Ogni impedimento è giovamento

Fessi e contenti

Ci crediamo un popolo furbo e invece siamo un popolo fesso”, ascoltare questa frase seduta ai tavolini di un bar a piazza Cavour mentre con Sandro prendevamo un caffè nell’intervallo tra la passeggiata alla ricerca di nuove strade per scendere giù Napoli a piedi e la visita guidata al MADRE è stata un’illuminazione.

Abbiamo vagato per Materdei, un quartiere di Napoli che conosco pochissimo e mi affascina un bel po’, siamo sbucati alla Sanità per una strada nuova, l’abbiamo attraversata e siamo arrivati a piazza Cavour.

La visita guidata al MADRE iniziava alle 18,00, avevamo deciso di andare un po’ prima e girare un po’ da soli per le sale, comunque era troppo presto e un caffè ci stava bene. Tempo fa avrei scartato quel caffè a priori, avrei sbagliato; il caffè era buono, i proprietari gentili, le conversazioni al tavolo a fianco interessanti. Sì ascolto le conversazioni attorno a me se mi incuriosiscono. Lo fate anche voi, lo so.

A proposito il MADRE è il Museo d’Arte Contemporanea Donnaregina. Non sono una grande appassionata di arte contemporanea e tantomeno sono un’esperta, ma sono una persona curiosa, se non capisco quello che vedo non do per scontato che sia una schifezza. Di fronte a un’opera d’arte contemporanea a volte vado oltre perché in quel momento non mi appartiene, ma in un altro momento chissà, altre volte mi soffermo per cercare di capire. Adoro il MADRE, il palazzo che lo ospita, il luogo dove si trova, il contrasto tra il suo contenuto, l’allestimento delle sale e i vicoli di Napoli su cui cade lo sguardo osservando fuori dalle finestre.

Notizia di servizio: il lunedì l’ingresso al MADRE è gratuito e ci sono anche due visite guidate gratis. Ok per le visite guidate controllate sul sito, non so se ci sono sempre.

Ma torniamo alla frase iniziale: “Ci crediamo un popolo furbo invece siamo un popolo fesso”, la pronuncia una ragazza parlando con un vecchietto, sono entrambi della zona, lei lavora in qualche negozio delle vicinanze e abita da quelle parti, ha interrotto il lavoro per prendere un caffè al bar, eh sì ‘sti napoletani che non tengono genio di fare niente. Arrivando al bar ha visto il vecchietto seduto al tavolino a fianco al nostro, lo ha salutato e gli ha chiesto se avesse vinto qualcosa al lotto. Hanno continuato a chiacchierare di lotto, di quanto è importante giocare con moderazione senza farne un’ossessione.

Mi arrivavano parole a caso e non facevo particolare attenzione alla conversazione quando sento: “Ci crediamo un popolo furbo e invece siamo un popolo fesso” e mi si drizzano le antenne. Cavoli sono anni che lo vado ripetendo beccandomi derisione e aria di sufficienza e lì, in quel bar, trovo due alleati.

Lo ammetto di questi tempi i discorsi più sensati su Napoli li sto ascoltando nei momenti più inaspettati e da persone a cui non avrei dato molto credito a primo acchito.

Questa discussione è avvenuta lunedì 28 aprile 2015 ore 15,30 in una Napoli piena di turisti, italiani e stranieri. Ne avevamo incrociati a Materdei e alla Sanità, seduti in quel bar di piazza Cavour ne abbiamo visti passare un bel po’.

I turisti sono diventati l’argomento della breve chiacchierata tra il padrone del bar e la ragazza: guardandosi intorno, vedendoli passare, lei ha osservato che la città ne era piena, lui era contento perché stava lavorando proprio bene e si stava attrezzando anche per vendere panini e qualcos’altro per pranzo. Sta per arrivare Maggio e qui a Napoli da anni c’è il Maggio dei Monumenti, la città viene invasa da turisti e da napoletani assopiti che si risvegliano e si accorgono della bellezza della propria città, che non è solo pizza, spaghetti, tarantella, sole, mare, mandolino.

