Nelle scarpe degli altri

Ma guarda tu!

Mi capita di andare in giro al mattino presto con un recipiente per la raccolta delle urine aperto in mano, il capo di un guinzaglio, con cane annesso, nell’altra mano, guanti in lattice calzati a entrambe le mani.

Mi è capitato di uscire di casa in molte sere d’estate, salire in macchina, uscire dal mio posto auto, ritornarci immediatamente, 3/4/5 volte di seguito.

Mi è capito di affacciarmi dalla finestra e urlare a un gruppo di ragazzini dagli 8 ai 14 anni di smettere di tirare dei sassi a una persona.

Mi è capitato di camminare in un parco con can Piera a fianco, ok can Piera sciolta cammina per i fatti suoi seguendo odori e non esattamente al mio fianco, con dei bastoni da trekking nelle mani.

Per ognuna di queste azioni da alcuni sono stata guardata con sospetto, o aria ironica, per ognuna di queste azioni avevo le mie motivazioni.

Ho un cane con problemi urinari e devo farle fare le analisi delle urine spesso, non so perché non vuole sedersi sul water e riempire l’apposito contenitore, allora intervengo io armata di guanti, recipiente, pazienza.

Ho un posto auto riservato sotto il mio palazzo nel quale non riuscivo ad entrare; trasferendomi di nuovo a Napoli ho ritenuto che era giunto il momento di imparare a parcheggiare lì, e quindi la sera, per molte sere, sono entrata in macchina, uscita dal mio posto auto e rientrata subito nel mio posto auto. Mi allenavo a parcheggiare.

Ho abitato a Milano in un appartamento fornito di proprietario di casa gentile e parvenza di casa, ma situato in un caseggiato ALER, case popolari della regione Lombardia. Alcuni appartamenti erano stati venduti a privati, la zona era vicina al centro, ben servita, e doveva essere riqualificata, le case costavano poco. Il mio proprietario di casa credeva di aver fatto un affare.

Quando abbiamo affittato la casa io e il pancione consorte non avevamo idea di cosa fosse l’ALER, era una casa vera a un prezzo decente, eravamo in pieno boom degli affitti milanesi, e dopo un esperienza agghiacciante con il proprietario di casa precedente il nuovo proprietario non ci sembrava vero, e non ha deluso le nostre aspettative.

Vivere in un caseggiato ALER è un’esperienza che consiglio a tutti quelli pronti a identificare Napoli con i suoi luoghi più degradati e raccontare Milano come culla della civiltà.

I simpatici ragazzotti lanciavano sassi alla “Polacca”, la cui colpa era di essere straniera e con dei presunti problemi mentali. Non so che problemi avesse quella donna, aveva di certo difficoltà di linguaggio e un aspetto che poteva non piacere, ma questo era bastato ad autorizzare le simpatiche creature a eleggerla bersaglio delle loro pietre.

Quando sono scesa a dire ai ragazzini di smetterla è arrivata una simpatica donna, madre di una bambina linciatrice, a spiegarmi le ragioni dei ragazzini. Lei stessa li aveva incoraggiati, insieme alle altre madri e padri. La “Polacca” era straniera, strana, e potenzialmente pericolosa. Loro erano normali. Quel giorno sono diventata ancora più strana per loro, non vestivo come loro, non parlavo come loro, non vivevo come loro, e ora difendevo la “pazza” del condominio, marchio di infamia anche su di me.

Sentito mai parlare di Camminata nordica? È molto in voga all’estero, a Milano ancora ti guardano strano se la pratichi da sola, a Napoli non ne parliamo. Peccato che con un collo e una schiena come i miei la Camminata nordica sia un toccasana. Quando qualcuno dirà: “Tutti a praticare Nordic walking invece che Running” il reparto Running di Decatlon si svuoterà.

Francesca Matilde Ferone pratica la camminata nordica

Così è, anche se non vi pare

 

Non vedo, non sento, ma parlo

Ore e ore chiusa in camera mia a ballare, saltare, sognare, la musica a palla, o a bassa voce: radio, walkman, televisione, qualsiasi fonte musicale andava bene. Il mondo fuori, io nel mio mondo, quello sognato. Ho passato parte della mia pre-adolescenza, adolescenza, post-adolescenza così. Vergognandomene moltissimo, abbassando le serrande, cercando di non farmi scoprire.

Nella mia pre-adolescenza, adolescenza, post-adolescenza la bulimia è stata la mia migliore amica. Quantità improbabili di cibo ingurgitate, comprate, nascoste. Pacchi da smaltire, alcuni lanciati dal balcone, altri nascosti nel vano luci dell’ascensore, altri nascosti nei posti più svariati e buttati nella spazzatura al momento opportuno.

