Il mare

All’ammaraggio

La leggenda narra che sulla spiaggia di Sperlonga nell’aprile del 1968 si sia verificato codesto episodio:

Ci sono varie coppie di sposi con prole, è primavera; sono sereni, trascorreranno l’estate a Sperlonga, ridente cittadina del basso Lazio, hanno trovato case da affittare, una per ogni famiglia. All’improvviso gli adulti del gruppo iniziano a correre, sempre più veloce, urlano, si agitano.

È veloce, determinata, decisa. Gattona spedita verso la sua meta: l’acqua.

Lei ha quasi raggiunto la sua meta quando viene intercettata da quei tizi urlanti, li guarda basita: “Certo che sono strani forte”, pensa tra sé e sé. E poi aggiunge “Ci rivediamo a luglio e agosto gente”, sorride sorniona.

Questo episodio mi è stato raccontato da mia madre un numero imprecisato di volte, da mio padre, dagli amici presenti ai fatti, da una delle mie zie e da mia nonna, non so se mia zia e mia nonna fossero testimoni oculari.

Data l’affidabilità delle fonti ritengo sia vero, quindi la sottoscritta Francesca Matilde Ferone in una radiosa giornata della primavera 1968 gattonando a più non posso ha cercato di lanciarsi in mare, età 8 mesi. E l’adulta Francesca Matilde Ferone non stenta a crederci.

Quando avevo circa 3 anni mio padre comprò una casetta per la villeggiatura a Baia Verde; ci abbiamo passato per anni circa quattro mesi, da giugno a settembre, era abbastanza vicina alla spiaggia quindi generalmente andavamo a mare a piedi.
Avvicinandoci al lido aumentava la mia ansia “Quale bandiera sventolerà oggi, bianca o rossa?”. Credo che anche i miei genitori entrando nel vialetto che ci portava al mare avessero il cuore in gola per l’ansia: “Quale bandiera sventolerà oggi, bianca o rossa?”.
Le nostre ragioni erano differenti.

Francesca Matilde Ferone osserva il mare e le bandiere rosse di mare agitato. Illustrazione di Sandro Quintavalle

E vai!

Le persone normali speravano nello sventolio della bandiera bianca, mare calmo; i miei genitori speravano nella bandiera bianca; io no, e loro lo sapevano.
Io volevo la bandiera rossa: mare agitato, onde, cavalloni, vento. La meraviglia di saltare in quelle onde non la posso spiegare, quelle onde ancora oggi mi sembrano le più alte e belle del mondo e la spiaggia di Baia Verde immensa e bellissima. Non torno su quella spiaggia da più di 30 anni, non credo mi piacerebbe com’è ora.

Il mio concetto di andare a mare è stare in acqua, e se c’è mare mosso, onde e cavalloni è meglio. Lo era allora, lo è ora.

Normalmente mio padre mi veniva a raccattare dall’acqua, tranne nei giorni in cui andava in tribunale. I maligni avranno pensato: “A vedi, i magistrati prendono 4 mesi di ferie”, no. Baia Verde è molto vicina a Napoli indi mio padre lavorava lì nei mesi in cui doveva lavorare, andando in tribunale nei giorni di udienza, e ad agosto era lì stanziale.

Farmi uscire dall’acqua era una tragedia, normalmente, farmi uscire nei giorni di mare grosso una missione quasi impossibile.

Non sono una gran nuotatrice, non ho stile, né velocità, seguo i miei tempi e vado. Ogni tanto mi fermo e mi godo l’acqua, mi immergo, faccio una capriola, penso per i fatti miei. Lo faccio ora, lo facevo allora.

La gioia di lanciarmi nelle onde è la mia massima espressione di libertà: aspettare che l’onda arrivi, farmi travolgere, o tuffarmici dentro, uscirne e ricominciare. Anche alzarmi ed essere travolta da un’altra onda all’improvviso è bellissimo.

Il presente è d’obbligo.

Trascinarmi fuori dall’acqua richiedeva un paio di ore, sì proprio d’orologio. Immaginate la giornata marina della famiglia Ferone: si arriva a mare verso le 9,00 e si pensa di tornare a casa verso le 13,00, o meglio di iniziare a prendere la strada di casa verso le 13,00. Prima di avviarsi verso casa si sciacquano le creature sotto le docce, poi cambio di costume, infine casa.