Francesca Matilde Ferone mangia un piatto di spaghetti davanti al panorama del Vesuvio, illustrazione di Sandro Quintavalle

Mo faccio pure ‘na tarantella, mangio ‘na pizza e suono nu poco ‘o mandolino

La ragazza ha suggerito al proprietario del bar di far trovare ai turisti stranieri un menù anche in inglese e di imparare un po’ di inglese di base per facilitare la comunicazione: “Nei bar e nei ristoranti di altre città chi ci lavora parla sempre anche l’inglese” il barista ha risposto: “Sì, ma in città turistiche”, lei infastidita ha replicato: “Perché Napoli non è una città turistica? Guardati in giro è una città bellissima e ora piena di turisti”, lui sommesso ha risposto: “Ma come faccio?” e lei bella tosta ha concluso: “Prenditi un libro e studia che scemo non sei” a questo punto non mi sono alzata ad abbracciarla per un pelo.

Riassunto, siamo un popolo di fessi che si crede furbo e Napoli è una città turistica. Sì ho trovato la mia anima gemella.

Il prezzo della libertà

Verso i 7/8 anni ho preso una decisione: “Questa casa non mi merita”, era fine primavera e faceva caldo. La mia irrevocabile decisione era stata presa dopo un litigio con mio padre, non ne ricordo il motivo ma rivedo perfettamente me seria e determinata che do l’annuncio al genitore, lui accoglie le mie parole con calma e rispetto: “Se vuoi andartene vai, lì è la porta”. Io, donna forte e determinata di 7/8 anni, realizzo un sogno: prendo un enorme foulard, apro il mio armadio e inizio a scegliere le cose da portare. L’idea di fuggire con un bagaglio di fortuna mi piace molto.

Avevo letto da poco una storia di Topolino in cui Archimede partiva alla ricerca di non so cosa con un unico bagaglio, un bastone a cui aveva legato un pezzo di stoffa piegato contenente l’occorrente per il viaggio, finalmente avrei fatto lo stesso.

Francesca Matilde Ferone in versione vagabondo sta per lasciare l’odiata dimora del tiranno padre e avviarsi verso libertà e ignoto. La fuga non poteva iniziare senza le mie due adorate camicie da notte estive stile impero, bordate di bianco, una rosa e una azzurra.

L’orrendo tiranno osserva tutta la scena in silenzio perfettamente calmo, quando il bagaglio è pronto mi accompagna con gentilezza alla porta, me la apre, io gli dico, sicura e inavomibile: “Io vado”, lui mi risponde sereno: “Va bene, ciao. Ma questa rimane qui” e con abile mossa prende il mio prezioso bagaglio. Io furibonda cerco di riprendermelo dicendo: “Ridammelo, è mio”, lui sempre calmissimo mi sorride e mi risponde: “No è mio, l’ho comprato con i miei soldi ed è mio, tu non hai niente di tuo. Nuda sei arrivata e nuda te ne vai. Anche i vestiti che indossi sono i miei ma te li lascio, ti faccio un regalo”.

Pronta ad assaporare la conquistata libertà, e senza bagaglio, esco. Mio padre mi saluta, lo ignoro, chiude la porta.

Il destino mi era avverso, dovevo andarmene ma senza la mappatella, senza le mie adorate camice da notte l’impresa di faceva difficile. L’orgoglio mi impediva di tornare, doveva essere lui a chiedermi scusa e a chiedermi di tornate.

Credo di essere rimasta un’ora su quel pianerottolo, e credo che mio padre sia rimasto un’ora dietro la porta a controllarmi dallo spioncino. Dopo un’attenta valutazione della situazione ho deciso di rimandare la fuga, ho bussato, papà ha aperto, mi ha salutata, io ho sottolineato che l’abbandono della casa paterna era solo rimandato, lui ha risposto con calma ed un sorriso, ma senza sarcasmo o ironia: “Va bene”, io sono andata in camera mia. Ok ho barattato la mia libertà per due camicie da notte estive, e allora?!

Di mare. di sole, di caffè e di vita

Giorni fa per lavori nel condominio avrei dovuto lasciare libero il posto auto dalle 8,00 del mattino  per quasi tutta la giornata. La condomina Francesca Matilde Ferone era molto preoccupata: “Dove cavolo parcheggio qui intorno”. Certo avrei potuto parcheggiare in uno dei due garage a pagamento sotto casa ma ho optato per un’altra soluzione; ho preso can Piera, il Kindle, un quaderno, penne, pennarelli, matite, due asciugamani, ho indossato il costume — tranquilli poi mi sono rivestita — e approfittando della bellissima giornata sono andata sul lungomare di Pozzuoli.

