Personal design

Personal

Se mi incrociate per strada in questo periodo è probabile che rimaniate un attimo a guardarmi, soprattutto se siete donne. Non lo farete perché sono gnocchissima, neanche perché sono un cesso totale, neanche perché faccio cose particolarmente stravaganti camminando. Lo farete per i miei capelli.

Attualmente sono corti e bicolori. Un po’ castani e un po’, un bel po’, bianchi. Se mi incontrerete la settimana prossima saranno ancora più bianchi e corti, ma sempre bicolori. Sono in fase di muta, sto facendo un esperimento sull’animale Francesca Matilde Ferone. Voglio vedere come sta con i capelli quasi del tutto bianchi, con un taglio cortissimo, fighissimo, molto maschile nell’immaginario di molti, ma se ben portato iperfemminile. No, non mettendoci lustrini e paillettes, ma sentendoselo addosso e intonandolo con sé.

Francesca Matilde Ferone versione Frederick Frankenstein produce persone in serie. Illustrazione di Sandro Quintavalle.

SI… PUÒ… FARE!

Giorni fa durante il momento della cazzata giornaliera ho postato su Facebook tre foto di me, dei miei capelli attuali. Mi ha risposto Susy Castillett, non ci conosciamo di persona, prendendomi amabilmente per il culo, ci stava. Poi abbiamo avuto una breve chiacchierata, la riporto di seguito con il suo permesso, che ha dato il la definitivo a questo post su un argomento all’apparenza futile e banale.

Susy — Ma chi ti ha messo l’elmetto in testa? Comunque apprezzo sempre chi osa. Brava!

Francesca — È un taglio bellissimo, mi sta da dio e devi vedere ora che diventa più corto e sempre più bianco. Emoticon smile
. Eh sì pensavo che la settimana prossima, al taglio mensile dirò a Titti di mantenere il taglio, ma più corto, come si fa con i bambini. Adoroooo. Emoticon smile

Francesca — Che poi è più un giocare che un osare. Emoticon smile

Susy — Beh, dipende. Nel gioco non c’è la sfida del “mettersi in gioco” e pertanto osare. A volte io vorrei, ma poi subisco dei freni. Comunque il taglio ti sta bene, e sono convinta che anche il bianco ti donerà, magari con un po’ di trucco. Aspettiamo questa metamorfosi. Emoticon smile

Francesca — Beh il progetto è quello: capello bianco ma con un taglio perfetto e sempre un po’ di trucco. Anche qui sono un po’ truccata ma come riesco a venire di merda nelle foto io, pochi ; -). Forse il punto è la sfida che sfida non dovrebbe essere ma solo gioco. Ci sto scrivendo un post, vedremo cosa ne viene fuori. Spero qualcosa di sensato. Emoticon smile

Susy ha toccato il punto: a me piace l’idea di giocare con il mio aspetto ma nel contesto in cui vivo, dove viviamo tutti, se ti allontani dagli schemi prestabiliti del branco dominante il giocare diventa osare, perché, come dice Susy, c’è la sfida. La sfida agli sguardi della gente, a volte incuriositi, spesso derisori, a volte solo immaginati nella nostra testa per paura e insicurezza. Gli sguardi incuriositi possono essere anche di simpatia, sguardi che trovano nella diversità un nuovo spunto, un qualcosa di differente e inaspettato che piace o fa simpatia.

Se si vive in un luogo con una mentalità chiusa la maggior parte sono sguardi di branco, sguardi derisori che sottendono: “ma come si è combinata quella”. Sguardi ironici, sarcastici, che vogliono mettere a disagio, e possono portare a comportamenti palesemente sgradevoli.

Se state pensando che sto esagerando siete degli ipocriti. Il nostro aspetto viene dettato dalla legge del branco, nel 2015 possiamo decidere a che branco appartenere e il contesto in cui vivere, ma sempre in branco viviamo.

