Il posto che ora c’è

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Ci sono posti che non ti aspetti, ci vai per curiosità pensando: “Dovrebbe essere bello” ma così bello no, proprio non te l’aspetti. ilCartastorie, museo dell’Archivio Storico del Banco di Napoli, è uno di quei posti.

ilCartastorie ha aperto circa tre mesi fa inaugurando il percorso multimediale permanente Kaleidos ideato e realizzato dalla Kaos Produzioni di Stefano Gargiulo in collaborazione con artisti, artigiani, tecnici e informatici napoletani. Io e il pancione consorte l’abbiamo visitato più volte, la prima volta quindici giorni dopo l’apertura.

Non amo le installazioni multimediali ma quello che Stefano Gargiulo e i suoi collaboratori hanno realizzato è vita. Enormi volumi contenenti la più arida delle materie, i documenti bancari, si animano e la Napoli del passato e la Napoli del presente si fondono.

Francesca Matilde Ferone scrive su uno dei volumi dei banchi pubblici napoletani. Illustrazione di Sandro Quintavalle

A Francesca Matilde Ferone, me medesima, ducati 370. Et per lei al pancione consorte Sandro Quintavalle dissero a compimento di…

ilCartastorie, e qualcosina in più

Saliamo le scale e ci troviamo in una stanza piuttosto buia, le pareti tappezzate di scaffali pieni di libri enormi e buste da documenti con la scritta Banco del Salvatore in evidenza. Dal soffitto pendono grandi pile di fogli ingialliti, sembrano enormi salsicciotti di carta.

Passiamo alla seconda sala, su un tavolo è poggiato un bellissimo libro pop up, è magico. Lo sfogliamo e il libro e le pareti intorno a noi si animano. Suoni, voci, immagini ci trascinano in tre aspetti fondamentali della storia di Napoli.

Prima pagina: Napoli e San Gennaro.
Il Tesoro che il popolo napoletano nei secoli ha donato al suo Patrono è di bellezza e ricchezza rari e testimonia l’amore dei napoletani verso il Santo, viene custodito nel Museo del Tesoro di San Gennaro, a pochi metri dall’Archivio Storico del Banco di Napoli. I documenti conservati nell’Archivio ci danno l’opportunità di conoscere molti aspetti del culto: dal prezzo pagato dalla Deputazione di San Gennaro per la preziosissima mitra, lavorata finemente da maestri orafi, ai costi delle feste a lui dedicate.

Continuiamo a sfogliare il pop up, seconda pagina: Napoli e il mare che la bagna.
La compravendita degli schiavi è stata per secoli un’attività quotidiana in tutta Europa. A Napoli, come in ogni grande città di mare, c’era un fiorente mercato degli schiavi e le bancali emesse dai banchi pubblici napoletani erano utilizzate anche per l’acquisto di schiavi:

[…] a Ricciardo Cosini, a compimento di Ducati 414, per il prezzo di 4 schiavi Negri venduti a estinta di candela, quali schiavi sono stati venduti alli sottoscritti prezzi: cioè, Antonio, schiavo olivastro, per Ducati 110; Giuvanne, schiavo olivastro, per Ducati 111; Domingo, schiavo negro con un occhio guercio, per Ducati 87; Amoret, schiavo negro, con due denti manco dalla parte sinistra di sotto, per Ducati 106.

da L’Archivio Storico del Banco di Napoli AA.VV.

Al mercato degli schiavi è legata la storia della pirateria che flagellava il Mar Mediterraneo. Navi napoletane, o con equipaggio in parte napoletano, spesso venivano attaccate dai pirati e l’equipaggio fatto prigioniero. Le trattative economiche per la liberazione degli equipaggi catturati si possono ricostruite attraverso i documenti conservati in Archivio.

Arriviamo all’ultima pagina: la peste del 1656
Le bancali custodite in archivio raccontano con dovizia di particolari l’orrore di quei giorni:

Banco del Salvatore, giornale copiapolizze, matricola 62 partita di 250 ducati, estinta il 26 giugno 1656. Alli deputati della salute ducati 250. E per loro al conte di Sant’Angelo dissero pagarli per tanti haver spesi e pagati cioè, 500 uomini di galera, li quali hanno servito in fare li fossi vicino a Pocireale per sotterrare li cadaveri e pagato più ministri li quali hanno assestito sopra detti 500 uomini acciò avessero fatto lo che dovevano, in aver pagato due capitani di giustizia, li quali hanno assistito in fare andare li carrettoni e li cadaveri, e poi farli scarricare, in aver pagato più beccamorti, li quali hanno pigliato li cadaveri e postoli sopra li carrettoni, in haver dato a magnare e orgio e paglia alli cavalli della cavallerizza della deputazione et in aver fatto altre spese tutte per servizio della pubblica salute di questa città

da Aspetti della società e dell’economia napoletana durante la peste del 1656 di Eduardo Nappi, nota 53

Alla pestilenza del 1656 è legata la leggenda che Mattia Preti abbia dipinto l’immagine della Madonna su tutte le porte della città gratuitamente come pena per aver violando la quarantena ed essere entrato in città uccidendo una guardia. L’opera di Mattia Preti è ancora visibile su Porta San Gennaro ma le bancali emesse a suo favore dal Banco del Salvatore su ordine degli Eletti della Città dimostrano che il Preti aveva ricevuto l’incarico da questi ultimi dietro pagamento di 1500 ducati.

Banco del Salvatore, giornale copiapolizze, matricola 64, partita di 200 ducati, estinta il 29 novembre 1656. Alli eletti di questa fidelissima città ducati 200. E per loro al cavalier Mattia Preti in virtù di conclusione del 16 giugno e 30 settembre prossimi passati, che in honore della Regina del Cielo si pintasse sopra le porte di questa città l’immagine della sua purificazione at Immaculata Concettione con altri Santi protettori, al presente volendone detti signori dar esecuzione alle dette conclusioni hanno pattuito et aggiustato con il detto Cavaliero Mattia, persona molto perita ed esperta nella professione della pittura di fare dette immagini sopra l’infratte Porte, cioè Porta del Carmine, Porta Nolana, Porta Capuana, Porta San Gennaro, Porta di Costantinopoli, Porta Reale e Porta di Chiaia della grandezza proporzionata a dette Porte a giudizio del magnifico Pietro de Marino, ingegnere di essa città, con darli per sua fatiche ducati 1500, et una libra di oltremarino, così rimasti d’accordo, e tutto il remanente a sue spese, che occorrerà in detta pittura, con haverne da dipingere l’immagini et historia che da detti signori eletti se li diranno, e prima di cominciare a pittare debbia fare li disegni in cartoni, acciò si vedano da essi signori e si facciano a loro soddisfazione. Et affinché possa incominciare detta opera hanno concluso, che delli ducati 1500, che se li da per tutte le suddette immagini et historie donarli in conto pro mune ducati 200, et secondo la pittura che andrà facendo, se l’anderà somministrando quel denaro che parerà a detti signori

da Aspetti della società e dell’economia napoletana durante la peste del 1656 di Eduardo Nappi nota 150

Chiudiamo il pop up e ci spostiamo nella sala dedicata a Raimondo di Sangro Principe di San Severo. Su un leggio c’è un libro, immergiamoci nella vita del Principe:

Banco della Pietà, giornale copiapolizze, matricola 2045, partita di 30 ducati, estinta il 13 febbraio 1754. Al principe di San Severo ducati 30 e per esso a Giuseppe Sanmartino, a compimento di ducati 500 ed intiero prezzo convenuto della sua statua scolpita in marmo di Nostro Signore Gesù Cristo morto, ricoperto da una sindone di velo trasparente dello stesso marmo, da detto Sanmartino lavorata di tutta soddisfazione, non restando perciò a conseguire altro da esso sino al 24 dicembre 1753 né per questa, né per altra causa

da I Principi di San Severo di Eduardo Nappi nota 103

Don Gennaro Tibet racconta la vita dell’uomo per cui ha lavorato fin da ragazzino, Raimondo di Sangro Principe di San Severo, le sue parole sono piene di affetto e ammirazione per il suo Principe ma anche di dolore per il clima di sospetto creato dalle malelingue e dagli invidiosi che infamarono il Principe, uomo di grande ingegno e studioso fuori dalla righe.

Don Gennaro Tibet è stato tutta la vita al servizio di Raimondo di Sangro Principe di San Severo, i documenti custoditi nell’Archivio Storico del Banco di Napoli ricostruendo la vita del Principe ricostruiscono anche la sua vita:

Banco della Pietà, giornale copiapolizze, matr. 2047, partita di 200 ducati, estinta il 9 maggio 1754. A don Gennaro Tibet D. 200.
E per lui al capomastro Pompeo Serio a compimento di ducati 538, atteso l’altri ducati 338 l’ha ricevuti in più volte, in diverse partite, parte contanti e parte in polizze e tutti detti ducati 538 sono a saldo e final pagamento di tutti li lavori di fabbrica, materiali ed altro fatti nel laboratorio e fonderia di cristalli e smalti, fabbricato in un sotterraneo a sinistra dell’entrata della loro casa, come appare dalla relazione a loro fatta dal regio ingegnere don Ignazio Cuomo.

da I Principi di San Severo di Eduardo Nappi nota 106

Orafi, guantai, pellettieri, panettieri: sui quattro tavoli della sala più ampia del percorso Kaleidos gli artigiani napoletani mostrano la loro abilità, i loro gesti quotidiani, l’amore, l’impegno, il tempo e la pazienza richiesti da un lavoro ben fatto.

Su questi stessi tavoli riprende, anche, la vita quotidiana dei banchi: le mani di un impiegato valutano un rosario portato in pegno e lo poggiano su una bilancia per pesarlo. Immagino la persona che ha impegnato quel piccolo oggetto, sembra triste, si sta separando da qualcosa che per lei ha un valore affettivo oltre che economico ma la rasserena l’idea che quando tornerà a riprenderlo potrà riaverlo restituendo solo la somma ricevuta in prestito senza aggiungere interessi.
Altre mani scrivono su un enorme volume, sono le mani di un altro impiegato dei banchi, forse un addetto ai giornali copiapolizze, un giornalista, che sta trascrivendo fedelmente una bancale estinta prima di inserirla in una filza per archiviarla.

