La bellezza che c’è in noi

Non si esagera con il fondotinta

Grazie a Lisa Eldridge ho imparato a truccarmi un po’ meglio, poco fondotinta e giusti colori per occhi e le labbra. Non sono più una ragazzina e less is more. Lisa Eldridge è una make up artist inglese, ha un canale YouTube seguitissimo, dà consigli sensati e mi aiuta a ripassare l’inglese. Non so truccarmi bene, non l’ho mai saputo fare; amo il tipo di trucco grazie al quale si appare luminose e naturali, il più difficile di tutti.

Ho la pelle grassa e nel tentativo di nascondere le imperfezioni ho usato fondotinta coprenti di tutti i generi, e tanto prodotto. Per lunghi periodi non mi sono truccata per pigrizia, noia. E visti i risultati delle mie sedute di make up alla fine meglio niente trucco. Poi arriva lei e dice: “Hey meno fondotinta se no la situazione peggiora” e poi, come se si rivolgesse a me, “Il fondotinta evidenzia le rughe, usane poco, solo dove serve, non in tutto il viso, e soprattuto quello giusto per la tua pelle ed il tuo colorito”.

Ho iniziato a osservarmi meglio; per i miei 47 anni le cose non vanno malissimo. La faccia non cade, alle rughe non devo essere simpatica e quindi mi stanno abbastanza alla larga, la palpebra destra mi sembra cada un po’, la sinistra meno. So’ cose che capitano.

Ho deciso di usare un fondotinta leggero solo sulle guance come base per il fard — si sono vecchia, della generazione del fard e non del blush; sono la stessa cosa ma i tempi cambiano e cambiano i termini — il resto del viso lo lascio respirare. Un colpo di fortuna, o meglio un colpo di gentilezza della proprietaria di una farmasanitaria, mi ha portato alla scoperta di un fondotinta dello stesso colore della mia pelle e di consistenza leggerissima, un’epifania.

Truccarsi in modo più semplice stranamente è più complesso, devo stare attenta mentre applico i prodotti, stenderli meglio, usarne la giusta quantità. I risultati sono straordinari. Schiaffarmi roba in faccia coprendo tutto e ricolorando richiedeva meno attenzione mentre mi truccavo, e gli effetti lasciavano a desiderare.

Grazie a Lisa Eldrige il mio viso non è modificato dal trucco, ma ha un aspetto naturale e sano. Mettendo meno trucco, utilizzando i prodotti giusti e ben applicati, le parti belle del mio viso sono in evidenza, i difetti si notano meno senza soffocare sotto prodotti invadenti.

Mongolfiere mutanti in clessidre

Sono una donna botticelliana, ora come ora ho una decina di chili in più — i chili in più talvolta sono stati molti di più, talaltra alcuni in meno, c’è stato anche il peso perfetto tabelle alla mano — grandi tette e grandi fianchi, un fisico ingombrante. Donna clessidra pare sia la definizione giusta, donna che occupa troppo spazio la mia sensazione da sempre.

Ho un idolo fin da piccola, un mito irraggiungibile: Audrey Hepburn in Sabrina. Niente di più lontano da me, dai miei fianconi, dalle mie grandi tette. Allora giù di palandrane larghe per coprire il più possibile. Poi nel modo più strano inizio a guardarmi con occhi diversi: una trasmissione televisiva su Real Time Ma come ti vesti.  La guardavo con molta ironia, la trovavo talmente sopra le righe da divertirmi molto, e divertendomi ho iniziato a osservarmi con più amicizia, a comprare meno palandrane, pantaloni troppo grandi per me, abiti mongolfiera.

Non sembro Audrey Hepburn, non le somigliavo neanche prima, ma sembro meno una grossa tenda che cammina. In fin dei conti nel mio essere tanta sono proporzionata e forse sono di moda, sono Curvy sappiatelo, o forse non lo sono, dipende dal giornale di tendenza, dal programma televisivo, dall’esperto del momento.

Sono come sono, a 47 non mi sento malaccio, moda o non moda, non indosso abiti aderenti, ma abiti che cadono lungo il mio corpo sottolineandone il meglio e facendo passare in secondo piano i difetti senza seppellirli sotto tendoni.

