Vengo anch’io, no tu no!

Ricordare Lucia mi fa sempre tristezza. Tristezza per lei, per come abbia passato un’estate derisa e braccata da delle piccole mentecatte. Tristezza per me, ero una delle mentecatte.

Lucia passava l’estate a Baia Verde come me, era cicciotta e un po’ imbranata, non so neanche dire se fosse simpatica o antipatica, diciamo era neutra. Ci giocavo spesso, andavo a casa sua a fare merenda o a giocare e lei veniva da me. Non ricordo grandi dissapori, pomeriggi tranquilli dopo il mare.

Poi c’era Annamaria, abitava nell’appartamento sopra il mio e passavamo tantissimo tempo insieme. Annamaria era molto magra, carina, prepotente, maligna, manipolatrice e viziata. Non si scandalizzi nessuno i bambini spesso sono crudeli, cattivi e manipolatori.

Mio padre ha comprato la casa di Baia Verde quando mia madre era incinta di mio fratello, credo di aver passato la mia prima estate lì a tre anni, il parco era ancora in costruzione, nell’estate del 1970.

Io e Annamaria ci siamo conosciute quell’anno, le nostre famiglie non dico fossero amiche ma avevano ottimi rapporti di vicinato e noi avevamo la stessa età.

Le primi estati trascorse a Baia Verde io e Annamaria eravamo tutt’uno. Annamaria aveva una quantità improbabile di giocattoli, la madre e uno zio le compravano di tutto, il padre era un po’ assente. Ogni suo capriccio era un ordine per la madre, e lei lo sapeva bene. Giocare con Annamaria significava entrare nel paese dei balocchi, ogni mio desiderio per lei era realtà.

A casa mie le cose erano ben diverse, mio padre mi adorava e per certi versi mi viziava, ma non di giocattoli e altri beni materiali. Su certe cose era rigidissimo, avevo i miei giochi, di certo non erano pochi, ma era ben chiaro il limite e il valore delle cose.

Annamaria è un esempio classico di ape regina, ne ho incontrate molte altre negli anni, le caratteristiche sono sempre uguali a 3 e a 100 anni, il modo di agire lo stesso, le meccaniche di gruppo rimangono immutate. Ho imparato a fiutarle a distanza, non mi deludono mai.

La collezione di api regine di Francesca Matilde Ferone, illustrazione di Sandro Quintavalle

La mia preziosa collezione di api regine

L’ape regina sa di avere una fortissima attrattiva sugli altri e di fare paura a quelli esclusi dal suo gruppo, soprattutto quelli non inseriti in altri gruppi, isolati, diversi.  Sa di avere il perfetto controllo sui suoi adepti, disposti a fare qualsiasi cosa per essere e rimanere nelle sue grazie. È egocentrica, cattiva, ottusa, assolutista, autoreferenziale, pettegola, cerimoniosa, manipolatrice, aggressiva: secondo le circostanze in maniera esplicita o in maniera più subdola. È molto sicura di sé, delle sue idee e delle sue ragioni. Di solito la sua corte è formata da persone simili a lei, ma meno dominanti, e da persone più fragili e spaventate che vogliono far parte della sua cerchia per sentirsi più sicure e acquistare autostima per luce riflessa.

Parlo di un mondo femminile ma c’è un corrispondente maschile uguale e diverso, per comodità lo definirò il mondo del principe figo. Anche lui ha una sua corte con dinamiche di gruppo e di interazione verso l’esterno simili a quelle della corte dell’ape regina ma con caratteristiche più maschili.

Le caratteristiche sopra descritte sono quelle dell’ape regina serie top, poi ci sono le api regina medium e le api regina small. Le api regina medium e small ambiscono a essere in tutto e per tutto come la top ma sono più sfigate, hanno corti meno lucenti e fanno vite meno fighe. A volte le damigelle e le gregarie dell’ape regina top formano corti autonome, ma meno splendenti, e nel loro piccolo si trasformano in  api regine medium e small.

Come ho detto Annamaria era carina, popolare e viziata. Lucia era neutra, bruttina, timida, e tutt’altro che viziata. Aveva un bel po’ di sorelle e un fratello, la famiglia non navigava nell’oro e lei indossava i vestiti dismessi della sorella più grande, non aveva molti giocattoli e li divideva con gli altri componenti della famiglia. I genitori erano un po’ isolati anche dai vari gruppetti di adulti che si erano formati nel parco, i rapporti con i miei genitori erano cordiali ma nulla di più.

