La materia di cui siamo fatti

A tre anni mi hanno iscritta a un asilo montessoriano a Monte di Dio; allora vivevamo in via Gennaro Serra, tra Monte di Dio e piazza del Plebiscito, mio padre era il fortunato vincitore del premio Chi accompagna la creatura all’asilo. Io ero in pieno periodo: “Cavolo chi è quel tizio in quella culla, buttatelo fuori dalla mia abitazione”; pare che il tizio in questione avesse tutto il diritto di stare in quella culla in casa mia essendo figlio di mio padre e mia madre. Eh sì il tizio in questione era mio fratello, venuto al mondo nel dicembre del mio 4 anno di vita.

Ad accoglierlo ha trovato dei genitori amorevoli e una pazza di tre anni, spesso con delle mutande in testa, assolutamente convinta che l’unico ruolo destinato a quel coso nella culla fosse quello di bambolotto della suddetta pazza. Ogni altro ruolo in famiglia di quel giovinotto, piccolo e urlante, rendevano la treenne leggermente isterica.

Da bambina di buon appetito qual ero alla nascita di mio fratello ho iniziato ad aggiungere alla mia dieta maniche e colli di pullover, camicie, cappotti, giacche, vestiti. Fortunatamente mangiavo solo i miei vestiti, e solo mentre li indossavo. Il vestiario della mia famiglia era già messo a dura prova dai continui furti di mutande. Se avessero dovuto organizzare ronde per impedirmi di rubare altri capi di abbigliamento temo che vi sarebbero state delle reazioni leggermente irate.

Quando mi è stata proposta ho appoggiato con entusiasmo l’idea di iniziare ad andare a scuola:  io ero grande, DOVEVO andare a scuola. Per la mia famiglia non era fondamentale spedirmici tutti i giorni, a casa, a parte mia madre, c’erano altre persone estasiate all’idea di poter badare alla creatura saltellante fornita di enormi mutandoni poggiati sul capo a mo’ di capelli. Le fortunate in questione erano zia Maria, mia fonte preferita di mutande e zia di mio padre, e Immacolata, la ragazza assunta per aiutare mia madre a badare a mio fratello, in realtà molto occupata nel tentativo di domarmi. Ci riusciva benissimo, la adoravo.

Per mio padre portare la figlioletta a scuola in alcune mattine poteva essere un’esperienza ai confini della realtà, la mattina in questione avevo deciso di essere me stessa, in tutto il mio splendore.

Mio padre non andava in tribunale tutti i giorni — tranquilli non era una parassita dello stato ma un magistrato. Ok, per molti un parassita dello stato — e alcuni giorni rimaneva a lavorare a casa, è normale buoni eh!  Quella mattina il paziente genitore non doveva andare in tribunale, e quindi mi dice: “Puoi rimanere a casa, rimango anch’io”, io con mio padre avevo questo rapporto tipo cozza sullo scoglio, ma quella mattina mi ero svegliata indipendente, andare a scuola era l’unico scopo della mia vita.

Un uomo e una bambina di 3 anni escono di casa mano nella mano, percorrono via Gennaro Serra, girano a sinistra, hanno quasi raggiunto un asilo, la loro meta. All’improvviso la zona di Monte di Dio è scossa da urla disumane: “Voglio andare a casa, a casa; non voglio andare a scuola, voglio rimanere con te”. Mio padre decide di accontentarmi e ci avviamo verso casa, siamo quasi arrivati al portone quando la suddetta zona di Napoli è invasa nuovamente da urla spaventose: “Voglio andare a scuola, voglio andare a scuola, voglio giocare con gli altri bambini”. Ok si torna indietro, se qualcuno pensa che fossi viziata non sbaglia.

Siamo di nuovo quasi davanti il portone della scuola quando le urla ricominciano: “Voglio rimanere con te, non voglio andare a scuola, non voglio, non voglio”, ero viziata ma con dei limiti, il genitore non cede e mi consegna, urlante, alla maestra.
Il metodo Montessori mette il bambino al centro dell’approccio educativo, ma pare che anche il metodo Montessori di fronte a urla disumane protratte per oltre un’ora mostri delle crepe. In casa Ferone quella mattina giunse una telefonata: “Dovete venire a prendere la bambina, piange da più di un’ora, ha quasi le convulsioni”.

Un uomo riesce da solo da un palazzo di via Gennaro Serra, si avvia verso Monte di Dio, dopo pochi minuti rientra nello stesso portone, tiene per mano una bambina, la bambina mentre entra nel portone è raggiante.

