Il posto che ora c’è

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Ci sono posti che non ti aspetti, ci vai per curiosità pensando: “Dovrebbe essere bello” ma così bello no, proprio non te l’aspetti. ilCartastorie, museo dell’Archivio Storico del Banco di Napoli, è uno di quei posti.

ilCartastorie ha aperto circa tre mesi fa inaugurando il percorso multimediale permanente Kaleidos ideato e realizzato dalla Kaos Produzioni di Stefano Gargiulo in collaborazione con artisti, artigiani, tecnici e informatici napoletani. Io e il pancione consorte l’abbiamo visitato più volte, la prima volta quindici giorni dopo l’apertura.

Non amo le installazioni multimediali ma quello che Stefano Gargiulo e i suoi collaboratori hanno realizzato è vita. Enormi volumi contenenti la più arida delle materie, i documenti bancari, si animano e la Napoli del passato e la Napoli del presente si fondono.

Francesca Matilde Ferone scrive su uno dei volumi dei banchi pubblici napoletani. Illustrazione di Sandro Quintavalle

A Francesca Matilde Ferone, me medesima, ducati 370. Et per lei al pancione consorte Sandro Quintavalle dissero a compimento di…

ilCartastorie, e qualcosina in più

Saliamo le scale e ci troviamo in una stanza piuttosto buia, le pareti tappezzate di scaffali pieni di libri enormi e buste da documenti con la scritta Banco del Salvatore in evidenza. Dal soffitto pendono grandi pile di fogli ingialliti, sembrano enormi salsicciotti di carta.

Passiamo alla seconda sala, su un tavolo è poggiato un bellissimo libro pop up, è magico. Lo sfogliamo e il libro e le pareti intorno a noi si animano. Suoni, voci, immagini ci trascinano in tre aspetti fondamentali della storia di Napoli.

Prima pagina: Napoli e San Gennaro.
Il Tesoro che il popolo napoletano nei secoli ha donato al suo Patrono è di bellezza e ricchezza rari e testimonia l’amore dei napoletani verso il Santo, viene custodito nel Museo del Tesoro di San Gennaro, a pochi metri dall’Archivio Storico del Banco di Napoli. I documenti conservati nell’Archivio ci danno l’opportunità di conoscere molti aspetti del culto: dal prezzo pagato dalla Deputazione di San Gennaro per la preziosissima mitra, lavorata finemente da maestri orafi, ai costi delle feste a lui dedicate.

Continuiamo a sfogliare il pop up, seconda pagina: Napoli e il mare che la bagna.
La compravendita degli schiavi è stata per secoli un’attività quotidiana in tutta Europa. A Napoli, come in ogni grande città di mare, c’era un fiorente mercato degli schiavi e le bancali emesse dai banchi pubblici napoletani erano utilizzate anche per l’acquisto di schiavi:

[…] a Ricciardo Cosini, a compimento di Ducati 414, per il prezzo di 4 schiavi Negri venduti a estinta di candela, quali schiavi sono stati venduti alli sottoscritti prezzi: cioè, Antonio, schiavo olivastro, per Ducati 110; Giuvanne, schiavo olivastro, per Ducati 111; Domingo, schiavo negro con un occhio guercio, per Ducati 87; Amoret, schiavo negro, con due denti manco dalla parte sinistra di sotto, per Ducati 106.

da L’Archivio Storico del Banco di Napoli AA.VV.

Al mercato degli schiavi è legata la storia della pirateria che flagellava il Mar Mediterraneo. Navi napoletane, o con equipaggio in parte napoletano, spesso venivano attaccate dai pirati e l’equipaggio fatto prigioniero. Le trattative economiche per la liberazione degli equipaggi catturati si possono ricostruite attraverso i documenti conservati in Archivio.