Una sforbiciata e via

La bambina che voleva i capelli lunghi ora è un’adulta, non mi piace ammetterlo ma lo sono, e non da poco tempo. Da donna adulta ho portato per lo più capelli lunghi, per un breve periodo cortissimi, quasi rasati, poi li ho fatti ricrescere. La pazienza di curare una chioma lunga non l’avevo a 5 anni e non l’ho ora. Diciamoci la verità i capelli lunghi sono belli quando sono sani, forti, luminosi, i miei non lo erano; la parola d’ordine è stata tagliare. Un taglio adatto al mio viso e al mio tipo di capelli, un colore rinnovato, e il gioco è fatto. I miei amati odiati capelli ora si intonano perfettamente a me.

Camminando Camminando

Napoli si conosce camminando; solo così se ne colgono le sfumature e si percepiscono i mondi differenti di cui è formata. Mondi vicinissimi fisicamente e lontanissimi per mentalità.

Da un po’ i turisti invadono il centro storico di Napoli, e non solo quello, con la curiosità che io non avevo; scivolano in vicoli e vicoletti, si guardano in giro, mangiano soddisfatti. Non credo gli succeda nulla, la campagna mediatica a sfavore di Napoli è così serrata che difficilmente uno scippo, un furto, una rapina rimarrebbe un evento spiacevole capitato qui come ne capitano in qualsiasi grande città; la narrazione di quell’evento sarebbe accompagnata da rulli di tamburi, urla e parole a caso tipici del Succede solo a Napoli.

Poiché non arrivano notizie di turisti vittime di ogni genere di furto, raggiro, sevizia, e visto il numero molto elevato di turisti in giro, ho deciso di seguire il loro esempio. Eh sì, io napoletana, nata e cresciuta in questa città ho seguito chi veniva da fuori e ho iniziato a esplorare parti della città proibite.

Ho vissuto per anni il centro storico di Napoli vedendone solo il degrado, e dove c’era bellezza per me era normale che fosse così.

Ho trascorso l’infanzia a giocare nel Chiostro di Santa Chiara, per me bambina un bel posto dove correre e giocare con i miei cugini. Poi il Chiostro è stato chiuso per ristrutturazione e ora per entrare si paga. Attualmente non credo ci siano molti bambini a correreci dentro, ma c’è più gente cosciente della bellezza e preziosità di quel luogo.

Mia zia abitava in via Mezzocannone, per lei Scaturchio, allora gestito dalla famiglia Scaturchio, era la pasticceria vicino casa dove comprare i dolci per il pranzo della domenica; il Chiostro di Santa Chiara uno spazio dove lasciare sbizzarrire 4 bambini, poi ragazzini, irrequieti. Di certo lei, insegnate di italiano e donna colta, quel luogo lo vedeva in tutta la sua bellezza.

Anch’io, a modo mio, ne vedevo la bellezza, gli alberi di limoni, le maioliche, per me bambina delle mattonelle belle e colorate, gli spazi dove correre. La Basilica di Santa Chiara non la amavo, troppo semplice per i miei gusti di allora; adoravo il Gesù Nuovo, così ricca e barocca  — nella mia infanzia e adolescenza sono stata molto barocca — con le colonne dietro le quali correre.

Mi piaceva assai correre dentro il Gesù Nuovo, mi piaceva così tanto da far bloccare una messa dal prete sul pulpito per invitare i miei genitori a portarmi fuori la chiesa. Boh?! si correva così bene.

Francesca Matilde Ferone bambina corre dentro il Gesù Nuovo.

Correre al Gesù Nuovo è stato bellissimo.!

 

Sono stata davvero fortunata da piccola, ho corso in Villa Comunale e Villa Pignatelli. Adoravo la Villa Comunale, lì affittavano le biciclette e si poteva correre e giocare liberamente; a Villa Pignatelli era tutto più decoroso, troppo contegno da mantenere, non faceva per me.

Una mattina al Bosco di Capodimonte ho barattato una costosissima bambola camminatrice, con tanto di girello, con un pallone Supersantos. Sono corsa da mio padre a mostrargli l’affarone appena fatto; si è arrabbiato non poco, la controparte dell’affare nel frattempo è sparita. È vero non sono mai stata brava negli affari.

Ho passato intere domeniche nei giardini della Certosa di San Martino, ero affascinata dalle carrozze all’ingresso; ho visto il presepio innumerevoli volte sempre con lo stesso stupore. Anche la Certosa di San Martino era a ingresso libero, quindi niente di più naturale del portarci dei bambini bisognosi di muoversi.