Rimanendo nella sala ci imbattiamo in un pittore originario della Lombardia, è il 1606, l’uomo è scappato da Roma dove è stato condannato a morte per omicidio. Arrivato a Napoli è stato incaricato dagli amministratori del Pio Monte della Misericordia di dipingere un quadro rappresentante le sette opere di Misericordia corporali. Quel quadro di bellezza straordinaria è ancora lì, nello stesso luogo per il quale è stato dipinto, la Cappella del Pio Monte della Misericordia, sempre in via dei Tribunali a pochi metri da Palazzo Ricca e Palazzo Cuomo, sedi dell’Archivio Storico del Banco di Napoli:

Banco della Pietà 9 gennaio 1607. A Tiberio del Pezzo ducati 370. Et per lui a Michelangelo da Caravaggio dissero a compimento di ducati 400, dissero sono per prezzo di un quatro che ha depinto per il Monte della Misericordia in nome del quale esso Tiberio li paga. Et per noi il Banco del Popolo

da http://www.ilcartastorie.it/storie/caravaggio-le-sette-opere-e-la-pala-radolovich/

Il percorso Kaleidos si chiude con tre filmati sulla vita e la storia dei banchi pubblici napoletani. Io e il pancione consorte, seduti sulla panca in legno di fronte agli schermi, abbiamo guardato i filmati con attenzione; i filmati ci hanno chiarito parti del percorso appena fatto e ci hanno fatto nascere altre curiosità.

In questi pochi mesi di vita de ilCartastorie sono tornata in quelle sale altre tre volte: ho accompagnato mia zia e una sua amica venute da Roma; ho accompagnato mia cugina e il suo compagno venuti anche loro da Roma; sono tornata pochi giorni fa per vedere la Sala della Musica inaugurata da poco.

La Sala della Musica, nata grazie al progetto SENECA: Sensi e Vibrazioni, Musica e New Media tra Cultura E Territorio, l’ho amata meno del percorso Kaleidos ma la storia di Angelo Carasale, impresario teatrale grazie al quale abbiamo, anche, il Teatro San Carlo è interessante e triste. La storia della sua ascesa alla corte di Carlo III di Borbone, da semplice maniscalco a impresario di successo amato e rispettato dai sovrani, e della sua caduta, pare per un diverbio di gioco e le invidie e le malignità che la posizione da lui raggiunta avevano prodotto nella nobiltà e buona borghesia napoletana, lascia l’amaro in bocca. Carasale morì a Castel Sant’Elmo dove era stato condotto con l’accusa di concussione. Le prove contro di lui erano inesistenti: voci, pettegolezzi, malignità, i documenti conservati in Archivio mostrano la sua innocenza.

Ed ecco a voi gli otto banchi pubblici napoletani!

Il Monte della Pietà nasce nel 1539 su iniziativa di due gentiluomini per combattere il fenomeno dell’usura attraverso il Gratioso importo, o Pegno Gratioso, un prestito su pegno senza interessi per piccole somme, massimo 10 ducati, che costituisce per alcuni anni l’attività principale del Monte. Col passare degli anni le attività del Monte si ampliano e alle attività filantropiche si aggiungono molte attività a scopo di lucro. A fine ‘500 da monte (attività a scopo filantropico) diventa banco (attività a scopo di lucro). Il Banco della Pietà investiva i proventi annuali delle sue attività a scopo di lucro per finanziare le attività filantropiche che realizzava, rimaste fondamentali nella vita del Banco. Quasi tutti i banchi pubblici napoletani iniziarono la loro attività come monti per divenire nel tempo banchi.

Il Banco dei Poveri nasce nel 1563 per sostenere le persone indigenti messe in prigione per non aver pagato piccoli debiti. Un avvocato, sconvolto dalle condizioni dei detenuti nel Carcere della Vicaria, insieme ad alcuni colleghi fondò il Monte dei Poveri, utilizzando come sede dei locali del Tribunale della Vicaria. Il Tribunale della Vicaria e il Carcere della Vicaria erano entrambi a Castel Capuano. Il Monte dei Poveri nel 1616 acquistò Palazzo Ricca, alla fine di via dei Tribunali di fronte Castel Capuano e vi trasferì le sue attività. Il Monte divenne Banco nel 1632; nel 1787 acquistò anche Palazzo Cuomo, attiguo a Palazzo Ricca. Questi due palazzi sono l’attuale sede dell’Archivio Storico del Banco di Napoli.

Gli altri sei banchi sono: il Banco dell’Annunziata (o Banco Ave Gratia Pena) nato nel 1587 su iniziativa della Casa Santa dell’Annunziata, dove aveva sede. Fallì nel 1702; il Banco di Santa Maria del Popolo nato nel 1589 su iniziativa dell’Ospedale degli Incurabili, dove ebbe sede per alcuni anni prima di trasferirsi in un palazzo all’angolo tra via dei Tribunali e San Gregorio Armeno; il Banco dello Spirito Santo nato nel 1590 su iniziativa della Confraternita dello Spirito Santo, occupava un palazzo all’angolo tra via Toledo e la Pignasecca che da qualche anno ospita una delle sedi della facoltà di Architettura; il Banco di Sant’Eligio nato nel 1592 su iniziativa dell’omonima opera pia e aveva sede al Mercato; il Banco di San Giacomo e Vittoria nato nel 1597 su iniziativa della Santa Casa e Chiesa di San Giacomo e Vittoria, che offriva assistenza principalmente alla comunità spagnola indigente residente a Napoli, si trovava nelle vicinanze della Chiesa di San Giacomo degli Spagnoli e di Palazzo San Giacomo.

L’unico banco nato senza scopi filantropici è il Banco del Salvatore fondato nel 1640 dagli arrendatori della farina, concessionari dell’appalto per la riscossione delle tasse sulla farina. Ebbe sede a Piazza San Domenico Maggiore.

Le bancali, queste sconosciute: fedi di credito, polizze e polizzini

I banchi pubblici hanno un ruolo fondamentale nella vita napoletana per vari secoli e attraverso le causali delle bancali (fedi di credito, polizze e polizzini) possiamo conoscere dettagli della vita dei cittadini e delle istituzioni.

Dalla fine del ‘500 depositare il proprio denaro in un banco pubblico divenne usanza comune tra i napoletani. L’uso di depositare il proprio denaro in banca era stato introdotto a Napoli dai banchieri genovesi ma nel ‘500 molte delle banche private, che i banchieri genovesi avevano aperto in città, fallirono e i napoletani rivolsero la loro fiducia ai banchi pubblici.

I depositi di denaro presso i banchi non davano interessi avendo funzione di custodia. Per attestare i depositi i banchi pubblici napoletani introdussero un titolo trasferibile mediante girata, la fede di credito (paragonabile ai nostri assegni circolari). Il rilascio da parte delle banche di titoli trasferibili mediante girata attestanti i depositi di denaro non era una novità, la novità introdotta dalla fede di credito fu la possibilità di inserire, in maniera molto dettagliata, la causale del pagamento e le eventuali condizioni alle quali questo poteva essere subordinato.

La fede di credito all’inizio fu utilizzata solo per i pagamenti condizionati o vincolati, quando vi fu possibile annotare successivi pagamenti e prelevamenti divenne uno strumento molto diffuso trasformandosi in un vero e proprio conto corrente, la madrefede, sul quale si emettevano ordini di pagamento: polizze o polizzini secondo l’importo.

La possibilità di poter inserire la causale e le condizioni di pagamento in maniera dettagliata resero, grazie a una prammatica (legge) emanata nel 1580 dal Viceré Zuniga, le fedi di credito, e le polizze e i polizzini emessi sulle madrefedi, veri e propri contratti con il valore probante del rogito notarile nelle controversie giudiziarie. Fedi di credito, polizze e polizzini divennero uno strumento di pagamento di uso comune, utilizzato tra privati e accettato da uffici e magistrature statali per il pagamento di imposte o di qualsiasi altra somma ad essi dovuta.

I banchi prima di pagare una bancale (fedi di crediti, polizze e polizzini)  si assicuravano che le condizioni a cui era subordinato il pagamento si fossero verificate, lo facevano con estrema serietà e in tempi brevi. Inoltre era possibile riscuotere una bancale anche in un banco differente da quello di emissione.
I banchi erano consapevoli dell’importanza che avevano le bancali nell’economia del Mezzogiorno e utilizzavano un sistema di scritture ben articolato che rendeva facile trovare qualsiasi documento.

La consapevolezza del ruolo svolto dalle fedi di credito, l’esigenza di custodire scrupolosamente le bancali estinte e di consentire in ogni momento la facile ricerca del titolo originale, fecero sì che per il servizio apodissario (di deposito) venisse adottato uno speciale sistema di scritture.

La chiave di volta era rappresentata dalle pandette (se ne conservano oltre seimila), indice nominativo della clientela del Banco secondo l’ordine alfabetico del nome di battesimo seguito dal cognome e da un numero corrispondente alla pagina del libro maggiore (ve ne sono oltre diecimila) ove veniva registrato il conto intestato al cliente.

La contabilità era naturalmente distinta in «avere», con l’annotazione delle fedi di credito emesse e – in caso di madrefedi – dei successivi versamenti, e in «dare», con l’indicazione delle fedi estinte o – per le madrefedi – delle polizze notate con le relative date di estinzione.

La data di estinzione, rilevabile dal libro maggiore, consentiva di risalire al titolo originario estinto. La conservazione infatti avveniva ordinando le bancali per data di estinzione e infilzandole in uno spago di canapa munito di punteruolo di ferro. Le filze così formate venivano sospese a pioli di legno conficcati nelle travi di sotto la soffitta delle stanze di Revisione e dell’Archivio.