Grazie a can Piera in questi anni ho conosciuto molto proprietari di cani a passeggio, alcuni da strozzare altri simpaticissimi; il signore che ho incrociato quella mattina era simpaticissimo e mentre i nostri cani giocavano sulla spiaggia abbiamo chiacchierato un bel po’.

Il lungomare di Pozzuoli l’ho scoperto da poco, o meglio l’ho guardato sul serio da poco in tutta la sua bellezza. C’ero passata tante volte, ma a volte la bellezza davanti ai nostri occhi diventa abitudine e non la vediamo. Da quando l’ho guardato con nuovi occhi è diventato una delle mie mete preferite quando ho bisogno di qualcosa che mi faccia stare bene.

Alle verso le 7,30 di un lunedì di maggio il lungomare di Pozzuoli era pieno di persone di tutte le età, chi correva, chi passeggiava a passo veloce, chi portava fuori il cane. C’era un atmosfera bellissima e poco traffico.

Il proprietario dell’altro cane era un signore sulla sessantina, era nato, cresciuto e vissuto a Bagnoli, a pochi passi da lì. Mi ha raccontato del suo rapporto con quei luoghi, di quando ci andava a nuotare da bambino e da ragazzo, di come li abbia visti rovinarti negli anni, di come quei geni dell’Italsider per qualche misterioso motivo abbiano deciso di buttare cemento sulla sabbia per creare una strada a mare, di come quelle acque piene di pesce grazie ad una devastazione scellerata siano ormai quasi sterili.

Mi ha indicato un signore anziano che arrivava con la canna da pesca dicendomi: “Viene tutti i giorni, si mette lì con la sua canna da pesca e passa la mattinata, non pesca quasi niente ma viene lo stesso”. Quando è passato sulla strada sovrastante la spiaggia un signore urlando l’ha guardato con tenerezza e ha detto: “Era un grande giocatore di calcio, erano venuti da varie squadre a vederlo giocare, poteva fare una bella carriera. Poi gli è morta la madre a cui era affezionatissimo, è andato a Torino a lavorare alla Fiat e lì non si sa cosa sia successo, qualcosa di brutto, quando è tornato era così, ogni estate peggiora e va fuori di testa”.

Ascoltarlo è stato piacevole, l’entusiasmo con cui parlava di quei luoghi era contagioso, gli si illuminavano gli occhi: “ Siamo circondati da posti meravigliosi: Campi Flegrei, Pozzuoli, Cuma, Averno, Miseno e tanti altri. Se ne parla poco, sono poco pubblicizzati”, e qui la mia fissa per la comunicazione dei luoghi fatta bene si è illuminata.

Il discorso è scivolato su di noi, gli abitanti di questi luoghi, abituati a tanta bellezza da non vederla, darla per scontata, distruggerla con la nostra incuria, la nostra apatia. Sì, con la nostra presunta furbizia. Da lunedì ho un altro alleato.

A un certo punto mi sono commossa, indicando un punto vicino a una grotta nella roccia alle nostre spalle mi ha raccontato di come il proprietario di un locale nelle vicinanze avesse distrutto la sua idea di eterno riposo: “Lì c’era un albero che in primavera faceva dei fiori bellissimi, avevo detto a mia moglie: quando muoio mi fai cremare, mi metti in un vaso di cristallo trasparente chiuso, mi fai portare su quel punto di roccia vicino all’albero da nostro figlio che sa arrampicarsi, mi metti vicino un barattolo di caffè e io sto lì, sento l’odore del caffè, vedo il mare, sono circondato da quel bellissimo albero e chi sta meglio di me, questa sì che è vita eterna, altro che cimitero”. Poesia, poesia pura.

I progetti per la vita eterna a volte devono fare i conti con la stupidità della vita mortale: “Un giorno sono arrivato qui e l’albero non c’era più, il proprietario del locale lì aveva deciso di dare una ripulita e togliere le erbacce sulla roccia, chi ha fatto il lavoro ha tagliato indiscriminatamente tutto, compreso l’albero”.

Passi avanti nella scienza

Verso i 6/7/8 anni ho preso una decisione importante: “Devo assolutamente sapere di che sa la pioggia”. Ho provato a stare ferma sotto la pioggia a bocca aperta ma senza grandi risultati, entravano poche gocce alla volta e non sapevano di niente. Ho provato a farla cadere sulle mani messe a coppa per raccoglierne un po’ e berla; in realtà è difficile farsi cadere sulle mani una quantità tale di pioggia da cui attingere una bella sorsata, e poi c’era il problema dei due tiranni contrari agli esperimenti scientifici; ogni volta che stavo ferma sotto la pioggia nel tentativo di berla arrivava uno dei due solerti genitori e mi obbligava a ripararmi da qualche parte o a usare un ombrello; che gente!