Un essere sempre più grasso che si rinchiude in camera sua e salta, balla, sogna. Sì questo è stato.

Della mia fuga dal mondo, delle mie stranezze, nel vicinato si parlava molto. Additarmi come pazza, strana, fuori di testa era il passatempo di molti.

La malattia mentale si era impadronita di me? No, era il mio modo di sfuggire a una realtà troppo dolorosa.

Dopo il 27 maggio 1977 il mio mondo è cambiato, alcune persone sono il mondo di altre, non so se sia giusto o sbagliato ma è così. Se vengono a mancare i mondi mutano e comparse del vecchio mondo diventano i protagonisti del nuovo. Nel mio caso il nuovo protagonista è stato mia madre, con lei per anni ci c’eravamo sfiorate, nel nuovo mondo ci siamo trovate faccia a faccia.

Ci siamo trovate faccia a faccia all’inizio del luglio 1977, una sera, a Baia Verde nella nostra casa di villeggiatura. Eravamo lì con una delle sue sorelle, i suoi figli e forse mia nonna, non ricordo. Quello che ricordo è mia madre che all’improvviso mi trascina per i capelli per il corridoio, mia zia che interviene, mia madre che si placa e il trasferimento a casa dell’altra sorella di mia madre nei giorni successivi.

Cos’era successo? Era l’inizio di un rapporto fatto di scontri feroci e grandi coccole. Io e mia madre.

Parlare di mia madre è complesso, lei a 36 anni, donna fragilissima — ci sono voluti 10 anni perché un medico emettesse una diagnosi: “Depressione bipolare” — si è ritrovata sola con due figli piccoli. Una con cui non aveva mai avuto quasi nessun contatto, e i pochi contatti avuti erano stati mediati da mio padre.

Mia madre ha deciso di vomitare la sua rabbia su di me per anni e io l’ho ripagata ballando e saltando in camera mia, mangiando, studiando pochissimo in alcuni momenti e non andando a scuola. L’ho ripagata con litigi furibondi, il tentativo di essere altro, e un odio feroce per lunghi periodi. Odio assolutamente reciproco e ricambiato. Sì è stato anche questo.

Siamo nel 2015, parlare di depressione è di gran moda, nel 1977, e negli anni a venire non si sapeva cosa fosse. O almeno non lo sapevano in molti, e molti di quelli che non sapevano erano, e sono, medici.

Nelle scarpe degli altri

Fermiamoci qui un attimo e osserviamo questa storia come se fosse un romanzo, un lavoro teatrale, un film. Osserviamo i personaggi, l’ambiente in cui vivono, l’epoca.

Proviamo a ricoprire tutti i ruoli e vediamo che non c’è nessuna verità e nessuna finzione. Ci sono vite, ogni vita con un suo vissuto precedente all’epoca di questi eventi, ogni vita con un suo carattere, una sua sensibilità, dei punti di forza, delle fragilità.

Le scarpe degli altri sono scomode. Le scarpe di mia madre, e delle sue responsabilità improvvise per lei, scomodissime. Mio padre diceva di avere tre figli: me, mio fratello, mia madre. Alla sua morte i due piccoli hanno visto il loro mondo rovesciarsi e la maggiore ha dovuto prendersi responsabilità fino ad allora non sue. In quel mese prima della partenza per Baia Verde con il suo mondo rotto aveva visitato uffici, notai, aveva fatto cose mai fatte prima, spesso con 2 bambini dietro. È facile giudicare, prima di additare me come pazza alcuni buoni vicini avevano additato lei con lo stesso appellativo.

Era sola? No c’erano altre persone, alcune hanno capito bene la situazione di mia madre e mia e hanno cercato di arginarla, altre hanno riportato gli eventi al loro modo di stare al mondo: “Io ero stata viziata da mio padre e facevo arrabbiare mia madre”, altri sono scappati e scivolati in un limbo da cui uscivano quando avevano bisogno di qualcosa. Quella realtà li spaventava e disturbava.

I personaggi di questa storia hanno le loro ragioni, i loro torti, i loro trascorsi di vita, le loro ambizioni.

È così in tutte le storie, si può decidere di dare colpe, stimolare odi e rancori, o provare a capire. Introducendosi nelle scarpe altrui si vedono le cose da una nuova prospettiva.

