Alla scoperta di strani, nuovi, mondi. Una vomerese alla Sanità.

Da qualche mese ho cambiato parrucchiere, mi sono avvicinata alla nuova parrucchiera con un po’ di diffidenza, come primo approccio la ricrescita della tinta e tagliare le punte, poi un altro taglio minimo e a dicembre la voglia di cambiare: taglio, colore, umore. Allora con un po’ di ansia mi sono lanciata, le ho portato delle foto, le ho chiesto: “quale taglio credi che mi stia meglio tenendo conto del mio viso e della qualità dei miei capelli?”, lei ne ha scelto uno, mi ha spiegato il perché, e io ho deciso di darle fiducia. A quel punto volevo dare anche un po’ di luce al viso e le ho detto: “fai tu”.
È stata fiducia ben riposta, il taglio ed il colore mi stanno benissimo e sono ben fatti.

Può sembrare una strana scelta decidere di cominciare un post sul mio nuovo modo di vivere Napoli partendo dal cambio di parrucchiere, invece è il modo migliore. Da non dimenticare: questo è il blog della bambina che ruba mutandoni per metterseli in testa fingendo di avere una lunga capigliatura e dell’adulta in divenire forte sostenitrice del potere terapeutico di una messa in piega.

Francesca Matilde Ferone ed i suoi mutandoni vanno dal parrucchiere. Illustrazione di Sandro Quintavalle

Ogni tanto una sistemata alla chioma va data

Non amo chiacchierare molto dal parrucchiere, ma ogni tanto capita. Quando ho visto il risultato della mia fiducia sono stata entusiasta e così ho iniziato a chiacchierare di più con la titolare del negozio nonché depositaria della mia fiducia, non più di tanto ma è capitato, e la conversazione è stata molto interessante.

Nel tempo di una messa in piega mi ha raccontato che aveva iniziato a lavorare presso un parrucchiere del Vomero a 13 anni, ora ne ha 31, la madre alla fine della scuola dell’obbligo le aveva dato la scelta tra il proseguire gli studi, se voleva studiare doveva farlo sul serio, o lavorare. Lei ha scelto il lavoro.

A 13 anni, abituata a vivere alla Sanità — rione popolare e malfamato, e mondo chiuso — parlando prevalentemente napoletano, si è ritrovata al Vomero  — quartiere bene, e mondo chiuso — a fare l’apprendista parrucchiera.
Guardando questa giovane donna dall’aria molto sicura — un po’ maschile, piena di tatuaggi, capelli corti; se fossimo a Milano sarebbe molto trendy — faccio fatica ad immaginare la ragazzina che mi ha descritto. Timida, vergognosa di parlare, quell’italiano povero e dal fortissimo accento, in un certo senso una seconda lingua la prima era il napoletano, la faceva sentire a disagio, fuori posto in questo quartiere borghese con clienti, come a detto lei, su.

In quella conversazione ho scoperto tante cose tra le quali il fatto che se un parrucchiere usa determinati prodotti in qualche modo è legato alla ditta fornitrice, le ditte spesso hanno uno staff di psicologi usati per colloqui “attitudinali” agli apprendisti. Anni fa un ometto con una qualifica e un titolo di studio l’ha esaminata con grande sicurezza e competenza e, con lei presente, ha decretato: “non è adatta a questo lavoro la mandi via, tenerla sarebbe tempo perso”.

“Se questo tizio avesse detto la stessa cosa, nello stesso modo, ad un’altra ragazza della mia età e nella mia posizione questa avrebbe mollato tutto; io mi sono sentita umiliatissima ma mi sono intestardita. Poi mi piace, mi appassiona questo lavoro”.

Si è formata lavorando come apprendista durante la settimana e seguendo dei corsi la domenica e il lunedì. A 23 anni si è messa in proprio, a 25 è andata a vivere da sola.
Continua ad aggiornarsi seguendo corsi sia in Italia che all’estero: una volta al mese va a Barcellona, varie volte l’anno a Milano e in Sicilia, spesso fa corsi di aggiornamento a Napoli.

