Sanità dal 2001, ha spronato, appoggiato, stimolato un quartiere considerato perso partendo dai ragazzi, dai bambini. Ha creato centri culturali e lavoro, ha creato imprese sostenibili, e ha lottato contro il mostro di cui mi parlava la parrucchiera, il peggiore di tutti, la testa delle persone, le abitudini, la disillusione. Il racconto di questa avventura è diventato un libro Noi del Rione Sanità. L’ho letto mi sono sentita piccola piccola e contemporaneamente piena di energia.

A dicembre è nata la Fondazione San Gennaro, per non perdere il lavoro fatto in questi anni e per realizzare tante cose.

Dal luglio del 2013 sto cercando di conoscere meglio la città in cui sono nata e cresciuta, la città della mia famiglia, un città bellissima, durissima e vitale.
La domanda di molti, moltissimi, è: “Perché sei tornata?”, e anche in una situazione non stabile, di pendolarismo. Ormai non rispondo, quelli che capiscono non me lo chiedono neanche, degli altri ho imparato a diffidare. Sono quelli che, a me abitante del nord Italia per quasi 20 anni, raccontano il nord e le sue meraviglie. Sono quelli che dicono: “Questa città fa schifo, non c’è speranza” mentre non alzano la merda dei loro cani da terra. Sono quelli che si lamentano di tutto e tutti, e parlandoci ti accorgi che ‘sta città non la conoscono, e intanto mettono in atto comportamenti distruttivi per tutti noi; tanto è sempre colpa di qualcun altro o delle istituzioni. Sono quelli pronti a lamentarsi della monnezza ma la raccolta differenziata: “No è troppo complicata, poi è tempo perso alla fine uniscono tutto”. Poi ci sono quelli che la amano di un amore malato, immobile, distruttivo.
È tutto terribilmente stancante.

È un tempo complesso per me, conosco persone pronte a giurare che non faccio un cavolo dalla mattina alla sera, ben venga il loro pensiero, per me è un momento di lusso faticosissimo e laborioso, cercando di agire senza fare danni. Se questo per alcuni non va bene il problema non mi riguarda. Tengo a distanza chi mi toglie l’aria e cerco di trovare una modalità d’azione sensata: studio, imparo, ed evito passi falsi fatti giusto per mostrare che faccio.

L’entusiasmo di quei ragazzi mi ha fatto molto pensare: cambiare la propria mentalità, il modo di pensare, di vedersi e di vedere il mondo. Certo farlo in gruppo e con un sostegno forte di chi crede in noi e ci stimola rende il cambiamento più facile, ma devi lottare con giganti nella tua testa, nella tua famiglia, tra la gente che ti circonda, nelle istituzioni che ti dovrebbero tutelare.

Alla Sanità sono arrivati i turisti, se ne sono accorti i bar, i ristoranti, altri esercizi commerciali. Come dice la parrucchiera: “È tutto immobile”; come dicono don Antonio Loffredo e i suoi ragazzi: “Ci stiamo muovendo, lentamente, passo dopo passo”; come dico io: “Neanche tanto lentamente”.

Case che accolgono bambini per il dopo scuola, un orchestra sinfonica di ragazzi dai 9 ai 19 anni, una scuola di teatro, viaggi, mondo visto, mondo da vedere, cooperative che creano lavoro riscoprendo sé stessi ed le bellezze del proprio territorio.
Tutto questo è nato dalla lungimiranza di un prete che ha saputo fare da traino al quartiere, bellissimo e difficilissimo, affidatogli 13 anni fa.

Conosco pochissimo Napoli, la conosco però molto di più di tanti che da qui non si sono mai mossi, e soprattutto ho voglia di conoscerla, a chi mi dice: “Abbiamo solo il mare e pure sporco” ho deciso di non rispondere e penso tra me e me: “Se vedi solo il mare, e pure sporco, il problema sei tu, e sei uno dei problemi di questa città”.

Muovermi in alcune zone di Napoli mi fa paura come mi fa paura muovermi in alcune zone di me stessa. Lo faccio con attenzione, circospezione, curiosità, superando le paure e non nascondendomele, lo faccio da sola o in compagnia di chi mi fa stare bene.

Cambiare la propria testa e prendere coscienza di sé; farlo imparando a conoscere l’arte, la musica, il teatro, il gioco, il viaggio, l’istruzione, la voglia di fare comunità — nel senso di essere singoli in evoluzione desiderosi di raggiungere un obbiettivo comune — acquisendo la capacità di riconoscere le cose belle in sé e nell’ambiente circostante.

Al Rione Sanità di Napoli, uno dei posti più poveri, malfamati e belli di questa città sta succedendo questo, non è una favola ma è una realtà su cui riflettere e, se si vuole, prendere come punto di partenza per un nuovo sguardo su di sé.

“Le cose cambiano se cambiano le teste delle persone”