Arriviamo all’ultima pagina: la peste del 1656
Le bancali custodite in archivio raccontano con dovizia di particolari l’orrore di quei giorni:

Banco del Salvatore, giornale copiapolizze, matricola 62 partita di 250 ducati, estinta il 26 giugno 1656. Alli deputati della salute ducati 250. E per loro al conte di Sant’Angelo dissero pagarli per tanti haver spesi e pagati cioè, 500 uomini di galera, li quali hanno servito in fare li fossi vicino a Pocireale per sotterrare li cadaveri e pagato più ministri li quali hanno assestito sopra detti 500 uomini acciò avessero fatto lo che dovevano, in aver pagato due capitani di giustizia, li quali hanno assistito in fare andare li carrettoni e li cadaveri, e poi farli scarricare, in aver pagato più beccamorti, li quali hanno pigliato li cadaveri e postoli sopra li carrettoni, in haver dato a magnare e orgio e paglia alli cavalli della cavallerizza della deputazione et in aver fatto altre spese tutte per servizio della pubblica salute di questa città

da Aspetti della società e dell’economia napoletana durante la peste del 1656 di Eduardo Nappi, nota 53

Alla pestilenza del 1656 è legata la leggenda che Mattia Preti abbia dipinto l’immagine della Madonna su tutte le porte della città gratuitamente come pena per aver violando la quarantena ed essere entrato in città uccidendo una guardia. L’opera di Mattia Preti è ancora visibile su Porta San Gennaro ma le bancali emesse a suo favore dal Banco del Salvatore su ordine degli Eletti della Città dimostrano che il Preti aveva ricevuto l’incarico da questi ultimi dietro pagamento di 1500 ducati.

Banco del Salvatore, giornale copiapolizze, matricola 64, partita di 200 ducati, estinta il 29 novembre 1656. Alli eletti di questa fidelissima città ducati 200. E per loro al cavalier Mattia Preti in virtù di conclusione del 16 giugno e 30 settembre prossimi passati, che in honore della Regina del Cielo si pintasse sopra le porte di questa città l’immagine della sua purificazione at Immaculata Concettione con altri Santi protettori, al presente volendone detti signori dar esecuzione alle dette conclusioni hanno pattuito et aggiustato con il detto Cavaliero Mattia, persona molto perita ed esperta nella professione della pittura di fare dette immagini sopra l’infratte Porte, cioè Porta del Carmine, Porta Nolana, Porta Capuana, Porta San Gennaro, Porta di Costantinopoli, Porta Reale e Porta di Chiaia della grandezza proporzionata a dette Porte a giudizio del magnifico Pietro de Marino, ingegnere di essa città, con darli per sua fatiche ducati 1500, et una libra di oltremarino, così rimasti d’accordo, e tutto il remanente a sue spese, che occorrerà in detta pittura, con haverne da dipingere l’immagini et historia che da detti signori eletti se li diranno, e prima di cominciare a pittare debbia fare li disegni in cartoni, acciò si vedano da essi signori e si facciano a loro soddisfazione. Et affinché possa incominciare detta opera hanno concluso, che delli ducati 1500, che se li da per tutte le suddette immagini et historie donarli in conto pro mune ducati 200, et secondo la pittura che andrà facendo, se l’anderà somministrando quel denaro che parerà a detti signori

da Aspetti della società e dell’economia napoletana durante la peste del 1656 di Eduardo Nappi nota 150

Chiudiamo il pop up e ci spostiamo nella sala dedicata a Raimondo di Sangro Principe di San Severo. Su un leggio c’è un libro, immergiamoci nella vita del Principe:

Banco della Pietà, giornale copiapolizze, matricola 2045, partita di 30 ducati, estinta il 13 febbraio 1754. Al principe di San Severo ducati 30 e per esso a Giuseppe Sanmartino, a compimento di ducati 500 ed intiero prezzo convenuto della sua statua scolpita in marmo di Nostro Signore Gesù Cristo morto, ricoperto da una sindone di velo trasparente dello stesso marmo, da detto Sanmartino lavorata di tutta soddisfazione, non restando perciò a conseguire altro da esso sino al 24 dicembre 1753 né per questa, né per altra causa

da I Principi di San Severo di Eduardo Nappi nota 103

Don Gennaro Tibet racconta la vita dell’uomo per cui ha lavorato fin da ragazzino, Raimondo di Sangro Principe di San Severo, le sue parole sono piene di affetto e ammirazione per il suo Principe ma anche di dolore per il clima di sospetto creato dalle malelingue e dagli invidiosi che infamarono il Principe, uomo di grande ingegno e studioso fuori dalla righe.