Per rendere più agevole e rapida la ricerca si usava trascrivere nei giornali (esistono trentamila circa di questi volumi) le fedi e le polizze estinte. A questo incarico attendevano i giornalisti, ad ognuno dei quali mese per mese veniva affidato un volume recante sul dorso il loro cognome.

A parte, sui repertori si indicavano, anno per anno e mese per mese, le giornate di estinzione assegnate a ciascun copista, per cui, possedendo la data di estinzione del titolo si era in grado attraverso i repertori di ritrovare nei giornali la copia dello stesso

da L’Archivio Storico del Banco di Napoli AA.VV.

Proviamo a capire

Come ho detto, ho visitato ilCartastorie varie volte, la prima visita è stata un’esperienza emotiva fortissima ma molte cose non mi erano chiare: ho pensato che i salsicciotti di fogli ingialliti che pendevano dal soffitto fossero parte dell’allestimento; mi sono chiesta cosa significassero quei cognomi scritti sui dorsi di molti volumi sugli scaffali; ascoltando le voci provenienti dai libri mi sono detta: “Ma che è ‘sto Banco del Salvatore, e quello dell’Annunziata, e quello di Sant’Eligio?”

Dal sito della Fondazione Banco di Napoli sono scaricabili gratuitamente in PDF numerosi libri sulla storia dei banchi pubblici napoletani e sulla storia di Napoli ricostruita attraverso i documenti custoditi nell’Archivio. I libri di Eduardo Nappi, archivista storico del Banco di Napoli, sulla storia della Repubblica Napoletana del 1799, i Principi di San Severo e l’epidemia di peste che colpì Napoli nel 1656 sono stati una lettura affascinante. La lettura de L’Archivio Storico del Banco di Napoli mi ha chiarito aspetti del percorso Kaleidos rimasti oscuri durante la prima visita.

Se siete persone di buon senso vi state chiedendo: “Ma perché ‘sta donna ha dedicato tanto tempo a un archivio bancario?”. La risposta è semplice: ho bisogno di conoscere Napoli, città dove sono nata, città dove sono cresciuta, città che ho lasciato per diciotto anni; città dove sono tornata a vivere tre anni fa. La conosco poco e conosco poco la sua storia, i suoi monumenti e la sua cultura. Da quando sono tornata a viverci ho bisogno di capire: capire perché la amo così tanto e perché, a volte, la sento respingente e lontana, un luogo che non mi appartiene. E l’unico modo per capire le cose, le persone, i luoghi è conoscere la loro storia.

ilCartastorie è stato l’incontro giusto al momento giusto, i libri che ho scaricato dal sito della Fondazione Banco di Napoli hanno arricchito le mie conoscente, allargato la mia curiosità e aggiunto tessere al puzzle che costituisce per me Napoli.

Questo post finisce qui ma prima di chiudere voglio rispondere alla domanda che mi sono fatta la prima volta che ho visitato ilCartastorie, e che forse qualcuno si è fatto leggendo questo post: “Qual è il legame tra i banchi pubblici napoletani e il Banco di Napoli?”. La risposta è semplice: i banchi pubblici napoletani, che all’inizio del ‘800 avevano già subito molti cambiamenti e fusioni, nel 1861, dopo l’unità d’Italia, divennero un unico banco: il Banco di Napoli. Nel 1819, su decreto di Ferdinando I di Borbone, era nato L’archivio generale di tutti i Banchi, tanto soppressi, che di quelli esistenti: come anche di qualche altro Banco che in appresso venga a ripristinarsi, divenuto l’Archivio Storico del Banco di Napoli, l’archivio bancario più grande del mondo.

Questo post ha avuto una gestazione lunga, ricostruire l’emozione che mi hanno regalato ilCartastorie e la storia dei banchi pubblici napoletani è stata una sfida difficile, credo di averla superata; se siete arrivati fin qui forse è così.

Succede solo a Napoli!

Da quando sono tornata a Napoli due anni e mezzo fa mi è capitato spesso di trovarmi in situazioni in cui d’istinto, infastidita e incavolata, ho pensato: “ So’ cose da pazzi, succede solo a Napoli”.

  • Mi succede quando vedo il pettegolezzo diventare maldicenza e condotta apertamente scortese e derisoria, e anche un po’ ossessiva.
  • Mi succede quando i proprietari dei cani non raccolgono la merda del proprio cane.
  • Mi succede di fronte all’arroganza e alla strafottenza.
  • Mi succede di fronte al lamento continuo.
  • Mi succede mentre guido e sembra di trovarsi in mezzo a una lotta tra animali feroci rincoglioniti.
  • Mi succede quando tutto sembra immobile e la rassegnazione sembra farla da padrona.
  • Mi succede quando esco con la macchina dal viale di casa, sono ancora giù, vedo arrivare una macchina e non so da che lato deve girare — a destra, a sinistra? ma! chissà!? — e il guidatore di suddetta macchina invece di mettere una freccia per indicarmi da che cavolo di lato deve girare in modo che io possa andare dal lato opposto inizia a bussare spazientito e se vado da un lato si innervosisce perché deve girare da quel lato e io, povera sciocca, non sono stata capace di capirlo tramite telepatia, visto che di freccia neanche l’ombra.
  • Mi succede quando vedo gruppi di persone chiusi su se stessi, fermi, immobili, sicuri che il loro modo di vedere il mondo, pensare, agire sia l’unico possibile e giusto, rendere la vita difficile a chi vedono diverso da loro.
  • Mi succede quando incrocio persone pronte a incolpare sempre qualcun altro per qualsiasi cosa senza mai prendersi un po’ di responsabilità, perché è sempre colpa di qualcun altro.

Insomma mi succede spesso.

Poi mi calmo, rifletto, ricordo con obiettività Milano, Piacenza, Dublino, luoghi dove ho vissuto per periodi più o meno lunghi. Ricordo i viaggi fatti, ricordo episodi sporadici e normalità quotidiana e mi dico: “No, non succede solo a Napoli”

Francesca Matilde Ferone incrocia sul lungomare di Napoli un altro napoletano che si lamenta della sporcizia della città e dell'inciviltà dei suoi abitanti mentre butta una carta per terra e non raccoglie la cacca del proprio cane.

Signora questa è una città invivibile, è piena di incivili, a Milano sì che si sta bene. Non capisco perché abbia deciso di tornare a vivere a Napoli.

Ho un modo di vedere e sentire il mondo diverso da molti e appaio strana a coloro che sanno riassumere in uno schema e poche parole cosa è normale e cosa non lo è.

Un paio di giorni fa mi sono messa il mio cappotto viola chiaro e ho portato canPiera giù ai giardinetti della stazione della metropolitana sotto casa mia. Avevo alcuni dubbi uscendo: uno riguardava il cappotto, mentre uscivo mi sono detta: “Se riusciamo ad arrivare ai giardinetti, grazie alla presenza dei ragazzini a scuola e non lì a giocare a pallone, l’amato cane potrebbe sporcare il cappotto saltandomi addosso”; canPiera spesso e volentieri mi salta addosso mentre gioca sciolta e io glielo lascio fare. È vero su certe cose sono una pessima proprietaria di cane, come tutti i proprietari di cani, anche quelli che si autoeleggono membri dell’Olimpo dei cinofili esperti.

L’altro dubbio era: “CanPiera ha già un odore forte per i maschi?”, canPiera sta per entrare in calore, è questione di giorni. Quando canPiera è in calore evito, per quanto posso, luoghi dove ci sono altri cani, soprattutto dove ci sono cani sciolti. È una questione di sicurezza per Piera e rispetto per gli altri cani.

A Napoli non esistono aree cani comunali ma ci sono posti che lo sono diventate per consuetudine, i giardinetti vicino alla stazione della metropolitana di Salvator Rosa sono uno di quei posti.  Nessun cane dovrebbe stare lì sciolto a fare i suoi bisogni, giocare o correre, è vietato, c’è un bel cancello all’ingresso che lo dice chiaramente, tutti lo ignorano, me compresa.

Raccolgo la merda di canPiera quasi sempre, non perché abbia vissuto a Milano per tanti anni ma per abitudine, perché lo ritengo giusto. Lo faccio per strada, lo faccio quando la porto a correre nei parchi, lo faccio quando la porto nei giardini della stazione della metropolitana sotto casa.

La merda la raccolgo senza paletta ma con le bustine e le mie manine. La paletta, questa sì, è un abitudine, quasi uno status symbol, napoletano. Ci sono bustine apposite per raccogliere la merda dei cani, si comprano nei supermercati o nei negozi per animali, costano una cifra spropositata e spesso si rompono con eccessiva facilità. Non sono l’unica a non usare la paletta o le apposite, fighissime, bustine per merda di cane, ci sono persone strane come me — ok non come me, io sono stranissima — che pensano che una bustina è una bustina, basta che sia di plastica, che non si rompa appena la guardi e che sia abbastanza larga per poter raccogliere senza toccare la suddetta merda. Io uso bustine per i surgelati, scandalizzando molti: ”Oddio la bustina è trasparente, la cacca si vede, che schifo”, anche in questo non sono l’unica, e la raccolta viene benissimo.

RICONOSCERE I SACCHETTI MIGLIORI
A questo punto, è importante sapere che non esiste una strumentazione universalmente adatta a tutti i raccoglitori, ma che ogni raccoglitore ha il suo sacchetto ideale.

Colore: c’è chi lo intona al portasacchetti, chi al collare del cane, chi ai propri vestiti. Chi lo preferisce semitrasparente o completamente coprente. Va a gusto personale.
Solitamente, i proprietari maschi di cani evitano quelli rosa, o a cuoricini.