Anni fa mi sono messa anche nei panni di mia madre. Io con le mie fragilità, la mia discontinuità nelle cose, il mio modo di iniziare nuove cose con un approccio sognatore: “Che bello so fare questo; posso fare quest’altro; faccio questa scelta perché è quello che ho sempre sognato”. Io messa di fronte alla realtà delle cose: realizzare quelli che riteniamo i nostri sogni richiede dedizione e lavoro, bisogna imparare a fare quello che non ci piace, affrontare gli imprevisti. Diventare ciò che si è richiede un baricentro stabile, fondamenta forti e ben costruite, e se non si hanno bisogna costruirseli. È un lavoro duro, pesante, giornaliero.

Mettermi nelle scarpe di mia madre e delle persone che ci hanno circondati per anni è stato interessante.

Mia madre non mi amava? Stronzate, mia madre nei momenti in cui stava bene mi ha dato tutto quello che poteva, e anche di più.

Come avrei affrontato una situazione simile alla sua se mi ci fossi trovata? La risposta è stata: “Come lei”. Io che ho difficoltà con la burocrazia, le tasse, gli altri esseri umani e me stessa avrei agito come lei; avrei cercato capri espiatori, avrei covato rabbie e rancori, e nei momenti di forza sarei stata solidissima.

Non è mica un caso che io non abbia figli, è una scelta motivata, è una scelta voluta, è l’unica decisione presa e mai mutata.

Me ne pento? Assolutamente no. Non ho un grande istinto materno, mai avuto, e ho questa strana idea che i figli siano cosa seria, non un accessorio di normalità. Se avessi avuto un figlio quel figlio avrebbe avuto il diritto di avere una madre che almeno aveva provato a costruirsi un baricentro stabile e delle fondamenta forti. Soprattutto perché quella madre era perfettamente cosciente di non averle.

I tempi, i luoghi, e gli ambienti, contano più dei personaggi delle storie a volte. Parlare di problemi emotivi, psicologici, mentali, dateci voi un nome, era una cosa sconveniente 30 anni fa e lo è ora. Trovare un bravo medico che non distribuisca medicine a casaccio era difficile 30 anni fa e lo è ora.

Accettare da parte di alcune persone che la propria famiglia fosse imperfetta e che quell’imperfezione non fosse tutta racchiusa in un’adolescente sempre più grassa, sempre più svogliata a casa, e sempre meno capace a scuola non era possibile. Io mi chiudevo in camera a ballare, saltare, sognare, mangiare; altri avevano i loro mondi da difendere. Quei mondi non prevedevano strani comportamenti da parte di adulti, minimizzare quei comportamenti e convoglianre le cause sull’adolescente rendeva i mondi più vivibili. Altri hanno fatto tutto quello che potevano per proteggermi, si sono presi responsabilità che non avevano, e io l’ho capito troppo tardi.

Di chi è la colpa?

Le scarpe degli altri, bisogna sempre provare le scarpe degli altri, indossarle, camminarci. Sospendere il giudizio, smettere ci cercare colpe e smettere di soffiare su rabbie e rancori.

La maggior parte dei personaggi di questa storia sono legati da un fortissimo affetto, hanno agito credendo di fare il bene. L’hanno fatto secondo il loro modo di agire e sentire. L’hanno fatto secondo il loro modo di stare al mondo. Il loro mondo.

I personaggi davvero pessimi, e ce ne sono stati, sono scivolati via lungo la strada; non è stata una gran perdita.

La mia vita, come tutte le vite, è stata, ed è, intrecciata a vite differenti. È incastonata in una ben precisa società, in ambienti definiti, in un’epoca storica. E poi diciamoci la verità per quanto proviamo a immedesimarci negli altri, proviamo a vedere e sentire come loro, alla fine dobbiamo avere l’umiltà di capire che non siamo altro che noi. Ogni tentativo di capire un altro essere umano è filtrato da noi.

Questo non è un post buonista sul vogliamoci tutti bene, questo è un post egoista. Il post più egoista che io abbia mai scritto. Decidere di interpretare vari ruoli è stato un atto dovuto a me, un modo di volermi sempre più bene. La rabbia, il rancore, la voglia di dare colpe agli altri, il piangermi addosso, creano interferenze tra la mia parte dolorante e distruttiva e la mia parte solare, curiosa, piena di vita. Ci sono sentimenti e modi di pensare che vanno affrontati e non accantonati, se li accantoni diventano una specie di armadio ricolmo pronto ad esplodere alla prima occasione.

E poi ci sono i se: se questo non fosse stato, se quest’altro fosse stato, se, se, se. Con i se si costruiscono mondi di fantasia e castelli di carte. Ci sono parti di me assolutamente mie e parti frutto degli eventi. In me c’è una parte forte e prepositiva e una distruttiva, ed entrambe le parti c’erano prima del 27 maggio 1977. Devo lavorare su entrambe e sinceramente non credo che incolpare gli altri, il mondo, la sfortuna, gli eventi sia giusto, utile e costruttivo.