Per alcuni anni io Lucia, Annamaria e altre bambine abbiamo giocato insieme, non dico che filasse tutto liscio, c’erano litigi, piccole invidie, voglia di primeggiare, ma tutto nei limiti della norma. Col tempo Annamaria è diventata sempre più assolutista, arrogante, cattiva, e figa.

Era amica di altre bambine fighe, era corteggiata dai bimbi più carini, insomma era l’ape regina del parco, con le sue damigelle e le gregarie.

L’estate di cui parlo ero stata retrocessa da damigella a gregaria, le nuove damigelle erano aspiranti api regine e l’unione tra loro e Annamaria è stata devastante per la vita di molti bambini di quel parco, soprattutto per Lucia.

Il primo reale episodio di crudeltà dei bambini l’avevo visto nel pulmino con cui andavo all’asilo, alcuni bambini delle elementari prendevano in giro un bambino più piccolo, lo facevano ogni santo giorno al ritorno da scuola, l’autista non diceva niente e loro erano sempre più crudeli, ero terrorizzata. Non credo di averne mai parlato ai miei genitori o con qualcun altro.

Ero dispiaciuta per quel bambino ma la parte vigliacca di me continuava a ripetere: “Meglio a lui che a me”. Avevo paura di venire notata, di diventare il nuovo bersaglio. Il tragitto da scuola a casa lo passavo ferma, avevo paura di fare una mossa di disappunto verso il loro comportamento o mostrare la mia paura, altri bambini erano rimasti vittime della loro cattiveria per questi motivi. Il bersaglio principale rimaneva quel bambino piccolo e spaventato, gli altri erano piatti di contorno di cui nutrirsi giusto per chiarire chi comandava.

Do una notizia a molti esperti: Internet non ha inventato gli atti di bullismo, ci sono sempre stati e sempre ci saranno. Internet amplifica, nel bene e nel male, non inventa.

Come dicevo Annamaria non era mai stata una bambina amabile ma l’unione con le nuove damigelle aveva portato alla luce il suo peggio, se volevo rimanere nelle sue grazie dovevo fare quello che diceva lei; e io volevo assolutamente rimanere nelle sue grazie.

Lucia era diventata il suo bersaglio preferito, fino a quel momento era stata una bambina come un’altra, ma quell’anno, avremmo avuto 6/7 anni, per Annamaria e le damigelle è diventata il nemico da umiliare e abbattere, e noi gregarie abbiamo preso molto sul serio gli ordini che c’erano stati impartiti.

Le gregarie del gruppo, io e altre due o tre bambine, avevamo il divieto di giocare con Lucia, se fossimo state viste da Annamarie o dalle damigelle mentre giocavamo con lei saremmo state cacciate dal gruppo e saremmo andate ad ingrossare le fila dei perdenti da tormentare.

Da un giorno all’altro Lucia è stata isolata, se si avvicinava a noi quando eravamo in gruppo le urlavamo che era brutta, grassa, scema e che doveva andare via. All’inizio erano Annamaria e le damigelle a dare il via alle danze, col tempo anche noi gregarie abbiamo iniziato a urlarle dietro quando eravamo in gruppo e la vedevamo avvicinarsi. Altre volte aspettavamo che uscisse sola di casa, ci mettevamo ad aspettarla in pineta sotto la scala che portava al suo appartamento e appena arrivava le urlavamo di tornare in casa, di andarsene, che ci rovinava il parco e i giochi. Siamo andate avanti così un’estate intera. Se la vedevamo con i genitori o con la sorella e il fratello più grandi eravamo uno zucchero, la salutavamo, la invitavamo a giocare con noi, se la vedevamo da sola il delirio.

Un giorno mentre Lucia tornava a casa con i genitori Annamaria e le damigelle le si avvicinano gentilissime e le dicono con il loro sorriso più amabile: “Vieni a giocare con noi”. Non so se  Lucia avesse raccontato in famiglia quello che le stava accadendo o se la madre vedendo quelle bambine amabili e gentili abbia pensato che la figlia avesse esagerato nel racconto, fatto sta che la spinse a giocare con noi; appena i genitori si sono allontanati Annamaria ha iniziato a urlarle: “Scema, scema, davvero ti credevi che ti facevamo giocare. Scema, scema, cicciabomba, tornatene a casa”. Lucia è scappata via piangendo, ci eravamo unite tutte ad Annamaria. Lucia era terrorizzata. In verità lo ero anch’io, ma questo non mi ha impedito di urlarle dietro “Ciccia bomba, scema, scema”.