L’arte di…raccogliere dal blog  Ti presento il cane

Portare i cani in un posto dove c’è un prato per molti proprietari di cani corrisponde al non dover raccogliere la merda del proprio cane. In genere questi proprietari si lamentano che le aree cani comunali, o i luoghi diventati aree cani per consuetudine e necessità, sono sporchi. Come ho detto raccolgo la merda del mio cane per abitudine e perché non è sempre colpa degli altri se un posto è sporco, la scusa: “Ma nessuno lo fa, perché dovrei essere l’unica/o scema/o a farlo” non regge. Non regge a Napoli, in un posto che è diventato area cani per necessità e non regge a Milano, Roma e in tutti i luoghi dove le aree cani comunali esistono e dove spesso, spessissimo, la gente non raccoglie la merda dell’amato quadrupede. Il ragionamento di base è: “C’è l’erba che raccolgo a fare? E poi è un posto destinato ai cani, qui possono fare come gli pare”. Non è vero nelle area cani regolamentate né cani né padroni possono fare come gli pare, e nei luoghi dove si riuniscono cani non randagi con padroni non allo stato brado dovrebbe vigere la civiltà dei proprietari.

Insomma, diciamo che in certe situazioni può anche succedere di essere sprovvisti nel necessaire pour merde.
Se però sei dentro all’area cani, significa che sei proprio uscito PER far pisciocagare il cane. E perché sei senza sacchetti?
Perché sei pirla?
Nahhh… non ci credo. UNA dimenticanza, per carità, è possibile & umana: ma millemila dimenticanze, no.
No, perché andare in area cani senza sacchetti è come uscire in macchina senza patente, come prendere il treno senza biglietto: non sono pirlate, sono furbacchionate da quattro soldi.

Ma le vogliamo raccogliere ‘ste cacche? dal blog Ti presento il cane

Alcuni proprietari di cani hanno un atteggiamento schizofrenico: redarguiscono gli altri proprietari di cani se non raccolgono la merda del loro amico a quattro zampe, si lamentano che in giro è tutto sporco di merda di cane, li irrita dover fare gimcane tra merde sui marciapiedi, sotto il portone di casa, davanti l’ufficio, sotto la scuola dei figli o nipoti, ma appena possono, appena credono di non essere visti, non raccolgono la merda del loro amato cagnolino. Sono convinta che questo genere di persona agisca così in ogni ambito della propria vita: criticando, redarguendo e facendo come gli pare.

 

Come ho detto all’inizio un paio di giorni fa ho indossato il mio cappottino viola, ho preso canPiera e sono andata ai giardinetti della stazione della metropolitana sotto casa. Ho incrociato un ragazzo con un cane, non ci eravamo mai visti, e dopo un po’ è arrivata una signora della zona con il suo cagnolino. Mentre parlavamo canPiera ha fatto cacca sul prato e io stavo per contraddire tutto quanto ho scritto finora.

CanPiera aveva depositato la sua merda nella parte più interna dell’aiuola e il prato era un tappeto di merda canina, ho visto che aveva fatto cacca, ho fatto finta di niente e ho continuato a chiacchierare. Il ragazzo senza dirmi esplicitamente: “Il suo cane ha fatto la cacca, non la raccoglie?” ha iniziato a dire che quel posto era sporco, lui raccoglieva sempre ma gli altri no. Non so se lui agisca in maniera coerente con quello che dice, e sinceramente non mi importa, il punto è che mentre lo ascoltavo e gli davo ragione mi sono sentita a disagio con me stessa. Dopo un po’ sono salita sul prato e ne sono ridiscesa con in mano una magnifica bustina contenente merda canina. Ho dato l’impressione al proprietario dell’altro cane di averla raccolta perché lui si era lamentato, e la proprietaria del cagnolino deve aver pensato lo stesso. Poco importa.

Perché non ho raccolto subito?

  • Perché Piera aveva fatto la cacca in fondo a tutto e per raccoglierla avrei dovuto superare un tappeto di merda di cane.
  • Perché per terra, a parte il tappeto di merda, era quasi bagnato, cioè fango.
  • Perché ci sono giornate in cui non mi va di essere guardata come quella strana che raccoglie la merda del cane anche dall’aiuola. Voglio essere uguale uguale a tutti quei proprietari di cani che mi guardano, ridacchiano, raccontano ad amici, parenti, conoscenti della signora strana che raccoglie la cacca del cane dal giardinetto — d’inverno spesso con cappottino viola – e si lamentano, si lamentano tanto, perché quel luogo è tutto sporco, pieno di merda di cani, i loro di solito.

Sono andata via dai giardinetti dopo aver raccolto la cacca di Piera con il cappotto decorato di fango. Piera, come previsto, aveva deciso di saltarmi addosso, il fango si è seccato subito e quando sono arrivata a casa già non c’era più.

Certe cose succedono solo a Napoli, i proprietari di cani fuori Napoli, nel nord Italia soprattutto, sono tutti persone civilissime e zelanti raccoglitori di merde come mi raccontano con vigore molti proprietari di cani napoletani? Assolutamente no.

Le aree cani comunali del nord Italia sono posti lindi e puliti dove proprietari e cani si comportano meravigliosamente come mi viene raccontato da molti napoletani?  No, assolutamente no.

A Milano le aree cani sono tante e tutte hanno all’interno distributori di sacchetti di plastica da prendere gratis e cestini della spazzatura: le aree cani milanesi di solito sono piene di merde di cane non raccolte da solerti e civilissimi proprietari. Il regolamento comunale sulle aree cani dice che la merda deve essere raccolta, la gente per lo più se ne frega. Se qualcuno protesta di solito si sente rispondere che le aree cani sono fatte apposta per far defecare i cani. Errore le aree cani sono fatte per lasciar giocare i cani liberi ma seguendo determinate regole, regole di buon senso che nei casi di aree cani comunali diventano regole imposte dal comune. Nelle aree cani milanesi, e nei parchi, ogni tanto arrivano i vigili a fare le multe, in quei periodi è un trionfo di civiltà. Civiltà indotta direi: a Milano, e in molte aree d’Italia, le multe si pagano, quasi sempre; e qui sta la reale differenza tra Napoli e molte altre città.

A Napoli molti pensano che le cose al nord vadano meglio per una presunta civiltà innata degli abitanti di quei luoghi che si acquisisce per contagio appena si sbarca in quelle terre meravigliose. Come ho detto da due anni e mezzo a questa parte ascolto spesso napoletani che si lamentano dell’invivibilità della città e dell’inciviltà dei napoletani, sempre gli altri. Spesso mi raccontano di come amici, parenti e loro stessi abbiano trovato fuori Napoli oasi di civiltà. Molti mi chiedono incuriositi, e pieni di disapprovazione, perché io e Sandro abbiamo deciso di tornare a Napoli e quando provo a spiegarglielo mi trovo di fronte dei muri, anzi no, i muri sarebbero più ricettivi.

Che Napoli sia una città difficile per tanti aspetti è vero, credo lo sia soprattutto per la convinzione di molti napoletani che qui le cose sono sempre andate così e mai cambieranno. Credo che questa convinzione sia per molti una specie di lasciapassare per agire pensando sempre ai cavoli propri, lamentandosi, criticando gli altri e aspettando che arrivi qualcuno da chissà dove a sistemare tutto, a fare tutto, compreso raccogliere la merda del proprio cane.

Negli anni ho imparato che, di qualsiasi argomento si tratti, mettermi a discutere con persone che non vogliono ascoltare e sono certe di avere ragione è inutile, allora, consapevole di apparire strana e ridicola, faccio quello che mi appare giusto anche se contrasta con il modo di pensare e agire dominante.

Di molti napoletani non sopporto il continuo lamento, vorrei vedere queste persone prendersi le proprie responsabilità e agire in maniera differente, anche impopolare, sapendo di apparire a molti strani e fessi ma fregandosene perché stanno agendo secondo la propria coscienza e il loro modo di vedere il mondo. Parlo di Napoli perché sono nata qui e ho deciso di tornare a vivere qui, ma quello che vale per Napoli vale per l’Italia in generale, e non solo. L’ho detto spesso Chiagnere e Fottere è un detto napoletano esportabile in tutto il mondo.

Da quando sono tornata a vivere a Napoli, spesso istintivamente, per un pregiudizio che in qualche modo c’è anche in me, e perché è rassicurante pensare che basta andare via da questa città per trovare un posto dove vivere è più facile, ho pensato: “Succede solo a Napoli”. A volte in questa città sembra di lottare contro i mulini a vento. A volte sembra che tutto sia immobile. A volte mi sento soffocare e mi chiedo: “Chi ce l’ha fatto fare a voler tornare, qua davvero non c’è speranza”, poi rifletto, ricordo e mi rendo conto che sto scivolando nel modo di pensare più ottuso e più facile.

Ho usato la merda canina e i rapporti tra proprietari di cani come scusa per parlare dei vari miti che molti napoletani hanno sulle altre città. Io e Sandro siamo tornati a Napoli perché vivendo fuori ci siamo resi conto di quanto questa città realmente offra e di quante potenzialità abbia. Negli anni ci siamo resi conto di quanto poco la conoscevamo ed è difficile amare e apprezzare qualcuno o qualcosa se la si conosce superficialmente. Elena Ferrante in Storia della bambina perduta — quarto volume della quadrilogia de L’amica geniale — fa dire a Lenù:

Che grave negligenza era stata nascere e vivere a Napoli senza sforzarmi di conoscerla

La negligenza di Lenù è stata mia, è stata di Sandro ed è una negligenza comune a molti napoletani. Io è Sandro stiamo cercando di porre rimedio alla nostra negligenza.

A volte andare via da Napoli sembra l’unica via d’uscita, quelli che vanno via spesso cercano un posto dove non vige la legge del più forte, dove il lavoro si trova per merito e non per nascita né per amicizia, dove la gente non scambia la gentilezza e la buona educazione per stupidità, dove la furbizia non abbia più valore dell’intelligenza. Dopo 20 anni fuori Napoli ho raggiunto la certezza che un posto così non esiste, la differenza tra Napoli e tanti altri posti considerati più civili è che a Napoli certi modi di pensare e agire sono più evidenti e più apertamente condivisi. Qui quello che in altri posti si pensa e si fa di nascono si pensa e si fa alla luce del sole.