L’esperto di esseri umani l’ha rincontrato anni dopo a un evento per parrucchieri, e tutto quello che ci gira attorno, sorridendo gli si è avvicinata, l’ha salutato, gli ha ricordato il loro primo incontro, gli ha raccontato il suo presente — così diverso dalla lungimirante visione di questo serio professionista — ha sorriso, salutato educatamente ed è tornata alla sua vita.

“Anche nel mio negozio la casa distributrice dei prodotti usati manda persone per verificare l’attitudine delle apprendiste a questo lavoro, ma sono persone del tutto diverse da quel tizio”

Lavora tantissimo perché è brava, ha dei prezzi ragionevoli e c’è un ambiente sereno. Per lei la sua famiglia è al negozio: “Mia madre se mi vuole vedere viene qui, da quando avevo 13 anni mi ha vista pochissimo. Mio fratello lo vede sempre, sta sempre lì”.

Mi ero avvicinata al suo negozi per l’offerta del lunedì:  piega a 7€ un buon inizio di settimana; la piega regge tranquillamente 7 giorni 7 e io sono più serena con il mondo. Torno perché lavora bene, ma proprio bene.

Quel giorno la conversazione ha preso una piega molto interessante. Mi ha spiegato l’importanza di lavorare e di imparare l’italiano. Mi ha spiegato che per prima cosa deve cambiare la testa della gente se no non cambia niente.

Lei lavora, ormai è fuori dal quartiere, ha viaggiato e viaggia, in Italia e nel mondo; la maggior parte delle persone che hanno finito le scuole dell’obbligo con lei sono ancora ferme nello stesso punto, e non solo in senso metaforico. Mi ha spiegato che è una questione di volontà e di modo di pensare. Mi ha ripetuto: “Se non cambiano le teste niente cambia”.

Un posto dove tutto è immobile, dove le teste sono immobili, così mi ha descritto la Sanità.   “Vedi madri che parlano ai figli piccoli in napoletano, così gli tolgono possibilità. Gli devono insegnare l’italiano, il napoletano è bello, a me piace, ma l’italiano ti apre le porte, poi ben venga il napoletano”. Io mi sono sentita piccola piccola e con una certezza: ben poche delle signore su, come dice lei, hanno una tale intelligenza, lucidità e capacità di mettersi in gioco; e ben pochi dei loro figli anche.

È stata la conversazione più interessante avuta da molto tempo.

A luglio di 2 anni fa sono tornata a Napoli, consapevole di conoscerla pochissimo, e con tantissima curiosità.

Ci sono nata, cresciuta, ci ho vissuto 27 anni e poi via, Milano, per pochi mesi Piacenza, Dublino circa un anno, di nuovo Milano. Un po’ più di 18 anni fuori. Non ho amato Milano, ho odiato a dir poco Piacenza, ho adorato Dublino. Per anni ho pensato che da Milano dovevo andarmene, Nizza, Marsiglia, Barcellona erano le mete preferite, stranamente simili a Napoli, poi l’opportunità di tornare colta al volo. Siamo ancora sospesi tra Milano e Napoli, per ora è così, e con Sandro la esploriamo.

Per il mio onomastico ci siamo regalati una visita serale alle Catacombe di San Gennaro intitolata Le luci di dentro. Quando ho prenotato la visita sapevo che sarebbe stata una bella esperienza, mia cugina aveva partecipato ad un altro evento serale alle catacombe e ne era rimasta entusiasta. Non pensavo che sarebbe stata un’esperienza così bella. Sapevo che la gestione delle catacombe era affidata a dei ragazzi della Sanità, nient’altro.

