Motori a curvatura, attivare!

Stepàn Arkàdič riceveva e leggeva un giornale liberale, non estremista, ma della tendenza alla quale si atteneva la maggioranza. E, benché propriamente non lo interessassero né la scienza, né l’arte, né la politica, in tutte queste materie egli si atteneva fermamente alle opinioni a cui si attenevano la maggioranza e il suo giornale, e le cambiava solamente quando la maggioranza le cambiava, ovvero, per dir meglio, neppure le cambiava, ma inavvertitamente cambiavano esse in lui. Stepàn Arkàdič non sceglieva né le tendenze, né le opinioni, ma queste tendenze e opinioni venivano a lui, esattamente come egli non sceglieva la foggia del cappello o del soprabito, ma prendeva quella che si usava portare. Avere delle opinioni, per lui che viveva in una certa società, posto il bisogno di una certa attività del pensiero che solitamente si sviluppa negli anni della maturità, era altrettanto necessario che avere un cappello.

[…] Se pur v’era una ragione per cui preferiva la tendenza liberale a quella conservatrice, alla quale pure si attenevano molti del suo ambiente, questa non stava nel fatto che egli trovasse più ragionevole la tendenza liberale, ma perché essa si confaceva di più al suo modo di vivere. […] Così dunque la tendenza liberale era diventata un’abitudine per Stepàn Arkàdič ed egli amava il suo giornale, come il sigaro dopo il pranzo, per la leggera nebbia che esso produceva nella sua testa.

Lev Tolstoj Anna Karenina

Anna Karenina si apre con una crisi familiare in casa di Stepàn Arkàdič, fratello di Anna. Stepàn Arkàdič è un libertino impenitente, la moglie ha scoperto il suo ennesimo tradimento e ha deciso di mandare all’aria il matrimonio. Stepàn Arkàdič chiede alla sorella Anna di venire a San Pietroburgo da Mosca, dove vive, per salvare la situazione. Se Anna non fosse accorsa in aiuto del fratello la sua vita avrebbe continuato a scorrere tranquilla e noi non avremmo uno dei più bei romanzi della storia della letteratura. Il famosissimo incipit di Anna Karenina prende spunto alla famiglia di Stepàn Arkàdič.

Tutte le famiglie felici sono simili fra loro, ogni famiglia infelice è infelice a modo suo.

Il ritratto di Stepàn Arkàdič fatto da Lev Tolstoj è efficace, vediamo un uomo perfettamente radicato nel suo tempo, con una sua coerenza, sceglie la tendenza liberale seguita da molti nel suo ambiente non per motivi ideologici, semplicemente corrisponde al suo modo di agire, Stepàn Arkàdič non predica bene e razzola male, e questo me lo ha reso subito simpatico. Scelto il lato in cui stare ci naviga con leggerezza facendo sue tendenze e mode da cui viene bagnato non facendo differenza tra opinioni, abiti, cappelli. Un uomo ben inserito nel suo tempo e nel suo gruppo sociale ha bisogno nella stessa misura di opinioni, di abiti e di capelli che lo facciano riconoscere dagli altri membri del gruppo come uno di loro. Se agisse diversamente apparirebbe come uno stravagante.

«Vorrei farle una domanda, dottore. Fra tutti quelli che erano al funerale, pensa siano in molti a credere che è stato Gastin a uccidere Léonie Birard?».
«Qualcuno di sicuro. C’è sempre chi è pronto a credere a qualsiasi sciocchezza».
«E gli altri?».
Il dottore non capì subito il senso della domanda e Maigret si affrettò a chiarire: «Supponiamo che un decimo degli abitanti sia convinto che è stato il maestro a sparare».
«La percentuale è più o meno quella».
«Gli altri nove decimi la pensano diversamente».
«Certo».
«E di chi sospettano?».
«Dipende. Secondo me ognuno, più o meno in buona fede, sospetta della persona che vorrebbe fosse colpevole».
«E nessuno parla?».
«Tra di loro lo fanno di sicuro».
«E lei non ha sentito niente?».
Il dottore lo guardò con la stessa aria ironica di Théo. «Di queste cose con me non parlano».
«E a loro non importa che il maestro sia in prigione, anche se sanno, o pensano, che sia innocente?».
«Non gliene importa nulla. Gastin non è uno di qui. Se il tenente ed il giudice istruttore hanno ritenuto opportuno arrestarlo, affari loro! Sono pagati per questo».
«E lo lasceranno condannare?».
«Senza batter ciglio! Se fosse dei loro, sarebbe un’altra faccenda. Comincia a capire? Dato che ci vuole un colpevole, meglio che sia uno di fuori» Georges Simenon Maigret a scuola

Erano stati a scuola insieme. In séguito avevano portato nei campi le stesse ragazze, e ciascuno di loro aveva assistito al matrimonio degli altri, al funerale dei genitori, alle nozze dei figli e al battesimo dei nipoti. […] Si spiegava forse così la mentalità del paese?
Georges Simenon Maigret a scuola

Maigret a scuola è ambientato a metà degli anni 50′ dello scorso secolo a Saint-André-sur-Mer un paese di trecentoventi abitanti nella Charente a pochi chilometri da La Rochelle. Gli abitanti si conoscono tutti da sempre e anche se tra di loro ci sono litigi e dissapori sono pronti a far fronte comune contro qualsiasi estraneo, e il maestro Gastin è un estraneo, che si rifiuta anche di abbozzare su varie usanze del paese piuttosto discutibili, ma molto comuni in buona parte del mondo.