Vedere e parlare del peggio di questa città è facile, è sport cittadino e nazionale, ma a Napoli c’è tantissima gente che ogni giorno si impegna, lavora con passione, realizza cose bellissime. Gente che ha deciso di rimanere anche se non era né facile né comodo e gente che ha deciso di tornare. Nei momenti di stanchezza e avvilimento cadere nella trappola del: “Succede solo a Napoli” è facile, ma no, non succede solo a Napoli.

Sposatevi, sposatevi, fate i figli!

“Sposatevi, sposatevi, fate i figli” diceva mia madre quando era furibonda con me e mio fratello🙂.

“Il buio oltre la siepe”, la quadrilogia de “L’amica geniale”, “Il Dio delle piccole cose”, “Anna Karenina”. Sette libri ambientati in posti ed epoche diverse, scritti in epoche e posti diversi. Cosa hanno in comune? Raccontano cosa succede a chi non accetta a testa china norme sociali radicate alla base di società chiuse e ottuse. I fatti raccontati sono all’apparenza diversissimi, le società raccontate all’apparenza non hanno nulla in comune, ma se li si legge con curiosità e sguardo attento le similitudini balzano agli occhi.

È domenica 17 gennaio, a Napoli c’è il sole. Molti si stanno preparando ad andare in chiesa. Ogni persona lo farà con una motivazione e uno spirito differente. Alcuni in questa civile nazione occidentale pregheranno contro altri esseri umani ritenuti pericolosi. Non perché uccidono, rubano, violentano. Non perché portatori di una cultura basata sull’aggressività, il raggiro, il disprezzo dei diversi. Non perché alla costante ricerca di persone diverse, isolate, più deboli da deridere, denigrare, mettere all’indice.

Finché stiamo bene insieme

Finché stiamo bene insieme

 

Il delitto contro cui oggi nelle chiese italiane molti difensori “della norma di Dio” pregheranno è il diritto a essere omosessuali. Il diritto a esserlo apertamente, non di nascosto pieni di sensi di colpa e vergogna. Il diritto a costruirsi una famiglia. Il diritto ad avere dei figli, ad adottare i figli del proprio/a compagno, il diritto ad adottarne.

Ho poche convinzioni, quella più incrollabile è che i figli sono la cosa più seria che si fa. Non sono madre per scelta, l’ho scelto quasi 30 anni fa e non me ne sono mai pentita. Non ritengo che la maternità faccia parte del mio percorso di vita. Non mi sento meno donna per questo, non ritengo di dovermi giustificare per questo. Se avessi voluto diventare madre avrei potuto farlo tranquillamente, fisicamente mi è possibile, ho un compagno fisso da 22 anni, siamo sposati da 4 anni e mezzo, la legge italiana ce lo consente.

Vengo da una storia personale difficile, ritengo che un mio potenziale figlio avesse un diritto sacrosanto: una madre serena ed equilibrata. Mi è stato contestato da molti che se fosse questo il criterio con cui si mettono figli al mondo il mondo si spopolerebbe. È vero.

Non credo di essere meglio o peggio di nessuno, ho deciso di fare un percorso di vita differente dalla norma, ho dato la priorità alla ricostruzione di pezzi di me, alla ricerca di una serenità andata in frantumi tantissimi anni fa. L’ho fatto, e lo faccio, a modo mio.

L’orientamento sessuale, o meglio l’orientamento amoroso di un potenziale genitore non credo abbiano nulla a che fare con il proprio equilibrio mentale e con la propria ricerca di serenità. Parlo di orientamento amoroso perché — come ho letto tempo fa, mi scuso non posso citare la fonte perché non la ricordo, se qualcuno la riconosce me la faccia presente per favore — parlare unicamente di orientamento sessuale svilisce rapporti e relazioni. Le persone hanno attrazioni sessuali per altre persone, anche momentanee, senza voler costruire una vita assieme, le hanno sia se eterosessuali sia se omosessuali. Qualche volta le persone incontrano persone da cui sono attratte non solo sessualmente, all’attrazione sessuale si aggiunge altro, non sempre l’altro è razionalmente spiegabile, anzi quasi mai, ma è un sentimento forte basato su affetto, stima, comprensione e tanto altro. Da questi incontri può nascere la voglia di percorrere tutta la propria vita, o un pezzo importante, insieme all’altra persona. Vale per le coppie omosessuali vale per le coppie eterosessuali. Si va ben oltre il puro sesso, si parla di amore.

Le coppie omosessuali in Italia nel 2016 non hanno vita facile, devono affrontare chiusura mentale, pregiudizi, stupidità. I figli di queste coppie nell’Italia attuale hanno una vita difficile, in alcuni luoghi impossibile. Hanno bisogno di un supporto familiare forte, hanno bisogno di genitori equilibrati, solidi, sereni. Tutti i bambini ne hanno bisogno, ma questi data l’ostilità del mondo esterno ne hanno di più. La stupidità, l’ignoranza, la paura, la chiusura mentale, l’arroganza, la potenziale violenza, la derisione, la discriminazione, l’ottusità, la difesa del normale e naturale, figli di una cultura chiusa, sono i mostri contro cui le coppie omosessuali e i loro figli devono combattere in Italia nel 2016. Se i componenti di queste coppie rubassero, uccidessero, imbrogliassero, corrompessero, fossero aggressivi, supponenti e stupidi sarebbero a pieno titolo cittadini italiani di serie A. Ma non fanno nulla di questo, o meglio alcuni di loro di certo lo fanno, ma non in quanto omosessuali ma in quanto esseri umani.

Non so se le famiglie omosessuali in Italia a breve avranno gli stessi diritti giuridici di quelle eterosessuali — Il cambiamento sociale avrà tempi molto più lunghi, come tutti i cambiamenti che richiedono modifiche di pensiero – personalmente me lo auguro. Non mi sento né minacciata né impaurita da queste orde di diversi che vogliono il diritto ad una vita di coppia e familiare tutelata giuridicamente. Una legge non garantirà la serenità di queste coppie ma il poter accedere a determinati diritti crea un terreno più adatto a mettere radici, perché, bando all’ipocrisia, il poter accedere a dei diritti regala calma mentale, il futuro e l’imprevisto sembrano meno minacciosi. Se alcune di queste coppie dovessero separarsi, tradirsi, iniziare lotte stupide e distruttive per i figli, non evidenzierebbero nessuna falla nella legge o indegnità di essere coppie e famiglie perché formate da componenti omosessuali. Evidenzierebbero la loro totale aderenza alla normalità.

Ho iniziato questo post con le parole di mia madre, quando era furibonda con me e mio fratello ci diceva: “Sposatevi, sposatevi, fate i figli”. Era il suo modo per dirci che essere genitore, e componente di un nucleo familiare, è difficilissimo, e che avremmo potuto capirlo solo quando ci saremmo trovati al suo posto. Aveva ragione da vendere. È difficilissimo qualsiasi orientamento amoroso si abbia. L’orientamento amoroso non ha nulla a che fare con la capacità, o meno, di costruirsi una vita familiare serena,

Buona domenica

Francamente me ne infischio!

“Uè guarda quei due! come so’ curiosi”, risatina, piccola gomitata per attirare l’attenzione di amici, parenti, colleghi, compagni di branco, chiunque possa condividere con noi un momento così divertente. Un chiattone all’orizzonte, che culo! roba da ammazzarsi dalle risate. Se poi gira a maniche corte a dicembre per Napoli, all’occasione anche per Roma o Milano, è ancora più divertente. Il chiattone spesso e volentieri si accompagna a una tipa con almeno dieci chili di sovrappeso, capelli grigi cortissimi, abbigliamento non stravagante ma estraneo a schemi precisi. Anche lei mica tanto normale.

Io e il pancione consorte formiamo una coppia strana e spesso siamo additati per strada dai normali. È giusto così, rompere schemi mentali chiusi ha un prezzo.

Nel mio vicinato, come in ogni vicinato che si rispetti, operano varie cellule dell’Armata Brancaleone del Pettegolezzo, una di queste è molto interessata a me e Sandro. Le Armate Brancaleone del Pettegolezzo hanno composizione eterogenea e schemi di comportamento precisi. Sono un’istituzione antichissima, non ci sono confini geografici, temporali o culturali capaci di fermarle. Le Armate Brancaleone del Pettegolezzo sono flessibili, i membri tendono a partecipare a più cellule dell’Armata contemporaneamente, una per ogni ambiente in cui si muovono: scuola, lavoro, luoghi di vacanza, famiglia, ecc…

Le Armate Brancaleone del Pettegolezzo sono democratiche, aggregative, socializzanti. Persone che normalmente non si frequenterebbero, non si rivolgerebbero la parola, si guarderebbero con sospetto mantenendo le distanze formano cellule unite dalla forza misteriosa e potentissima del pettegolezzo e della malignità. Le Armate Brancaleone del Pettegolezzo sono luoghi creativi, veri e propri laboratori di narrativa fantastica, sfornano racconti precisi, puntuali e dettagliatissimi di vite di persone che non conoscono.

Sandro Quintavalle, Can Piera, Francesca Matilde Ferone sono di spalle. Di fronte a loro il golfo di Napoli. Illustrazione di Sandro Quintavalle

Finalmente

Sono una donna fortunata, mi è capitato di essere oggetto di attenzioni e gentilezze da parte di membri di alcune cellule dell’Armata in varie occasioni e posso affermare, avendone conosciuti molti, che essere membro di una cellula dell’Armata richiede impegno, dedizione e una dura fase di addestramento, unita a un talento naturale. Ci sono schemi, procedure e regole da imparare per poterli replicare all’occorrenza: fondamentali sono la raccolta delle informazioni e la loro elaborazione narrativa. La raccolta informazioni, come ho detto, segue schemi ben precisi, qui parlo di come la cellula operante nel mio vicinato agisce da quando io e Sandro siamo tornati a Napoli ma, con le varianti del caso, il racconto ha valore generale.