Non riesco a spiegare la bellezza di quel posto e quindi metto il link a un programma, ben fatto, da una televisione locale su una parte di un percorso guidato chiamato Il Miglio Sacro, organizzato dai ragazzi della cooperativa La Paranza, che hanno in gestione le catacombe di San Gennaro e di San Gaudioso e si occupano della rivalutazione del grande patrimonio artistico del loro rione. Il Miglio Sacro parte dalle Catacombe di San Gennaro e arriva a Porta San Gennaro attraversando buona parte del Rione Sanità, il percorso è qui

I ragazzi de La Paranza si occupano di tutto. I visi di questi ragazzi, i loro sorrisi, l’orgoglio con cui parlano del loro lavoro e di quello dei ragazzi delle altre cooperative nate nel quartiere mi ha colpito tantissimo, mi hanno trasmesso vita ed energia, merce rara di questi tempi. La cooperativa degli Iron Angels, avvicinati alla lavorazione del metallo da Riccardo Dalisi, ha realizzato, tra le altre cose, l’arredo delle catacombe e il percorso tattile per non vedenti.
L’Officina dei Talenti è autrice dell’impianto di illuminazione delle catacombe, bello e suggestivo. L’impianto è a bassissimo consumo energetico ed è stato citato su varie riviste del settore, sia in Italia che all’estero, come progetto di eccellenza nell’ambito dell’illuminazione di luoghi artistici.

Grazie a L’Altra Napoli onlus, grande sostenitrice del lavoro dei ragazzi della Sanità, le Catacombe di San Gennaro sono accessibili ai disabili, unico esempio in Italia.

L’amore verso il proprio territorio passa anche con l’occupazione di un ossario bello e suggestivo, così i ragazzi della Sanità per sollecitare il comune di Napoli all’apertura continuata del Cimitero delle Fontanelle l’hanno occupato e ci hanno passato una notte. Ora il Cimitero delle Fontanelle è aperto tutti i giorni, lo si può visitare da soli o con visite guidate. I ragazzi de La Paranza lo includono nel Miglio Sacro. Il culto delle anime pezzentelle l’ho scoperto da poco, non c’è niente di più distante dalla mia Napoli, l’ho trovato commovente.

Il tentativo di una parte di Napoli di ignorare un’altra parte, guardandola dall’alto in basso, credo sia uno dei problemi più seri di questa città. Non è facile, ma un po’ di curiosità farebbe bene a quella parte di napoletani per bene che guardano altrove e storcono il naso.

Ammetto di non avere gran facilità a rapportarmi con gli esseri umani, a mia discolpa posso dire che molti esseri umani sono talmente ripiegati su se stessi da essere spenti e terribilmente noiosi. La ragazza che ci faceva da guida alle Catacombe di San Gennaro era luminosa, orgogliosa del lavoro fatto, dei risultati ottenuti, di quelli da ottenere. Era viva, e con lei i suoi compagni di viaggio.

Don Antonio Loffredo, parroco alla Sanità dal 2001, ha spronato, appoggiato, stimolato un quartiere considerato perso partendo dai ragazzi, dai bambini. Ha creato centri culturali e lavoro, ha creato imprese sostenibili, e ha lottato contro il mostro di cui mi parlava la parrucchiera, il peggiore di tutti, la testa delle persone, le abitudini, la disillusione. Il racconto di questa avventura è diventato un libro Noi del Rione Sanità. L’ho letto mi sono sentita piccola piccola e contemporaneamente piena di energia.

A dicembre è nata la Fondazione San Gennaro, per non perdere il lavoro fatto in questi anni e per realizzare tante cose.

