Senza avere il tempo di dirsi ciao

Sabato si è rotto un altro pezzo di mondo, il mio mondo e quello di tante altre persone.
Un sabato pigro, l’inizio di un fine settimana leggero, gradevole, la prospettiva di un buon ragù la domenica a pranzo, un impegno quasi sicuro per la sera di sabato, la spesa, una passeggiata. Poi il mondo si è rotto, è iniziata un’attesa. Il non sapere cosa fare, non essere invadenti, perché la mia e quella della persone con cui ero in contatto era una periferia del dolore, il nucleo centrale era altrove, il mondo che andava in frantumi era di altri. Dalla mia periferia ho deciso di raggranellare lucidità, riprendere gesti quotidiani, in attesa, una strana attesa: da agnostica la voglia di un miracolo e la realtà da affrontare. Organizzarmi per una partenza da un momento all’altro, la voglia di un saluto fatto con dignità.

Sabato mentre il mondo si rompeva con una lentezza velocissima mi sono data il permesso di andare dal parrucchiere, un pensiero di cui all’inizio mi sono vergognata, poi mi sono detta che se proprio dovevamo salutarci volevo che a farlo fosse la bella signora degli ultimi tempi e non una donna volutamente sciatta perché tramite la sciatteria avrei mostrato tutto il mio dolore. Avevo bisogno di abiti comodi per sentirmi a mio agio, protetta, importi la presenza di una specie di prefica col trucco sfatto non era un’opzione da considerare, allora, superando miei tabù mentali pronti a condannare il mio atto di superficialità e vanità, sono andata dal parrucchiere e mi sono regalata quella serenità esteriore e interiore che mi dà una banalissima messa in piega.

Ieri ero in una chiesa a salutare un pezzo importantissimo del mio mondo, ho cercato di farlo nel modo più dignitoso, rispettando il dolore altrui, cosciente che il mio è sempre un dolore periferico, il nucleo centrale di questo dolore sta altrove; il mondo di altri è andato in frantumi all’improvviso, da sabato cerco di tenere questo ben presente.

Una bambina di circa 3 anni, o poco più, stesa per terra in un corridoio in corrispondenza dell’uscio di un soggiorno, ha la testa sul suo cuscino e aspetta; due adulti nel soggiorno guardano la televisione. No non è un caso di violenza su minore e uno dei ricordi più belli della mia infanzia. Assurdo eh?

Quello che può sembrare un episodio del libro cuore è il risultato della mia testardaggine di 3/4 enne e della volontà dei miei zii di non farsi sopraffare da una giovanissima donna. I loro due figli, più grandi di me, erano tranquillamente a letto, come ogni sera verso le nove erano andati a dormire, le mie abitudini erano ben diverse; a casa ero l’ombra di mio padre, la sera vedevamo la televisione insieme e andavo a dormire quando ci andava lui, se in quella casa romana vigevano strane regole, dal mio punto di vista, non era un problema mio.

Quella sera dopo una disputa con i miei zii per rimanere a vedere la televisione mia zia mi aveva messa a letto; io mi ero rialzata, avevo preso il cuscino e con fare bellicoso avevo deciso di non arrendermi, avrei visto la televisione da quel pezzo di corridoio sull’uscio della stanza. Non che da lì vedessi qualcosa ma è il principio quello che conta, non ero a letto come volevano loro e speravo nella loro distrazione per guadagnare terreno nella stanza. Continuare a guardare la televisione con me distesa per terra sull’uscio della stanza, tenendo sotto controllo i miei movimenti e bloccando ogni mio tentativo di avanzata, è stata un’esperienza surreale che ha segnato la vita dei miei zii ed ha prodotto nella mia famiglia 2 risultati: un episodio di cui ridere e parlare per anni alla prima occasione, e la mia fama di essere terribilmente testarda.

Da quel giorno ne è passato di tempo, di muro contro muro ce ne sono stati un bel po’, e di molto più seri. E poi, non so come, forse, come dice mio marito, io ho fatto pace con me stessa ed ho avuto l’intelligenza di capire voi, a voi la bella signora sorridente che aveva con tanta fatica fatto pace con buona parte di mondo, o almeno ci provava, è piaciuta e avete avuto la capacità di capire.