Mio padre, abbastanza pelato e con un po’ di riporto, è stato l’unico cliente dello splendido negozio di barbiere che avevo aperto sulla poltrona grande della camera da letto dei miei genitori. Lui si sedeva, io mi piazzavo in piedi sulla seduta, la poltrona è enorme, alle sue spalle. Con perizia e serietà, e la delicatezza di un toro imbizzarrito, prendevo un pettine e vi avvolgevo sopra i capelli del riporto paterno. In generale i capelli rimanevano incastrati nel pettine e io, da grande professionista, per sbrogliarli li tiravo. Il sottoporsi almeno una volta alla settimana a questa tortura perpetrata dalla propria figlia, di cinque/sei/settenne anni — questo gioco mi piaceva molto — pare si chiami amore.

Non ricordo quanto tempo sono rimasta all’asilo montessoriano vicino casa, massimo un anno, ma ci andavo pochissimo. L’anno dopo mi hanno iscritta a un asilo gestito da preti a piazzetta Ascensione, mio padre non mi accompagnava più, era iniziata l’era del pulmino per andare a scuola, proseguita sotto varie forme fino alla fine delle elementari. Il genitore di ramo maschile è rimasto il fortunato vincitore del premio: Chi accompagna la creatura, sono cambiati i luoghi dove accompagnarmi.

Dai 6 agli 8 anni ho frequentato una palestra, facevamo ginnastica ritmica. I primi tempi la adoravo, o meglio adoravo la mia interpretazione della ginnastica ritmica, saltellare con un body addosso, per il resto ero una schiappa, ma questa è un altra storia. Per tre pomeriggi a settimana mio padre mi prendeva e mi portava a via Bonito, San Martino mica dietro l’angolo, a piedi, a fare ginnastica. Viale Michelangelo, scalettele dei Caccioppoli, in salita eh, via Kerbaker, traversa, laboratorio di pasticceria dove a mio parere era il caso di sostare e passare il pomeriggio, altre scalette, sempre in salita, e finalmente via Bonito. Un’ora di ginnastica, e poi di nuovo verso casa.

Il genitore rimaneva all’ingresso della palestra o andava a farsi un giro nei paraggi, a fine lezione mi prelevava e via verso la vera meta di quei pomeriggi, dal mio punto di vista, la merenda: due Tin Tin — gli antenati dei Trancini del Mulino Bianco — comprati al bar all’angolo tra via Bonito e le scalette che portano alla traversa di via Kerbaker. Non provate neanche lontanamente, anche solo a pensare, che due merendine fossero troppe, o a criticare mio padre perché me le comprava, siete in torto voi.

Portarmi in palestra era una bella passeggiata, e io spesso decidevo di farla a passo di tartaruga, scopo finale: arrivare in ritardo in palestra e saltare la lezione. Scopo mai raggiunto.

All’inizio amavo andare in palestra, ma ero davvero una schiappa in molte cose e col tempo l’insegnate e le altre bambine iniziarono a farmelo notare. Inoltre l’insegnate mi chiamava Matilde; io da piccola volevo chiamarmi Barbara, le bambine fighe si chiamavano Barbara, e invece mi chiamavo Francesca, e questo era tollerabile, ma appiccicarci quel Matilde dietro era stato davvero di cattivo gusto da parte dei miei genitori, per fortuna nessuno lo usava. Poi arriva ‘sta donna e davanti a una ventina di bambine, quasi tutte più brave di me in ginnastica, mi chiama Matilde per ovviare alla sovrabbondanza di Francesche.

A un certo punto ho iniziato a odiare quella palestra e non volevo andarci, ma mio padre la pensava diversamente, quindi resistenza passiva e ostruzionismo erano diventati i miei mantra.

L’opzione non andiamo non era prevista, ok ero limitatamente viziata, quindi la mia strategia di ostruzionismo e resistenza passiva iniziava appena uscivamo di casa, il Gandhi che era in me mi diceva: “Cammina lenta, lentissima, e otterrai il tuo scopo”.