Ho preso caffè a via Petrarca con le amiche, fatto bagni a Miseno e Miliscola, sono passata per Pozzuoli, mi sono intrufolata il giovedì sera alla Sanità per andare a ballare.

Ho percorso a piedi I Tribunali con mio padre, l’ho seguito a Castel Capuano, ho visto sale bellissime, per correre, sì io da bambina misuravo la bellezza di un luogo in base alla possibilità di saltarci e correrci dentro.

Ho sognato di vivere in un basso per poter uscire più facilmente in strada e andare nel basso a fianco a comprare giocattoli.

Mi sono affacciata dal terrazzo di casa a via Gennaro Serra e sognato di essere invitata a un ballo a Palazzo Reale; ho comprato gelati e latte dalla latteria dello strettissimo vicoletto Pizzofalcone.

Ho giocato a pallone in Floridiana, con un pallone portato aggirando il divieto di non giocare a pallone, eh sì ‘sti soliti napoletani delinquenti nell’anima fin da piccoli. Allora in Floridiana non c’erano tantissime aree chiuse come ora, era praticamente tutto aperto; io, e quelli della mia generazione, ci siamo arrampicati sugli alberi non troppo alti della parte superiore, abbiamo sceso lo scalone e siamo rimasti senza fiato osservando la vista di Napoli offerta dal belvedere.

Insomma io Napoli nella mia infanzia, adolescenza, prima giovinezza l’ho vissuta, ma non l’ho guardata con i giusti occhi, e l’ho data per scontata.

Faccio parte della generazione cresciuta al Vomero  senza la metropolitana, i lavori per costruirla, quelli sì, c’erano. La generazione per la quale la Funicolare di Chiaia e la Funicolare di Montesanto erano chiuse per ristrutturazione e la Funicolare Centrale apriva, chiudeva, riapriva. La generazione per la quale una passeggiata in Luca Giordano e via Scarlatti era condita da macchine.

Mi scusino gli integralisti del Vomero se non lo rimpiango quel Vomero, certo ne rimpiango determinati esercizi commerciali ma non la qualità della vita. A meno di non rimanere barricata nel quartiere, e non uscirne mai, non era una vita facile. Ma c’è un Vomero al centro dei miei rimpiati, quello mai visto e conosciuto, un Vomero raccontato, da mia madre, mia nonna, le mie zie. Sì quel Vomero mi manca, lo rimpiango, avrei voluto farne parte.

Ho parcheggiato come tanti a Piazza del Plebiscito, ora è difficile immaginare quella piazza come un enorme parcheggio, lo è stata. E i napoletani intelligenti si sono anche ribellati quando è ridiventata una splendida piazza chiusa al traffico.

Questi sono alcuni ricordi della mia Napoli prima di quasi 20 anni vissuti  fuori, negli anni è migliorata tanto e peggiorata in alcune cose, innegabile.

Ora è piena di turisti che la scoprono. Ieri scendendo per via Nicotera ho incrociato una famiglia francese, con tanto di bambini, alla scoperta di quei vicoli, armata di macchina fotografica, atleticamente in salita. Non è la prima che vedo turisti in giro per i Quartieri Spagnoli, non sarà l’ultima, ma in un mercoledì di febbraio mi hanno colpita, erano lì a guardarsi intorno, in un mondo così distante dal loro, ed erano sereni, incuriositi. I vicoli sporchi è sgarrupati, tanto avulsi a molti napoletani, sono di una bellezza da rimanere senza fiato.

Quartieri ricchi e borghesi incrociano quartieri popolari, situati al centro della città, non nascosti in periferia. In molti quartieri popolari gli abitanti hanno preso coscienza dei luoghi dove vivono, se ne prendono cura, li valorizzano. Il valorizzare quei luoghi sta portando ricchezza e turismo, lo sta portando in posti dove per molti napoletani è meglio non andare: i Quartieri Spagnoli, la Sanità, i Decumani sono solo alcuni dei luoghi vivi grazie agli abitanti.

Per anni Napoli è stata meta di passaggio, si arrivava e si ripartiva per andare in Costiera Amalfitana o Sorrentina, nelle Isole dell’arcipelago, a Pompei ed Ercolano. A Napoli non si soggiornava. Ora i turisti soggiornano qui, la girano, rimangono incantati dalla bellezza, perplessi per il degrado di alcuni luoghi, incuriositi da una tale varietà di mondi incrociati gli uni negli altri.