Che un paese intero faccia fronte comune contro un uomo essendo cosciente che con questo comportamento rischia di farlo condannare a morte per un omicidio che non ha commesso ci fa orrore, nessuno di noi è disposto ad ammettere di essere sensibile all’idea: “Se ci deve essere un colpevole meglio che sia un estraneo”.
Ma a ben guardare la realtà anche se abitiamo nella città più cosmopolita del mondo, nel 2016, facciamo parte di una ben precisa rete sociale, un gruppo coeso, e come Stepàn Arkàdič ne abbiamo usi, costumi, opinioni, abitudini. E per quanto ci piaccia proclamarci aperti guardandoci dentro potremmo scoprire qualche somiglianza con gli abitanti di Saint-André-sur-Mer. Non c’è problema, nel caso dovessimo trovare qualche somiglianza tra noi e gli abitanti di Saint-André-sur-Mer possiamo togliere lo sguardo, cambiare argomento, come fanno i bambini beccati a fare una marachella, e in un battibaleno ci riappacificheremmo con l’immagine che abbiamo di noi e del contesto in cui viviamo.

Il nuovo equipaggio di "Star Trek" composto da can Piera, Sandro Quintavalle, o il pancione consorte e il capitano Francesca Matilde Ferone. Illustrazione di Sandro Quintavalle

Equipaggio pronti per una nuova missione?

L’intelligenza collettiva di una comunità proviene dal flusso di idee; impariamo dalle idee che ci circondano, e gli altri imparano da noi. Col tempo, se i membri di una comunità interagiscono attivamente, nascono gruppi con abitudini e posizioni condivise e integrate. Quando il flusso di idee incorpora anche una costante corrente di idee esterne, allora gli individui coinvolti prendono decisioni migliori di quanto non avrebbero fatto da soli.
Il concetto dell’intelligenza collettiva che si sviluppa all’interno delle comunità non è certo cosa nuova. I nostri antenati già sapevano che cultura e usanze della società sono contratti collettivi, entrambi frutto principalmente dall’apprendimento sociale. Di conseguenza, gran parte delle concezioni e delle abitudini pubbliche vengono apprese osservando comportamenti, azioni e risultati degli altri membri della comunità, anziché in base alla logica o all’argomentazione. È grazie all’apprendimento e al rafforzamento di questo contratto sociale che un gruppo di persone riesce a coordinare in maniera efficace le proprie azioni.
Quindi, nonostante l’odierna società occidentale tenda a glorificare l’individuo, gran parte delle nostre decisioni è modellata dal senso comune, cioè da quelle abitudini e da quei punti di vista condivisi nella nostra comunità. Abitudini che a loro volta vengono plasmate dalle interazioni con gli altri. Un senso comune appreso in modo quasi automatico, osservando e poi copiando i comportamenti tipici di chi ci sta intorno.

Alex Pentland Fisica sociale

Abbiamo preso le distanze da Stepàn Arkàdič e dagli abitanti di Saint-André-sur-Mer e arriva Alex Pentland, ex direttore del MIT Media Lab e attualmente a capo del MIT Connection Science and Human Dynamics Lab, uno dei più importanti data scientist al mondo e ci riporta duramente alla realtà. Noi, Stepàn Arkàdič e gli abitanti di Saint-André-sur-Mer siamo simili, la nostra idea di mondo l’abbiamo appresa da chi circonda, l’apprendimento sociale forgia la nostra vita in maniera profondissima, è sempre stato così e sempre sarà.

Essere aperti a idee esterne al nostro gruppo di appartenenza, idee differenti dalle nostre, ci aiuta a prendere decisioni migliori, meno automatiche. Gli incontri con punti di vista e opinioni diversi dai nostri ci portano a trovare nuove soluzioni, nuovi punti di vista, nuova strade: apriamo finestre su nuovi mondi e nuove possibilità.

L’aspetto pericoloso di qualunque modello culturale è uno solo: la società (ogni società) fa passare la propria ideologia come naturale, e quest’azione, esercitata dapprima sui propri cittadini come ovvio modo di vivere, viene proposto fuori come il migliore modo di vivere (ed è tra l’altro un’eccellente arma di marketing).

Riccardo Falcinelli Critica portatile al Visual Design

Qualsiasi esperienza non affiancata da strumenti critici, finisce per essere considerata naturale, con la conseguenza che non la scegliamo davvero, ma la subiamo

Riccardo Falcinelli Critica portatile al Visual Design

Riccardo Falcinelli, grafico, esperto di comunicazione e persona curiosa, in Critica portatile al Visual Design ci inviata a fare attenzione quando usiamo la frase: “È naturale” dimenticando che il nostro modello di società non ha nulla di naturale, ovvio e normale. Quando lo dimentichiamo ci chiudiamo in società claustrofobiche certi che il nostro modo di pensare e vivere sia ovvio, normale, naturale, migliore rispetto a chiunque viva in maniera differente da noi.
Propongo un gioco: ogni volta che diciamo: “È normale, è naturale, è ovvio” domandiamoci perché è normale, è naturale, è ovvio. Questa domanda potrebbe portarci alla scoperta di mondi inaspettati, di percorsi di vita differenti da quello tracciato dal nostro gruppo di appartenenza, potrebbe aprirci spiragli verso nuovi mondi. Di naturale, normale, ovvio, a questo mondo ci sono solo i bisogni fisiologici, il resto è costruzione sociale. E non volerlo vedere porta a polarizzazione, chiusure, scontri. È sempre stato così dalla notte dei tempi.

Una volta soddisfatte le necessità elementari, qualunque società elabora sistemi simbolici complessi a cui corrispondono altre necessità più articolate e astratte; si passa così dai bisogni ai desideri, e l’insoddisfazione di questi ultimi conduce non più alla fame o alla morte, ma alla frustrazione. Condizione prontamente sfruttata dal consumo che da una parte sembra avanzare soluzioni di appagamento, dall’altra propone nuovi desideri da soddisfare.