Mio padre mi adorava, ed io adoravo lui — non l’aveva capito ancora nessuno, vero? — ma questo fatto non gli impediva di avere delle regole fisse, ben precise e chiare, e quelle non si ignoravano. Se una cosa si doveva fare si faceva, senza tanti fronzoli, quindi io rallentavo il passo, e lui sapendo perfettamente cosa stessi facendo me lo lasciava fare. Scoperto il mio gioco aveva imparato ad uscire prima di casa e calcolare il tempo che avremmo impiegato per arrivare in palestra puntuali, ostruzionismo e resistenza passiva della sottoscritta compresi. Nelle mie giornate di protesta mi lasciava fare un buon tratto di strada a passo lentissimo e poi iniziava a camminare a passo svelto, sveltissimo, tenendomi per mano. Arrivavamo sempre puntuali in palestra, al limite con un po’ di fiatone.

Francesca Matilde Ferone guarda una puntata de "Il commissario Maigret" con Gino Cervi, insieme a suo padre Vittortio Ferone

Un mondo, il mio mondo.

Sono nata quando mio padre aveva 39 anni, un’età avanzata per avere il primo figlio secondo i canoni dell’epoca, e mio padre un figlio lo voleva. Si era sposato tardi, mia madre aveva 12 anni meno di lui, e la mia nascita gli ha cambiato la vita, era felicissimo. Più che sua figlia sono stata la sua ombra. Era molto criticato per molte cose riguardanti la mia educazione, mi faceva rimanere sveglia a vedere la televisione con lui ogni sera, le volte che mi ha mandato a letto me le ricordo perché si contano sulle dita di una mano, serate in cui alla televisione trasmettevano programmi che lui riteneva non adatti a me. Dormiva in camera mia, lui nel letto e io nel sottoletto, mano nella mano, mentre mia madre dormiva nel lettone con mio fratello. Mi portava a passeggio con lui la domenica mattina quando usciva con gli amici e mia madre non aveva voglia di uscire. Mi veniva a raccattare in piscina, o a mare, quando non avevo nessuna intenzione di uscire dall’acqua. Proprio a lui nuotatore stentato e poco amante dell’acqua era nata una figlia testardamente acquatica. Una figlia così identica e così differente da lui.

Alle 7 del mattino del 27 maggio 1977 un’ambulanza proveniente dall’ospedale Cardarelli di Napoli si è fermata sotto il palazzo dove sono tornata a vivere. Quell’ambulanza portava a casa un uomo deciso a morire a casa sua. Non è andata così, l’uomo riportato nel suo letto era già morto quando l’ambulanza si è fermata. Alle 7 di quel mattino io e mio fratello siamo stati svegliati e portati a casa dei nostri vicini di pianerottolo, e amici di famiglia, e mio padre è tornato a casa sua.

Si era ammalato l’estate prima, un tumore ai polmoni. Nei mesi della sua malattia, tra ospedali e periodi a casa, è riuscito a regalarci dei momenti bellissimi.

Un capodanno spettacolare, festeggiato a casa, pieno di gente e di allegria; una pasqua felice, che quell’anno cadeva il 10 aprile, giorno del suo compleanno; un ritorno improvviso dall’ospedale romano dove era andato a ricoverarsi due giorni prima per mangiare con la sua famiglia la lasagna dell’ultimo di carnevale. Persino la sua operazione, completamente inutile, aperto e richiuso, a fine gennaio al Nuovo Policlinico di Napoli era riuscito a farcela vivere senza pesantezza, o meglio a me l’ha fatta vivere così, come l’hanno vissuti altri quegli eventi non lo so e non lo potrò mai sapere davvero. Quando domenica 30 gennaio 1977, giorno prima di San Giovanni Bosco — va a capire perché mi ricordo certi dettagli — l’andammo a trovare in ospedale fece trovare a me e mio fratello una stanza piena di biscotti e cioccolatini. In realtà erano i regali portati a lui da chi era andato a fargli visita nei giorni precedenti, ma io da bambina golosissima apprezzai molto quei doni e le coccole di mio padre. Un uomo sempre sorridente e sereno con i suoi figli durante tutto il periodo della sua malattia. Meno di un mese prima di morire, nelle pause tra un ricovero e l’altro, ha portato me e mio fratello a cinema a vedere un film di Bud Spencer e Terence Hill  I due superpiedi quasi piatti, film carino ma niente di paragonabile a quel capolavoro assoluto che rimane ancor oggi Altrimenti ci arrabbiamo.

Il pranzo della Domenica delle Palme 1977 l’ho passato in un ristorante nel centro di Roma con mia madre, mio padre e mia cugina. Ok sulla presenza di mia cugina in quel ristorante non sono sicura, so che quel fine settimana lei era a Roma, e i genitori e il fratello erano fuori città, verificherò la sua presenza in quel ristorante e riferirò. Invece so con certezza cosa ho preso per secondo quel giorno a pranzo: abbacchio, mi scuso con  gli animalisti, ma quell’abbacchio me lo ricordo come una delle cose più buone mai mangiate in vita mia.

