La mamma è sempre la mamma

Ed ecco un bel post sull’argomento più amato dagli italiani: la mamma. Sì sì oggi parlo della mia mamma, e non ne parlo con la presunzione di raccontarla, nessuno può raccontare un’altra persona nella sua interezza, oggi racconto, un po’, della mia mamma vista da me.

Io e mia madre ci siamo odiate molto. Io e mia madre ci siamo amate molto. Io e mia madre ci siamo frequentate poco fino alla morte di mio padre, quando avevo quasi 10 anni, e quel poco spesso non è stato tempo piacevole, per entrambe.

Mia madre era una donna cattiva e disamorata verso la propria creatura? No belli miei, mia madre – come molte donne che si trovano ad essere madri perché è normale, naturale e giusto – era una donna fragile, con una storia familiare complessa che si è ritrovata a vivere un ruolo vendutole come spontaneo e naturale per ogni donna. Ruolo che spontaneo e naturale non è. Le persone sono cosa complessa, portano in sé le loro storie e le storie di tanti altri con cui hanno legami.

Sono una donna di 48 anni che ha problemi seri con le cose pratiche: un problema con le tasse, una difficoltà col condominio, un problema con un artigiano – idraulico, muratore, fabbro, meccanico – mi manda nel panico, poi mi calmo e affronto le situazioni come meglio posso. Ogni volta che mi trovo in uno di questi momenti di difficoltà penso a mia madre. A quanto l’ho odiata, a quanto avrei voluto avere un’altra madre, e a quanto l’ho ammirata e amata. Quando è morto mio padre aveva 36 anni, era bella, magra, con gambe fantastiche. Le gambe sono la parte peggiore del mio corpo e avere gambe simili alle mie con una madre con gambe bellissime mi ha irritata per lungo tempo.

Mia madre da giovane non era graziosa o carina, mia madre era bella, ma bella sul serio; mio padre aveva 12 anni più di lei, era abbastanza pelato e grassoccio. Credo che lei lo abbia sposato per andarsene di casa, a 25 anni una donna doveva essere sposata a quei tempi, e perché lui le assicurava sicurezza. Lui credo che l’abbia sposata perché era bella, e non solo. Si sono amati? Non lo so. Di certo lui si è preso cura di lei durante il loro matrimonio, lei gli è stata vicinissima durante la sua malattia e la sua morte l’ha distrutta. Non credo sia stato un grande amore romantico e appassionato, ma quanti davvero possono dire di essere il frutto di un amore romantico e appassionato; e quanti l’hanno vissuto ‘sto famoso grande amore, e se l’hanno vissuto quanti hanno deciso, e sono stati capaci, di farne il centro della propria vita familiare?

Francesca Matilde Ferone cerca di rubare gli occhiali da teatro di sua madre. Illustrazione di Sandro Quintavalle

Vediamo se riesco a vedere il mondo come lo vedi tu

In questi giorni mentre mi arrivavano cartelle delle tasse errate, mi facevo la lista delle cose pratiche e burocratiche da fare a breve, mi trovavo ad affrontare un problema inaspettato ho pensato spesso a lei. La morte crea un sacco di problemi burocratici e proprio mentre vorresti vivere il tuo dolore in pace ti ritrovi a girare per uffici pubblici, studi di notai e cubicoli bancari. Io e mio fratello abbiamo passato molto tempo del primo mese dopo la morte di mio padre seguendo questa giovane donna nel tour de force burocratico che ha accompagnato la morte di suo marito.

Mio padre diceva di avere 3 figli: io, mio fratello e mia madre. La più grande di quei 3 figli dopo la sua morte ha dovuto badare ai più piccoli. Negli anni i più piccoli si sono trovati a badare a quella grande. Da adulta spesso mi ritrovo a provare un amore intenso per quella donna che in pochi mesi ha visto crollare quel po’ di serenità che aveva e si è trovata ad avere la responsabilità di crescere due bambini, una di quasi 10 anni e uno di 6 anni e mezzo, da sola. Lei, la terza figlia di mio padre, ha reagito come ha potuto. Vi prego, astenetevi dal raccontarmi come tante persone superano anche problemi più seri: parlare delle vite degli altri è facile ma in alcuni momenti tacere è doveroso.

