Saltellando con le mutande in testa

Uno dei miei più grandi desideri da piccola era avere i capelli lunghi. Immaginavo splendide chiome scendere lungo il mio corpo, sciolte e libere, o acconciate in mille modi: code di cavallo, trecce lunghissime, una treccia unica, alti chignon, e tanto altro. Il mio desiderio si infrangeva regolarmente contro la volontà di mia madre. Temo avesse le sue buone ragioni .

Le mie urla mentre mi faceva lo shampoo erano da rabbrividire, pettinarmi era un atto eroico, mettermi un fermacapelli, un cerchietto, una fascia, e farmelo tenere più di cinque minuti un’impresa sovrumana; e io portavo i capelli corti, figuriamoci un simile mostriciattolo con i capelli lunghi.

Ma io li volevo lunghi, molto lunghi, lunghissimi, ‘sti capelli.

Qualche tentativo di lasciar crescere i capelli all’amata figliola quella giovane donna l’ha fatto; questi tentativi comprendevano il portarmi con lei dal parrucchiere. Le mie urla di dolore perché il phon era troppo caldo o perché il parrucchiere mi tirava troppo i capelli mentre li asciugava ancora riecheggiano tra i Quartieri Spagnoli, Chiaia, piazza Plebiscito e buona parte del centro di Napoli.

Sono sempre stata piena di contraddizioni; odiavo andare dal parrucchiere quanto amavo andarci. Adoravo vedere come asciugava i capelli di donne baciate dalla fortuna, libere di avere chiome lunghe e fluenti. All’epoca i capelli dal parrucchiere si asciugavano prevalentemente con casco e bigodini, i capelli particolarmente lunghi venivano arrotolati attorno a un paio di enormi bigodini e messi ad asciugare sotto il casco; quel rituale mi affascinava, invidiavo le protagoniste, volevo essere come loro. Peccato che allora, come ora, odiassi il casco, i bigodini, i paraorecchie per proteggere dal calore e tutto quello che serve ad avere cura di una lunga chioma.

In realtà i capelli normalmente me li tagliava il barbiere di mio padre, il parrucchiere era un evento sporadico nel tentativo di rendermi un po’ più femminile assecondando anche la mia voglia di essere una bambina deliziosa con una chioma deliziosa.
Mio padre andava da un barbiere di fronte casa, lì lavoravano tre vecchietti, io li adoravo e loro adoravano me; mi accoglievano con affetto, mi posizionavano sul cavalluccio che tenevano in negozio e uno di loro, non ricordo se fosse sempre lo stesso o se tagliasse chi era libero, tagliava. Ero felice lì, in un posto che amavo, calma e sorridente, con delle persone che mi piacevano da morire, coccolata e al centro dell’attenzione. Altro che pazza urlante dal parrucchiere.

Ma il problema restava insoluto, io volevo i capelli lunghi.

Allora avevo una dote, persa lungo la strada e ritrovata da poco, la capacità di trovare soluzioni tutte mie a un problema ed esserne estremamente soddisfatta. E quindi una soluzione, per me assolutamente ovvia e scontata l’ho trovata: le mutande di zia Maria da mettere in testa.

Andiamo per gradi, io ho trascorso i primi cinque anni della mia vita, tranne i primi mesi, in un’enorme casa in via Gennaro Serra, una strada alle spalle di piazza Plebiscito; era una casa di circa 13 stanze in un palazzo del 700 che dava direttamente sulla piazza. A distanza di 42 anni quella casa è casa. Il lungo corridoio su cui affacciavano, sia a destra che a sinistra, stanze enormi comunicanti tra loro, una cucina grandissima a cui si accedeva scendendo tre gradini, due bagni — quello dove mia madre mi sottoponeva alla terribile tortura del bagno con la sevizia finale dello shampoo era al termine di una scala — un terrazzino che incorniciava la cupola della chiesa di “San Francesco di Paola”, Palazzo Reale di fronte. Su quel terrazzino ho trascorso moltissimo tempo chiamando le mie cugine, due gemelle di 10 anni più grandi di me, che letteralmente adoravo e abitavano al piano di sopra.

La parte più felice del mio passato è legata a quella casa, su questo non c’è dubbio, e il saltare e correre con delle mutande in testa giocando sentendomi libera non sarebbe stato lo stesso in un ambiente più raccolto.