Dal luglio del 2013 sto cercando di conoscere meglio la città in cui sono nata e cresciuta, la città della mia famiglia, un città bellissima, durissima e vitale.
La domanda di molti, moltissimi, è: “Perché sei tornata?”, e anche in una situazione non stabile, di pendolarismo. Ormai non rispondo, quelli che capiscono non me lo chiedono neanche, degli altri ho imparato a diffidare. Sono quelli che, a me abitante del nord Italia per quasi 20 anni, raccontano il nord e le sue meraviglie. Sono quelli che dicono: “Questa città fa schifo, non c’è speranza” mentre non alzano la merda dei loro cani da terra. Sono quelli che si lamentano di tutto e tutti, e parlandoci ti accorgi che ‘sta città non la conoscono, e intanto mettono in atto comportamenti distruttivi per tutti noi; tanto è sempre colpa di qualcun altro o delle istituzioni. Sono quelli pronti a lamentarsi della monnezza ma la raccolta differenziata: “No è troppo complicata, poi è tempo perso alla fine uniscono tutto”. Poi ci sono quelli che la amano di un amore malato, immobile, distruttivo.
È tutto terribilmente stancante.

È un tempo complesso per me, conosco persone pronte a giurare che non faccio un cavolo dalla mattina alla sera, ben venga il loro pensiero, per me è un momento di lusso faticosissimo e laborioso, cercando di agire senza fare danni. Se questo per alcuni non va bene il problema non mi riguarda. Tengo a distanza chi mi toglie l’aria e cerco di trovare una modalità d’azione sensata: studio, imparo, ed evito passi falsi fatti giusto per mostrare che faccio.

L’entusiasmo di quei ragazzi mi ha fatto molto pensare: cambiare la propria mentalità, il modo di pensare, di vedersi e di vedere il mondo. Certo farlo in gruppo e con un sostegno forte di chi crede in noi e ci stimola rende il cambiamento più facile, ma devi lottare con giganti nella tua testa, nella tua famiglia, tra la gente che ti circonda, nelle istituzioni che ti dovrebbero tutelare.

Alla Sanità sono arrivati i turisti, se ne sono accorti i bar, i ristoranti, altri esercizi commerciali. Come dice la parrucchiera: “È tutto immobile”; come dicono don Antonio Loffredo e i suoi ragazzi: “Ci stiamo muovendo, lentamente, passo dopo passo”; come dico io: “Neanche tanto lentamente”.

Case che accolgono bambini per il dopo scuola, un orchestra sinfonica di ragazzi dai 9 ai 19 anni, una scuola di teatro, viaggi, mondo visto, mondo da vedere, cooperative che creano lavoro riscoprendo sé stessi ed le bellezze del proprio territorio.
Tutto questo è nato dalla lungimiranza di un prete che ha saputo fare da traino al quartiere, bellissimo e difficilissimo, affidatogli 13 anni fa.

Conosco pochissimo Napoli, la conosco però molto di più di tanti che da qui non si sono mai mossi, e soprattutto ho voglia di conoscerla, a chi mi dice: “Abbiamo solo il mare e pure sporco” ho deciso di non rispondere e penso tra me e me: “Se vedi solo il mare, e pure sporco, il problema sei tu, e sei uno dei problemi di questa città”.

Muovermi in alcune zone di Napoli mi fa paura come mi fa paura muovermi in alcune zone di me stessa. Lo faccio con attenzione, circospezione, curiosità, superando le paure e non nascondendomele, lo faccio da sola o in compagnia di chi mi fa stare bene.

Cambiare la propria testa e prendere coscienza di sé; farlo imparando a conoscere l’arte, la musica, il teatro, il gioco, il viaggio, l’istruzione, la voglia di fare comunità — nel senso di essere singoli in evoluzione desiderosi di raggiungere un obbiettivo comune — acquisendo la capacità di riconoscere le cose belle in sé e nell’ambiente circostante.

Al Rione Sanità di Napoli, uno dei posti più poveri, malfamati e belli di questa città sta succedendo questo, non è una favola ma è una realtà su cui riflettere e, se si vuole, prendere come punto di partenza per un nuovo sguardo su di sé.

“Le cose cambiano se cambiano le teste delle persone”

5 thoughts on “Alla scoperta di strani, nuovi, mondi. Una vomerese alla Sanità.

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