Domenica ho preso la metropolitana sotto casa, a Salvator Rosa, dopo una fermata sono scesa a Materdei; non solo stazioni della metropolitana anche luoghi di arte moderna. Ogni volta che esco dalla metropolitana a Materdei rimango incantata da quel luogo bello e nascosto; con Sandro ci siamo avviati a piedi verso la Sanità, siamo passati davanti alla Cantina del Gallo ed ho pensato “Dopo potremmo fermarci a mangiare”. È un posto che amo, un osteria di quartiere piena di turisti e persone del luogo. Non mi pagano, peccato farmi pagare in pizze e sfizietti non mi spiacerebbe affatto, e quindi ho qualche remora a invitare le persone ad andarci, io non ci ricavo niente a parte il piacere di aver condiviso con altri un posto che mi piace.

Domenica avevo deciso di passare alla Basilica di Santa Maria alla Sanità, visitarla, mai vista prima, e se fosse stato possibile conoscere il parroco della Sanità Don Antonio Loffredo. All’inizio di un vicolo c’era un enorme pannello in tessuto, stampate sul pannello due foto di un bel ragazzo a grandezza naturale con una scritta che diceva più o meno così: “Ciao Ciro Esposito ti ricorderemo per sempre”. Con Sandro ci siamo chiesti chi fosse questo Ciro Esposito, uno dei tanti Ciro Esposito cittadini napoletani.

Ieri ho scoperto chi è: è il primo morto ammazzato del 2015 a Napoli, gli hanno sparato il 7 gennaio 2015 a via Sanità. Le foto di un ragazzo morto — una in costume da bagno sui bordi di una piscina, l’altra in posa e ben vestito — per noi erano surreali; parlavano di un mondo lontano e vicinissimo a noi. Foto rappresentati un ragazzo al meglio di sé, foto adatte al suo profilo Facebook. Quelle stesse foto viste a grandezza naturale all’inizio di un vicolo di un quartiere bellissimo e difficilissimo di Napoli mi hanno raccontato con chiarezza dove mi trovavo, le contraddizioni di quel luogo.

Pochi metri avanti, superato il ponte, abbiamo raggiunto la nostra meta. Una guida della cooperativa La Paranza stava raccontando il suo quartiere a un gruppo di turisti. Un altro modo di appartenere a quel quartiere.

Non conosco le storie dei ragazzi de La Paranza, non conosco le storie dei vari Ciro Esposito; sono tutte storie differenti, molto lontane dalla mia parte di Napoli, convivono alla Sanità, convivono in altri luoghi bellissimi e difficili di questa città.

Per entrare in chiesa ho dovuto oltrepassare un folto gruppo di donne del quartiere che voleva parlare con il parroco. Erano lì sole o con i figli, di istinto non amo quel genere di donne napoletane, rappresentano una Napoli distante dalla mia, mi mettono a disagio, sarebbe meglio non lo dicessi ma è la verità.

Trovare un linguaggio comune tra una come me e loro è un vero esercizio di mediazione culturale. Eh sì ci vuole un mediatore culturale anche per gli abitanti di uno stesso luogo, originari di quel luogo, residenti in mondi mentali così distanti.

Entrare nella Basilica di Santa Maria alla Sanità e rimanere senza fiato è stato un tutt’uno. In chiesa altri 2 gruppi di turisti e altre due guide della cooperativa La Paranza. Osservavo e raccoglievo le idee. Un signore, poi ho scoperto che era il viceparroco, ci ha detto gentilmente che stavano per chiudere e, senza farci fretta, ci ha indicato l’uscita attraversando il chiostro.

Uscendo ho visto don Antonio Lofferdo in sagrestia, mi sono avvicinata, non ero a mio agio, non lo sono mai quando voglio presentarmi a qualcuno che reputo in gamba e desidero conoscere. Mi sono avvicinata e ho iniziato a blaterare parole a caso. Temo fortemente di aver fatto la figura di una malata di mente proveniente dal Vomero in visita alla Sanità.

Al ritorno non siamo tornati indietro per mangiare alla Cantina del Gallo ma ci siamo avviati verso l’uscita della Sanità a Porta San Gennaro. Molte zone di Napoli, per quanto centrali, hanno precisi varchi di ingresso e di uscita.