Le persone reagiscono in maniera differente agli eventi, la reazione dipende dalla propria storia personale e dal proprio carattere. Ci sono donne che rimangono vedove con figli anche più giovani e in condizioni ben peggiori di quelle in cui si è trovata mia madre e reagiscono benissimo e donne più fragili che reagiscono come ha fatto lei, o peggio di lei, anche in situazioni all’apparenza più facili.

Riuscire a non dare giudizi quando si tratta della vita e dei dolori altrui è segno di intelligenza e sensibilità. Regalarsi il lusso di capire la propria storia e le storie di chi ci ha generati, di chi ci ha cresciuti, di chi si è trovato a gestire, anche se a distanza, situazioni difficili, è il dono più grande che ci si possa fare.

Non conosco bene la storia dei miei genitori, non conosco bene la storia dei miei nonni. Non conosco la storia di tante persone, e forse non ne conosco neanche l’esistenza, che sono state importanti per la mia famiglia e hanno contribuito a fare dei miei genitori le persone che sono state. Ho riportato a galla racconti e parole ascoltate per caso, ho fatto collegamenti e ricostruito eventi, legami, ambiti sociali e culturali; tento di capire me stessa e la storia da cui vengo. La storia che ne ho ricavato è mutabile, non so come stanno esattamente le cose, non lo saprò mai, nessuno sa mai esattamente come stanno le cose. Ognuno riporta il mondo al suo modo di vederlo e di sentirlo.

Una cosa però la so, la seconda guerra mondiale, come tutte le guerre, ha creato danni irreversibili in tante famiglie.
Se non l’avete mai fatto ascoltate i racconti di chi quegli anni li ha vissuti, di chi ha visto rovesciarsi situazioni, di chi ha visto dividersi la vita in prima, durante e dopo, anche se all’epoca era un bambino. La madre di mia madre mi ha raccontato spesso il prima, il durante e il dopo. Tra il prima e il dopo nella famiglia che i miei nonni materni avevano composto si è creata una frattura mai sanata. Mia madre è il frutto di quella storia che conosco poco.

Mia madre dopo la morte di mio padre è stata supportata da molte persone. Ma mia madre è stata anche molto usata. Dopo la morte di mio padre il mondo di mia madre si è diviso in due mondi ben distinti, uno formato da quelli che per affetto verso di lei, o verso mio padre, anche se non c’era più, l’hanno aiutata, nei limiti e nei modi in cui potevano farlo, sempre in buona fede, e uno formato dagli  altri. Le fragilità di mia madre sono state usate contro di lei da persone molto per bene e rispettabili. Ringrazio queste persone, mi hanno fatto capire molto presto che titolo di studio e posizione sociale non fanno di una persona una brava persona.

Mia madre è morta a neanche 53 anni per un tumore al seno curato di merda da luminari dell’oncologia uniti a luminari della psichiatria. No, non sono pazza, abbiamo avuto la conferma da vari medici, nessuno medico è stato disposto a mettere per iscritto quello che diceva. No, non è stata curata male perché è stata curata a Napoli, è stata curata male perché siamo stati capaci di incasellare il peggio del panorama medico napoletano. Peccato che quel panorama aveva un’ottima reputazione e ottime referenze.
Grazie a una malattia di mio suocero posso tranquillamente affermare che la sanità lombarda ha un livello di cialtroneria identico a quella campana. Essere un primario in un reparto ospedaliero, o un professore universitario, non rende una persona automaticamente una persona perbene, o un bravo medico, o una persona affidabile.

Mia madre soffriva di depressione bipolare anche prima della morte di mio padre, questo me l’ha detto una delle sue sorelle quando avevo circa 13 anni. All’epoca non si sapeva bene cosa fosse la depressione bipolare. Le rare volte che mia madre ha deciso di farsi visitare i medici, per molti anni, non sono stati in grado di fare una diagnosi corretta; quando la diagnosi è stata corretta la cura è stata peggio della malattia. Mia madre, a detta di mia zia, aveva manifestato i primi problemi di depressione dopo la nascita di mio fratello, in seguito c’erano stati altri episodi. Mio padre si era sempre preso cura di lei, di me e di mio fratello cercando di non farci pesare la situazione. Anche mio nonno materno dopo la seconda guerra mondiale aveva manifestato problemi simili: entrambi sono stati curati di merda, entrambi non hanno mai voluto accettare la loro malattia, in entrambi i casi molte delle persone che gli stavano attorno non hanno voluto, o potuto, vedere. Nel caso di mia madre parlo di quello che è successo dopo la morte di mio padre.