La soluzione logica è arrivata in tutta la sua semplicità, fornirmi di un recipiente — bicchiere, tazza, pentolino — aspettare la pioggia, e con fare lesto riempire il suddetto recipiente di pioggia e berla. Era un piano perfetto da fare in casa, si trattava di aprire una finestra o andare fuori un balcone mentre pioveva, allungare le mani, raccogliere l’acqua nel recipiente, bere.

Il piano è riuscito gente, solo che le cose hanno preso una strana piega.

È sera, siamo a Baia Verde a casa di amici dei miei genitori, la casa è situata nello stesso parco della nostra, è al primo piano e ha un terrazzo coperto. Siamo lì per cena, in realtà è una cena in piedi con varie famiglie con bambini, un evento abbastanza comune. All’improvviso temporale estivo, nella mia mente si accende una lampadina: “Pioggia, pioggia, pioggia; bere, bere, bere”, con abile mossa prendo un bicchiere, allungo le braccia verso l’esterno e finalmente corono il mio sogno: un bicchiere mezzo pieno di pioggia; bevo, uno schifo tremendo, una roba amara e con un sapore orrendo.

Il mio splendido piano non aveva contemplato il cornicione della palazzina. La giovane Francesca Matilde Ferone non ha realizzato di aver bevuto acqua di scolo e ha decretato: “Fatica sprecata, la pioggia fa schifo, non ne berrò mai più”.

Ero disgustata e non so cosa ho detto tra me e me, a quel punto è arrivato il figlio del proprietario di casa, aveva la mia stessa età, e mi ha preso in giro per il mio stupido esperimento, mi ha dato della scema, io ho risposto: “Scemo ci sei tu”.

Apriti cielo, nella foga del momento non mi ero accorta di essere a pochi passi dall’amato genitore, e l’amato genitore era tutt’altro che sordo, assolutamente amabile, per certi aspetti mi viziava molto, autorevole ma non autoritario, assolutamente non violento.

Durante la nostra convivenza ho ricevuto solo uno schiaffo da mio padre e si è scusato subito, chiarendo che io avevo torto e lui ragione, che io stavo davvero esagerando, ma che picchiarmi era sbagliato e inutile. È vero era sbagliato e inutile, avevo terrore del suo modo di arrabbiarsi, tranquillo e non violento, rigido e coerente, da rendere inutile l’uso delle maniere forti.

Dialogo tra l’amato genitore Vittorio Ferone e la diletta figlia Francesca Matilde Ferone:
Vittorio: “Ora chiedi scusa e torniamo a casa perché non si va a casa della gente a insultarla”
Francesca Matilde: “Ma ha iniziato lui, mi ha detto stupida e scema”
Vittorio: “Non mi interessa, non si dicono parolacce, per nessun motivo, e lo sai, inoltre qui siamo ospiti; saluta, scusati e andiamo a casa”.
Francesca Matilde: “Scusa, arrivederci, ciao”.
Codesto dialogo non riporta le parole precise ma il senso del discorso è stato quello.

La discrezione dico io, un minimo di discrezione, se proprio mi devi rimproverare prendimi da parte, mi fai le tue rimostranze, io ti dico le mie ragioni, e al limite, se rimani della tua idea, trovi una scusa e mi porti a casa. Invece no, tu amato genitore esibizionista ti metti a fare tutto sto discorso avanti a tutti, no dico è modo di fare. Ah ma è proprio nelle tue mire parlare in pubblico per far sentire a tutti, fa parte della punizione. Vabbè contento tu, ma non è serio, e sono in disaccordo sulla punizione e sulle sue modalità.

In men che non si dica io e mio padre arriviamo a casa, e vengo abbandonata lì, alle cure di Anna, la ragazza che badava a me e a mio fratello e alla casa, e il dittatore torna alla sua festa. È chiaro che ho ricevuto un trattamento disumano, portarmi via dalla festa senza avermi dato il tempo di mangiare i peperoni imbottiti tipici delle cene in piedi a Baia Verde è roba da denuncia al telefono azzurro. Quell’acqua piovana mi aveva lasciato un saporaccio in bocca, ero soddisfatta della riuscita dell’esperimento ma non avevo intenzione di ripeterlo, un bel peperone imbottito ci sarebbe stato benissimo.