Se Annamaria era un orrendo essere umano in miniatura io non ero meglio di lei. Lei e le damigelle erano convinte di quello che facevano, io no, io di nascosto giocavo con Lucia: a volte la banalità del male è racchiusa nella vigliaccheria di chi si sente fragile e spaventato e cerca protezione aggregandosi ai più forti.

Lucia nonostante la mia partecipazione attiva ai suoi linciaggi era contenta e gentile quando giocavamo. Io, molto vigliacca, le avevo detto di non avercela con lei, volevo solo essere amica di Annamaria, lei mi aveva detto di non preoccuparmi sapeva che non ero cattiva come Annamaria e sapeva che se avessi disubbidito ai suoi ordini avrei fatto la sua stessa fine.

Un giorno ero a casa di Annamaria per merenda, lei davanti a una brioscina con la Nutella mi disse, con una gentilezza da rabbrividire: “Lo so che giochi con Lucia, me l’hanno detto, o la smetti subito o scompagne a morte”. Ho provato a negare ma lei sapeva quando, dove e a cosa stavamo giocando. La cosa buffa è che non erano state le damigelle a dirglielo ma una delle gregarie.

Più ci penso e più sono convinta che le peggiori in questa storia fossimo noi gregarie. Noi agivamo solo per essere parte della corte di Annamaria e non diventare noi stesse vittime di Annamaria e damigelle, nessuna di noi provava astio o antipatia per Lucia.

La cosa più brutta l’ho fatta un giorno che pioveva: eravamo in una zona al coperto nel parco, io, Lucia e la sorella più piccola stavamo giocando a palla, un po’ a palla avvelenata e un po’ a chi faceva più palleggi sul muro. Non so dove credevo fossero le altre del gruppo ma mi sentivo serena, a un certo punto è arrivata la corte al completo, appena le ho viste mi sono girata verso Lucia urlandole: “Scema, scema, cicciabomba, vattene, mi hai rubato il pallone” e altre assurdità. Sentendomi urlare le altre sono corse a darmi man forte, tutte insieme abbiamo fatto scappare Lucia e la sorella. Peccato che fino a pochi istanti prima quelle stesse bambine fossero mie amiche e stessimo giocando insieme.

Mi vergogno molto pensando a questa storia, ma è andata così.

Annamaria quell’estate, con l’aiuto di damigelle e gregarie ha messo a ferro e fuoco il parco. Urlavamo: “Cicciobombo” a un bambino grasso ogni volta che passava o andavamo a stanarlo a casa. Urlavamo: “scema, scema” a Maria Josè, una bambina molto timida che amava leggere e i cui genitori anziani non erano di gradimento alle capogruppo. Rendevamo la vita difficile a chiunque non ci piacesse. Ed eravamo brave a farlo, o forse in quel parco c’erano molti adulti ignavi, perché il parco non era grandissimo e questa storia non è mai arrivata ai miei genitori. Se mio padre l’avesse saputo credo mi avrebbe portata a Napoli a trascorrere il resto dell’estate e mia madre mi avrebbe riempita di botte. Di certo non avrei proseguito per molto in quegli atti eroici.

La vita di corte non era semplice: dopo un pic nic nel mio giardino è sparita una delle mie bambole e l’ho ritrovata su una panchina del parco messa in vendita dalle due damigelle. Altre volte tra noi gregarie ci facevamo i dispetti o facevamo la spia ad Annamaria sul comportamento non pienamente corrispondente all’etichetta di corte di una di noi sperando di entrare maggiormente nelle sue grazie. Vista da qui quella è stata davvero un’estate di merda.

Non ricordo come sia finita questa storia, è durata un’estate e poi puff. Io sono stata definitivamente espulsa dal gruppo di Annamaria, ormai formato da lei, le sue comprimarie e varie bambine di passaggio. Non ci infastidivamo a vicenda, semplicemente ci ignoravamo.

Recentemente Veronica Spora Benini ha pubblicato questo post su gruppi e fazioni, anche lei fa riferimento a un modo di essere non esclusivamente femminile ma che ha precise caratteristiche nell’universo femminile.