Era la casa di famiglia di mio padre, ci avevano vissuto i miei nonni, le sorelle zitelle di mio nonno, mio padre e sua sorella, parenti vari di passaggio in città.
Altri tempi, altri mondi.
Al tempo dei fatti la popolazione della casa era composta da me, mio fratello, i miei genitori e una sorella di mio nonno: zia Maria, piccola, magra, un po’ zoppa, cosa che pare le avesse precluso la via del matrimonio. Zia Maria un po’ mi piaceva e un po’ mi intimoriva, ma era colei che possedeva l’oggetto del mio desiderio; dei mutandoni lunghi fino al ginocchio.

Nella sala da pranzo c’era un grande tavolo dove la biancheria asciutta veniva divisa prima di essere riposta nei cassetti. Sarei falsa dicendo di ricordare quando mi è venuto in mente di usare delle mutande per fingere di avere i capelli lunghi, invece rivedo chiaramente il tavolo enorme con la biancheria su e me bambina che provo i vari tipi di mutande mettendoli in testa e guardando allo specchio l’effetto. Le mie mutande erano troppo piccole e non servivano allo scopo, quelle di mia madre idem, quelle di mio padre non erano male, già si aveva un effetto capello lungo, ma quelle di zia Maria sono state una vera epifania, mutande lunghe fino al ginocchio, a gamba larga, bellissime; non si può capire la gioia, l’entusiasmo.
Nei momenti di astinenza da mutande ho usato le mie calzamaglie o i pantaloni del pigiama ma niente, niente, era come i mutandoni di zia Maria.

Francesca Matilde Ferone sceglie le mutande da usare come capelli lunghi. Illustrazione di Sandro Quintavalle.

Coi mutandoni di zia Maria in testa la mia vita cambiava, avevo i miei capelli lunghi, potevo essere finalmente me stessa. Raccoglievo quelle mutande enormi in tuppi meravigliosi, realizzavo code e codini, le tenevo sciolte, libere di percorrere il mio corpo. Qualche difficoltà l’ho incontrata nel fare la treccia o le treccine ma la fantasia mi ha regalato la via per superale: attorcigliare le gambe delle mutante su se stesse è bloccarle in più punti. Mai avuto trecce più belle.

Appena potevo mi procuravo le mutande e saltavo per casa immaginando storie di cui ero la protagonista, bellissima e capelluta.

La caccia alla mutanda non è sempre stata facile, né zia Maria né i miei genitori erano gran sostenitori della mia splendida idea.
Riuscire a entrare in camera di zia Maria, aprire il cassetto del comò, prendere l’agognato bene e uscirne indisturbata richiedeva audacia e strategia, c’erano difficoltà di vari livelli da superare. Prima di tutto zia Maria non amava che si entrasse in camera sua — soprattutto non amava che a entraci fosse una bambina a caccia di mutande — secondo ostacolo da superare il comò: grande, massiccio, con dei cassetti enormi e pesanti non facili da aprire per una giovanissima donna, per quanto intraprendente.
A volte la caccia andava bene altre volte battevo in ritirata. Una giorno, dopo avermi scovata in camera sua, e presa da un moto di tenerezza, quell’anziana signora non sempre dolcissima aprì il cassettone del comò, prese un paio di mutandoni lì riposti e mi aiutò a indossarli. L’amore incondizionato di un bambino si guadagna nei modi più strani, lei quel giorno ha ricevuto il mio, non dico che sia stato un amore fedele e duraturo, ma in quella stanza, in quel momento, era assoluto e sincero.

I giorni fortunati erano quelli in cui trovavo la biancheria piegata e smistata sul tavolo del soggiorno in attesa di essere riposta nei vari cassetti; un enorme tavolo pieno di mutande ben piegate a mia disposizione, la vita può essere così facile a volte.

La vita dà, la vita toglie.
Altra avversità temuta era il sequestro delle mutande, compito ufficiale di mia madre a cui a fasi alterne partecipavano anche mio padre e zia Maria. Non si può stare cinque minuti tranquilli eh!

Per il bene della bambina e della biancheria intima della famiglia Ferone bisognava trovare una soluzione ai continui furti di mutande e al loro uso improprio.