La creatura più giovane, di sesso maschile, non dà alcun genere di problema, entra in acqua e ne esce con facilità, ha capito che la spiaggia si può utilizzare per giocare ed è divertente farlo.

La creatura più vecchia, di sesso femminile, non ha recepito il messaggio: “Andiamo a mare, ti fai un bagno, due, ma anche tre va; poi giochi in spiaggia. Se proprio hai paura che l’acqua sparisca rimani a giocare a riva così controlli che sia tutto a posto, non hai bisogno di passare tutta la mattinata in acqua per sicurezza”.

Lei deve stare in acqua, niente e nessuno glielo può impedire. Se proprio ‘sta gente vuole tornare a casa lei la fa la gentilezza di uscire dall’acqua, farsi la doccia e cambiarsi; non c’è bisogno di agitarsi tanto, lei ha i suoi tempi, i suoi ritmi.

Per farmi uscire dall’acqua bisognava iniziare a dirmelo circa due ore prima: “Francesca esci dall’acqua, se lì da due ore”, io pronta e ubbidiente “Sì papà, vengo subito”, e non si dica che non lo ascoltavo. Il problema era solo il concetto di subito, io avevo un mio concetto, mio padre si basava sul significato letterale del termine, almeno all’inizio. Era solo un fraintendimento semantico.

La creatura maschile, anche se più giovane, ha capito che non è d’obbligo passare ore e ore come un toro imbizzarrito a lanciarsi contro onde e cavalloni nei giorni di mare agitato e bandiera rossa.

La creatura di sesso femminile alla vista di onde e cavalloni ingaggia la sua festosa battaglia. Una battaglia impegnativa, divertente, infinita.

La visione della bandiera rossa rinvigorisce l’amata figliola, la rende più agguerrita che mai, pronta a combattere fino all’ultimo minuto acquatico.

Nelle giornate di mare agitato per trascinarmi fuori dall’acqua arrivava la cavalleria in aiuto di mio padre, mia madre. Mio padre nuotava, ma l’acqua non era il suo elemento preferito, mia madre era più ardita e acquatica, il suo intervento era fondamentale tra onde e cavalloni. Si accordavano per una manovra di accerchiamento, avevano una strategia chiara ed erano perfettamente  coordinati. La strategia finemente studiata e messa in atto da entrambi all’unisono era: “Acchiappa a questa e torniamo a casa”.

Razze mutanti

Dell’anno trascorso a Dublino la cosa che ho amato di più sono state le passeggiate a Howth , camminare in ogni stagione sulla scogliera era bellissimo. Howth è a poche fermate di DART (treno metropolitano dell’area di Dublino) dal centro di Dublino. Lì il mio animo alla Cime Tempestose ha vissuto momenti di estasi.

Mai quanto alle Cliff of Moher, in pieno novembre, con un vento testardamente deciso a sollevare i 90 kg che allora costituivano il mio corpicino. Guardare giù, protetta dall’apposita rete, è stato immenso.

Io soffro di vertigini, è molto; sulle scogliere a picco sul mare no, vai a capire. Sarà la felicità?

Il viaggio di tre anni fa, in una Bretagna lontana dalle classiche mete turistiche degli italiani, è stato una delle esperienze marine più belle mai avute. La lunga passeggiata, circa tre ore, tra vento e pioggia sulla scogliera che porta da Morgat a Cap de la Chèvre, nella penisola di Crozon, osservando lo spettacolo dell’Ocenano Atlantico sotto di noi, è stata gioia pura, per me. Gli altri membri del gruppo vacanze, Sandro e can Piera, dopo un’ora di camminata sotto la pioggia, divenuta diluvio orizzontale causa vento, hanno messo seriamente in dubbio la possibilità che la nostra felice convivenza potesse durare ancora a lungo.

Il mare della Bretagna, qui un reportage fotografico del pancione consorte, mi ha vista allegra bagnate nelle sue acque non proprio tropicali. Il pancione consorte è stato trascinato in un paio di nuotate al freddo e al gelo, e lì ha avuto la conferma di aver sposato una donna decisamente strampalata; can Piera osservandomi dalle varie buche nella sabbia dove si accomodava dopo averle scavate, a giudicare dalla faccia, era percorsa da un unico pensiero: “Ma perché a me non è capitata una tipa normale dedita all’abbandono degli animali invece di questa sciroccata?”.