Per chi non l’avesse capito a casa nostra le parolacce erano bandite, gli adulti non le dicevano e i bambini avevano il divieto assoluto di dirle. Io le parolacce le sentivo, eccome, soprattutto d’estate a Baia Verde, sognavo di poter dire scemo e stupido a chiunque, alcuni bambini usavano quelle parole, ma nelle dittature la libertà di parola, o meglio di parolaccia, non è contemplata, e quello che si fa e si dice a casa di altri non riguarda la dittatura Ferone-Pirolo.

I miei eroi erano i bambini dallo stronzo e vaffanculo libero, nelle case di quei bambini quelle parole erano di uso comune, affettuoso e tenero lessico familiare. Loro sì che erano fortunati, tra urla, parolacce e libertà assoluta avevano tutti i diritti a me negati e nessuno dei miei stupidissi e noiosissimi doveri.

Signore e signori oggi offerta speciale

Bene siamo di fronte a due post completamente differenti, uno ambientato nella Napoli dei nostri giorni e uno nella Napoli e provincia degli anni 70. E qui ti sbagli cara la mia Francesca Matilde Ferone: sì parlo a me stessa in terza persona singolare in pubblico.

Oggi c’è l’offertona, introduco un terzo argomento. Sentitevi autorizzati a chiudere il post per chiara mancanza di logica.

Da pochi giorni ho finito di leggere Resisto dunque sono di Pietro Trabucchi, sì lo so il titolo è un po’ ridicolo, il libro neanche un po’.

“Piero Trabucchi è uno psicologo che si occupa di prestazioni sportive, prevalentemente di discipline di resistenza”

Pietro Trabucchi si presenta così nel suo sito . Resisto dunque sono parla di resilenza psicologica soprattutto in discipline sportive; per un caso, che forse caso non è, in questi giorni sto leggendo anche il libro autobiografico di Walter Bonatti I giorni grandi in cui sono raccontate alcune imprese epiche e alcune colossali sconfitte del Bonatti alpinista. Il racconto dell’impegno di Bonatti messo nello scalare una montagna si fonde perfettamente con il concetto di resilenza esposto da Trabucchi.

No, non ho deciso di scalare montagne, mi piacerebbe molto e sono affascinata dall’alpinismo con il piccolo particolare che soffro di vertigini e a volte salire sul terzo gradino dello scaletto di casa è un problema. Ma come fa notare Trabucchi le doti di resilenza psicologica di un atleta sono le stesse di qualsiasi persona capace di affrontare e superare grandi difficoltà. Non eroi imbattibili ma persone comuni con un determinato modo di stare e vedere il mondo.

Ma perdindirindina non vi ho detto cos’è la resilenza in campo psicologico, si lo so che la maggior parte di voi lo sa ma io lo dico lo stesso, e per dirlo rubo le parole a Trabucchi

“Desidero però dare fin d’ora la mia definizione personale di resilienza: la resilienza psicologica è la capacità di persistere nel perseguire obiettivi sfidanti, fronteggiando in maniera efficace le difficoltà e gli altri eventi negativi che si incontreranno sul cammino […].

Il verbo «persistere» indica l’idea di una motivazione che rimane salda. Di fatto l’individuo resiliente presenta una serie di caratteristiche psicologiche inconfondibili: è un ottimista e tende a «leggere» gli eventi negativi come momentanei e circoscritti; ritiene di possedere un ampio margine di controllo sulla propria vita e sull’ambiente che lo circonda; è fortemente motivato a raggiungere gli obiettivi che si è prefissato; tende a vedere i cambiamenti come una sfida e come un’opportunità, piuttosto che come una minaccia; di fronte a sconfitte e frustrazioni è capace di non perdere comunque la speranza.

[…] i quattro aspetti cognitivi della resilienza che vengono presentati in questo libro: senso di controllo, tolleranza alla frustrazione, capacità di ristrutturazione cognitiva, attitudine alla speranza.

[…] la resilienza può essere potenziata, possiamo imparare a migliorarla.

[…] ogni stressor viene filtrato dalle risorse interne dell’individuo. La prima, la più importante di queste risorse, è il modo in cui noi «leggiamo» le difficoltà: cioè la «valutazione cognitiva». Perché questa importanza? Perché dalla valutazione dei fatti nascono i comportamenti e le strategie che decidiamo di adottare per rispondere alla situazione. Ma non solo: anche la reazione fisiologica che il nostro corpo produrrà per sostenerci nella lotta nasce qui. Una valutazione inadeguata produrrà azioni e risposte corporee inadatte.