Non si tratta però di un’invenzione dei pubblicitari, anzi questo è il tema portante delle narrazioni dall’Ottocento in poi. I personaggi di Stendhal o di Flaubert sono i primi a raccontare la difficoltà di armonizzare se stessi con le circostanze sociali, e un dilemma del genere è impensabile al di fuori del mondo moderno. In altre epoche e in altre economie, più che l’identità contavano le pratiche. Nel Medioevo un cavaliere, un re o un contadino hanno anzitutto un ruolo nella società, non un’identità. Questo ruolo preciso, simile a un abito con cui ci si presenta agli altri, comporta uno scollamento dell’interiorità dalle pratiche sociali

[…] Anche la divisione in classi cambia i suoi parametri: non sono più solo il censo, la ricchezza, l’educazione a dividere gli uomini, ma il riconoscersi o meno in un gruppo o in un altro. […] Una volta che il sistema sociale ha stabilito le coordinate, il marketing ha vita facile, perché l’identità non è solo un fatto personale ma il fondamento di tutta la comunicazione.

In questo panorama, il rischio è che l’identità smetta di essere qualcosa che si fa o che si è, per diventare qualcosa che si consuma. Il libro che si legge, il tipo di cellulare che si usa, le idee morali o il paio di jeans, si configurano non come semplici modi per essere se stessi, ma come target, cioè, alla lettera, «bersagli», e questo non funziona solo sulle ipotetiche masse incolte: anche riconoscersi come lettori Einaudi o Adelphi, comprare solo detersivi biologici o interessarsi al cinema asiatico, sono costumi che condividono lo stesso meccanismo di fondo. È credibile che l’Homo sapiens, non essendo evoluto per vivere in massa, tenda a ricercare gruppi più piccoli a cui appartenere; desiderio che viene oggi stravolto dai numeri imponenti e dal consumismo, in un’ipertrofia delle pulsioni gregarie che sfocia in un dilagante appiattimento.

Riccardo Falcinelli Critica portatile al Visual Design

Per la maggior parte delle persone il concetto di marketing è relegato all’ambito degli oggetti e dei servizi e questo rende vita facile al marketing delle idee, che è molto più sottile, pervasivo, invisibile, e antico. Il marketing delle idee ha fonti di propagazione multiple ma dall’avvento della stampa una parte fondamentale nella nascita e propagazione delle idee l’hanno i mass-media; come ci ricorda Lev Tolstoj in Guerra e pace:

Se lo scopo era la diffusione delle idee, la stampa lo avrebbe conseguito assai meglio dei soldati.

Ognuno di noi quando è totalmente immerso nel proprio gruppo di appartenenza rende la vita più facile a chiunque voglia venderci un nuovo cappotto, un nuovo cappello, una nuova idea, una nuova opinione, un nuovo stile di vita. Alex Pentland ha evidenziato quanto è importante aprirci ad idee esterne al nostro gruppo per prendere decisioni migliori, e quanto è importante che la maggior parte dei membri del nostro gruppo facciano lo stesso per evitare di navigare in acque stagnanti, Riccardo Falcinelli aggiunge che sviluppare strumenti critici rispetto al mondo in cui siamo immersi ci permette di vivere in maniera più consapevole smettendo di considerare ovvio e naturale ciò che ovvio e naturale non è. Vivere all’interno dei nostri gruppi sociali con la consapevolezza che essi rappresentano uno dei tanti modi possibili di vivere, forse il più adatto a noi, forse l’unico che ci è possibile per carattere e influenze esterne fa entrare aria fresca, acque pulite nelle nostre vite.

Internet usato con curiosità e apertura mentale è uno strumento prezioso per esplorare strani nuovi mondi, mondi che senza Internet con ogni probabilità ci rimarrebbero estranei (del mio modo di vivere Internet ho già scritto qui). Agiamo in rete come agiamo nella vita, se siamo persone totalmente immerse in un gruppo sociale ben preciso, chiuso e ostile verso ogni diversità Internet acuirà la nostra chiusura, se siamo persone aperte, curiose, pronte ad aprire finestre su nuovi mondi ed esplorarli Internet renderà più facile la nostra esplorazione, che per essere completa deve proseguire offline. Internet, come dice Mafe De Baggis, non crea nuove persone, ma amplifica, rende pubblico ciò che già siamo. Le persone si mostrano in rete per quello che sono, anche quando credono di mostrarsi pochissimo.

I media digitali funzionano come il Luminol, la polvere che la polizia scientifica usa per far emergere le macchie di sangue (e non solo). Allo stesso modo Internet unisce i puntini che collegano le persone nelle reti sociali, rende pubblici pensieri e conversazioni e visualizza i legami tra le persone unite da interessi, obiettivi, ideali, valori, passioni, perversioni, errori. Non siamo qui per giudicare gli effetti del Luminol sulla nostra società, siamo qui per prenderne atto e per sottolineare che, esattamente come le macchie di sangue, quelle reti sociali, quelle conversazioni, quegli interessi, quegli ideali erano lì da prima che i media digitali iniziassero a condizionare la nostra vita, solo che erano invisibili e privati.