Napoli ha diversi branchi, ogni branco ha luoghi suoi. In alcuni luoghi i branchi si mischiano, luoghi dove il diverso da sé viene, comunque, vissuto come fastidioso, ma essendo territori comuni si tollera di più. Napoli è, in questo, come qualsiasi altra grande città.

Sotto sotto lo facciamo tutti: tolleriamo i branchi differenti dal nostro fintanto che ognuno rimane nel suo territorio, o se ci si trova territorio neutro, ma quando uno, o più componenti, di altri branchi entrano nei nostri territori o attacchiamo o ci mettiamo sulla difensiva.

L’aspetto delle persone indica chiaramente il branco d’appartenenza, reale o desiderato. I vestiti che indossiamo, il modo di portare i capelli, le scarpe, la lunghezza, la forma e il colore delle unghie, il modo di truccarsi, dicono chi siamo, o chi vorremmo essere. Vale per le donne e vale per gli uomini.

Anna Turcato, consulente di immagine, spiegando il suo lavoro dice:

Gli abiti vestono noi mentre noi li vestiamo della nostra personalità, la nostra postura, il nostro modo di essere.
E tutto questo va a costituire la nostra immagine. Ogni vestito è di per sé un racconto, il racconto del suo produttore, il racconto della stoffa con cui è stato confezionato, il racconto dei dettagli che lo impreziosiscono, del taglio e delle forme, dell’ispirazione di chi lo ha creato, del marchio di cui porta il logo.

Se questo racconto predomina sul nostro mentre lo indossiamo diventiamo degli splendidi manichini.
Se invece il racconto dell’abito si sposa perfettamente con il nostro racconto, lo spiega visivamente senza forzature e viene arricchito dal fatto che siamo noi a portarlo non saremo più manichini, saremo megafoni e non del brand, di noi stessi.

Sono sempre più meravigliata  dall’attuale successo di consulenti di immagine, coach, e altre professionalità che servono a dirci chi siamo, cosa vogliamo, come possiamo essere realmente noi.  Ho la netta sensazione che forgino persone irreggimentante in un modo di pensare dominante: loro stesse solo se aderenti a un modello proposto, anche molto lontano da sé. Potrei sbagliarmi, sono un’osservatrice esterna di certi fenomeni. Il punto è che viviamo in una società fintamente libera in cui tutti ci omologhiamo a modelli predefiniti illudendoci di essere liberi pensatori. Come ho detto sopra la libertà attuale è costituita dalla possibilità di scegliere il branco a cui appartenere.

Tornando ad Anna Turcato, qui il post citato, se, con le sue consulenze e i suoi corsi, riesce a tirar fuori gli aspetti migliori di una persona senza cercare di trasformarla in qualcos’altro ben venga il suo lavoro. Io ho imparato a truccarmi e vestirmi meglio grazie a dei tutoria di make up e a un programma televisivo seguito con ironia. I consigli di persone competenti che ci aiutano a trovare il meglio di noi stessi senza stravolgerci sono consigli preziosi.

Susy nella nostra chiacchierata su Facebook mi parlava di osare, della differenza tra gioco e mettersi in gioco. Mi diceva, ok capelli corti e bianchi ma a questo punto ci vuole un po’ di trucco. E qui sta il punto: ho deciso di tagliare i capelli molto corti e smettere di tingerli non perché ho deciso che del mio aspetto non mi frega niente, ho deciso semplicemente di avere un aspetto aderente a me, in questo momento.

Nel mio immaginario mi vedo con il mio bellissimo taglio di capelli, i capelli sale e pepe o bianchi, un trucco leggero ma un rossetto rosso; vestita con abiti che mi appartengono. Il mio progetto di me stessa ha molte incognite: sono pigra, non mi trucco spesso e odio struccarmi, ma nello stesso tempo d’inverno tendo ad avere delle occhiaie da paura e sono pallida, insomma un trucco leggero ci sta. Il capello corto grigio, o bianco, come lo intendo io, deve essere sempre tenuto perfetto.

