Elogio della, mia, lentezza

I miei primi 40 anni
9 agosto 2007; io e il pancione consorte arriviamo a Barcellona. Eravamo partiti da Milano qualche giorno prima in macchina, nessuna meta, nessuna prenotazione. Quell’anno le vacanze le volevamo fare così.

La prima notte di viaggio l’abbiamo passata a Frejus in Costa Azzurra, la seconda e la terza a Carcassonne, Linguadoca-Rossiglione.

Il 9 agosto raggiungiamo Barcellona; è il mio quarantesimo compleanno.

Dopo aver trascorso qualche giorno a Barcellona la famiglia Ferone-Quintavalle Quintavalle-Ferone si dirige a San Sebastian, nei Paesi Baschi spagnoli, dove soggiorna un paio di giorni. Trascinata dall’entusiasmo cerca di farsi accogliere alle Dune d’Arcachon, e qui alzi la mano chi conosce le Dune d’Arcachon. Se siete onesti ci saranno poche mani alzate, forse nessuna.

Io e il consorte siamo arrivati in codesta località orgogliosi di stare scoprendo luoghi ameni e terre selvagge; le scoprivamo il 16 o 17 di agosto: “Ma cosa vuoi che sia sono terre selvagge e in Francia il Ferragosto mica è come in Italia”

Ok le Dune d’Arcachon sono uno dei luoghi più conosciuti del mondo, dagli italiani no, nonché le dune più alte d’Europa; la settimana di Ferragosto in Francia è come in Italia.

La coppia felice chiede asilo in ogni locanda e campeggio con bungalow del Bacino d’Arcachon; il muro di: “È tutto pieno” l’ha portata nella vicina Bordeaux ove soggiorna due giorni dopodiché si sposta a Lione, qui si installa quattro giorni. Lione è davvero bella, che il mondo lo sappia. Infine fa il suo ingresso a Grenoble.

Oddio quanto sono creativa
Anni fa ho ricevuto una mail da una collaboratrice della professoressa Alba Cappellieri  docente al Politecnico di Milano, una delle massime esperte di gioiello contemporaneo in Italia. Aveva visto il mio lavoro su Facebook e voleva conoscermi per vedere i miei pezzi da vicino.

Ci siamo viste al Politecnico. Mi ha offerto un caffè, i miei ornamenti per il corpo in argento e metalli non preziosi lavorati all’uncinetto le sono piaciuti molto e dopo pochi giorni sul blog dedicato al gioiello contemporaneo da lei coordinato c’era un articolo sul mio lavoro .

Nello stesso periodo una redattrice del magazine Close Up Bijoux mi ha contattata, desiderava pubblicare le foto di alcuni miei bijoux nel numero successivo del giornale, un po’ meravigliata le ho risposto. Lei mi ha spiegato che aveva visto il mio sito, non più on line, e le era piaciuto molto il mio lavoro. Risultato il numero primavera-estate 2012 e il numero autunno-inverno 2012-2013 di Close Up Bijoux  contengono foto di alcuni miei lavori; sono in ottima compagnia.

Tempo prima l’associazione Artex mi aveva invitata a partecipare al Macef nella sezione Creazioni  da loro organizzata. Per vari motivi non ho potuto partecipare, né quella volta né le altre volte che mi hanno invitata.
Per caso ho scoperto che la selezione per Creazioni è molto rigorosa, molti cercano di partecipare, pochi vengono scelti. Io sono stata contattata da loro e non il contrario, scusate l’orgoglio.

Nell’ottobre del 2012 sulla pagina di Facebook dedicata alle mie Piccole Sculture da Viaggio, da troppo tempo trascurata, mi è arrivata la mail di Cristiana Giordano. Anche lei si era imbattuta nel mio lavoro, anche lei voleva scriverne. Il risultato della nostra chiacchierata è qui.

Sono stata contatta anche per una mostra sul gioello contemporaneo a New York e da una redattrice di Vogue Gioiello, in questi casi niente di fatto.

E allora?
Tutto questo è molto interessante, ho fatto una bella vacanza per i miei 40 anni e le mie Piccole Sculture da Viaggio non sono passate del tutto inosservate. Ma a chi legge questo post quanto può interessate tutto ciò? Assolutamente niente.

Torno indietro, aggiungo qualche particolare e vediamo se questo post riesce ad avere una ragion d’essere.

La donna che nell’agosto 2007 ha raggiunto Barcellona al volante della sua Hyundai Atos — affiancata dal pancione consorte sprovvisto di patente di guida per manifesto disinteresse verso l’arte della guida automobilistica — e la ragazza a cui l’istruttore di guida aveva detto: “Sai guidare ma hai troppa paura, non guiderai mai” sono la stessa persona.
La stessa donna aveva deciso, con dispiacere perché a lei piace guidare, di non rinnovare la patente alla scadenza nel dicembre 2005, non aveva un auto, aveva guidato sempre in maniera sporadica, mai nessun problema ma la sensazione di essere un’usurpatrice del volante. Perché rinnovare la patente? Perché sì.