Da sabato vengo assalita da ricordi, e sono ricordi belli, sono i ricordi che fanno parte, ed hanno formato, la parte migliore di me.

Francesca Matilde Ferone piange consolata da can Piera

Non si è sempre allegri, anche con delle mutande in testa

La mia paura dei cani che si trasforma in amore folle grazie ad una boxerina tigrata arrivata un Natale di tanti anni fa a casa insieme ai parenti da Roma, zio che mi dice: “Non avere paura fatti fare le feste, rimani immobile”, io rimango immobile il resto l’ha fatto Zoe.
Dopo la paura iniziale per anni Zoe è stata uno dei miei più grandi amori, a lei sono legati ricordi bellissimi, e un po’ strampalati. I viaggi Napoli-Roma, che per me erano lunghissimi e fastidiosi, fatti nel vano posteriore della Simca Chrysler di mio zio con Zoe a fianco si trasformavano in gioia pura. La felicità è anche questo, per me lo è stata.

Lo ammetto, per me le rosette vuote che ci sono a Roma rappresentano una forma di pane da eliminare, riempire quelle stesse rosette di tonno al naturale e pomodori al Circeo era il preludio alla gita in barca e quindi altra felicità. Si usciva in barca lungo la costa del Circeo, il primo bagno prima di pranzo, il tuffo subito dopo mangiato, non più di 15 minuti cronometrati da zia, poi fuori dall’acqua prima dell’inizio della digestione, un’attesa, a mio avviso interminabile, e poi di nuovo in acqua prima di tornare a casa.

Il lato studio dello studio-salotto della casa di Roma tappezzato di libri e il piccolo angolo con lo stereo pieno di dischi, lì ho passato ore ad ascoltare i Beatles, i primi album di Pino Daniele, Fabrizio de Andre, e la mia strana passione per i dischi degli Intillimani. Zio lavorava e io indossavo le cuffie e mi perdevo nelle mie fantasticherie e nella musica.

La serranda di una grande finestra affacciata su un balcone si alza, lì — protetto dalla pioggia, dal vento, dalle intemperie di dicembre — c’è un presepio bellissimo costruito con passione, attenzione, dedizione. Per anni un’emozione da togliere il fiato.

Ci sono tanti ricordi di cui ringraziare: cene, pranzi, feste, risate. C’è un uomo ironico, intelligente, colto, simpatico che ha amato molte persone e tra quelle persone ho avuto l’enorme fortuna di esserci anch’io. Mi ha vista allontanare con rabbia, e non poteva fare niente, e quando mi ha vista tornare serena ha capito, è stato felice per me, mi ha dato tempo e fiducia. E anch’io ho capito.

Abbiamo festeggiato tante cose negli ultimi anni: matrimoni, nascite, inaugurazioni di case. Ci siamo ritrovati, mi hai regalato una festa per il matrimonio e un viaggio di nozze a modo mio, bellissimi, hai apprezzato la mozzarella in carrozza di Sandro e il suo sartù di riso, mi hai perdonato di aver ignorato del tutto un periodo durissimo che hai attraversato 10 anni fa, e con te la tua famiglia. Ma è il tempo sereno che ci siamo dati in questi ultimi anni che mi mancherà più di ogni altra cosa e di cui ti ringrazio più di tutto, l’avermi detto chiaramente pochi anni fa: “Io ci sono” e l’esserci stato quando ho avuto bisogno. Se ora sono una persona più serena lo devo anche a te che hai saputo capire, e non è da tutti te l’assicuro.

L’ultima volta che ci siamo visti eri entusiasta del ristorante dove ti avevamo portato, una mattina della fine dello scorso settembre, seduti all’aperto in un vicolo dei Quartieri Spagnoli della nostra Napoli, ti era piaciuto tutto: il cibo, la gentilezza dei camerieri, il vicolo e la sua vita; ce lo hai detto sorridendo felice, con chiarezza, e non credo tu possa immaginare quanto questo mi abbia riempita di gioia. Senza falsi pudori ci hai ringraziati per la compagnia, perché eravamo simpatici, solari, allegri, hai detto che avremmo dovuto farlo più spesso orgoglioso delle tue belle e sorridenti nipoti e delle persone con cui avevano deciso di condividere le loro vite.