Mafe De Baggis #Luminol: tracce di realtà rivelate dai media digitali

Prima di andare avanti voglio chiarirmi maggiormente ‘sta storia dei gruppi sociali con norme condivise, voglio capire quanto mi sento parte di un gruppo o di vari gruppi e quanto questi siano chiusi su se stessi o incuriositi dal mondo e per farlo voglio ascoltare un’altra campana che mi parli di gruppi sociali.

gruppi con norme condivise differiscono dal tradizionale concetto di classe sociale, perché non vengono definiti soltanto da caratteristiche tradizionali quali reddito, età o genere (i tipici dati demografici), né dalle qualifiche professionali o dal livello d’istruzione (secondo Max Weber) o dal loro rapporto con i mezzi di produzione (secondo Karl Marx). Piuttosto, i membri di questi gruppi condividono delle affinità all’interno di uno specifico contesto […]. Quindi un individuo appartiene a un’unica classe sociale tradizionale, ma può essere parte di svariati gruppi di affinità i cui membri imparano a vicenda, creando così un ambiente comune […].
Non si tratta neppure di pure coalizioni economiche, visto che questi gruppi producono norme cogenti anche su tanti altri aspetti, dal senso della vita ai valori morali e perfino al modo di vestire. I membri di un gruppo danno insomma vita a una cultura vera e propria, a uno stile di vita che contamina anche altri gruppi affini di cui fanno parte.

Alex Pentland Fisica sociale

Alex Pentland conferma le parole di Riccardo Falcinelli e di Tolstoj e di Simenon: i gruppi di affinità, che siano membri dell’aristocrazia russa nella metà dell’800, gli abitanti di un paesino francese a metà del secolo scorso o gente figa che fa cose molto fighe in una grande città ai giorni nostri creano una cultura, all’interno della cultura della società in cui vivono, che comprende ogni aspetto della vita degli aderenti al gruppo, dai valori morali alla modo di vestire. Il mondo va così!

più vogliamo imparare da un particolare gruppo di pari, ovvero più vogliamo farne parte, più lo frequentiamo.
[…] Come dimostra il lavoro di Stanley Milgram sulla conformità sociale, quando tutti i componenti del nostro gruppo fanno la stessa cosa, l’uniformità dei comportamenti intorno a noi influenza sia le nostre abitudini inconsce sia le decisioni consapevoli. Molti osservatori hanno sottolineato che il potere della pressione sociale può portare la gente a compiere azioni positive o negative, influenzando il comportamento personale fino all’inverosimile.

Alex Pentland Fisica sociale

Ogni giorno abbiamo moltissimi esempi di quanto sia forte il potere della pressione sociale, le stesse azioni possono essere viste come giuste o sbagliate in base al contesto in cui vengono fatte. Non fare la raccolta differenziata o non pagare le tasse sono azioni che hanno valori diversi in base al contesto in cui avvengono, se si vive in un contesto in cui la maggioranza delle persone non fa la raccolta differenziata o cerca di non pagare le tasse e le amministrazioni non riescono, o non vogliono, controllare questi comportamenti, chi agisce diversamente è considerato strano, stupido, e spesso viene deriso. Le stesse azioni fatte in un contesto in cui la maggior parte dei membri della comunità fanno la raccolta differenziata, capendone l’importanza per la conservazione dell’ambiente e per avere uno stile di vita più salubre, o pagano le tasse perché vedono i vantaggi che i soldi delle tasse, ben spesi, portano a tutta la comunità, saranno viste con disappunto e i trasgressori avranno addosso gli occhi dei membri del gruppo a cui appartengono, o vogliono appartenere, e questo li porterà a cambiare atteggiamento se vogliono sentirsi integrati nel contesto. La pressione sociale può essere usate per costruire una società più sana, o una società malata e autodistruttiva.

E poi dicono che è disonesto e se ne approfitta. Che assurdità! E poi, perché non dovrebbe approfittarne? È stato educato così. E lo fanno tutti.

Lev Tolstoj Guerra e Pace

“Lo fanno tutti” quante volte l’abbiamo detto o ce lo siamo sentiti dire. C’è altro da aggiungere?

La diffusione di un’idea tramite una rete sociale è simile al propagarsi dell’influenza. Nel caso del virus, a ogni scambio tra una persona infetta e un’altra ci sono tot possibilità che quest’ultima venga contagiata. Se l’interazione aumenta e la nuova persona è suscettibile al virus, le probabilità del contagio aumentano considerevolmente. E qualora molti siano suscettibili al virus, quest’ultimo finirà per diffondersi nella maggioranza della popolazione.
Il flusso di idee si propaga in maniera analoga. Il processo dell’apprendimento sociale implica che, nel caso di un alto livello d’interazione tra qualcuno che mostra un certo comportamento (il modello di riferimento) e una persona nuova, se quest’ultima è suscettibile al contagio è probabile che le nuove idee attecchiranno fino a cambiarne il comportamento. La suscettibilità dipende da diversi fattori: il modello di riferimento deve avere similarità con la nuova persona per far sì che il nuovo comportamento le torni utile; è necessario un alto livello di fiducia tra i due soggetti; dev’esserci coerenza tra le nuove idee e i comportamenti acquisiti in precedenza.

Alex Pentland Fisica sociale

Se ci soffermiamo a pensare come abbiamo scelto il nostro parrucchiere, il nostro medico, una meta per un viaggio, a come abbiamo iniziato a usare Internet, perché ci siamo iscritti ai social, come abbiamo impostato la nostra vita lavorativa, i nostri percorsi di vita, vediamo che la maggior parte delle idee ci sono arrivate come virus da persone con cui interagiamo spesso, amici, familiari, conoscenti, giornalisti o personaggi pubblici, ecc… persone a cui ci sentiamo affini e di cui ci fidiamo. Le idee da cui siamo stati infettati o erano in accordo con il nostro modo di vivere precedente o con il percorso di cambiamento che avevamo intrapreso o intendevamo intraprendere. Ed è inutile negare che da ogni comportamento che acquisiamo cerchiamo di ricavare un’utilità, anche sentirci più buoni, in pace con noi stessi, appagati o più inseriti nel gruppo di pari in cui ci riconosciamo è un’utilità.