A modo mio sto aderendo a un modello: donne che ho incrociato nella realtà e donne famose, e quel modello richiede cura. Una cura esteriore ma anche interiore. È un modello che mi invita a fregarmene del sorrisetto cattivo, dello sguardo di derisione, del comportamento palesemente scortese.

Ognuno è frutto della sua storia; per scelta e per caso ho frequentato ambienti diversissimi, ho imparato che le persone sono uguali ovunque: cambia l’ambiente sociale e il pensiero dominante in cui si muovono. La mescolanza di ambienti, il sentirmi un po’ estranea e un po’ partecipe a tutti, ha creato un mio modo di pensare trasversale e questo mi ha portato, circa 10 anni fa, a iniziare a realizzare le Piccole Sculture da Viaggio: ornamenti per il corpo in metalli preziosi e non preziosi lavorati all’uncinetto, con tecniche orafe da banco o a cera persa. Unire il meglio di vari ambienti mi ha dato la libertà di pensiero che mi è indispensabile quando progetto e realizzo una delle Piccole Sculture da viaggio.

Le Piccole Sculture da Viaggio sono pezzi unici, quando realizzo più pezzi dello stesso modello il risultato non mi appartiene. Ogni pezzo rimane unico, caratteristica di tutto ciò che viene realizzato a mano, ma la differenza tra il pezzo realizzato per primo e gli altri è chiara: nel primo ci sono io, la mia curiosità, il mio entusiasmo; la stanchezza e la rabbia perché il risultato non è come voglio, la ricerca di soluzioni tecniche che mi portino dove desidero. Nei pezzi successivi c’è lavoro, passione, attenzione, pazienza, ma è come se mi allontanassi, sono meno presente. Le Piccole Sculture da Viaggio hanno ragion d’essere nell’ottica del pezzo unico. Le clienti con cui entro in sintonia sono quelle che indossando una Piccola scultura da viaggio si sentono a casa; hanno sempre qualcosa della donna che vorrei essere, del mio modello. Se potessi scegliere venderei solo a donne così, donne a cui non passerebbe mai per la testa chiedermi: “Ma non hai qualcosa tipo …?” indicando qualche marchio famoso, industriale e seriale. Lo so, tutto questo è assolutamente contrario a ogni legge di mercato e fa tanto pseudoartista.

Le Piccole Sculture da Viaggio nascono prima di tutto per me, non realizzo mai qualcosa che non indosserei, le donne che decidono di indossarle spesso sono diversissime da me, ma abbiamo, sempre, un tratto in comune: la curiosità verso il mondo.

Design

Critica portatile al visual design di Riccardo Falcinelli è un libro importante, uno di quei rari libri scritti in un linguaggio chiaro che parlando di un argomento apre porte su varie direzioni diverse invitandoti a curiosare.

Il nostro aspetto è parte del visual design, per quanto ci crediamo indipendenti ed estranei a mode, usi e costumi, abbiamo tutti dei riferimenti ben precisi. Le parole di Falcinelli hanno dato forma chiara a pensieri che mi gironzolavano per la testa ma che non riuscivo a focalizzare.

[…] colore della pelle (naturale o artificiale), la pettinatura, gli occhiali o il cappello sono portatori di significati articolati. […] anche le mode infatti sono forme di serializzazione, e le pratiche sociali irreggimentano i corpi secondo standard che sono sempre forme simboliche.

Copia, interazione e serie sono caratteristiche dell’industria, ma finiscono per influenzare anche i modi in cui viviamo al di fuori del design: pettinarsi in una determinata maniera è l’interazione di un modello che si è visto da qualche parte: nei film, nelle pubblicità, sulle riviste. La società promuove certe regole e certi prodotti ( in Occidente il rossetto è approvato ma il tatuaggio sulla fronte no) e così, regolamentando gli standard si attiva una disciplina del volto.