Le Piccole Sculture da Viaggio sono il frutto, fortemente voluto ma inaspettato, della scoperta dell’abilità manuale e progettuale di una persona che ha sempre ammirato negli altri queste capacità ed era certa di esserne priva.

Francesca Matilde Ferone versione uomo vitruviano di Leonardo da Vinci. Illustrazione di Sandro Quintavalle

Francesca Matilde Ferone vitruviana

 

Elogio della mia lentezza
“Non sono capace” per anni questo è stato il mio mantra. Senza prendere in considerazione che con pazienza, attenzione, concentrazione, tempo, lavoro sarei potuta riuscire in molte delle cose in cui mi ritenevo negata.

Guidare facendo attenzione alla strada senza avere la sensazione che da un momento all’altro qualcuno mi sarebbe venuto addosso, cercare di prevedere le mosse, spesso imprevedibili, degli altri automobilisti, accettare il suono del clacson a caso, simbolo dell’arroganza altrui e non della mia incapacità, aspettarmi l’inaspettato — ritrovarmi davanti una macchina in retromarcia nel tentativo di raggiungere l’uscita che ha superato, probabilmente perché correva troppo, sull’autostrada Milano-Genova è stata una bella esperienza di vita, e non l’unica del genere — mantenere la calma.

Il primo passo del mio mutato rapporto con la guida è stato guardare me stessa in maniera differente. Non ero un’intrusa, ero una persona in grado di guidare, spesso meglio di altri; seguendo le regole del codice della strada che, a costo di sembrare impopolare, ritengo prima di tutto regole di buon senso.

Guidare fissando il cellulare, chattando, messaggiando, telefonando, come se la strada fosse la cosa meno importante di tutte, gli altri si fermeranno, correre come degli ossessi, ritenere la propria automobile prolungamento del proprio pene o della propria vagina, non sono esattamente segni di equilibrio mentale. E se la maggior parte delle persone salite in macchina sono convinte di essere le padrone della strada e gli altri esseri inferiori da schiacciare non significa che questo punto di vista sia quello giusto.

Il viaggio in macchina in Francia e Spagna è iniziato con un’incognita: “Dove riuscirò ad arrivare, reggerò lo stress di un viaggio in auto completamente sulle mie spalle?”, la risposta l’ho trovata viaggiando, imparando a rimanere calma, a osservare le mie reazioni di fronte a comportamenti di altri automobilisti potenzialmente pericolosi, ho imparato ad ascoltare la macchina e me stessa, fermarmi ogni volta che ero stanca, mantenere la velocità adatta alla strada, alla macchina, al mio livello di stanchezza, al traffico e alle condizioni meteorologiche, evitando di diventare un pericolo per me e per gli altri. Ho imparato ad affrontare le situazioni che si presentavano durante il viaggio al momento in cui si presentavano senza farmi paranoie prima.

Il viaggio dell’estate 2007 è stato un viaggio a tappe in Francia e Spagna, e un viaggio a tappe in me stessa e nel mio rapporto con gli altri. Ho capito che lungo le strade e autostrade percorse non ero un ospite, avevo tutti i titoli per starci con sicurezza, attenzione, osservazione di me e degli altri, controllo, della macchina, delle emozioni, dei pensieri. Ogni meta raggiunta è stata un regalo che mi sono fatta.

Dal 2007 ad oggi ci sono stati altri viaggi, stessa macchina, stesso equipaggio a cui si è aggiunta can Piera. Abbiamo girato in quasi tutta la Francia, un po’ in Germania, attraversato la Svizzera, vagato per l’Italia. Ogni volta che salgo in macchina ho una punta di disagio: “Sarò capace di guidare, di affrontare la guida degli altri, le situazioni inaspettate e pericolose, gli altri automobilisti imbizzarriti convinti di essere su una pista di Formula 1, i clacson usati a sproposito”, ogni volta decido di non riempirmi di ansie e paure in anticipo e di affrontare le varie situazioni quando si presenteranno. Questo è il mio modo di vivere qualcosa a cui tengo molto e che mi fa sentire libera, qualcosa a cui stavo per rinunciare facendomi vincere dalla paura e dalla certezza di non essere capace, una specie di usurpatrice delle strade.

Un uncinetto, un filo di lana, l’Enciclopedia della donna presa in prestito da mia suocera, così 10 anni fa ho iniziato a lavorare all’uncinetto, un’altra cosa in cui ero certa di non essere capace. Avevo provato tanti anni fa, mia nonna mi faceva vedere come lavorava io non ci riuscivo, avevo lasciato perdere dopo l’ennesima catenella.

Non so cosa cercassi nello sgabuzzino di mia suocera fatto sta che ne sono uscita con tutti i numeri di quella strana enciclopedia e glieli ho chiesti in prestito.