Su Facebook seguo molte persone verso le quali non provo un reale interesse, né umano né professionale, le seguo perché fanno parte di vari network lavorativi, o come li definisce Veronica senza peli sulla lingua, gruppetti o fazioni. Mi interessa vedere come si muovono le fazioni, come i vari membri si supportano, come ogni voce di dubbio e dissenso venga ridicolizzata e attaccata dai vari membri del gruppo chiamati a raccolta da chi ha iniziato la discussione o arrivati in sostegno spontaneo.

La cosa inquietante è la totale mancanza di dissenso e reale discussione costruttiva all’interno di questi gruppi, una sola volta ho visto un’ape regina messa in discussione, a farlo era un’ape regina più potente e con un alveare più grande. Il mutamento dei toni dell’ape regina messa in discussione pubblicamente è stato immediato. Ha cercato scuse insensate al suo comportamento degli ultimi tempi e da donna forte, sarcastica e sicura di sé e del suo gruppo di sostenitrici si è trasformata in una Fantozzi di periferia. Il miracolo c’è stato nei giorni successivi, niente più post auto-esaltanti e polemici pubblicati per creare discussioni e avere visibilità sui social media, solo post neutri con pochi commenti e poca visibilità. L’ape regina top era stata retrocessa ad ape regina medium da un’ape regina top top.

Per quanto ci si possa scherzare gruppi, gruppetti, fazioni non possono essere evitati se si fanno determinati lavori. Rubo le parole a Veronica Spora Bennini:

“Se lavori online, lo sai: esistono le fazioni.
Le combriccole. I gruppetti. Le cerchie.

Anche tu a un certo punto ti rendi conto di avere un certo giro, e piano piano cominci a individuare gli altri giri. Giri dove non entri se non conosci, dove non entri se stai sulle balle a una. Giri che entri solo se sei un po’ ipocrita e fai la lecchina, oppure giri che non entri se non sei super. Giri dove entri solo se stai diventando famosa quindi appetibile. Altrimenti no, non sei nessuno. Oppure giri dove improvvisamente ti cagano perché hai dei clienti grossi che vogliono anche i capi della fazione, o che vogliono apportare in dono i pesci piccoli della fazione per scalare la propria gerarchia. […]

[…] La cosa buffa dei giri è che nessuno ne parla, ma sono intangibili. 
Se ci pensate, i giri esistono in tutte le realtà. Sono spesso una menata ma certe volte non puoi farne a meno. Non avanzi in certe cose se non hai a che fare con certi giri.
 Certe volte hai bisogno di gente che sia dentro un giro per far meglio un lavoro, per passare al livello successivo. Si sa.
E poi gli odii fra certi giri sono fortissimi. Giri che vogliono dominare lo stesso mercato. 
Una fatica tremenda! […]”

Come dice Veronica i giri esistono in tutte le realtà, piaccia o non piaccia esistono. Se fai un lavoro autonomo sono fondamentali, se fai un lavoro dipendente capire bene come si muovono le persone nel tuo posto di lavoro è di vitale importanza, spesso serve a pararsi le spalle da attacchi imprevisti ma non imprevedibili.

I giri non valgono solo per le relazioni sociali e lavorative femminili, la differenza come ho già detto sta nei meccanismi interni ed esterni dei gruppi che si diversificano in base a una prevalente presenza maschile o femminile.

Vedo il mio eremo sempre più vicino, io con i giri, le fazioni, i gruppi, i network non sono brava. Ne vedo chiara l’esistenza, ne vedo chiara l’importanza, ma non sono brava, mi fanno venire la voglia di scappare a gambe levate.

Il mio giro utopico lo’ho ben presente: è formato da persone che mi piacciono e a cui piaccio, basato su fiducia, chiarezza, rispetto reciproco. Un giro così è un utopia nella vita privata figuriamoci in quella lavorativa.

Rubo di nuovo le parole a Veronica Spora Bennini che esprime con chiarezza un concetto a me evidente da anni ormai:

“Trovo personalmente disdicevoli i loro sorrisini e frecciatine con quel che poi mi viene riferito. Dovrei esserne personalmente abituata perché, oh, siamo donne. E noi donne siamo serpi.”

La ruota gira e la mia paura di essere oggetto di scherno, derisione, cattiveria gratuita è diventata realtà.