Francesca Matilde Ferone, Sandro Quintavalle e can Piera sulle spiagge bretoni Illustrazione di Sandro Quintavalle

Hey venite in acqua si sta bene

La Bretagna e l’Irlanda richiedono ognuna un post a parte; in quei luoghi mi è sorto questo dubbio amletico: “Ma vuoi vedere che sono una napoletana con origini celtiche?”.

Il mare bagna Napoli

Pare che Napoli sia una città di mare, ci sono vari indizi a favore di questa tesi. Io il mare di Napoli non l’avevo mai frequentato molto prima di trasferirmi a Milano, un po’ di bagni a Miseno e Miliscola, qualche andata a Varcaturo, tutti posti a pochissima distanza dalla città ma non in città. È vero qualche bagno a Posillipo, tra Rocce Verdi e Bagno Elena, mi era capitato, ma non più di tanto.

Nel luglio 2013 la famiglia Ferone-Quintavalle Quintavalle-Ferone formata da Noi fa ritorno a Napoli, e dopo 18 anni vissuti fuori si aggrappa al territorio napoletano e ci passa tutta l’estate.

I componenti umani di questa famiglia sono napoletani veraci, tipo vongole, ma Napoli non la conoscono proprio bene. Ok, siamo napoletani non particolarmente veraci ma ci piacciono assai l’espressione e la battuta scema che segue.

Ci sono dei luoghi di Napoli di cui per anni ho sentito parlare, spesso ho visto dal mare, ma dove non ero mai stata, uno di questi luoghi è la Gaiola, qui un po’ di foto . La regia di questo post ha deciso di creare un numero di link improbabile a siti che parlano della Gaiola, qui un po’ di  commenti da Tripadvisor, lo scopo è mostrarvi la bellezza di questo posto, farvelo conoscere, e pregarvi di non venirci perché già è affollato ci mancate solo voi.

Con la Gaiola è stato amore a prima vista. Posto bellissimo con un gran mare all’interno della città. L’area della Gaiola e i dintorni, con buona pace di quei napoletani professionisti del lamento e del non faccio niente, molto duri di comprendonio, e di quelli che quando devono uscire in barca non riescono a farsi una ragione del fatto che bisogna mantenere delle distanze dalla costa — io li capisco, se hai la barca e vuoi fare il figo e mostrarti agli sfigati sulla terra ferma devi andare sotto costa —  è, lo scrivo in maiuscolo così, forse, si capisce meglio:  AREA MARINA PROTETTA .

Per arrivare alla Gaiola c’è una bella discesa da fare a piedi, che al ritorno si trasforma sorprendentemente in salita, l’ultimo tratto sono scale, e non sono poche; quindi anche se ci sono i furbi, molti, che se ne fregano del divieto di transito a veicoli e motoveicoli della discesa della Gaiola, l’ultimo tratto bisogna farlo sulle proprie gambe, per forza.

Della Gaiola si occupa il C.S.I Gaiola qui ricercatori e volontari svolgono molte attività. Grazie agli accordi tra C.S.I. Gaiola è la Soprintendenza Speciale per i Beni Archeologici di Napoli e Pompei, che si occupa dei siti archeologici marini e non qui situati, l’area, con molte limitazioni, è balneabile.

I miei bagni nelle acque della Gaiola, nuotando verso Marechiaro o verso Trentaremi sono momenti in solitaria, li condivido solo con Sandro, quando è a Napoli, e basta.

I coniugi Quintavalle-Ferone Ferone Quintavalle hanno scoperto nell’agosto 2013 la Gaiola, una foto fatta dal pancione qui non guasta, a dal momento della scoperta non c’è stato giorno di quel mese in cui non sono andati a tuffarsi in quelle acque, anche sotto la pioggia.

Non sono una persona con cui andare a mare, odio prendere il sole, non sono interessata a lidi, lettini e abbronzatura, mi annoio sulla spiaggia. La mia giornata balneare si svolge in acqua, un paio di ore, e poi torno a casa. Certe cose non cambiano, non è vero cambiano, prima stavo molto di più in acqua.
Sandro ha il mio stesso concetto di mare e gli stessi ritmi. Andare a mare con altre persone e vivere il mare a modo mio sono due cose incompatibili, sto invecchiando egoista.