Le decisioni sono frutto della combinazione tra informazioni personali e sociali, e quando le prime sono deboli si tende a fare maggior affidamento sulle seconde. In situazioni in cui ci si sente insicuri, l’effetto rassicurante dell’apprendimento sociale si amplia. Ciò è perfettamente sensato: quando non capiamo cosa sta succedendo, possiamo apprenderlo dedicando più tempo a osservare ciò che fanno gli altri. Purtroppo, questo rischia di portare a un eccesso di sicurezza e al pensiero di gruppo, poiché il meccanismo dell’apprendimento sociale migliora il processo decisionale soltanto quando la gente ha informazioni individuali di tipo diverso. Perciò nelle situazioni in cui le fonti d’informazione esterna (es. stampa, tv, radio) sono troppo simili, il pensiero di gruppo diventa davvero pericoloso. Analogamente, quando ci sono feedback continui, circolano e riaffiorano continuamente le stesse idee. Siccome però queste tendono a cambiare leggermente nel passaggio da una persona all’altra, può darsi che non vengano riconosciute come semplici ripetizioni. È facile credere che ognuno sia arrivato autonomamente a strategie simili, acquisendo così più fiducia di quanto dovrebbe. L’eccessiva sicurezza che ne deriva è all’origine di mode passeggere e bolle speculative.

Alex Pentland Fisica sociale

In sintesi, tendiamo a muoverci come macchine che elaborano le idee, integrando il pensiero individuale con l’apprendimento sociale dalle esperienze altrui. Il successo dipende in misura notevole dalla qualità dell’esplorazione e ciò, a sua volta, poggia sulla diversità e l’indipendenza delle nostre fonti d’informazione e di idee. […]
Un’implicazione inquietante di queste analisi sta nel fatto che il nostro mondo iperconnesso sembra puntare verso un quadro dove il flusso di idee diventa eccessivo. In un contesto dove l’autoreferenzialità, le mode passeggere e il panico si fanno norma, diventa assai più difficile arrivare a decisioni positive. Ciò impone di prestare maggiore attenzione alla provenienza delle nostre idee, essere diffidenti rispetto alle opinioni comuni e tenere sempre in considerazione le idee in controtendenza. […] la provenienza delle idee va comunque verificata.

Alex Pentland Fisica sociale

Le decisioni che prendiamo nascono dalla combinazione tra informazioni personale e apprendimento sociale, e quando siamo poco informati ci affidiamo di più alle opinioni di ci sta intorno. Mi sembra innegabile.

Quando noi e tutte le persone che ci circondano abbiamo le stesse fonti di informazione scivoliamo nel pensiero di gruppo, che è cosa brutta assai. Questo avviene quando tutte le fonti di informazione esterna ( stampa, TV, radio, siti, blog) sono troppo simili e forniscono la stessa versione dei fatti, vedono il mondo dalla stessa prospettiva bollando ogni differenza di pensiero o opinione come una sciocchezza.

Il pensiero di gruppo nasce anche all’interno di gruppi coesi e chiusi in se stessi e crea delle camere dell’eco in cui la stessa cosa viene ripetuta all’infinito. Durante il passaparola di una notizia, un’idea, un’opinione, un fatto le persone all’interno del gruppo apportano sempre una modifica, un’aggiunta, una sottrazione, questo crea l’illusione che ognuno abbia raggiunto una conclusione da sé e di trovarsi di fronte a fatti differenti, opinioni e idee personali.

E come quando gira un pettegolezzo in un ambiente chiuso: arriva una persona nuova, ha abitudini diverse dalle nostre e parte il primo commento e via via il passaparola continuo gonfia i fatti, di bocca in bocca, ad ogni passaggio, vengono aggiunti nuovi particolari come se ognuno avesse visto o sentito cose nuove ma in realtà è il primo fatto, reale o immaginato che sia, gonfiato, a stare girando all’infinito in camere dell’eco. Se il contesto è favorevole al passaggio di informazioni senza aver controllato, o a essere interessati a valutarne la veridicità, il passaparola gonfierà i fatti, veri o falsi che siano, che prenderanno un aspetto surreale. Nel caso il pettegolezzo arrivasse a persone non integrate nel contesto, non abituate a riferire le cose senza verificarne la provenienza e la veridicità, non amando parlare e pensare per sentito dire, il passaggio della notizia si fermerà, o dovrà ritornare in direzione di persone avvezze al pensiero di gruppo e non avvezze a ragionare con la propria testa. Tutte le persone che hanno passato la notizia saranno pronte a giurare di aver visto e sentito con i loro occhi e le loro orecchie le parti dei fatti da loro aggiunte e avalleranno quelle che hanno ricevuto e passato.

Ma come i pettegolezzi possono diventare vere e proprie maldicenze e trasformare parole dette con leggerezza in qualcosa di tossico così l’apprendimento sociale diventa tossico quando si basa sul pensiero unico. È il caso di ripetere che l’apprendimento sociale è utile quando un flusso di idee incorpora costantemente idee esterne permettendoci di prendere decisioni migliori di quelle che avremmo preso da soli.

Già abbiamo parlato di come l’uso di Internet può aiutarci a mantenere la mente aperta e a incontrare e esplorare nuovi mondi, o come Internet usato da persone immerse in un pensiero unico e chiuso può accentuarne la chiusura rafforzando idee preconcette. Internet ogni giorno ci rovescia addosso ondate di fatti, idee, opinioni, sta a noi, ed è fondamentale, impegnarsi per capire la loro provenienza, ma per farlo dobbiamo avere attenzione, curiosità, voglia di capire, e parliamoci chiaro, rimanere chiusi nei nostri mondi, anche se non ci piacciono, è rassicurante. Perché provare a capire, andare oltre, esplorare mondi che non ci appartengono e in cui non sappiamo cosa possiamo trovare?