Gli anni delle medie sono stati un incubo, la morte di mio padre e i rapporti sempre peggiori con mia madre mi hanno fatto precipitare nel buio più profondo. In prima media ho visto rivoltarsi contro di me la mia compagna di banco delle elementari, il gruppo figo della nostra nuova classe, le sue nuove amiche, non mi ritenevano degna del loro gruppo e lei non poteva più essere mia amica. Quasi le stesse parole che avevo detto io a Lucia anni prima.

Gabriella  frequentava un centro di aggregazione dell’Opus Dei, il Punto Club, dove si facevano varie attività: ginnastica, inglese, artigianato, cucina, pittura sul vetro e altro. C’ero stata l’anno precedente a una festa di domenica, mi aveva invitata lei, il pomeriggio di quel giorno ero andata al Nuovo Policlinico a trovare mio padre e gli avevo raccontato quanto mi fossi divertita. All’inizio della prima media la madre di Gabriella aveva convinto mia madre a iscrivermi, io e Gabriella avremmo passato più tempo insieme e io mi sarei distratta in un momento difficile e mi sarei fatta nuove amiche. Quando Gabriella ha deciso di interrompere i rapporti con me l’ha fatto totalmente, al Punto Club mi ignorava, lei era già inserita, c’erano vari gruppetti già formati e io mi sentivo del tutto isolata.

È stato un precipitare nel buio velocissimo, diventavo sempre più grassa, più svogliata, mia madre sempre più aggressiva e a tratti violenta.

Essere trovata a masticare una gomma sotto il palazzo al ritorno da scuola, dopo aver aspettato un’ora fuori casa, ed essere trascinata urlante da mia madre in ascensore è stato un tutt’uno. Essere picchiata per due giorni perché la facevo vergognare di fronte all’ape regina della sua infanzia che era venuta ad abitare nel nostro viale: “Le gomme da masticare sono volgari che figura ci faccio con una figlia simile”. Ogni tanto smetteva di picchiarmi e telefonava in giro a raccontare l’orrendo oltraggio che le avevo fatto di fronte all’ape regina. Per chiarire la suddetta ape regina svolazzava avanti il palazzo quando mia madre è tornata a casa.

L’ape regina di cui mia madre anelava l’amicizia e verso la quale nutriva un enorme senso di inferiorità era bella, sicura di sé, arrogante, pettegola: che avesse reso la vita difficile a mia madre nell’adolescenza non mi meraviglia.

Ho passato due giorni, per un giorno non sono neanche stata mandata a scuola perché ero un essere così abominevole da non poter essere mostrato in pubblico, a essere picchiata, minacciata di essere spedita in un collegio per orfani di magistrati in Umbria e ad ascoltare telefonare assurde fatte da mia madre a mezzo mondo in cui raccontava quanto fossi cattiva.

In quegli anni nel viale dove abitiamo mia madre era diventata la signora pazza ed io la figlia pazza della pazza, questa parte l’ho già raccontata in questo post e non la ripeto, tranquilli. Aggiungo solo che  ho saputo che mia madre era pazza da un discorso fatto avanti a me da un cotal Ammiraglio che abitava al pian terreno del mio palazzo: “Umberto (il nome del portiere) devi dire alla signora Ferone di smettere di urlare, vabbè che è pazza ma non si può andare avanti così”. Notate la sensibilità dell’uomo, vero? Sapeva benissimo chi ero, non se ne è minimamente preoccupato.

Conosco le dinamiche di alcune persone che popolano questo viale fatto di gente molto per bene di un quartiere residenziale e molto ambito di Napoli. Ci sono anche persone gentilissime chiariamo. Conosco il modo di guardarti dall’alto in basso e aspettare che li saluti senza mai farlo per primi. Ovviamente sei tu strana e scostumata e non saluti. Conosco i gruppetti da cui escono per caso parole ad alta voce dirette a me o a tuo Sandro lanciate lì in modo quasi casuale, se dicessi qualcosa mi sarebbe risposto: “Ma è pazza?! Mica ce l’avevamo con lei!”. Ho visto lo strano fenomeno che porta persone gentilissime quando sono sole a non salutare quando sono insieme a membri della corte dell’ape regina o del principe figo di turno. Ho visto anche membri della corte fare il contrario e salutare quando sono soli e non rispondere al saluto se sono in gruppo. Parlo di persone già adulte quando ero piccola, parlo di membri della corte dell’ape regina di mia madre già attivi all’epoca, parlo dei loro figli cresciuti con quell’imprinting.