[…] la resilenza è una disciplina, cioè qualcosa che si ottiene con dedizione e impegno”

I pochi estratti del libro possono far storcere il naso e far pensare: “Ma che vuole questo, un fatto sono le prestazioni sportive, il decidere un obiettivo sfidante ma non indispensabile, un fatto è affrontare la vita di tutti giorni, le difficoltà, gli imprevisti, i dolori, lo stress causato da lavoro, famiglia, società, aspettative. Insomma la vita vera è altra”.

Ma Trabucchi sorprende, allunga una mano e con garbo ci porta in un mondo in cui non possiamo controllare tutto ma possiamo imparare ad accettare gli eventi, un mondo dove è chiaro che la realtà non è oggettiva ma viene sempre, sempre, filtrata dall’idea che abbiamo su noi stessi e sul mondo, con gentilezza ci dice: “Hey lo so che piangersi addosso perché ti è crollato il mondo addosso ti fa sentire meglio, sei una vittima e questo ti dà il diritto di soffrire, compiangerti, odiare il mondo e invidiare gli altri, rispetto il tuo dolore, lo rispetto per un po’ dopodiché intendo aiutarti. Aiutarti a volgere lo sguardo su di te, sulle tue risorse interiori; voglio farti capire che la tua visione del mondo e di te stesso possono essere sbagliate. Il nuovo sguardo sul mondo, il nuovo approccio alle cose sono tuoi, io posso incoraggiarti, supportarti, spronarti; posso farlo per un po’ poi la palla passa a te; tu devi impegnarti, e lo devi fare senza competitività, senza sviluppare un ego smisurato o crederti chissà chi, se no torni alla base, nascondi la tua fragilità dietro falsi idoli”

Trabucchi dice anche: “Lo so che non riesci in alcune cose e ti piace pensare di essere privo di talento così puoi stare fermo, immobile a rotolarti nel tuo triste destino senza prendere in considerazione il fatto che i veri risultati si ottengono con lavoro, impegno, perseveranza. Quello che chiami talento e di cui ti ritieni privo da solo non serve a niente, può portarti a risultati facili all’inizio ma se non coltivi disciplina, impegno, passione, perseveranza alle prime difficoltà crolli e non ti rialzi”. Le ultime due parentesi contengono la mia lettura del libro di Pietro Trabucchi non sono citazioni dal libro.

Della mia lunga amicizia con la bulimia ho accennato, prima o poi vi beccate un simpatico post sull’argomento, ne accenno qui perché nella mia battaglia contro la bulimia ho incrociato gli Overeaters Anonymus, gruppi di auto-aiuto per persone con disturbi alimentari basati sul programma degli Alcolisti Anonimi adattato ai disturbi con il cibo.

Gli Overeaters Anonymus, come gli Alcolisti Anonimi, iniziano i loro incontri con la Preghiera della Serenità, da agnostica ho trovato illuminanti fin dal primo incontro le prime due strofe di questa preghiera:

“ Dio, concedimi la serenità di accettare le cose che non posso cambiare,
il coraggio di cambiare le cose che posso,
e la saggezza per conoscerne la differenza

Vivendo un giorno per volta;
assaporando un momento per volta;
accettando la difficoltà come sentiero per la pace”

Sul concetto di Dio o Potere Superiore per gli Alcolisti Anonimi non mi dilungo, parlo della Preghiera della Serenità perché trovare la prima strofa come esempio di atteggiamento resilente nel libro di Pietro Trabucchi mi ha colpita molto.

Riuscire ad accettare serenamente le cose della nostra vita che non possiamo cambiare senza farci schiacciare da loro, distinguerle da quelle che invece possiamo cambiare e impegnarci a cambiare queste ultime quando non ci piacciono, ci fanno sentire male o sono fonte di disagio è fondamentale.

A volte ci culliamo senza accorgercene nel disagio e nello stare male, ci lamentiamo ma siamo abituati e ci sentiamo protetti dalla nostra infelicità. Parliamoci chiaramente affrontare la propria vita, prendersi le proprie responsabilità è difficile, se non abbiamo gli strumenti per farlo, se nessuno ci ha aiutati a costruirceli e anzi siamo vissuti in un ambiente impregnato dalla visione di noi come inetti, brutti, sporchi, cattivi e incapaci e abbiamo fatto nostra questa visione per quanto ci dia fastidio e ci faccia soffrite e la combattiamo, anche in maniera rabbiosa e maldestra, questo modo falsato di vederci e di vedere il mondo diventa la nostra coperta di Linus.