Don Gennaro Tibet è stato tutta la vita al servizio di Raimondo di Sangro Principe di San Severo, i documenti custoditi nell’Archivio Storico del Banco di Napoli ricostruendo la vita del Principe ricostruiscono anche la sua vita:

Banco della Pietà, giornale copiapolizze, matr. 2047, partita di 200 ducati, estinta il 9 maggio 1754. A don Gennaro Tibet D. 200.
E per lui al capomastro Pompeo Serio a compimento di ducati 538, atteso l’altri ducati 338 l’ha ricevuti in più volte, in diverse partite, parte contanti e parte in polizze e tutti detti ducati 538 sono a saldo e final pagamento di tutti li lavori di fabbrica, materiali ed altro fatti nel laboratorio e fonderia di cristalli e smalti, fabbricato in un sotterraneo a sinistra dell’entrata della loro casa, come appare dalla relazione a loro fatta dal regio ingegnere don Ignazio Cuomo.

da I Principi di San Severo di Eduardo Nappi nota 106

Orafi, guantai, pellettieri, panettieri: sui quattro tavoli della sala più ampia del percorso Kaleidos gli artigiani napoletani mostrano la loro abilità, i loro gesti quotidiani, l’amore, l’impegno, il tempo e la pazienza richiesti da un lavoro ben fatto.

Su questi stessi tavoli riprende, anche, la vita quotidiana dei banchi: le mani di un impiegato valutano un rosario portato in pegno e lo poggiano su una bilancia per pesarlo. Immagino la persona che ha impegnato quel piccolo oggetto, sembra triste, si sta separando da qualcosa che per lei ha un valore affettivo oltre che economico ma la rasserena l’idea che quando tornerà a riprenderlo potrà riaverlo restituendo solo la somma ricevuta in prestito senza aggiungere interessi.
Altre mani scrivono su un enorme volume, sono le mani di un altro impiegato dei banchi, forse un addetto ai giornali copiapolizze, un giornalista, che sta trascrivendo fedelmente una bancale estinta prima di inserirla in una filza per archiviarla.

Rimanendo nella sala ci imbattiamo in un pittore originario della Lombardia, è il 1606, l’uomo è scappato da Roma dove è stato condannato a morte per omicidio. Arrivato a Napoli è stato incaricato dagli amministratori del Pio Monte della Misericordia di dipingere un quadro rappresentante le sette opere di Misericordia corporali. Quel quadro di bellezza straordinaria è ancora lì, nello stesso luogo per il quale è stato dipinto, la Cappella del Pio Monte della Misericordia, sempre in via dei Tribunali a pochi metri da Palazzo Ricca e Palazzo Cuomo, sedi dell’Archivio Storico del Banco di Napoli:

Banco della Pietà 9 gennaio 1607. A Tiberio del Pezzo ducati 370. Et per lui a Michelangelo da Caravaggio dissero a compimento di ducati 400, dissero sono per prezzo di un quatro che ha depinto per il Monte della Misericordia in nome del quale esso Tiberio li paga. Et per noi il Banco del Popolo

da http://www.ilcartastorie.it/storie/caravaggio-le-sette-opere-e-la-pala-radolovich/

Il percorso Kaleidos si chiude con tre filmati sulla vita e la storia dei banchi pubblici napoletani. Io e il pancione consorte, seduti sulla panca in legno di fronte agli schermi, abbiamo guardato i filmati con attenzione; i filmati ci hanno chiarito parti del percorso appena fatto e ci hanno fatto nascere altre curiosità.

In questi pochi mesi di vita de ilCartastorie sono tornata in quelle sale altre tre volte: ho accompagnato mia zia e una sua amica venute da Roma; ho accompagnato mia cugina e il suo compagno venuti anche loro da Roma; sono tornata pochi giorni fa per vedere la Sala della Musica inaugurata da poco.