Da quando sono tornata a Napoli di incontri con queste amabili persone e i loro modi di fare malati ne ho avuti molti, li ignoro, ne scrivo, a volte mi mettono a disagio. Guardando queste persone so che molte di loro hanno riservato lo stesso trattamento, e molto peggio, a mia madre. Non incolpo loro per la malattia di mia madre ma un ambiente ostile tra sorrisini sarcastici, parole volate a voce troppo alta, pettegolezzi sparsi, non deve averle giovato.

Mia madre, che può sembrare un mostro, e da alcuni potrebbe essere definita una Pazza manicomio, espressione orrenda e di una superficialità abominevole, era una donna fragile, con un disturbo emotivo ormai noto e curabilissimo, depressione-bipolare, con medicine e terapia psicologica di sostegno sarebbe stata meglio. Lo scoglio fondamentale, se avessimo saputo da subito quale disturbo aveva, sarebbe stato convincerla a curarsi e il passaggio successivo sarebbe stato ancora più delicato: trovare un bravo medico, una persona umana e competente capace di somministrarle il giusto dosaggio di medicinali, ascoltarla, rassicurala.

Negli ultimi anni mia madre ha deciso di curarsi e tra giovani medici e professori conosciuti in tutta Italia casa Ferone si è trasformata in una fiera da baraccone del medico incompetente e arrogante. Storia antica ormai.

Se ora capisco la fragilità di mia madre per anni mi sono limitata ad odiarla e lei ad odiare me, interrompevamo il nostro odio reciproco con grandi momenti d’affetto e poi ricominciavamo.

L’essere la figlia pazza della pazza mi ha portato a essere derisa, presa in giro, diventare vittima di scherzi crudeli e via dicendo. Eh sì i ruoli spesso di invertono.

Fino a circa trenta anni ho scodinzolato molto in cerca di amicizia. Alcune amicizie hanno retto alla mia crescita personale e hanno preso altra forma, altre sono finite nel dimenticatoio, altre hanno avuto una ripresa stoppata dell’evidenza che quel rapporto era basato su una Francesca incasinata e piena di problemi e una controparte in versione amica fin quando era su un gradino superiore, alla parità non hanno retto, e non hanno retto alla differenza abissale delle adulte che siamo diventate.

“‪#‎cisonocosechenonsifanno‬ In genere non rispondo. In genere lascio scivolare via. Non si può essere amati da tutti. È così. È la vita. Ma ci sono dei limiti, soprattutto quando c’è chi, in nome del Vangelo, si permette di scrivere cose che, chi lo ha anche solo letto il Vangelo, non penserebbe nemmeno… A cosa mi riferisco? A quest’articolo pubblicato sul sito “Vangelo e Democrazia”, in cui si legge: “Purtroppo il giudizio politico della professoressa Marzano su Renzi è il frutto del suo vissuto personale, che è un vissuto psichico oltremodo tormentato e significativo. Basti pensare a quel che scrive di sé in un suo libro intitolato “Volevo essere una farfalla – Come l’ anoressia mi ha insegnato a vivere” (Mondadori 2011) […] Sulla fragilità emotiva di Michela Marzano non ci sono dubbi. […] Il mondo, fatti salvi i suoi indiscutibili meriti, le ha dato tanto, troppo, e forse è anche per questo che persino la Chiesa di Cristo le sta stretta! Impari ad essere filosofa del vero “
Sono orgogliosa della mia vita e delle mie fratture. Che poi, anche se diverse, hanno tutti. Anche chi scrive queste righe che ritengo indegne. Senza nemmeno degnarsi di firmarle! Quanto al mio rapporto con la fede, Lui è l’unico a sapere…”

Le parole che ho appena riportato sono la risposta di Michela Marzano a un post apparso sul sito Vangelo e Democrazia, di cui lei cita alcuni passaggi. Il post non è firmato, l’autore usa il passato di anoressica di Michela, da lei stessa raccontato in un libro, per etichettarla come una squilibrata e usare questo squilibrio mentale per sostenere che il suo dissenso nei confronti di Matteo Renzi sia il frutto di una mente malata, come lei, secondo l’interpretazione dell’autore, avrebbe ammesso nel libro. Strano modo di leggere il racconto che una donna fa di una parte del suo vissuto particolarmente difficile e dolorosa.