Un nuovo approccio al mondo è lento, un percorso in salita su un terreno accidentato, pieno di cadute, fallimenti, ritorni alla partenza, ma è un percorso doveroso nei nostri stessi confronti. È una strada che possiamo percorrere soltanto noi, se abbiamo la fortuna di avere accanto qualcuno che ci ama e supporta quel qualcuno non  può sostituirsi a noi. Le chiappe da alzare dalla sedia, le gambe da muovere passo dopo passo, i pensieri da controllare e modificare, le emozioni da osservare, domare, incanalare in nuove azioni, le azioni e le scelte sono nostre, solo nostre.

La cosa fondamentale e non voler vedere i nostri sforzi e le nostre ragioni riconosciuti da chi ci ha guardati sempre con uno sguardo modificato e filtrato dalla sua visione del mondo, dai suoi pregiudizi e dai suoi concetti di normale, anormale, giusto è sbagliato. Se agissimo cercando l’approvazione e la benevolenza di chi ci vede con lo sguardo distorto dalla sua visione del mondo avremmo una cocente delusione, i nostri sforzi sarebbero vani, ritorneremmo al punto di partenza e lì rimarremmo, convinti che lo sguardo altrui sia reale e giusto e il lavoro per raggiungere il meglio di noi, e non un’ideale altrui, sia vano e illusorio.

No, non è il momento auto-esalante e mistico del post è  l’unico modo che conosco per riprendere a vivere dopo anni di buio, con la sensazione di non avere controllo su niente, di essere un incapace priva di ogni talento. Anni passati a fare scelte altrui e a ribellarmi con rabbia a quelle scelte in modo convulso, aggrovigliato, distruttivo.

Dagli Overeaters Anonymus ho imparato che le cose vanno affrontate un giorno alla volta, un passo dopo l’altro; grazie a loro ho scoperto di non essere un mostro cattivo senza volontà ma una persona con un problema da risolvere. Non ero l’unica ad avere quel problema ma ero l’unica ad avere quella storia di vita. Ogni storia è diversa e anche se si vivono gli stessi eventi ogni evento viene filtrato dal proprio modo di stare al mondo, di vedere e sentire la realtà. Tranquilli non sono impazzita, in psicologia questo fenomeno si chiama visione cognitiva.

I miei problemi col cibo non sono finiti miracolosamente grazie agli Overeaters Anonymus ma di sicuro hanno avuto una svolta.

E tutti giù per terra

La tirannide congiunta di mio padre e mia madre è finita il 27 maggio 1977 con la morte di mio padre, io non avevo ancora 10 anni. La tirannide assoluta di mia madre è finita il 13 giugno 1993 con la morte di mia madre. Il passaggio dalla dittatura mista Vittorio Ferone-Lucia Pirolo a quella assoluta Lucia Pirolo è stato durissimo per tutti, Lucia Pirolo per prima. Di quegli eventi ho parlato in questi due post: La materia di cui siamo fatti e Nelle scarpe degli altri.

La fine totale della tirannia genitoriale è stata una botta in testa bella forte: “Noi abbiamo già dato non è possibile anche questo”. E invece sì è possibile ed è successo.

La sensazione di essere perseguitati dalla sfortuna e di non poter fare niente, una specie di pensiero magico mi ha perseguitata per anni. Dopo tutto lo sentivi mormorare in giro: “Poverini sono tanto sfortunati”, e poi sentivi il retro pensiero: “Meglio a loro che a noi”, e poi il retro retro pensiero: “Ma niente niente portassero sfortuna”.

E la sensazione di sfortuna ha alimentato la rabbia già presente da anni: dovevo cambiare le cose. Ho provato a farlo in maniera irosa e irrazionale, ho preso capocciate, sono caduta, mi sono rialzata, ho preso rincorse, sono sbattuta contro muri, sono ricaduta, mi sono fermata, ho ricominciato.

La parte migliore di me l’ha costruita il tiranno padre nei pochi e importantissimi anni in cui c’è stato, l’ha fatto con immenso amore, rigore e coerenza. Con mia madre mi faccio grandi chiacchierate, tranquilli lo so che non c’è e non mi risponde, sono chiacchierare nella mia mente, le riporto per iscritto, cerco di capire quella persona per me lontanissima, per certi versi estranea, ostile e amatissima.