Come spiega Arianna Ciccone in questo post, da leggere tutto, scritto per Valigia Blu pochi giorni dopo l’elezione di Donald Trump alla presidenza degli Stati Uniti, ognuno di noi vede quello che si aspetta si vedere e cerca le informazioni per rafforzare le proprie convinzioni:

A proposito poi di camere dell’eco e di polarizzazione, vale la pena sottolineare un aspetto fondamentale. Il nostro processo mentale, cognitivo è predisposto per questo tipo di dinamica: selective perception (vedo quello che mi aspetto di vedere), selective exposure o confirmation bias (tendo a favorire l’informazione che rafforza miei pre-esistenti punti di vista, evitando informazioni che li contraddicono). È la nostra mente ad agire così: quando una informazione è conforme a ciò che crediamo, alimenta le nostre paure o speranze, o aderisce a quello che pensiamo di sapere già, il nostro livello di scetticismo è molto basso e non siamo predisposti a filtrare vero / falso. Questo ci rende esposti alla bufala e alla disinformazione. E se una informazione smonta le nostre precedenti credenze tendiamo a rafforzare quest’ultime anziché a metterle in dubbio (effetto backfire), perché questo ci pone in una condizione di malessere, di disagio per dover rinunciare alle nostre idee (è su questo che si basa la forza della disinformazione). La verità dei fatti non basta a combattere la disinformazione. Possiamo dire che l’ambiente digitale rafforza queste dinamiche, l’algoritmo risponde ai nostri comportamenti emotivi e cognitivi, ma non possiamo dire che li causa. Così come per la polarizzazione delle idee

Ancora su eco camere e polarizzazione. Mi chiedo: ma quando leggevamo sempre e solo un giornale, quando guardavamo sempre e solo una trasmissione politica, cosa stavamo facendo se non rifugiarci al sicuro nelle nostre camere dell’eco, con persone che la pensavano come noi? Semmai i social, soprattutto Facebook, per la loro stessa architettura, permettono incursioni e incontri imprevedibili. Sulle nostre bacheca, nei commenti, nelle conversazioni non siamo “al sicuro” mai. Basta scorrere i feed e porre attenzione agli scambi per rendersi conto che pensare in questi ambienti di rimanere al sicuro fra amici con le stesse idee è praticamente impossibile. Il mio invito ai molti giornalismi, che sentenziano senza realmente vivere in profondità questi luoghi, è di uscire dalle loro camere dell’eco, dai loro filtri bolla mentali.

Parliamo dell’algoritmo: esiste anche un “algoritmo” delle redazioni, che noi non conosciamo, i criteri con cui le notizie sono selezionate e la modalità con cui le vengono fornite. Eppure anche queste “formano” (almeno teoricamente) l’opinione pubblica. Con la differenza semmai, mi verrebbe da aggiungere, che quell’algoritmo non risponde alle nostre preferenze, alle nostre esigenze “leggendo” i nostri comportamenti digitali, ma a quelle dell’editore, della redazione, del giornalista che decide per me cosa devo sapere e cosa no, cosa va pubblicato e cosa no. A quello che secondo questi mediatori è importante conoscere (la famosa lezione calata dall’alto a un pubblico di massa. Ora però siamo nell’era della personalizzazione e della conversazione. Qualcuno fatica ad accettarlo).

Arianna Ciccone Valigia Blu Trump ha vinto grazie a facebook? Ma LOL

I bias cognitivi non sono un’invenzione di Arianna Ciccone, nessuno ammetterà facilmente di vedere le cose solo dal suo punto di vista, nessuno ammetterà di rivolgersi a fonti di informazione che più che informarlo rafforzano la sua visione del mondo, nessuno ammetterà che nel caso qualcosa mettesse in dubbio le sue certezze e opinioni invece di prendere in considerazione di avere torto preferirebbe ignorare la cosa o archiviarla come falsa, accanendosi a cercare fonti di informazione che rafforzino e confermino la sue idea.

Rinunciare alle nostre opinioni, dubitare di noi, ammettere di aver sbagliato ci fa sentire insicuri, a disagio, crea dubbi. Sono poche le persone pronte a mettere in discussione se stesse e le proprie opinioni. E come dice Annamaria Testa, esperta di comunicazione, in questo post sui bias cognitivi il bias dei bias è il “Punto cieco”: nessuno ammette di poter essere vittima dei bias cognitivi.

Punto cieco (bias blind spot): è una specie di meta-bias. O, in altre parole, è la madre, o il padre, di tutti i bias cognitivi: consiste nel ritenere di esserne, per qualche insondabile motivo, più immuni di chiunque altro. Insomma: stiamoci attenti.

Annamaria Testa Bias cognitivi: cinque modi veloci per ingannarci da soli

Arianna Ciccone sottolinea il fatto che la tendenza a chiudersi in camere dell’eco con persone che la pensano come noi è una tendenza universale e non nasce certo con internet e coi social. Paolo Mattera insegnate di Storia contemporanea presso il Dipartimento di Studi Umanistici dell’Università degli Studi Roma Tre, conclude la puntata di Wikiradio sull’ex Presidente della Repubblica Giovanni Leone, trasmessa su radio3 rai il 15 giugno 2016 e riascoltabile qui, con queste parole:

Leone quindi era innocente, era caduto vittima di una campagna di stampa ferocissima, un caso esemplare di grande ammonimento. La vicenda di Leone insegna l’importanza di una stampa attenta e scrupolosa pronta a verificare le informazioni e insegna, ancora di più, l’importanza di un’opinione pubblica matura, capace di non cadere preda delle suggestioni, capace di informarsi in modo consapevole

L’importanza di una stampa attenta e scrupolosa che verifichi le informazioni di cui viene a conoscenza è fondamentale in una società e in una democrazia sana ma è ancor più fondamentale un’opinione pubblica formata da persone mature capaci di non farsi suggestionare e manovrare con facilità, e con la volontà e la capacità di informarsi in modo consapevole. Il pensiero di gruppo è dietro l’angolo, e non è cosa buona e giusta.