Capisco che è iniziata la raccolta informazioni, le informazioni vanno aggiornate se possibile, quando, improvvisamente, persone che normalmente non mi salutano, mi guardano dall’alto in basso, rispondono con fastidio al mio saluto, quando rispondono, iniziano a salutare con sorridente cortesia. Queste persone in tempi normali sono infastidite da un mio saluto pubblico, se oso salutarle quando sono in compagnia di loro pari, ovviamente, non rispondono. Salutandole quando sono in compagnia di loro pari infrango la famosa regola: “Mi abbasso a salutarti se non mi vede nessuno, ma se sono con i miei pari non osare nemmeno guardarmi”. Se si ha la fortuna di diventare oggetto delle attenzioni dei membri dell’Armata si dovrebbe avere almeno la buona educazione di conoscere le regole di bon ton alla base dei rapporti tra i membri dell’Armata e i fortunati oggetti delle loro narrazioni, e rispettarle.

La regola precedente va di pari passo con seguente: “Io ho tutto il diritto di deriderti quando sono con i miei amici, additarti, parlare male di te usando un tono di voce abbastanza alto in modo che tu possa sentire e capire che parlo di te. Nel farlo ho l’accortezza di non essere mai troppo esplicito/a, nel caso ti venisse in mente di farmi le tue rimostranze ti risponderei che sei pazza/o, ti sbagli, mica parlavamo di te. Ho supporto degli appartenenti alla mia cellula, in caso di necessità appoggerebbero le mie parole. Ricordatelo”.

La regola delle regole, quella che fa andare su tutte le furie gli appartenenti dell’Armata Brancaleone del pettegolezzo quando non viene rispettata è: “Non osare ignorarci, non provare a vivere la tua vita serenamente come se noi non esistessimo e non ci prodigassimo a costruire e raccontare una vita nuova tutta per te, alternativa, piena di avventure. Non osare ridere di noi”.

I membri della cellula dell’Armata Brancaleone del Pettegolezzo che nel mio vicinato hanno creato per me e Sandro una nuova vita, a noi sconosciuta, sono, con ogni evidenza, esseri a noi superiori. La mia, chiara, inferiorità fisica e morale non mi ha permesso di capire subito le regola alla base della nostra pacifica convivenza. Un’altra regola basilare, che avrei l’obbligo di rispettare, per quanto possa apparire contraddittorio, comporta il mio dovere di saluto per prima. Un saluto fantozziano e deferente. E se faccio la brava potrei anche avere un cenno di risposta al mio saluto, me fortunata! Il mio dovere di saluto con risposta a sorpresa è sottolineato da sguardi fissi, tra il derisorio, l’astioso e il supponente, e da una totale mancanza di gentilezza o di un sorriso. Non avendo capito subito il bon ton dell’Armata mi sono guadagnata la fama, meritata, di essere una scostumata superba che non saluta. Me tapina! Sono regole universali, appartengono a tutte le cellule dell’Armata Brancaleone del Pettegolezzo, come posso non averle colte al volo.

La fase migliori amici dà inizio alla raccolta informazioni, è una fase delicata, deve essere condotta con abilità. Un membro dell’Armata Brancaleone del Pettegolezzo avvicina amichevolmente il protagonista della storia che l’Armata sta costruendo e cerca di instaurare un clima cordiale, amichevole. Butta giù domande con indifferenza apparente, se l’interrogato si mostra malleabile le domande diventano sempre più precise e pressanti ma la conversazione non perde mai il clima cordiale che la caratterizza. I membri dell’Armate Brancaleone del Pettegolezzo sono addestrati fin dall’infanzia. Le informazioni raccolte nell’interrogatorio vengono elaborare e adeguare allo schema narrativo del racconto in costruzione.

I protagonisti del racconto nel caso venissero a conoscenza di questa nuova versione delle loro vite non potrebbero non rimanere colpiti dalla qualità della narrazione e commossi dall’impegno messo dai membri dell’Armata per rendere le loro vite, banali e sciape, avventure meravigliose, lontanissime dalla noia del quotidiano e dal grigiore della realtà. Vite romanzesche, piene di elementi di fantasia mischiati, se il lavoro di investigazione è riuscito, alla realtà, che grazie all’elaborazione narrativa degli autori è resa irriconoscibile. Purtroppo in alcuni casi il protagonista del racconto può mostrarsi ostile e l’attività investigativa infruttuosa. Ma i membri dell’Armata sono coriacei, non si fanno fermare da ostacoli così insignificanti, i migliori racconti sono frutto di pura fantasia, privi di qualsiasi appiglio con il reale ma non per questo sono meno diffusi e seguiti, anzi. Le creazioni dell’Armata Brancaleone del Pettegolezzo sono vere e proprie opere d’arte.

La cellula che gentilmente si occupa di me e Sandro è formata da signore bene, e loro familiari vari – con gravi problemi respiratori causati da puzza sotto il naso — portieri e consorti, negozianti di quartiere e personaggi di passaggio. Nessuno dei membri di questa cellula ci conosce se non di vista, con alcuni di loro ci sono stati degli intimissimi Buongiorno e Buonasera, di molti di loro non conosco nemmeno il nome, ma signori miei se volete sapere vita, morte e miracoli di Francesca Matilde Ferone e Sandro Quintavalle andate da uno di questi signori o da una di queste signore e saprete tutto di noi. Scoprirete una vita piena di cose interessanti, una vita che neanche sappiamo di avere.

Ieri, 31 dicembre 2015, in tarda mattinata, io e Sandro abbiamo fatto una passeggiata per il Vomero. Arrivati in piazza abbiamo incrociato una dei membri più attivi della cellula dell’Armata Brancaleone del Pettegolezzo che si occupa di noi e siamo passati davanti a un paio di negozianti da cui non ci forniamo, o non ci forniamo più, sempre molto attivi nella costruzione del racconto della nostra vita. La signora incrociata dopo un periodo di sospensione del saluto ieri ha ripreso questa strana abitudine, io le ho sorriso, risposto cordialmente, e augurato buon anno. La fase raccolta informazioni sta per ricominciare, ci sono stati movimenti poco chiari nella vita mia e di Sandro ultimamente, bisogna indagare. L’Armata ha registrato e inserito questi cambiamenti nel racconto delle nostre vite, l’ha fatto con precisione e dovizia di particolari, ma un po’ di informazioni di prima mano rielaborare secondo il suo stile narrativo aggiungono mordente al racconto.

Continuando a passeggiare ho incrociato anche un paio di vecchie amiche. In un’altra vita ho costruito molti rapporti d’amicizia malati, seguendo sempre lo stesso schema, da cui mi sono staccata a fatica e con molto lavoro su me stessa. Ci ho messo anni, volontà, attenzione, pazienza, dolore a cambiare il mio modo di approcciare le persone ma alla fine ci sto riuscendo.

Lamicizia delle persone che ho incrociato l’ho fortemente desiderata e rincorsa, in un altra vita. Ho scodinzolato, anche in maniera molesta, per anni in cerca della loro attenzione. Volevo la loro amicizia, volevo essere come loro. Da molti anni, ormai, con il sollievo di tutte noi, non ci rivolgiamo neanche il saluto quando ci incontriamo. Conoscendo la sgradevolezza di cui sono capaci le mie amiche so che ogni volta che ci incrociamo un commento sulla grassezza di Sandro e un commento maligno su di me sono d’obbligo. Il reciproco sollievo per lo scampato pericolo di un saluto sgradito a tutte noi chiude i nostri sporadici incontri.

La verità, per quanto brutta, la devo ammettere onestamente, soprattutto a me stessa: per anni a ‘sta povera gente ho veramente frantumato i coglioni inventandomi, cercando disperatamente, un’amicizia mai esistita e da loro mai voluta. Volevo attenzione e affetto e ho usato le varie disgrazie che mi capitavano per averli. Mai avuti, ovviamente. Per qualche tempo ho ottenuto sopportazione e pena. È una cosa bella? Certo che no, ma è una cosa comune se ci si sente soli, fragili, impauriti e spaventati. Voltare lo sguardo da un’altra parte non cambia il passato.

Ho passato molti anni a crogiolarmi nella sensazione di sfortuna, nella paura, nella rabbia, nel rancore, nella superstizione. La mia vita è cambiata quando ho deciso di cambiare io e il mio modo di stare al mondo. I rapporti umani sono ruoli. Ognuno di noi sceglie il suo ruolo, lo fa inconsciamente di solito, in base a come si vede, a come vede gli altri, a come vede il mondo. Le persone attorno a noi a loro volta ci affidano dei ruoli ben precisi nelle loro vite in base a come ci vedono, si vedono e vedono il mondo. Se il nostro sguardo su di noi, sul mondo e sugli altri cambia cambia anche il ruolo che ci diamo. Di solito, quando all’interno di rapporti interpersonali i ruoli sono ben precisi, statici, fermi, rassicuranti, strutturati, i cambiamenti di ruolo non sono ben accetti.

Gli incontri di ieri mi hanno fatto riflettere sui miei cambiamenti e su come determinati ruoli, che mi ero costruita, inconsciamente, su misura, crescendo, cambiando, andando avanti, non mi appartengono più.

L’Armata Brancaleone del Pettegolezzo prende molto sul serio il suo ruolo sociale: spalmatrice di racconti fantasiosi e dettagliati di vite a lei sconosciute. In altri momenti della mia vita gente così mi ha ferita moltissimo, mi ha fatto paura, mi ha fatto sentire schiacciata. Il loro modo di vedermi e raccontarmi mi sembrava giusto. Ero molto più fragile, avevo un bisogno disperato di affetto e approvazione, ero più debole e isolata.