Hey gente trovarsi di fronte a cose che ci fanno paura, che rompono il nostro concetto di normalità, o che ci riportano a momenti brutti della nostra vita, non è facile. E poi, facciamo a capici, gli ambienti in cui viviamo e di cui vogliamo essere parte integrante ci condizionano. Se in un determinato ambiente alcune cose sono considerate tabù e desideriamo essere parte di quell’ambiente ci teniamo alla larga da queste cose e se queste bussano alla nostra porta le neghiamo. I comportamenti delle persone vanno inseriti in contesti sociali, epoche e storie personali, non mi stancherò mai di dirlo.

Come ho detto mia madre era bella e aveva gambe perfette. Io sono stata una bambina cicciotta e un’adolescente obesa, poi una post adolescente dimagrita, ingrassata, dimagrita, ingrassata. Mia madre a un certo punto della sua adolescenza è ingrassata tantissimo, in pochi mesi è dimagrita ed è rimasta magra fino a pochi anni prima della sua morte. È ingrassata quando un luminare della psichiatria l’ha riempita di psicofarmaci un po’ a cazzo. Sì molti psicofarmaci hanno come effetto un aumento di peso, anche quelli prescritti per risolvere disturbi alimentari che portano al sovrappeso.

Non sono contraria agli psicofarmaci ma sono contraria al loro uso scriteriato, dannoso e inutile. Sono contraria a quei medici che si nascondono dietro i loro titoli per non ascoltare i loro pazienti e le loro famiglie. Sono contraria ai medici che trattano i pazienti e le loro famiglie come se fossero elementi di una catena di montaggio veloce e spersonalizzata.

Con mia madre ci siamo insultate moltissimo, aggredite, augurate le peggio cose. Con mia madre ci siamo amate in maniera intensa, fortissima. Siamo state una madre magra, bella, con gambe spettacolari e una figlia grassa, magra, grassa, magra, e così via, ma sempre con delle gambe di merda. Mia madre nei suo momenti feroci me l’ha fatto pesare moltissimo questo paragone, io l’ho odiata e le ho reso la pariglia come potevo.

Nell’armadio ho una sua camicia di seta e un suo pantalone nero tipo pigiama palazzo, li ho conservati sperando di entrarci prima o poi: sono una taglia 42 stretta non ci entrerò mai. Mia madre li indossava dopo aver partorito due figli, li indossava corredati di un paio di scarpe con le zeppe e tacchi altissimi, l’unico paio di scarpe coi tacchi davvero alti che ricordi abbia mai indossato. Li usava per uscire la sera con mio padre, abitavamo ancora nella casa di via Gennaro Serra. In quel periodo lei aveva i capelli lunghi fino alle spalle, li ha sempre portati corti tranne che in quel periodo, da piccola non solo volevo capelli lunghissimi volevo anche una mamma coi capelli lunghi.

Mi rivedo piccola: la guardo e la trovo bellissima, finalmente ha i capelli lunghi, non quanto vorrei ma per il momento va bene così, e porta quelle scarpe belle, eleganti, con tacchi altissimi. Le scarpe non so che fine abbiano fatto, da piccola con quelle scarpe ho fatto passeggiate per casa, brevi e claudicanti. Adoravo anche i suoi occhiali da sera, aveva questi occhiali che usava solo in occasioni speciali, la montatura era bellissima, piena di brillantini ed elegantissima. Appena potevo glieli rubavo, mi piaceva guardarmi intorno indossando quegli occhiali, tutto sembrava più grande e nello stesso tempo più lontano.

Mia madre aveva un’eleganza naturale e un occhio pazzesco per i vestiti. E lei che mi ha insegnato a mischiare vestiti del mercato e vestiti più costosi, non di marca, non firmati, sartoriali, di buoni materiali e buona fattura. Anni fa una persona mi ha detto che ho un buon occhio nello scegliere le cose, è vero, l’ho preso da quella donna bella, fragile, intelligente, e a volte stupida, che mi ha generato.