Una parrucca spettinata, sì esistono parrucche spettinate, poggiata su una testa da parrucca, non so come si chiamano, testa di manichino? dal parrucchiere fu la soluzione che intravide mia madre.
Quel giorno mi aveva portato con sé dal parrucchiere, lei alla vista di quella parrucca composta da capelli lunghi non pettinati, e per questo a poco prezzo, doveva essersi sentita serena, finalmente la sua creatura avrebbe smesso di andare in giro saltellando per casa con degli enormi mutandoni in testa, io non ne ero entusiasta. Per me quello era un ammasso di capelli spettinati, sì erano lunghi ma in modo disordinato. Io volevo una capigliatura lunga, liscia, morbida, pettinata con naturalezza, non quell’ammasso di capelli a cui il parrucchiere ancora doveva dare forma quindi, con un’abile manovra non riuscita, cercai di farmi comprare una parrucca bionda, capelli lunghi, lisci, ben ordinati.

L’opera di convincimento di mia madre, a cui si unì il parrucchiere, andò a buon fine e il tragitto dal parrucchiere a casa, cinque minuti a piedi, fu caratterizzato dall’ansia di indossare i miei nuovi capelli. Certo non erano proprio come desideravo, ma forse, come aveva detto la genitrice, era un passo avanti rispetto a dei mutandoni di difficile reperimento che potevano essermi sequestrati in ogni momento.

Giuro, davvero lo giuro, di aver provato a indossare quella parrucca e a farmela piacere ma era un rapporto nato male, non riuscivo a fermarla in testa, la legavo e cadeva, cercavo di farci qualche pettinatura e non mi riusciva; i mutandoni di zia Maria erano molto più versatili, mi ci sentivo a mio agio, servivano allo scopo.

Io con i miei capelli ci volevo giocare, saltare, correre, inventare storie. Volevo potermi muovere liberamente e quella parrucca, formata da capelli posticci così lontani dai capelli che sognavo, cadeva da tutte le parti, con quella cosa in testa dovevo stare ferma, quei capelli non volevano saperne di seguirmi nella mie attività. Dopo poco, temo pochissimo, tornai alle mie amate mutande.

Non ricordo quando ho smesso di mettere le mutande in testa per giocare, credo verso i cinque anni. Non ricordo esattamente quando qualche adulto diligente nel suo ruolo di educatore mi abbia fatto capire che giocare in quel modo aveva qualcosa di malato; la battaglia dei miei genitori era rivolta soprattutto a un fatto igienico e al mantenimento della nostra biancheria intima intatta, non verteva sulla normalità o meno di quel modo di giocare.

Non ricordo quando qualche bambino già inserito nel meccanismo di cosa è giusto e cosa è sbagliato, cosa è normale e cosa è anormale, mi abbia fatto notare che ero scema, o ritardata: mettere delle mutande in testa e giocare è un chiaro segno di squilibrio mentale. I bambini a cui è stato chiarito il concetto di cosa è normale e appropriato e cosa non lo è sono i più feroci censori della fantasia degli altri bambini. So con certezza di aver ritenuto più prudente, per la mia convivenza civile nel mondo, smettere di indossare le mutande in tesa e giocare liberamente, con gioia e soddisfazione.

Il mio gioco preferito era diventato un qualcosa da nascondere e praticare solo quando ero sicura di non essere vista.

Ho smesso verso i cinque, massimo sei anni, con la sensazione di aver fatto qualcosa di profondamente sbagliato che andava nascosto.

Quando avevo già 10 anni un bambino che abitava nel mio stesso parco a Baia Verde mi disse ridendo: “ti ricordi quando ti mettevi le mutande in testa?”, andai nel panico, mi vergognai da morire: mi aveva scoperta, sapeva che ero strana, scema, pazza, allora negai: “non è vero, ti sbagli, non ero io”, alle sue insistenze mi chiusi in un mutismo terrorizzato.

Una bambina con degli enormi mutandoni in testa, libera, felice, intraprendente, che saltella tra lunghi corridoi e stanze contigue in un’enorme casa, questo è il mio concetto di gioa e serenità.
Per anni ho spinto nell’angolo quella bambina, era stata trasformata nel simbolo del mio essere strana.

Quella bambina era determinata e intraprendente  piano piano, con prudenza, ha fatto capolino, si è ripresentata: bella, solare, felice, luminosa. Lei non aveva nulla da nascondere, e molto da raccontare.
Dall’angolo buio dove è stata esiliata per anni ne ha vista passare di vita; si è sentita schiacciare, soffocare, deridere, ma ha tenuto duro.
Quella bambina mi ha perdonata e ora è di nuovo qui a farmi compagnia, ci raccontiamo la nostra storia e qualche scampolo lo raccontiamo a chi ha voglia di ascoltarci.

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