Le amiche incrociate ieri hanno avuto un ruolo importante nella mia vita per anni. Ho imposto a lungo la mia presenza nelle loro vite, farne parte mi faceva sentire più sicura. Ho costruito quasi tutti i miei rapporti d’amicizia in passato su queste basi. Alcuni rapporti con gli anni si sono evoluti in rapporti reali, affetti sinceri, tra persone adulte, alla pari. Altri sono andati in frantumi senza dolore o danno. Alcuni sembravano rinati su basi più mature ma il mio cambiamento come essere umano, la mia volontà di avere un rapporto sincero e paritario, un nuovo ruolo, si è infranta contro la nostalgia e il bisogno di ricostruire la nostra amicizia sulle stesse basi, rispettando gli stessi ruoli e modelli del passato. Ieri incontrare le mie amiche è stato importante, mi ha ricordato da dove vengo.

Essere parte di un gruppo che mi appariva figo e dominante mi faceva sentire meno isolata, meno attaccabile. Incrociando ieri la tipa — gregaria di un’ape regina – membro della cellula dell’Armata Brancaleone del Pettegolezzo a noi interessata ho provato non paura ma repulsione. Il saluto fintamente gentile, il suo sguardo stupido e feroce erano roba già vista, stantia. I due commercianti di cui abbiamo incrociato lo sguardo, a loro volta membri della cellula e da cui si servono i loro commilitoni, erano pronti a salutare con aria cordialmente servile i loro commilitoni: clienti di riguardo. Uno di loro ha chiamato la cara signora, sua cliente e commilitona, mentre passava avanti al suo negozio, e le ha fatto dei calorosissimi auguri di buon anno. È stata una scena interessante da osservare, metteva in luce chiaramente le dinamiche di gruppo. Dopo il fastidio iniziale l’intreccio di incontri mi ha fatto ridere, poi riflettere.

Io e Sandro siamo le prede ideali per le varie cellule dell’Armata Brancaleone del Pettegolezzo: abbiamo un aspetto fuori dagli schemi, soprattutto Sandro ha un aspetto che attira la derisione e la cattiveria gratuita dei normali. Viviamo una vita molto tranquilla costruendo giorno dopo giorno, con lavoro, fatica, pazienza, determinazione, studio, serietà, una vita familiare e lavorativa che ci somiglia ma completamente fuori gli schemi prestabiliti dei normali. I normali, generalmente, non accettano tutto quello che vive fuori le ristrette mura della loro visione del mondo e tendono ad attaccarlo, a distruggerlo.

Io e Sandro non possiamo impedire alle varie cellule di Armata Brancaleone del Pettegolezzo di inventare la nostra vita, non possiamo impedire la scortesia gratuita né la stupidità, ma possiamo ignorarli. Nei momenti di difficoltà e stanchezza è più difficile ma non impossibile.

La fine di un anno e l’inizio di un nuovo anno di solito sono un momento di passaggio simbolico, la vita poi prosegue sui soliti binari. Il passaggio tra il 2015 e il 2016 per me e Sandro rappresenta un cambiamento reale. Dobbiamo diventare grandi a 50 anni, prenderci responsabilità, fare attenzione a cose per cui non ci sentiamo portati. È il prezzo da pagare per aver raggiunto delle mete. La nostra nuova avventura incomincia con l’inizio del 2016, è una meta e un punto di partenza, richiede impegno, lucidità, concentrazione. Non abbiamo tempo per le sciocchezze e per gli idioti.

Negli anni ho imparato a selezionare le persone da fare entrare nella mia vita, sono diventata intransigente ed esigente. I portatori di cattiveria gratuita e mancanza di rispetto, chi tenta di approfittare delle mie debolezze e fragilità lo allontano senza rimpianti o sensi di colpa. Non tollero l’invidia mal celata dietro la denigrazione gratuita. Non tollero i tentativi di svilire lavoro e scelte altrui, anche molto difficili e faticose, fatti con la subdola volontà di riportare i rapporti e le persone a vecchi ruoli. Non tollero l’arroganza mascherata da consiglio saggio.  In questi ultimi anni mi sono guadagnata la fama di ingrata, la vivo con leggerezza, meglio ingrata che burattino costretto a ripetere lo stesso spettacolo per mantenere inalterate le visioni altrui del mondo e delle persone o fare da valvola di sfogo per l’insoddisfazione altrui.

Oggi è una giornata attivissima e pigra, scrivere questo post non è stato facile. Ogni volta che scrivo un post mi espongo sapendo che forse l’1% dei lettori coglierà quello che dico nella sua interezza, ed è una stima al rialzo. Ma scrivere e buttare fuori mi disintossica. Paure, insicurezze, angosce, ansie smettono di navigare sotto pelle, mentre scrivo prendono forma concreta, le vedo con chiarezza. Le depongo sullo schermo del computer e le lascio andare per il mondo. Continuano ad appartenermi senza dominarmi.

Ho passato questo primo giorno del 2016 scrivendo, è stato duro e liberatorio. È stato indispensabile per la mia serenità. Per il nuovo anno non faccio nessun buon proposito, ho già troppi impegni emotivi e concreti da rispettare ogni giorno, i buon propositi sono di troppo.

Buon Anno! Buon 2016

Buon Natale!

L’altro ieri passeggiavo per il Vomero chiacchierando con una cinquenne molto simpatica e solare, piena di curiosità. Nel passeggino che spingevo c’era un’unenne con le stesse caratteristiche della cinquenne. Mentre la cinquenne mi parlava di tutto e mi faceva domande su domande, sempre puntuali, interessanti, mai banali — domande che mi portavano nel suo mondo  – ho sentito qualcuno canticchiare, era l’unenne che si guardava intorno canticchiando: “lalalalla lalalalla…”. Mi è venuto da ridere.

Questo Natale conclude un anno di cambiamenti, un anno di quelli in cui mi sono data spesso un pizzico sulla pancia per andare avanti, mi sentivo stanca e scoraggiata. Il passato può ritornare sotto varie forme, quest’anno è tornato spesso: ricordandomi momenti bellissimi, da cui ho tratto forza, e ricordandomi momenti duri, che mi hanno chiarito che questo è stato un anno complicato ma bello per certi versi, gli anni veramente brutti, per me, sono stati altri.

Francesca Matilde Ferone, Sandro Quintavalle e can Piera, in versione natalizia, Babbo Natale, Folletto e Renna, augurano buon Natale a tutti.

Buon Natale! Oh! Oh! Oh!

Non amo il Natale ma lo vivo serenamente, per anni l’ho odiato profondamente – era il momento più doloroso dell’anno – ora lo vivo con leggerezza. Da alcuni anni da queste parti si sfornano bambini, il ruolo di zia mi calza a pennello, mi diverte comprare i regali per le mie nipoti, e mi osservo. Bianca è la più grande delle mie nipoti, ha ben 5 anni, ed è il mio banco di prova: una parte di me usa Bianca come scusa per comprare giocattoli che mi piacciono, sapendo bene che lei vorrebbe altro, un’altra parte di me srotola davanti ai miei occhi la lista dei regali fatta da Bianca e chiarisce che i regali sono per lei non per me. Ho imparato a fatica a non comprare, con le scuse più bieche, bellissimi giocattoli che avrebbero reso me felice e Bianca dispiaciuta. Le liste di Bianca sono orali, variabili, e molto dettagliate. Comprare un regalo della lista è un segno di rispetto per questa bambina, una persona differente da me, con gusti precisi. Parlo di Bianca perché è la più grande delle mie nipoti, con lei ho fatto la gavetta di zia le altre si avvantaggiano dell’esperienza che ho acquisito in questi anni.

La ziitudine mi porta a riflettere sui rapporti umani, la ziitudine mi mette di fronte a me stessa. Cosa è importante, cosa non lo è; cosa lasciare andare, cosa fermare. Natale, ci piaccia o no, ci mette sempre di fronte a noi stessi. Passare indenni il Natale non è facile se ci si sente soli, se si è stanchi, se si ha un dolore da vivere e smaltire. I natali felici, senza ipocrisie di facciata, sono rari. I natali sereni si possono costruire, con la volontà, con qualche sforzo, con la voglia di sorridere un po’ di più e accettare se stessi e gli altri per quello che sono.

Questo sgangherato post natalizio posso chiuderlo in un solo modo: vi auguro di passare un Natale sereno in compagnia di persone che amate per quello che sono e che vi amano per quello che siete. In caso di natali formali, ipocriti, costretti dalle convenzioni, solitari, pieni di vuoti, tenete ben presente una cosa: Natale passa presto.

Buon Natale!

La mamma è sempre la mamma

Ed ecco un bel post sull’argomento più amato dagli italiani: la mamma. Sì sì oggi parlo della mia mamma, e non ne parlo con la presunzione di raccontarla, nessuno può raccontare un’altra persona nella sua interezza, oggi racconto, un po’, della mia mamma vista da me.

Io e mia madre ci siamo odiate molto. Io e mia madre ci siamo amate molto. Io e mia madre ci siamo frequentate poco fino alla morte di mio padre, quando avevo quasi 10 anni, e quel poco spesso non è stato tempo piacevole, per entrambe.

Mia madre era una donna cattiva e disamorata verso la propria creatura? No belli miei, mia madre – come molte donne che si trovano ad essere madri perché è normale, naturale e giusto – era una donna fragile, con una storia familiare complessa che si è ritrovata a vivere un ruolo vendutole come spontaneo e naturale per ogni donna. Ruolo che spontaneo e naturale non è. Le persone sono cosa complessa, portano in sé le loro storie e le storie di tanti altri con cui hanno legami.