A lei devo molte delle mie passioni. Con mia madre dopo la morte di mio padre sono andata a cinema a vedere di tutto: film di Woody Allen che ho adorato e adoro, film di Ingmar Bergman che ho odiato, sono certa sia un grande del cinema universale ma tuttora mi rifiuto di vedere un suo film. Il cinema di Bergman non è il massimo per un’uncinenne normale, senza aspirazioni intelletualoidi precoci. Abbiamo visto insieme Guerre Stellari e i film di Mel Brooks, mi ha portato a vedere a cinema quel drammone western che è Duello al sole, durante le proiezione di quel film mi sono innamorata follemente di Gregory Peck e ho finalmente conosciuto Jennifer Jones, la sosia di mia zia Anna da giovane, una delle sorelle di mia madre. Mia madre mi ha portata in giro per musei e mostre. Mia madre mi ha insegnato ad amare il teatro e mi ha insegnato l’amore per gli accessori di abbigliamento: particolari, non banali, mai volgari o inutilmente stravaganti.

 

Per anni mi hanno detto che ero il ritratto di mio padre, negli ultimi tempi molti dicono che somiglio a mia madre nei suoi momenti migliori. Chiariamo lei era davvero bella, era molto più magra di me e più naturalmente elegante, ma è vero negli ultimi anni somiglio un po’ a lei da giovane. Per anni dirmi: “Somigli a tua madre” era la peggiore offesa che mi si potesse fare, ora no, ora so che per molte cose, nel bene e nel male, è vero, le somiglio. Come è vero che somiglio a mio padre. Sta a me essere me stessa, e riconoscendo il meglio di loro che c’è in me, portarlo alla luce con orgoglio.

Io e Sandro stiamo insieme da 21 anni, in questi 21 anni lui ha subito una caratteristica che ho ereditato da mia madre che rende una passeggiata con me una corsa con meta indefinita: mia madre non passeggiava, non camminava, mia madre correva. Ho passato dopo la morte di mio padre molto tempo a correre dietro di lei cercando di tenere il suo passo, quel passo ormai è mio. Sandro ne paga le conseguenze e spesso quando usciamo mi urla dietro invitandomi a smetterla di correre e provare a passeggiare perché non ci insegue nessuno. Io mi arrabbio, non capisco cosa vuole, io passeggio non corro è lui a essere lento, e camminare più piano mi irrita. Facciamo questo, da 21 anni, ogni volta che usciamo a farci una passeggiata, se lui aumenta il passo mi irrito io e lo accuso di correre, e così andiamo avanti. Una nostra uscita senza questi intermezzi stizziti e comici avrebbe qualcosa di strano. Da mia madre non ho ereditato le gambe ma il passo sì. Forse lei aveva gambe così belle perché camminava tanto a velocità elevatissima. Sto provando a vedere se questa teoria funziona su di me ma i risultati sono molto scarsi.

Mio padre non c’è più da quasi 40 anni, mi manca moltissimo, ma pensare a lui per quanto dolorosissimo mi da una sensazione di calore, calma, affetto, amore. Mia madre è un pezzo della mia vita molto più complesso, fatto di repulsione e grande amore. Tornare a lei è fondamentale se no resto ferma e non mi muovo più; mi impantano in una parte buia, fredda e pericolosa di me stessa. Mia madre è morta da più di 22 anni, ho 48 anni e una cosa l’ho imparata, l’ho già detta, ridetta e ripetuta, la ripeto: mia madre, come tutte le persone, nel bene e nel male, va inserita in una famiglia, in un ambiente sociale, in un periodo storico, in una cultura. Le persone sono esseri complessi, molto complessi, i rapporti che le uniscono e le allontanano a volte sono matasse aggrovigliate di cui non si riesce a trovare il capo. Ma se davvero lo si vuole, dopo aver preso le necessarie distanze — distanze temporali e distanze fisiche sono indispensabili, è triste dirlo ma l’immersione nella quotidianità allontana — con calma, pazienza, tempo, dolore, il capo della matassa si trova e, molto lentamente, inizia a sbrogliarsi. Ho detto inizia.

4 thoughts on “La mamma è sempre la mamma

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