Seguire le indicazioni del libro adeguandole al fatto che sono mancina, metterci attenzione, calma, pazienza, trovare dei miei punti di riferimento per seguire l’evolversi del lavoro, sbagliare, ricominciare. L’uncinetto per me è diventata una forma di meditazione, osservazione, autocontrollo. Ho visto nascere dalle mie mani una sciarpa e un cappello, ero incredula: “Io non sono capace”, un altro paio di sciarpe e poi ho deciso di provare a sostituire fili di metallo alla lana. All’inizio rame e ottone, i primi bracciali erano delle specie di reti di metallo, non mi soddisfaceva lo spessore del filo, la sensazione al tatto, ma erano frutto del mio lavoro, della mia pazienza, del mio tempo, della mia lentezza. Mi sono regalata l’amicizia con gli errori e la possibilità di correggerli, non erano il sintomo della mia incapacità ma mezzi per migliorarmi, ho imparato l’arte della pazienza, della lentezza, dell’attenzione. Ho iniziato a cercare altri tipi di fili in metallo più adatti al lavoro che avevo in mente, li ho trovati e a quel punto ho iniziato a lavorare sui punti da utilizzare per ottenere un effetto più corposo. Ho modificato dei punti e li ho adattati ai miei scopi, i risultati si sono fatti vedere.

Nell’estate 2005 ho iniziato a vendere le mie Piccole Sculture da Viaggio nei mercati della Liguria. Non avevo la macchina quindi con Sandro raggiungevamo i mercati in treno, spesso andata e ritorno, Milano-Liguria, in giornata. Una palestra utilissima, ho imparato a conoscere gli acquirenti, il meraviglioso mondo degli artigiani e degli hobbisti, molto meno bello di come me lo immaginavo. Qualche bella persona, molte persone a dir poco squallide.

Nel frattempo un mio pezzo indossato da un’amica aveva incuriosito il designer Guido Venturini che le aveva chiesto di conoscermi. Con Guido abbiamo collaborato per una mostra d’arte da indossare Pretaportart. Una persona gentilissima, già famoso in Italia e all’estero, mi ha sempre trattata come una sua pari, incuriosito dal mio lavoro e lasciandomi libera di trovare le soluzioni più adatte alle sue idee.

Dopo poco ho iniziato a collaborare con vari concept store milanesi, sono stata catapultata a Io sposa e al Fuori salone. Una grande emozione, la sensazione costante di inadeguatezza: “Io che ci faccio qui. Io non sono capace”.

Quando l’uncinetto ha iniziato a starmi stretto mi sono iscritta alla Scuola Orafa Ambrosiana, corsi di oreficeria e modellazione della cera. La mia prima esperienza di fusione un disastro, avevo paura della fiamma, di mandare tutto a fuoco, avevo paura di sbagliare a limare e sbagliavo, le prime saldature un martirio del metallo. Credo che mi ricordino come la peggiore allieva di sempre. La modellazione della cera mi si confaceva di più e mi sentivo più a mio agio con l’insegnate, quindi le lezioni erano meno surreali.

Sono migliorata grazie alla fiducia di Sandro che mi ha appoggiata e mi aiutata ad allestire un angolo laboratorio in casa dove con i miei tempi e la mia lentezza ho avuto il tempo di provare, sbagliare, arrabbiarmi, decidere di mollare tutto, riuscire.

Dalla scuola di oreficeria ho imparato molte cose sulla lavorazione del metallo e della cera e di più sugli esseri umani. Ho imparato molto dalla tipa seduta accanto a me che mi mostrava come ogni suo pezzo fosse migliore del mio: “Ma si sa la mano fa la differenza” a quella che guardava il suo pezzo in cera con l’atteggiamento da diva “Oddio guardatemi sono fighissima”. Ho accettato di essermi creata per anni dei falsi miti: “Le persone crative sono belle persone”, col cavolo, le persone sono persone. Ho imparato, o meglio consolidato, la coscienza che se rimango calma e imparo a osservare le cose dalla giusta prospettiva, affrontando la paura senza ignorarla, molte cose in cui credo di non essere capace diventano realtà.

Nello stesso periodo mi sono iscritta a yoga, la cosa straordinaria è stata scoprire che i meccanismi mentali ed emotivi grazie ai quali miglioravo nella lavorazione all’uncinetto, nelle tecniche orafe e nella modellazione della cera: osservazione, lentezza, pazienza, presenza costante e controllo dei movimento, lasciare andare il giudizio altrui e anche il mio, sono alla base della pratica yogica. Ho iniziato a contaminare la pratica yogica con i meccanismi che avevo imparato lavorando metallo e cera, e viceversa.

Il viaggio che mi ha portato a Barcellona alla guida della mia macchina il giorno del mio quarantesimo compleanno è il frutto dell’applicazione della nuova visione sul mondo e su me acquisita con l’uncinetto, l’oreficeria, la modellazione della cera, lo yoga. Cose differenti che intrecciandosi mi hanno dato un nuovo sguardo su di me e sul mondo.

Non ne sono capace” è sempre il primo pensiero quando devo affrontare qualcosa, di nuovo o di vecchio, lo sarà sempre, fa parte di me, poi penso a tutte le cose di cui non sono capace che ho fatto, e faccio, e comincio, o ricomincio.

Come dicevano i Monty Phyton “Nobody expects the Spanish Inquisition”.

3 thoughts on “Elogio della, mia, lentezza

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