Ognuno ha i suoi ricordi. Ciao Giancarlo

Il 23 settembre 1985 avevo 18 anni, compiuti da poco più di un mese, pesavo quasi 100 chili, avevo cambiato scuola perché ero stata bocciata dopo essere stata rimandata a settembre: filosofia, promossa; fisica e chimica, bocciata. Facevo il liceo classico eh! Quel pomeriggio l’avevo passato in libreria con mia zia per comprare i libri scolastici, immagino di aver litigato con mia madre, come sempre in quel periodo, e verso le 21,00 ero davanti alla televisione.

Una serata normale in un periodo di merda.

Se hai 18 anni, pesi 100 chili e sei piena di brufoli non hai molti ragazzi dietro, allora sogni, prendi cotte improbabili e fantastichi, anche, su ragazzi fighi che abitano dalle tue parti. Nel palazzo di fronte al mio abitava un ragazzo magro, alto, bruno, capelli un po’ lunghi e occhiali, molto carino e con un’aria simpatica. Aveva otto anni più di me, questo l’ho scoperto dopo, e aveva una specie di geep decapottabile verde. Quel ragazzo mi piaceva da morire, non ci conoscevamo, non ci eravamo mai parlati, non sapevo il suo nome. Non che abbia mai avuto una cotta per lui ma decisamente mi piaceva.

Asso di bastoni e asso di cuori. Illustrazione di Sandro Quintavalle

Bastoni, cuori: scegli la carta, o rimani a guardare

Ci sono giornate di merda in periodi di merda così uguali a se stesse che passano senza lasciare traccia, il 23 settembre 1985 non è una di quelle giornate.

Uno, due, tre, quattro – oggi ho letto 10, non so se sia vero – spari, spari, spari; la corsa in camera di mia madre, le sue urla rivolte a me e mio fratello: “Allontanatevi dalla finestra, non vi affacciate, sparano!”

Io abito ai confini tra Vomero e Arenella, zona bene, io abito in un viale di professionisti, io non abito dove si spara. E invece è un’illusione, sparano.

Dal mio viale, che viale non è ma strada privata, iniziano delle scale che portano alla fermata della metropolitana di Salvator Rosa, sono aperte da circa 12-13 anni, da quando è in funzione la metropolitana collinare. 30 anni fa la metropolitana era in costruzione e dove iniziano le scale c’era un muro. Se passate da via Romaniello, andando a prendere o uscendo dalla metropolitana, poco prima dell’imbocco delle scale, o appena ne uscite, incrociate un palazzo, sotto quel palazzo ci sono dei posti auto, sul muro del palazzo, davanti il primo posto auto, c’è una targa alla memoria di un ragazzo.

La corsa mia e di mio fratello in camera di mia madre, le sue urla, gli spari. Dopo un po’ ci affacciamo: un’ambulanza, polizia, gente affacciata, gente giù. C’è una macchina parcheggiata sotto il palazzo di fronte, dentro, al posto del guidatore, c’è un corpo riverso, è una geep decapottabile, la capotte è aperta.

La fine del mondo, e lì è finito un mondo.

Ci sono giornate di merda in periodi di merda che si perdono nella nebbia della normalità e giornate dove il mondo cambia. La sera del 23 settembre 1985 un ragazzo molto carino, dall’aria simpatica, con una macchina figa è stato ucciso. Aveva compiuto 26 anni da pochi giorni, era un giornalista de Il Mattino di Napoli, si occupava di camorra, scriveva articoli che non piacevano ai boss, non aveva protezioni, non era assunto dal giornale. Quel ragazzo si chiamava Giancarlo Siani.

Tutte le informazioni su quel ragazzo le ho sapute dopo, da gente del palazzo, dal portiere, dai giornali, dalla televisione. Fino a quella sera, a quegli spari, per me era una ragazzo carino, che mi piaceva molto, con una macchina figa, di cui non sapevo il nome.

Oggi è il 23 settembre 2015, sono passati 30 anni, in questa città, bellissima e durissima si continua a sparare, soprattutto in alcune zone. Si continua a vivere, si continua a morire, molti muoiono ammazzati, meno di prima in verità. A Napoli c’è degrado e c’è lavoro onesto, persone perbene. C’è chi parte, c’è chi rimane, c’è chi torna. C’è chi distrugge e c’è chi ostinatamente costruisce o ricostruisce. C’è chi vive indifferente a tutto, pensando ai fatti suoi, spesso lamentandosi. In questa città c’è gente di merda, persone splendide, e una maggioranza di ignavi.

Da questa città sono stata lontana 18 anni, in questa città ho scelto di tornare. In questa città ho incrociato per anni, tornando a casa o uscendo, un ragazzo carino, più grande di me, che mi piaceva. Quel ragazzo è stato ucciso nella sua macchina, sotto casa sua, mentre parcheggiava, una sera di settembre come tante, 30 anni fa. Quel ragazzo è diventato un simbolo, da usare, spesso e volentieri, a proprio piacimento.

Io ricordo un bel ragazzo dall’aria simpatica e con una macchina figa, quel ragazzo mi piaceva molto. Ciao Giancarlo, dal 23 settembre 1985 so il tuo nome.
P.S. Nel post c’è un’inesattezza: dico che la capotte era aperta. Dopo aver messo on line questo mio ricordo mi è capitato di vedere foto di quella sera, la capotte  era  chiusa. Ho deciso di lasciare il post intatto perché nel mio ricordo è aperta. La memoria fa brutti scherzi, devo aver fissato insieme al ricordo di quella sera, immagini viste dopo e creato un ricordo mio, una mia immagine mentale. Lo facciamo tutti, è una cosa naturale. Forse la capotte  è stata aperta in un secondo momento da chi è intervenuto quella sera, ma questa è solo un’ipotesi senza fondamento. Questo non è un articolo di cronaca, è un mio personalissimo ricordo, per questo lascio l’inesattezza evidenziandola.

N.B. Oggi, 23 settembre 2016, sul muro di fianco al posto dove Giancarlo Siani parcheggiò la macchina quella sera, e subito dopo venne ucciso, è stato inaugurato un murales che lo ricorda. Se passate per questa stradina fermatevi a guardarlo, leggete le parole che ci sono scritte. Parlano di un ragazzo e di quello in cui credeva.

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