La gente

Le persone etichettano gli altri, lo fanno perché è più facile, perché rende l’altro disturbante lontano da sé, ristabilisce ordine, fa sentire sicuri.

Come ho detto le storie hanno un’ambientazione, un luogo, un’epoca e dei comprimari. A volte sono proprio i comprimari a fare male, creare danni, ferire. Quei comprimari che vedono elementi estranei al loro modo di pensare e sentire, vedono eventi per loro disturbanti, osservano personaggi per loro sgradevoli. Alcuni comprimari in maniera sottile, altri in maniera evidente, mostrano astio a tutti coloro che non riconoscono come loro simili: giudicano, etichettano, classificano.

Quest’anno ho letto molti libri di marketing, soprattutto sull’introduzione, circolazione e accettazione di massa di nuove idee e bisogni. C’è tutto un ramo del marketing che si occupa di questo, usando vari strumenti, tutti basati sulla psicologia degli individui, dei gruppi e delle masse. Le basi su cui poggia la penetrazione delle idee, dei bisogni, delle credenze, in una società sono le stesse da millenni solo che ora sono stati chiariti i meccanismi con cui, e su cui, agiscono. Vedo faccie soddisfatte, sicure che queste cose riguardino gli altri, mica loro.

Esposti in quei libri c’erano comportamenti comuni, comportamenti diventati linee guida della vita di tutti, in un modo o nell’altro. Il bisogno di vivere solo con i propri simili, di non ragionare troppo, di vivere di abitudini. Il bisogno di escludere il diverso perché mette in pericolo il proprio mondo. La totale incapacità di capire cose estranee alla propria realtà, etichettata come normalità. Questi sono istinti basilari degli esseri umani, non eccezioni, l’eccezione è chi va oltre.

Ho scoperto che se si vive in gruppi chiusi eventi e persone estranei vengono percepiti secondo il proprio modo di ragionare e vedere, e questo comporta anche il modificare eventi per renderli più accettabili al proprio mondo. Ho scoperto che le persone spesso agiscono secondo le aspettative, gli sguardi e le narrazioni su se stessi fatte da altri. Funziona così se non si decide di cambiare le cose in sé.

Ho passato molto tempo ad arrabbiarmi perché non riuscivo a spiegarmi, trovavo muri e chiusure, ho urlato molto. Poi ho capito che cercare di spiegare a chi non vuole, o non può capire, è inutile. Alcune volte il non capire è in mala fede, altre volte è proprio impossibile, le menti delle persone, compreso la mia, non sono programmate per accettare cose del tutto estranee. Accettare versioni dei fatti differenti dalle proprie fa crollare certezze, certezze su cui si costruiscono mondi ed equilibri.

Sono partita da episodi semplici recepiti da estranei come stranezze mentre ogni episodio aveva una sua ragione alle spalle per mostrare che capire quello che c’è dietro le cose costa, anche un minimo, di impegno e voglia di capire. Nessuno è obbligato a farlo, e nessuno lo fa per tutto. La mia soluzione agli sguardi non benevoli degli altri è l’indifferenza, e anche l’indifferenza va allenata e, a volte, costa fatica.

Un parrucchiere vicino casa, non la mia parrucchiera, ha un cartellone vicino l’ingresso del negozio, ogni volta che ci passo avanti lo leggo, mi piace moltissimo, e spero di riuscire a fare mio il contenuto: “Non vogliamo piacere un po’ a tutti ma moltissimo a pochi”. Mi piacciono queste parole, credo racchiudano un modo di stare al mondo.

In Pane, amore e fantasia c’è un dialogo esilarante tra Tina Pica e Vittorio De Sica, lei gli parla di un pettegolezzo e lui le chiede da chi l’ha sentito, le risponde: “La gente”, lui vuole sapere: “Chi è questa gente” lei risponde, con un gesto delle mani esplicativo: “Chi vuoi che sia questa gente…la gente” e se ne va. Ha detto tutto.

Le vite degli altri le giudica la gente, e come dice Tina Pica la gente è la gente. La gente può farci sentire stupidi, pazzi, a disagio. Alla gente delle nostre vite non importa e non c’è niente che può fermare le sue parole e i suoi pensieri su di noi, o meglio qualcosa c’è: lasciare la gente ai suoi pensieri e alle sue parole e vivere la nostra vita, condividendola con persone. Cercando di trovare tra la gente persone a cui importa di noi e di cui ci importa. Il resto è gente.

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