Facciamo la fila di fronte alla Gioconda per ammirare l’originale di una copia che abbiamo già conosciuto altrove. In maniera simile, ogni giorno davanti allo specchio, attuiamo sul nostro volto la copia di un modello che abbiamo imparato a desiderare altrove. 

Come ho detto Critica portatile al visual design va in varie direzioni: il design senza un contesto storico, culturale, sociale ed economico non esiste. Ho un debito di gratitudine verso Riccardo Falcinelli e Lev Tolstoj, mi è capitato di leggerli in contemporanea, insieme hanno reso vividi pensieri sfocati.

Critica portatile al visual design 

[…] L’aspetto pericoloso di qualunque modello culturale è uno solo: la società (ogni società) fa passare la propria ideologia come naturale, e quest’azione, esercitata dapprima sui propri cittadini come ovvio modo di vivere, viene proposto fuori come il migliore modo di vivere (ed è tra l’altro un’eccellente arma di marketing).

Qualsiasi esperienza non affiancata da strumenti critici, finisce per essere considerata naturale, con la conseguenza che non la scegliamo davvero, ma la subiamo.

Guerra e pace Lev Tolstoj

“Nella nostra epoca (parlava della sua epoca come in genere amano parlarne le persone limitate, che credono di aver scoperto tutte le peculiarità del presente e che le peculiarità degli uomini mutino col tempo) […] ”

“Per abitudine Natasa guardava le toilettes delle signore, criticò la tenue di una signora che le stava vicino […] poi ripensò con dispetto che gli altri criticavano lei, come lei criticava gli altri”

Come ci ricorda Riccardo Falcinelli i modelli culturali ci impregnano così tanto da farci dimenticare che sono un insieme di convenzioni, usi, costumi, modi di pensare comuni che ci siamo dati per vivere insieme trasformandosi nelle nostre menti in normale, naturale. La maggior parte delle persone che vive in un determinato modello sociale ne accetta le regole, quando non è così nasce un nuovo modello di società. La nostra estetica indica a quale branco apparteniamo all’interno di un modello modello sociale ben preciso e fino a che punto ci conformiamo a esso.
Come fa notare Tolstoi la natura umana, all’interno dei vari modelli sociali, è sempre uguale a se stessa, immutabile.

Lo ammetto, questo post senza le parole di Riccardo Falcinelli sarebbe formato da pensieri senza una struttura lineare, se state pensando che questo post è formato da pensieri senza una struttura lineare sappiate che sarebbe peggio. In Critica portatile al visual design Falcinelli riassume con chiarezza concetti che ho incrociato in molti libri di psicologia del marketing tratti da studi di psicologia sociale:

Design e serializzazione riguardano dunque le cose e le persone, e queste si riflettono a vicenda. […]

Una volta soddisfatte le necessità elementari, qualunque società elabora sistemi simbolici complessi a cui corrispondono altre necessità più articolate e astratte; si passa così dai bisogni ai desideri, e l’insoddisfazione di questi ultimi conduce non più alla fame o alla morte, ma alla frustrazione. Condizione prontamente sfruttata dal consumo che da una parte sembra avanzare soluzioni di appagamento, dall’altra propone nuovi desideri da soddisfare. […]
Non si tratta però di un’invenzione dei pubblicitari, anzi questo è il tema portante delle narrazioni dall’Ottocento in poi. I personaggi di Stendhal o di Flaubert sono i primi a raccontare la difficoltà di armonizzare se stessi con le circostanze sociali, e un dilemma del genere è impensabile al di fuori del mondo moderno. In altre epoche e in altre economie, più che l’identità contavano le pratiche. Nel Medioevo un cavaliere, un re o un contadino hanno anzitutto un ruolo nella società, non un’identità. Questo ruolo preciso, simile a un abito con cui ci si presenta agli altri, comporta uno scollamento dell’interiorità dalle pratiche sociali […] Anche la divisione in classi cambia i suoi parametri: non sono più solo il censo, la ricchezza, l’educazione a dividere gli uomini, ma il riconoscersi o meno in un gruppo o in un altro. […] Una volta che il sistema sociale ha stabilito le coordinate, il marketing ha vita facile, perché l’identità non è solo un fatto personale ma il fondamento di tutta la comunicazione […] A ciascuna identità il visual design conferisce così uno stile, un logo, un’immagine coordinata, delle narrazioni, delle mitologie e dei sistemi di funzionamento. E il pubblico potrà scegliere a quale identità visiva appartenere, a quale tribù. […] In questo panorama, il rischio è che l’identità smetta di essere qualcosa che si fa o che si è, per diventare qualcosa che si consuma. […]