Di solito crediamo che appena sbalzati fuori dalla solita carreggiata, tutto sia perduto; e invece solo allora comincia qualcosa di nuovo, di buono.

Lev Tolstoj Guerra e Pace

Lev Tolstoj suggerisce di non avere paura di essere buttati fuori dalla solita strada e di affrontare le novità con entusiasmo, e chi sono io per dare torto al caro, vecchio, Lev.

E Vera Gheno, linguista e social media manager dell’account Twitter dell’Accademia della Crusca, qualche giorno fa ha pubblicato sul suo profilo Facebook questo meraviglioso Elogio dei grigi

[Elogio dei grigi]
Molte persone amano le certezze, il bianco e il nero, le categorizzazioni certe: o sei dentro, o sei fuori. Sei buono o cattivo. Una cosa è giusta o sbagliata. Le certezze a loro volta infondono spesso certezza: è consolante avere un sistema di valori bello chiaro, magari autoevidente, quasi da esibire, in cui è più facile darsi una definizione.
Studiando la lingua ho imparato che le situazioni dubbie sono, in questo ambito, più di quelle certe. Più e più volte il linguista si trova a dire “è giusto così ma è giusto anche colà”, oppure “questo comunque non lo si può considerare un errore, quanto piuttosto un uso adatto a contesti non formali”, eccetera. Allo stesso modo nella vita, per quanto uno si sforzi di essere sempre granitico, tutto d’un pezzo, adamantino, poi succedono cose per cui si devono fare i conti con i “grigi”.
I “grigi” sono per me tutte quelle situazioni in cui le persone sono costrette dagli eventi a “riparametrarsi”, a ridefinirsi, anche a confrontarsi con la complessità di sé medesimi e degli altri esseri umani. Del resto, la logica ferrea è propria delle macchine. L’essere umano segue, in molti casi, logiche “fuzzy”, difficilmente riducibili ad algoritmi.
Davanti ai “grigi”, linguistici e non, molti perdono le staffe. Si sentono traditi, provano disagio davanti a una situazione che non riescono ad analizzare secondo i canoni del giusto o sbagliato. Non di rado accade che, per esempio, le risposte di consulenza che diamo vengano criticate perché “non abbastanza nette”: NOI ABBIAMO BISOGNO DI CERTEZZE! – gridano molti.
Oggi, alle prese con l’ennesimo “grigio linguistico” (ossia una cosa considerata giusta in certe parti d’Italia e in altre no), ho avuto l’illuminazione: sono davvero affezionata alla mia palette di grigi. Mi piacciono tutti. Mi piacciono le infinite sfumature che assume questo colore, nel passare dal bianco al nero.
La complessità della lingua mi ha insegnato, in tanti anni, a essere più aperta rispetto alle complessità della vita. Questo non vuol dire che non perda mai la pazienza, o non sia mai esasperata dai dubbi. Ma provo, quando possibile, a spiegarmi il perché di un comportamento apparentemente “sbagliato”, scavo in cerca di una risposta diversa dalla prima, istintiva, che mi verrebbe di dare, mi chiedo spesso “e io cosa avrei fatto in quella situazione?”, ma soprattutto “chissà perché accade/è accaduto questo”.
Non ho soluzioni miracolose. Però penso che soffermarsi un secondo a riflettere sulle motivazioni di un comportamento, di una risposta, di una reazione potrebbe talvolta servire per evitare lo scontro, il giudizio “tranchant” che tanti amano dare, salvo magari pentirsene poco dopo, lo scagliare la prima pietra.
Ché alla fine, a guardare bene, potrebbe venir fuori che quella prima pietra non siamo proprio titolati a scagliarla.
#ecologiadellacomunicazione”

Vera Gheno, post pubblicato sul suo profilo Facebook il 1 dicembre 2016

Alle parole di Vera Gheno non ho altro da aggiungere, ha detto tutto lei e l’ha detto benissimo.

Se siete arrivati fin qui vi faccio l’invito, e augurio, di spalancare con curiosità porte e finestre su mondi differenti da quelli in cui siete rincantucciati. Ma, se non vi spiace, questo invito e auguri lo faccio prima di tutto a me stessa. Iniziare ad esplorare strani nuovi mondi cercando di tenere sotto controllo pregiudizi e idee pregresse, consapevoli di esserne vittime (io, voi, tutti) può non essere facile, per alcuni addirittura contronatura, ma secondo me vale la pena tentare. Per esplorare nuovi mondi abbiamo bisogno del giusto equipaggiamento e allora vediamo cose suggerisce Alex Pentland:

«esplorazione»[…] ricorso alle reti sociali per raccogliere idee e informazioni. L’esplorazione fa parte del flusso di idee che introduce nuove strategie in un gruppo di lavoro o in una comunità. Sono tre gli elementi principali da tenere a mente in proposito:
•L’apprendimento sociale è cruciale […].
•La diversità è importante […].
•Le controtendenze sono essenziali […].

Un’esplorazione sana è cosciente dell’importanza dell’apprendimento sociale che per essere costruttivo deve tenere in considerazione le diversità e le controtendenze. Ok siamo alle solite.