La Sala della Musica, nata grazie al progetto SENECA: Sensi e Vibrazioni, Musica e New Media tra Cultura E Territorio, l’ho amata meno del percorso Kaleidos ma la storia di Angelo Carasale, impresario teatrale grazie al quale abbiamo, anche, il Teatro San Carlo è interessante e triste. La storia della sua ascesa alla corte di Carlo III di Borbone, da semplice maniscalco a impresario di successo amato e rispettato dai sovrani, e della sua caduta, pare per un diverbio di gioco e le invidie e le malignità che la posizione da lui raggiunta avevano prodotto nella nobiltà e buona borghesia napoletana, lascia l’amaro in bocca. Carasale morì a Castel Sant’Elmo dove era stato condotto con l’accusa di concussione. Le prove contro di lui erano inesistenti: voci, pettegolezzi, malignità, i documenti conservati in Archivio mostrano la sua innocenza.

Ed ecco a voi gli otto banchi pubblici napoletani!

Il Monte della Pietà nasce nel 1539 su iniziativa di due gentiluomini per combattere il fenomeno dell’usura attraverso il Gratioso importo, o Pegno Gratioso, un prestito su pegno senza interessi per piccole somme, massimo 10 ducati, che costituisce per alcuni anni l’attività principale del Monte. Col passare degli anni le attività del Monte si ampliano e alle attività filantropiche si aggiungono molte attività a scopo di lucro. A fine ‘500 da monte (attività a scopo filantropico) diventa banco (attività a scopo di lucro). Il Banco della Pietà investiva i proventi annuali delle sue attività a scopo di lucro per finanziare le attività filantropiche che realizzava, rimaste fondamentali nella vita del Banco. Quasi tutti i banchi pubblici napoletani iniziarono la loro attività come monti per divenire nel tempo banchi.

Il Banco dei Poveri nasce nel 1563 per sostenere le persone indigenti messe in prigione per non aver pagato piccoli debiti. Un avvocato, sconvolto dalle condizioni dei detenuti nel Carcere della Vicaria, insieme ad alcuni colleghi fondò il Monte dei Poveri, utilizzando come sede dei locali del Tribunale della Vicaria. Il Tribunale della Vicaria e il Carcere della Vicaria erano entrambi a Castel Capuano. Il Monte dei Poveri nel 1616 acquistò Palazzo Ricca, alla fine di via dei Tribunali di fronte Castel Capuano e vi trasferì le sue attività. Il Monte divenne Banco nel 1632; nel 1787 acquistò anche Palazzo Cuomo, attiguo a Palazzo Ricca. Questi due palazzi sono l’attuale sede dell’Archivio Storico del Banco di Napoli.

Gli altri sei banchi sono: il Banco dell’Annunziata (o Banco Ave Gratia Pena) nato nel 1587 su iniziativa della Casa Santa dell’Annunziata, dove aveva sede. Fallì nel 1702; il Banco di Santa Maria del Popolo nato nel 1589 su iniziativa dell’Ospedale degli Incurabili, dove ebbe sede per alcuni anni prima di trasferirsi in un palazzo all’angolo tra via dei Tribunali e San Gregorio Armeno; il Banco dello Spirito Santo nato nel 1590 su iniziativa della Confraternita dello Spirito Santo, occupava un palazzo all’angolo tra via Toledo e la Pignasecca che da qualche anno ospita una delle sedi della facoltà di Architettura; il Banco di Sant’Eligio nato nel 1592 su iniziativa dell’omonima opera pia e aveva sede al Mercato; il Banco di San Giacomo e Vittoria nato nel 1597 su iniziativa della Santa Casa e Chiesa di San Giacomo e Vittoria, che offriva assistenza principalmente alla comunità spagnola indigente residente a Napoli, si trovava nelle vicinanze della Chiesa di San Giacomo degli Spagnoli e di Palazzo San Giacomo.