Io ancora una volta ho fatto passare troppo tempo e ieri ci siamo salutati, non ho mantenuto la promessa di altra mozzarella in carrozza, di un altro pranzo, di altre chiacchiere così perché ci faceva piacere, non ho lasciato Piera al ragazzo che la guarda senza problemi, ho fatto vincere la pigrizia, ed ora eccomi qui. Che questo mi sia d’insegnamento, per Piera c’è Davide, Napoli-Roma è un soffio.

Una cosa però in questi ultimi giorni l’ho fatta, ho raggruppato la parte migliore di me ed ho cercato di salutarti al meglio. Con i miei capelli in ordine ho preso la macchina e ho guidato fino a Roma, mantenendo calma e lucidità. Ho cercato di mantenerle per due giorni e sono tornata a Napoli alla guida della mia automobile, senza cedere il volante; mi piace pensare che tu capisca quanto questo, che per altri è la normalità, per me sia una conquista.

La mia crescita come essere umano me la sono conquistata, e me la conquisto, ogni giorno a fatica, con un grande sforzo di volontà, e tu l’hai capito. Mi piacerebbe poterti dire che mi pento per il distacco di tanti anni, ma quel distacco mi era necessario, avevo bisogno di fare ordine, ricostruire dove c’era stata tempesta; non mi va di mentirti proprio ora, il grosso della ricostruzione è fatta ma c’è ancora tanto cammino da fare e senza continui interventi di manutenzione la tempesta potrebbe tornare.

Mentre ieri ci salutavamo ascoltando le parole del sacerdote ho provato meraviglia, parlava di te, sì parlava proprio di te, di come eri stato nel tuo lavoro e di come eri stato con la tua famiglia, con i tuoi amici, con chi ha avuto la fortuna di conoscerti bene, e sono stata felice perché per una volta un ultimo saluto non è stato una formalità, parole dette per dire, ma è stato un saluto fatto a te, esattamente come sei stato.

Oggi mi sono concessa del tempo per raccogliere i miei pezzi andati in frantumi sabato, la maggior parte conteneva ricordi bellissimi. Mentre raccoglievo i vari pezzi sono emerse parole inusuali di questi tempi, forse in tutti i tempi, e nel caso vengano usate ne viene fatto un uso sempre più distorto: impegno, dedizione, passione, integrità, cultura, intelligenza, comprensione, amore, ironia, empatia, lealtà, leggerezza, volontà, famiglia, generosità, simpatia. In ogni frammento c’era una di queste parole ed ognuna di queste parole conteneva un pezzo di te; sono i pezzi che spero di riuscire a fare miei perché rappresentano il modo migliore di stare al mondo.

Sono cosciente, l’ho detto, ridetto, e lo ripeto, io sono la periferia di questo dolore, il nucleo è altrove, ma sono certa che gli abitanti del nucleo non si sentiranno usurpati da questa mia intrusione, ora andremo tutti avanti, lo abbiamo sempre fatto, quello che vorrei regalarti però è l’impegno a farlo con un sorriso, senza sciatteria, con i capelli sistemati, riuscendo a riconoscere le cose belle che ho e cercando di viverle al meglio creandomi meravigliosi ricordi, perché i ricordi sono importanti. So che capisci.

Ciao

2 thoughts on “Senza avere il tempo di dirsi ciao

  1. dal centro del dolore grazie…. Io me la ricordo quella bimba di tre anni distesa in corridoio e ammiro la donna che oggi sceglie di essere bella per chi l’ha sempre amata… Anche quando era più lontana e l’ha accolta a braccia aperte quando ha scelto di tornare
    Tua zia Adriana usa una bella immagine che condivido … Dice che la sua famiglia è una pigna e la sua forza è nell’essere uniti anche se attaccati solo per un piccolo pezzo

    Mi piace

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