Sandro tempo fa mi ha chiesto: “Ma di tua madre tutti dicono che era bellissima, possibile che ‘sta donna non avesse altri pregi” io ci ho pensato su e ho risposto: “Dicono che era bellissima perché lo era, poi aveva grandi fragilità evidenti, grande forza, e credo sia stata molto sola, sia stata etichettata come malata e nessuno abbia voluto sapere esattamente chi fosse e a cosa fosse dovuto il suo malessere”.

No, non addà passa ‘a nottata, ogn’mpedimento è giuvamento

Napoli Milionaria è la commedia di Eduardo de Filippo che preferisco, finisce con una frase ormai diventata patrimonio di Napoli, descrive un certo modo di essere napoletani, fatalisti e immobili “Adda passà a nuttata” tradotto “Deve passare la notte”.

C’è un altro detto napoletano che descrive il modo di stare al mondo e superare i problemi di tantissimi cittadini di questa città “Ogn’mpedimento è giuvamento” tradotto “Ogni impedimento è giovamento”. Vivere gli ostacoli grandi e piccoli della vita senza farsene una malattia, accettandoli senza perdersi d’animo e trovando soluzioni intelligenti ed efficaci è una caratteristica napoletana; non ha niente a che fare con l’arte d’arrangiarsi per cui siamo erratamente famosi e di cui erratamente, sottovalutandoci, ci vantiamo. È la capacità di lavoro, determinazione, creatività senza circondarci di inutili auree di seriosità; seri e professionali e contemporaneamente ottimisti, leggeri, pronti alla battuta sagace e non stupida.

La presunta furbizia che viviamo come motivo di orgoglio e di riscatto ci fa perdere di vista i tanti reali motivi per cui essere orgoglio di noi come popolo e di Napoli; ci piace vederci e narrarci furbi e non grandissimi lavoratori.

A Napoli in questo momento c’è grandissimo fermento, molti cittadini si stanno riappropriando della città, la stanno valorizzando, coccolando, raccontando nella sua realtà. Il turismo sta diventando fonte di ricchezza, di questo fuori Napoli si parla poco; la Napoli bella, solare sì, ma anche lavoratrice, costruttiva, intellettualmente vivace e piena di idee che si concretizzano non interessa, non vende, e poi diciamocelo chiaramente non fa comodo. La Napoli di camorra, monnezza e miseria è molto più notiziabile e fa comodo.

La Napoli del “Adda passà a nottata” sta cedendo il passo alla Napoli di “Ogni impedimento e giovamento” una piccola rivoluzione di cui alcuni non si accorgono, che altri negano, a cui qualcuno non partecipa perché implica una modifica al proprio modo di pensare e agire basata sullo smettere di lamentarsi perché non funziona niente, è tutto sporco, non c’è lavoro, e passare a domandarsi: “Io che faccio per migliorare le cose, a parte lamentarmi?” e trovato qualcosa da fare per cambiare le cose farlo, non gesti eclatanti ma piccoli gesti quotidiani e costanti che fanno la differenza senza richiedere grande sforzo. Ma lamentarsi è bello assai.

Mio padre diceva i “Furbi non sono intelligenti”, mi piace pensare che un giorno alla volta, passo dopo passo, quei napoletani attaccati all’idea che furbo è bello rivendichino la profonda intelligenza con cui affrontano il mondo ogni giorno e decidano di isolare i pochi realmente furbi, poco intelligenti e poco costruttivi.

Concludo il post con le parole che Ruby Bandiera, esperto di marketing di Ferrara, ha scritto sul suo profilo di Facebook dopo aver trascorso una vacanza a Napoli:

“Torno adesso da una 4 giorni di vacanza a ‪Napoli‬ della quale non avevo detto nulla a nessuno per godermi la città con il telefono spento e lontano da internet.
Più divento grande, più invecchio, più maturo e più mi innamoro del Sud e della sua gente.
Napoli è pazzesca, straordinaria, elegante, blasfema, sgarrupata, raffinata, bella, bruttissima. Napoli è l’amplificazione di quello che siamo tutti noi, in bene e in male. È un enorme e caotico megafono.
Ah, rispettano i semafori rossi e girano in scooter e moto (quasi sempre) con il casco”

Qui l’intero post che Rudy ha scritto sul suo blog.

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