A me sta cosa non piace, mi piace pensare di avere apertura mentale e libertà di pensiero; poi rifletto e mi rendo conto che se da una parte, in qualche modo, è vero, dall’altra finisco con l’ingarbugliarmi nella rete di pensieri, modi di agire, sentire della mia tribù di appartenenza. Sì, anch’io ho una tribù, alla quale non aderisco pienamente, sulla quale ho molti dubbi e domande, ma esiste; un altro membro della tribù lo riconosco al volo.

Partire dai propri capelli e scivolare nella critica sociale, solo una ossessionata dai propri capelli, che andava in giro con dei mutandoni in testa a mo’ di chioma lunga e fluente, poteva avere un’idea ‘sì bizzarra. Faccio notare che parlo di me stessa in terza persona, non è un buon segno.

Riassumendo l’animale Francesca Matilde Ferone continua il suo esperimento su l’animale Francesca Matilde Ferone: capello cortissimo, bianco o grigio, vediamo tagliando quello che esce, un trucco leggero, rossetto rosso. L’esperimento potrebbe essere azzerato dai seguenti motivi:

“Ma che cavolo sto facendo, sto di merda, di corsa a fare la tinta”, oppure: “Sì, sto bene ma sono pigra, truccarmi tutti giorni mi scoccia, e poi se non inventano lo struccatore automatico come faccio a dar spazio alla mia parte pigra a cui continuo a sottrarre attenzione”, o: “Rivoglio li boccoli lunghi, fluttuanti, colorati, mesciati, shatusciati”.

Mi spiace ammetterlo sto solo cambiando pettinatura non sto facendo azioni coraggiose per salvare il mondo. Ma per quanto vanesio e futile sia un cambio di pettinatura se non conforme alle regole sociali in uso diventa un gesto rottura. Nel momento in cui decido di giocare con il mio aspetto in qualche modo mi metto in gioco nel contesto in cui vivo e devo accettare le reazioni e gli sguardi che incrocio. Questo mi dà un vantaggio, mi dice, con chiarezza, chi ho di fronte e quanto mi interessa, o meno, interagire con lui/lei.

Così come odio i conformismi così odio gli esibizionismi: mi piacciono le persone il cui aspetto corrisponde a una ricerca interiore, quelle che riescono a trovare il pezzo unico, a valorizzarlo, a indossarlo facendolo proprio, se no si cade in una stravaganza vuota. Lo stesso vale per il modo di pensare, agire e stare al mondo: un conto è avere apertura mentale e curiosità verso il mondo, cose che creano dubbi e portano a una ricerca continua, spesso estenuante, a volte sterile, un altro è cadere nell’individualismo fine a se stesso e nel pensare solo ai fatti propri, modo di pensare e agire molto in voga attualmente.

Ognuno ha i suoi modelli, ognuno ha il suo branco di riferimento, anche se poco numeroso. A me piace l’idea di un branco di persone curiose, leggere, serie ma non seriose, allegre con intelligenza, ironiche ma non sarcastiche. Ogni tanto incrocio persone che potrebbero appartenere a questo branco, ci riconosciamo, e capita, anche, che ci salutiamo istintivamente, senza conoscerci.

‘Sto post è finito, al grido: “Giocate non Osate” vi saluto. Andate in pace.

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