L’unico banco nato senza scopi filantropici è il Banco del Salvatore fondato nel 1640 dagli arrendatori della farina, concessionari dell’appalto per la riscossione delle tasse sulla farina. Ebbe sede a Piazza San Domenico Maggiore.

Le bancali, queste sconosciute: fedi di credito, polizze e polizzini

I banchi pubblici hanno un ruolo fondamentale nella vita napoletana per vari secoli e attraverso le causali delle bancali (fedi di credito, polizze e polizzini) possiamo conoscere dettagli della vita dei cittadini e delle istituzioni.

Dalla fine del ‘500 depositare il proprio denaro in un banco pubblico divenne usanza comune tra i napoletani. L’uso di depositare il proprio denaro in banca era stato introdotto a Napoli dai banchieri genovesi ma nel ‘500 molte delle banche private, che i banchieri genovesi avevano aperto in città, fallirono e i napoletani rivolsero la loro fiducia ai banchi pubblici.

I depositi di denaro presso i banchi non davano interessi avendo funzione di custodia. Per attestare i depositi i banchi pubblici napoletani introdussero un titolo trasferibile mediante girata, la fede di credito (paragonabile ai nostri assegni circolari). Il rilascio da parte delle banche di titoli trasferibili mediante girata attestanti i depositi di denaro non era una novità, la novità introdotta dalla fede di credito fu la possibilità di inserire, in maniera molto dettagliata, la causale del pagamento e le eventuali condizioni alle quali questo poteva essere subordinato.

La fede di credito all’inizio fu utilizzata solo per i pagamenti condizionati o vincolati, quando vi fu possibile annotare successivi pagamenti e prelevamenti divenne uno strumento molto diffuso trasformandosi in un vero e proprio conto corrente, la madrefede, sul quale si emettevano ordini di pagamento: polizze o polizzini secondo l’importo.

La possibilità di poter inserire la causale e le condizioni di pagamento in maniera dettagliata resero, grazie a una prammatica (legge) emanata nel 1580 dal Viceré Zuniga, le fedi di credito, e le polizze e i polizzini emessi sulle madrefedi, veri e propri contratti con il valore probante del rogito notarile nelle controversie giudiziarie. Fedi di credito, polizze e polizzini divennero uno strumento di pagamento di uso comune, utilizzato tra privati e accettato da uffici e magistrature statali per il pagamento di imposte o di qualsiasi altra somma ad essi dovuta.

I banchi prima di pagare una bancale (fedi di crediti, polizze e polizzini)  si assicuravano che le condizioni a cui era subordinato il pagamento si fossero verificate, lo facevano con estrema serietà e in tempi brevi. Inoltre era possibile riscuotere una bancale anche in un banco differente da quello di emissione.
I banchi erano consapevoli dell’importanza che avevano le bancali nell’economia del Mezzogiorno e utilizzavano un sistema di scritture ben articolato che rendeva facile trovare qualsiasi documento.

La consapevolezza del ruolo svolto dalle fedi di credito, l’esigenza di custodire scrupolosamente le bancali estinte e di consentire in ogni momento la facile ricerca del titolo originale, fecero sì che per il servizio apodissario (di deposito) venisse adottato uno speciale sistema di scritture.

La chiave di volta era rappresentata dalle pandette (se ne conservano oltre seimila), indice nominativo della clientela del Banco secondo l’ordine alfabetico del nome di battesimo seguito dal cognome e da un numero corrispondente alla pagina del libro maggiore (ve ne sono oltre diecimila) ove veniva registrato il conto intestato al cliente.

La contabilità era naturalmente distinta in «avere», con l’annotazione delle fedi di credito emesse e – in caso di madrefedi – dei successivi versamenti, e in «dare», con l’indicazione delle fedi estinte o – per le madrefedi – delle polizze notate con le relative date di estinzione.

La data di estinzione, rilevabile dal libro maggiore, consentiva di risalire al titolo originario estinto. La conservazione infatti avveniva ordinando le bancali per data di estinzione e infilzandole in uno spago di canapa munito di punteruolo di ferro. Le filze così formate venivano sospese a pioli di legno conficcati nelle travi di sotto la soffitta delle stanze di Revisione e dell’Archivio.