La stagione Gaiola 2013 per me si è chiusa a fine settembre. A inizio maggio è iniziata la stagione 2014, all’inizio i ritmi sono stati diversi, a causa della temperatura dell’acqua ho passato molto meno tempo a nuotare, guardarmi intorno, pensare ai fatti miei, e ho dovuto fare alcune concessioni alla spiaggia. Mi sono sacrificata volentieri: io, un libro, e un posto stupendo, popolato ma vivibile. La stagione è proseguita fino a fine settembre anche nel 2014, ed io a poco a poco ho ripreso i miei ritmi acquatici.

La Gaiola per me è un posto bellissimo dove andare a mare stando a casa mia; invece di andare a farmi una passeggiata, andare a prendermi un caffè o andare in palestra, in primavera inoltrata ed estate, esco di casa e vado a mare. Un sogno dopo tanti anni trascorsi lontano dal mare.

Da un po’ ho la convinzione che una buona parte del popolo napoletano dovrebbe essere costretta a vivere lontano da questa città per periodi più o meno lunghi, e allora, solo allora, forse, si renderebbe conto della sua bellezza e delle occasioni che offre. Occasioni ostacolate da buona parte dei suoi cittadini, e no, non guardate solo nei rioni popolari, guardate anche nei quartieri bene, buona parte dei mali di Napoli nasce lì. E dopo questo comizio sulla cittadinanza napoletana, che da chiarire non è peggio del resto della popolazione d’Italia ma a me fa più rabbia perché di Napoli mi importa di più, arrivo alla conclusione di codesto interessantissimo post.

Il mare per me è libertà, della prova costume non mi frega niente, da una decina di anni indosso costumi due pezzi perché sono più comodi e si asciugano prima. Il pancione consorte è molto pancione, è obeso, deve dimagrire, certo, lo deve fare. Non certo per la prova costume. Lo farà nei tempi e nei modi più consoni a lui.

Se io e Sandro dovessimo farci limitare in qualcosa che amiamo molto, io in passato l’ho fatto, perché i nostri corpi secondo alcuni non sono all’altezza degli occhi loro perderemmo una parte di noi gioiosa, vitale, felice. Siamo nel 2015, epoca di chat, social network e smatphone, se dovessi avere paura all’idea di potermi vedere immortalata, e più di me il pancione mio sposo, dal cellulare del primo coglione sulla spiaggia pronto a spedire la foto del ciccione di turno da deridere ai suoi degni amici su qualche social network o chat permetterei a degli imbecilli di introdursi e limitare la parte più vitale e gioiosa di me e di Sandro.

Navigando su facebook ho visto atti di bullismo di adulti verso estranei e conoscenti rispetto ai quali gli adolescenti, di cui tanto si parla, diventano dei giovani Gandhi. Persone sovrappesso, o esteticamente non gradevoli, o portatrici di qualche comportamento sgradito — a giudizio dell’adulto che aveva fatto e postato la foto e degli altri partecipanti alla conversazione — da ridicolizzare. Fotografate a loro insaputa ed esposte al pubblico ludibrio. Un darsi di gomito virtuale tra persone adulte: seri professionisti, impiegati, operai, padri e madri di famiglia, tutti uniti in un linciaggio mediatico. Gentilmente non mi venite a dire che è colpa di internet, non lo è, internet è uno strumento che permette agli essere umani di cacciare il meglio o il peggio di sé, è Luminol come dice Mafe de Baggis, non crea mostri, li evidenzia in tutta la loro normalità.

Il bombardamento prova costume sta per iniziare, suggerisco a tutti gli amanti del mare dai corpi imperfetti, secondo i canoni attuali, di fregarsene, andare al mare, e sorridere a sé stessi. Gli eventuali problemi di salute non si risolvono certo grazie alla derisione della gente, anche se ad alcuni piace pensarlo per giustificare la propria superficialità e cretineria, perciò possessori di corpi imperfetti, possessori di corpi statuari unitevi, andate a mare e divertitevi. Io e Sandro lo faremo.

Presa da febbre da link linko anche un po’ di foto  con me sguazzante e altre amenità.

Il mare a modo mio, d’inverno, d’estate, d’autunno, in primavera fa parte della mia essenza; la bambina di otto mesi che corre gattonando verso l’acqua su una spiaggia di Sperlonga e la donna di 47 che sale in macchina in direzione Gaiola hanno lo stesso approccio verso il mare: di corsa, libero, felice, gioioso. Cose belle e immutabili.

2 thoughts on “Il mare

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