E se io cito Alex Pentland lui cita Steve Jobs:

[…] Come diceva Steve Jobs:

La creatività sta nel trovare i legami giusti tra le cose. Quando chiediamo a una persona creativa come ha concepito una certa idea, si sente un po’ in colpa perché non è che abbia fatto granché, ha semplicemente avuto un’intuizione. Ha visto qualcosa che dopo un po’ gli è parsa ovvia. È riuscito a collegare tra loro delle esperienze personali, sintetizzandole poi in qualcosa di nuovo

Alex Pentland continua a parlandoci degli esploratori:

Le persone più creative e acute sono degli esploratori. Trascorrono una valanga di tempo a scovare gente nuova e idee diverse, […] persone con punti di vista e idee differenti.
Oltre a inseguire continuamente spunti stimolanti, questi esploratori rivelano un’altra interessante caratteristica: selezionano le migliori idee tra quelle appena scoperte sottoponendole costantemente a chiunque gli capiti d’incontrare, e ricordiamoci che sono in contatto con tante persone di ogni provenienza. La diversità di punti di vista ed esperienze è un importante fattore di successo quando si tratta di scoprire idee innovative.

Alex Pentland Fisica sociale

Ormai è un mantra: gente nuova, idee diverse, discutere di tutto quello che si incontra e ci pare interessa con persone provenienti da ambienti differenti, con idee differenti, che abbiano anche loro voglia di esplorare strani nuovi mondi. Un’esplorazione costruttiva non nasce senza un ingrediente di base, la curiosità. Ma cos’è la curiosità?

LA CURIOSITÀ, CHE COS’È. Anche se tutti sappiamo, o pensiamo di sapere, che cos’è la curiosità, definirla non è semplice. Abbiamo “curiosità” quando c’è una ricerca attiva di nuovi dati e informazioni, dicono gli scienziati. E poi: quando siamo portati a esplorare. La curiosità è sia un comportamento istintivo che ci porta a cercare ciò che è nuovo o diverso (lo sviluppiamo già da piccoli, e lo condividiamo con molte specie animali superiori) sia un’emozione positiva, che ci porta a desiderare di trovare risposte alle nostre domande.

CURIOSI E CREATIVI. I Big Five, uno dei più accreditati modelli di interpretazione della personalità, ci dicono che essere curiosi è una delle caratteristiche fondamentali che contraddistinguono il tratto “apertura all’esperienza”. Unita ad altre caratteristiche complementari (gusto per ciò che è bello, apertura alle emozioni, vivacità intellettuale e immaginazione) la curiosità è una delle caratteristiche principali delle personalità creative.

[…] ALIMENTARE LA CURIOSITÀ. È semplice, piacevole e vitale. Brain Picking vi dà qualche dritta: (1) tenete una mente aperta, e accettate la possibilità che qualcosa che scoprite possa cambiare le vostre opinioni. (2) Non date niente per scontato. (3) Continuate a farvi domande. (4) non etichettate nulla come “noioso” a priori. (5) Considerate sempre il lato divertente dell’imparare qualcosa di nuovo. (5) Leggete cose diverse tra loro, e non limitatevi a una singola fonte. Aggiungo che, secondo me, la dritta più importante è continuate a farvi domande

Annamaria Testa La Curiosità e i mille vantaggi di essere curiosi

Questo post di Annamaria Testa sulla curiosità è molto interessante e seguendo uno dei suoi link arriviamo a questo post di Carlo Rovelli, fisico di fama mondiale ed eccelso divulgatore scientifico, La curiosità, il vero motore del sapere. Einstein, un padre e una figlia, da cui ho tratto questo brano:

Alcuni anni fa mi ha chiamato per telefono dall’America una voce femminile, vivace e simpatica. Si è presentata come Amanda Gefter, giornalista scientifica, e mi ha chiesto se poteva farmi delle domande sulla fisica. Benissimo, ma nelle domande c’era qualcosa di strano. Davano l’impressione che la giornalista non fosse davvero interessata a scrivere un articolo divulgativo. Quello che le interessava sembrava essere altro: capire. Penso che molti insegnanti riconoscano questa differenza. Ci sono studenti bravi e bravissimi che fanno tutto per bene. Ce ne sono altri, purtroppo più rari, che magari prendono anche brutti voti, ma si appassionano, e provano ad andare a fondo. Penso che siano quelli che poi nella vita faranno le cose migliori

La curiosità è un dono e porta con sé la voglia di capire ma Annamaria Testa, citando Brain Pickings bellissimo blog, ci dice che la curiosità può essere, e va, coltivata e ci dà alcuni consigli per farlo. Seguire questi consigli non è facile ma farlo può aiutarci a superare difficoltà in modi inaspettati, a trovare soluzioni inusuali a problemi che ci sembravano irrisolvibili, a scoprire nuovi mondi e nuove parti di noi. Tutti possiamo coltivare la curiosità, quella sana, anche se è impegnativo, o possiamo scegliere di seguire l’esempio di Stepàn Arkàdič e dagli abitanti di Saint-André-sur-Mer. Pronunciare è normale, è naturale, lo fanno tutti, è così rassicurante.

Ci furon però di quelli che pensarono fino alla fine, e fin che vissero, che tutto fosse immaginazione: e lo sappiamo, non da loro, ché nessuno fu abbastanza ardito per esporre al pubblico un sentimento così opposto a quello del pubblico; lo sappiamo dagli scrittori che lo deridono o lo riprendono o lo ribattono, come un pregiudizio d’alcuni, un errore che non s’attentava di venire a disputa palese, ma che pur viveva; lo sappiamo anche da chi ne aveva notizia per tradizione. ” Ho trovato gente savia in Milano, -dice il buon Muratori, nel luogo sopraccitato, -che aveva buone relazioni dai loro maggiori, e non era molto persuasa che fosse vero il fatto di quegli unti velenosi “. Si vede ch’era uno sfogo segreto della verità, una confidenza domestica: il buon senso c’era; ma se ne stava nascosto, per paura del senso comune.

Alessandro Manzoni I promessi sposi

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