Il 27 maggio 1977 dentro di me sono calati un buio fitto e un freddo intenso.

A distanza di anni, in una casa di Dublino, per la prima volta ho iniziato a mettermi nei  panni di mio padre in quegli ultimi mesi del 1976 e primi del 1977. I panni di un uomo cosciente di stare morendo e di lasciare una moglie fragile e due bambini, una di nove anni e uno di sei. Quei panni erano scomodi.

Il buio e il freddo calati quel giorno hanno la forma di una voragine dentro di me. Con gli anni, tanti anni, ho imparato a convivere con la mia voragine, il mio buco nero. Ho smesso di cercare di riempirla di cibo, persone, false aspirazioni e desideri non miei. Da qualche tempo, senza forzature, ho capito una cosa: sono una persona fortunata.

Mio padre, che è stato e rimarrà il mio più grande amore, mi ha amata nello stesso modo; ha amato anche mio fratello e mia madre così. Ci ha lasciato un vuoto spaventoso, ma ce l’ha lasciato proprio perché ci ha dato amore, sicurezza, serenità. Quante persone possono dire di aver avuto queste cose, anche se per poco tempo?

Ricostruire su macerie e scoprire di avere delle fondamenta solide che nonostante terremoti e tempeste sono rimaste intatte è una sensazione bellissima, non riempie voragini fredde e buie ma può essere la base per ricostruire ambienti caldi e confortevoli in sé stessi. Scavare tra le macerie, togliere detriti e rovine è un lavoro duro e faticoso ma va fatto, non si può decidere di guardare da un’altra parte, non si può costruire sulle rovine, rimane tutto in bilico, e prima o poi crolla tutto.

Una persona pochi anni fa mi ha detto: “I ricordi sono importanti, io nella mia vita ho cercato di costruirmi bei momenti per poi poter avere dei bei ricordi”. È vero, i ricordi sono importanti, i ricordi belli possono generare un dolore insopportabile quando le persone con cui li abbiamo vissuti, per un motivo o per un altro, non ci sono più, ma quegli stessi ricordi, elaborato il dolore, possono diventare la nostra forza. Per me è stato, ed è, così.

Di mio padre ho dei ricordi bellissimi, da lui ho preso la passione per i libri e l’urlo facile se mi fanno incavolare. Ora urlo meno e in molte situazioni ricordo le sue parole: “I furbi non sono intelligenti”, sorrido tra me e me e vado avanti. Da lui ho preso un enorme senso della giustizia e una grande curiosità. Ho ereditato la passione per il cibo e la tendenza a ingrassare, e va bene anche questa.

Da lui non ho preso tante cose: diplomato a 16 anni avendo fatto il liceo in 4 invece che in 5 anni, all’epoca si poteva fare, laureato a 20, magistrato a 22, magistrato in Corte di Cassazione poco più che quarantenne, per concorso e non per età. No, per molte cose non gli somiglio. Mio padre è un’eredità forte, pesante, e so per certo che se avesse vissuto di più avremmo avuto dei grandissimi scontri, e come in tutti i grandi amori avremmo fatto pace, forse dopo grandi fratture e allontanamenti.

Le cose sono andate come sono andate, le macerie sono state scavate, penetrate, rimosse. Le fondamenta, forti, sane, piano piano rivedono la luce e su quelle ricostruisco, lentamente, a modo mio. Non lo faccio pensando a cosa avrebbe pensato lui di me, non cerco di piacergli o compiacerlo, cerco di fare emergere la parte più sana di me, che poi, chissà perché, nella totale diversità, è così simile a lui.

6 thoughts on “La materia di cui siamo fatti

  1. Pingback: Nelle scarpe degli altri | Saltellando con le mutande in testa

  2. Pingback: Usa la forza, Francesca! | Saltellando con le mutande in testa

  3. Pingback: Ogni impedimento è giovamento | Saltellando con le mutande in testa

  4. Pingback: Non è fame è più… | Saltellando con le mutande in testa

  5. Pingback: La mamma è sempre la mamma | Saltellando con le mutande in testa

  6. Pingback: Vengo anch’io, no tu no! – Saltellando con le mutande in testa

Rispondi

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione / Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione / Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione / Modifica )

Google+ photo

Stai commentando usando il tuo account Google+. Chiudi sessione / Modifica )

Connessione a %s...