Mentre scrivo il blog sono consapevole di espormi a giudizi simili e so perfettamente che le mie parole saranno interpretate da ognuno secondo la sua visione del mondo e i suoi criteri di normalità. Le mie parole arriveranno nel loro preciso significato a pochi, il pericolo di vederle travisate è reale, lo corro io e lo corre chi decide di raccontare pezzetti della propria vita in pubblico con onestà e senza falsi pudori.

Michela Marzano è una filosofa, docente universitaria, scrittrice e in questa legislatura siede alla Camera nelle file del PD, ha scritto un libro, Non seguire il mondo come va, su questo suo impegno politico iniziato due anni fa, il parlamento italiano non esce di certo bene.

Michela ha deciso di dimettersi dal suo incarico parlamentare e ha espresso la sua opinione su Matteo Renzi, sul suo governo e sul PD in generale. È un opinione personale, una valutazione della differenza tra le sue aspettative di parlamentare al primo mandato e la realtà. Potrebbe essere vista come ingenua ma marchiarla come incapace di intendere e di volere in quanto ex anoressia mi sembra un po’ forzato e in mala fede, tanta mala fede.

Michela Marzano ha risposto con garbo, ha evidenziato la gravità di un simile episodio e ha messo in luce il fatto che tutti abbiamo problemi emotivi, ognuno ha la sua storia, pochi li accettano, li affrontano e decidono di parlarne rompendo quella coltre di vergogna dalla quale ci sentiamo schiacciati. Io aggiungo che a farlo sono i più forti, quelli pronti a fare i conti col proprio passato e con il proprio presente.

Con Sandro discutevamo del numero elevatissimo di relazioni disfunzionali che ho intessuto per anni, io con i miei casini, le persone con cui interagivo con i loro, secondo modelli prestabiliti. Se nella vita privata posso scegliere chi far scivolare lontano e chi tenermi vicino nella vita lavorativa non posso farlo, le relazioni interpersonali sono fondamentali nel lavoro e spesso prendono le stesse derive di quelle puramente private.

Come scrive Veronica Spora Bennini con chiarezza il mondo lavorativo è fatto di gruppi, fazioni, network lavorativi, o come preferite chiamarli. Le dinamiche da lei evidenziate sono tutt’altro che sane, sono spesso le stesse dell’ape regina e del principe figo. So di non essere adatta a dinamiche simili e so che la professionalità senza un’adeguata capacità relazionale non porta lontano.

Alla fine la soluzione è costruirmi delle basi professionali sempre più forti e attingere dal bagaglio di esperienze relazionali sbagliate per riconoscere comportamenti e dinamiche mie da evitare e comportamenti e dinamiche di altri da cui fuggire a gambe levate e affrontare ogni situazione quando si presenta cercando di rimanere calma e lucida.

Non sono giovanissima, cosa che per certe cose è uno svantaggio e per altre è un vantaggio, negli ultimi anni sono riuscita a mutare tante cose in meglio e ad affrontare grandi cambiamenti con fatica ma in modo costruttivo, perché non dovrei riuscirci in nuovi campi?

10 thoughts on “Vengo anch’io, no tu no!

  1. storia un po’ triste, ma non così rara.
    Non sono mai stata una gregaria – ero una nerdina e frequentavo nerdini ed ero cicciottella e vestita malee pure secchiona e terrona. Ma tant’è – ero una fumettara felice 🙂
    Le api regine le vedo tra le mamme della scuola – ultimi sprazzi in cui si conta ancora qualcosa, immagino, poi i figli crescono e aggregare non importa più. Che donne noiose però, non trovi?

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    • Si sono donne noiosissime, temo che anche in alcuni ambienti lavorativi a forte presenza femminile sguazzino alla grand. È un modo di stare al mondo, donne così passano la vita a cercare terreno fertile in cui far crescere il loro mondo.
      Devo dire che ossevarle agire e muoversi ha un che di surreale e grottesco, a me viene spesso da pensare: “Ma allora sei scema!” i meccanismi identici nel tempo.
      Non sono madre per scelta, ho avuto a che fare con gruppi di madri tempo fa aiutando un amica che stava male, andavo a prendere il figlio a scuola e lo portavo a sport, e sì, la cosa che mi ha colpito di più sono stati i branchi di madri, la stessa cosa mi è capitata osservando le madri fuori l’asilo di mia nipote, gruppetti di bambini nelle classi, gruppetti di madri fuori, stessi meccanismi.
      Ora come ora mi fanno molto sorridere, ma ce ne ho messo del tempo per neutralizzarle.

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