Per rendere più agevole e rapida la ricerca si usava trascrivere nei giornali (esistono trentamila circa di questi volumi) le fedi e le polizze estinte. A questo incarico attendevano i giornalisti, ad ognuno dei quali mese per mese veniva affidato un volume recante sul dorso il loro cognome.

A parte, sui repertori si indicavano, anno per anno e mese per mese, le giornate di estinzione assegnate a ciascun copista, per cui, possedendo la data di estinzione del titolo si era in grado attraverso i repertori di ritrovare nei giornali la copia dello stesso

da L’Archivio Storico del Banco di Napoli AA.VV.

Proviamo a capire

Come ho detto, ho visitato ilCartastorie varie volte, la prima visita è stata un’esperienza emotiva fortissima ma molte cose non mi erano chiare: ho pensato che i salsicciotti di fogli ingialliti che pendevano dal soffitto fossero parte dell’allestimento; mi sono chiesta cosa significassero quei cognomi scritti sui dorsi di molti volumi sugli scaffali; ascoltando le voci provenienti dai libri mi sono detta: “Ma che è ‘sto Banco del Salvatore, e quello dell’Annunziata, e quello di Sant’Eligio?”

Dal sito della Fondazione Banco di Napoli sono scaricabili gratuitamente in PDF numerosi libri sulla storia dei banchi pubblici napoletani e sulla storia di Napoli ricostruita attraverso i documenti custoditi nell’Archivio. I libri di Eduardo Nappi, archivista storico del Banco di Napoli, sulla storia della Repubblica Napoletana del 1799, i Principi di San Severo e l’epidemia di peste che colpì Napoli nel 1656 sono stati una lettura affascinante. La lettura de L’Archivio Storico del Banco di Napoli mi ha chiarito aspetti del percorso Kaleidos rimasti oscuri durante la prima visita.

Se siete persone di buon senso vi state chiedendo: “Ma perché ‘sta donna ha dedicato tanto tempo a un archivio bancario?”. La risposta è semplice: ho bisogno di conoscere Napoli, città dove sono nata, città dove sono cresciuta, città che ho lasciato per diciotto anni; città dove sono tornata a vivere tre anni fa. La conosco poco e conosco poco la sua storia, i suoi monumenti e la sua cultura. Da quando sono tornata a viverci ho bisogno di capire: capire perché la amo così tanto e perché, a volte, la sento respingente e lontana, un luogo che non mi appartiene. E l’unico modo per capire le cose, le persone, i luoghi è conoscere la loro storia.

ilCartastorie è stato l’incontro giusto al momento giusto, i libri che ho scaricato dal sito della Fondazione Banco di Napoli hanno arricchito le mie conoscente, allargato la mia curiosità e aggiunto tessere al puzzle che costituisce per me Napoli.

Questo post finisce qui ma prima di chiudere voglio rispondere alla domanda che mi sono fatta la prima volta che ho visitato ilCartastorie, e che forse qualcuno si è fatto leggendo questo post: “Qual è il legame tra i banchi pubblici napoletani e il Banco di Napoli?”. La risposta è semplice: i banchi pubblici napoletani, che all’inizio del ‘800 avevano già subito molti cambiamenti e fusioni, nel 1861, dopo l’unità d’Italia, divennero un unico banco: il Banco di Napoli. Nel 1819, su decreto di Ferdinando I di Borbone, era nato L’archivio generale di tutti i Banchi, tanto soppressi, che di quelli esistenti: come anche di qualche altro Banco che in appresso venga a ripristinarsi, divenuto l’Archivio Storico del Banco di Napoli, l’archivio bancario più grande del mondo.

Questo post ha avuto una gestazione lunga, ricostruire l’emozione che mi hanno regalato ilCartastorie e la storia dei banchi pubblici napoletani è stata una sfida difficile, credo di averla superata; se siete arrivati fin qui forse è così.

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