C’erano il mercato, i negozi aperti, i turisti, i motorini che sfrecciavano: vita e vite. Ci siamo fermati a Palazzo Sanfelice e a Palazzo dello Spagnolo. Mentre fotografavo lo scalone di Palazzo dello Spagnolo è arrivata una signora del quartiere con la figlia, ha visto il palazzo attraverso l’inquadratura del mio cellulare, mi ha sorriso e parlando con la figlia e con me ha detto: “È proprio bello”. Era orgogliosa di quel luogo del suo quartiere e di condividerlo con una di fuori. Entrambe ne vediamo la bellezza.

È tutto mio!

Ho cominciato il post parlando di trucco, capelli, vestiti. Parlando di come ho imparato a valorizzarmi e accettarmi senza cercare di raggiungere un modello per me irraggiungibile. È innegabile che sia stato, e sia, un percorso emotivo difficile e lungo ma i miglioramenti ci sono. Nei miei strani percorsi mentali mi capita spesso, passeggiando per Napoli, di paragonare la città a una persona poco amata da chi la deve incoraggiare e valorizzare. Tratti di bellezza sfacciata e tanta bellezza nascosta.

Per quanto alcuni non vogliano vedere, molti napoletani hanno deciso di intraprendere la strada difficile del mettersi in gioco, prendersi cura dei loro luoghi, valorizzarli. Passeggio e penso: “Siamo già a buon punto, tante cose sono migliorate, basterebbe così poco per migliorare ancora tanto”. C’è un problema, quel poco dipende da qualcosa di molto difficile, per tanti, troppi, napoletani provenienti da mondi differenti, un cambio di mentalità.

Trovare una nuova prospettiva capace di guardare questa città in maniera differente e vedere se stessi come cittadini attivi e costruttivi, cambiare testa, è una cosa molto difficile, richiedete tempo, attenzione, lavoro, fatica, pazienza. Incolpare gli altri per il degrado, le brutture, la sporcizia è facile; lo facciamo a Napoli e lo facciamo nel resto d’Italia.

Rimboccarsi le maniche e farlo per primi, rompere il pensiero e l’agire comune, è cosa faticosa assai.

Alcuni gruppi di cittadini hanno deciso di prendersi cura di vari luoghi della città, non solo alla Sanità, li hanno guardati nel loro potenziale di bellezza e con pazienza hanno trasformato bellezza immaginata in bellezza reale. Sono loro a fare la differenza. Hanno agito e agiscono senza aspettare lo stato e le istituzioni, che spesso arrivano dopo o non arrivano, hanno deciso di non delegare ad altri, di non dare sempre la colpa a qualcuno lontano da loro.

Ogni giorno tra lamenti di molti, fare distruttivo di altri, inerzia di tanti, agiscono. Non interventi eclatanti, grandi ristrutturazioni, semplicemente guardano la potenzialità di bellezza intorno a loro e la rendono evidente imparando a rispettare quei luoghi e la loro unicità, senza cercare di trasformarli in qualcosa di differente e lontano da quello che sono.

Per i miei capelli, i miei vestiti, il mio trucco non c’è voluto molto per avere un cambiamento in meglio. Il lavoro vero l’ho dovuto fare sulla parte più interna di me, costruirmi fondamenta, muri, stanze in cui mi sentissi a mio agio; l’esterno è solo una conseguenza. Quando paragono Napoli a una persona in evoluzione, capace di imparare a volersi bene, apprezzarsi, valorizzarsi per quello che è, lontano da stereotipi, modelli prestabiliti e irreali imposti dall’esterno, sono perfettamente consapevole delle difficoltà di un cambiamento delle teste di molti, poi guardo al lavoro già fatto da tanti, affrontando grandi difficoltà, e mi dico: “Si può fare” come in Frankenstein Junior.

Come dice la mia parrucchiera, e tutti gli autori di un cambiamento reale: “Le cose cambiano se cambiano le teste delle persone”.

So di essere ripetitiva ma non conosco altri metodi per ottenere cambiamenti reali e duraturi e non strade effimere e circolari con termine al punto di inizio, e dopo un po’ le false partenze e i circoli viziosi stancano.

2 thoughts on “La bellezza che c’è in noi

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