Sono una donna di 48 anni che ha problemi seri con le cose pratiche: un problema con le tasse, una difficoltà col condominio, un problema con un artigiano – idraulico, muratore, fabbro, meccanico – mi manda nel panico, poi mi calmo e affronto le situazioni come meglio posso. Ogni volta che mi trovo in uno di questi momenti di difficoltà penso a mia madre. A quanto l’ho odiata, a quanto avrei voluto avere un’altra madre, e a quanto l’ho ammirata e amata. Quando è morto mio padre aveva 36 anni, era bella, magra, con gambe fantastiche. Le gambe sono la parte peggiore del mio corpo e avere gambe simili alle mie con una madre con gambe bellissime mi ha irritata per lungo tempo.

Mia madre da giovane non era graziosa o carina, mia madre era bella, ma bella sul serio; mio padre aveva 12 anni più di lei, era abbastanza pelato e grassoccio. Credo che lei lo abbia sposato per andarsene di casa, a 25 anni una donna doveva essere sposata a quei tempi, e perché lui le assicurava sicurezza. Lui credo che l’abbia sposata perché era bella, e non solo. Si sono amati? Non lo so. Di certo lui si è preso cura di lei durante il loro matrimonio, lei gli è stata vicinissima durante la sua malattia e la sua morte l’ha distrutta. Non credo sia stato un grande amore romantico e appassionato, ma quanti davvero possono dire di essere il frutto di un amore romantico e appassionato; e quanti l’hanno vissuto ‘sto famoso grande amore, e se l’hanno vissuto quanti hanno deciso, e sono stati capaci, di farne il centro della propria vita familiare?

Francesca Matilde Ferone cerca di rubare gli occhiali da teatro di sua madre. Illustrazione di Sandro Quintavalle

Vediamo se riesco a vedere il mondo come lo vedi tu

In questi giorni mentre mi arrivavano cartelle delle tasse errate, mi facevo la lista delle cose pratiche e burocratiche da fare a breve, mi trovavo ad affrontare un problema inaspettato ho pensato spesso a lei. La morte crea un sacco di problemi burocratici e proprio mentre vorresti vivere il tuo dolore in pace ti ritrovi a girare per uffici pubblici, studi di notai e cubicoli bancari. Io e mio fratello abbiamo passato molto tempo del primo mese dopo la morte di mio padre seguendo questa giovane donna nel tour de force burocratico che ha accompagnato la morte di suo marito.

Mio padre diceva di avere 3 figli: io, mio fratello e mia madre. La più grande di quei 3 figli dopo la sua morte ha dovuto badare ai più piccoli. Negli anni i più piccoli si sono trovati a badare a quella grande. Da adulta spesso mi ritrovo a provare un amore intenso per quella donna che in pochi mesi ha visto crollare quel po’ di serenità che aveva e si è trovata ad avere la responsabilità di crescere due bambini, una di quasi 10 anni e uno di 6 anni e mezzo, da sola. Lei, la terza figlia di mio padre, ha reagito come ha potuto. Vi prego, astenetevi dal raccontarmi come tante persone superano anche problemi più seri: parlare delle vite degli altri è facile ma in alcuni momenti tacere è doveroso.

Le persone reagiscono in maniera differente agli eventi, la reazione dipende dalla propria storia personale e dal proprio carattere. Ci sono donne che rimangono vedove con figli anche più giovani e in condizioni ben peggiori di quelle in cui si è trovata mia madre e reagiscono benissimo e donne più fragili che reagiscono come ha fatto lei, o peggio di lei, anche in situazioni all’apparenza più facili.

Riuscire a non dare giudizi quando si tratta della vita e dei dolori altrui è segno di intelligenza e sensibilità. Regalarsi il lusso di capire la propria storia e le storie di chi ci ha generati, di chi ci ha cresciuti, di chi si è trovato a gestire, anche se a distanza, situazioni difficili, è il dono più grande che ci si possa fare.

Non conosco bene la storia dei miei genitori, non conosco bene la storia dei miei nonni. Non conosco la storia di tante persone, e forse non ne conosco neanche l’esistenza, che sono state importanti per la mia famiglia e hanno contribuito a fare dei miei genitori le persone che sono state. Ho riportato a galla racconti e parole ascoltate per caso, ho fatto collegamenti e ricostruito eventi, legami, ambiti sociali e culturali; tento di capire me stessa e la storia da cui vengo. La storia che ne ho ricavato è mutabile, non so come stanno esattamente le cose, non lo saprò mai, nessuno sa mai esattamente come stanno le cose. Ognuno riporta il mondo al suo modo di vederlo e di sentirlo.

Una cosa però la so, la seconda guerra mondiale, come tutte le guerre, ha creato danni irreversibili in tante famiglie.
Se non l’avete mai fatto ascoltate i racconti di chi quegli anni li ha vissuti, di chi ha visto rovesciarsi situazioni, di chi ha visto dividersi la vita in prima, durante e dopo, anche se all’epoca era un bambino. La madre di mia madre mi ha raccontato spesso il prima, il durante e il dopo. Tra il prima e il dopo nella famiglia che i miei nonni materni avevano composto si è creata una frattura mai sanata. Mia madre è il frutto di quella storia che conosco poco.

Mia madre dopo la morte di mio padre è stata supportata da molte persone. Ma mia madre è stata anche molto usata. Dopo la morte di mio padre il mondo di mia madre si è diviso in due mondi ben distinti, uno formato da quelli che per affetto verso di lei, o verso mio padre, anche se non c’era più, l’hanno aiutata, nei limiti e nei modi in cui potevano farlo, sempre in buona fede, e uno formato dagli  altri. Le fragilità di mia madre sono state usate contro di lei da persone molto per bene e rispettabili. Ringrazio queste persone, mi hanno fatto capire molto presto che titolo di studio e posizione sociale non fanno di una persona una brava persona.

Mia madre è morta a neanche 53 anni per un tumore al seno curato di merda da luminari dell’oncologia uniti a luminari della psichiatria. No, non sono pazza, abbiamo avuto la conferma da vari medici, nessuno medico è stato disposto a mettere per iscritto quello che diceva. No, non è stata curata male perché è stata curata a Napoli, è stata curata male perché siamo stati capaci di incasellare il peggio del panorama medico napoletano. Peccato che quel panorama aveva un’ottima reputazione e ottime referenze.
Grazie a una malattia di mio suocero posso tranquillamente affermare che la sanità lombarda ha un livello di cialtroneria identico a quella campana. Essere un primario in un reparto ospedaliero, o un professore universitario, non rende una persona automaticamente una persona perbene, o un bravo medico, o una persona affidabile.

Mia madre soffriva di depressione bipolare anche prima della morte di mio padre, questo me l’ha detto una delle sue sorelle quando avevo circa 13 anni. All’epoca non si sapeva bene cosa fosse la depressione bipolare. Le rare volte che mia madre ha deciso di farsi visitare i medici, per molti anni, non sono stati in grado di fare una diagnosi corretta; quando la diagnosi è stata corretta la cura è stata peggio della malattia. Mia madre, a detta di mia zia, aveva manifestato i primi problemi di depressione dopo la nascita di mio fratello, in seguito c’erano stati altri episodi. Mio padre si era sempre preso cura di lei, di me e di mio fratello cercando di non farci pesare la situazione. Anche mio nonno materno dopo la seconda guerra mondiale aveva manifestato problemi simili: entrambi sono stati curati di merda, entrambi non hanno mai voluto accettare la loro malattia, in entrambi i casi molte delle persone che gli stavano attorno non hanno voluto, o potuto, vedere. Nel caso di mia madre parlo di quello che è successo dopo la morte di mio padre.

Hey gente trovarsi di fronte a cose che ci fanno paura, che rompono il nostro concetto di normalità, o che ci riportano a momenti brutti della nostra vita, non è facile. E poi, facciamo a capici, gli ambienti in cui viviamo e di cui vogliamo essere parte integrante ci condizionano. Se in un determinato ambiente alcune cose sono considerate tabù e desideriamo essere parte di quell’ambiente ci teniamo alla larga da queste cose e se queste bussano alla nostra porta le neghiamo. I comportamenti delle persone vanno inseriti in contesti sociali, epoche e storie personali, non mi stancherò mai di dirlo.

Come ho detto mia madre era bella e aveva gambe perfette. Io sono stata una bambina cicciotta e un’adolescente obesa, poi una post adolescente dimagrita, ingrassata, dimagrita, ingrassata. Mia madre a un certo punto della sua adolescenza è ingrassata tantissimo, in pochi mesi è dimagrita ed è rimasta magra fino a pochi anni prima della sua morte. È ingrassata quando un luminare della psichiatria l’ha riempita di psicofarmaci un po’ a cazzo. Sì molti psicofarmaci hanno come effetto un aumento di peso, anche quelli prescritti per risolvere disturbi alimentari che portano al sovrappeso.

Non sono contraria agli psicofarmaci ma sono contraria al loro uso scriteriato, dannoso e inutile. Sono contraria a quei medici che si nascondono dietro i loro titoli per non ascoltare i loro pazienti e le loro famiglie. Sono contraria ai medici che trattano i pazienti e le loro famiglie come se fossero elementi di una catena di montaggio veloce e spersonalizzata.

Con mia madre ci siamo insultate moltissimo, aggredite, augurate le peggio cose. Con mia madre ci siamo amate in maniera intensa, fortissima. Siamo state una madre magra, bella, con gambe spettacolari e una figlia grassa, magra, grassa, magra, e così via, ma sempre con delle gambe di merda. Mia madre nei suo momenti feroci me l’ha fatto pesare moltissimo questo paragone, io l’ho odiata e le ho reso la pariglia come potevo.

Nell’armadio ho una sua camicia di seta e un suo pantalone nero tipo pigiama palazzo, li ho conservati sperando di entrarci prima o poi: sono una taglia 42 stretta non ci entrerò mai. Mia madre li indossava dopo aver partorito due figli, li indossava corredati di un paio di scarpe con le zeppe e tacchi altissimi, l’unico paio di scarpe coi tacchi davvero alti che ricordi abbia mai indossato. Li usava per uscire la sera con mio padre, abitavamo ancora nella casa di via Gennaro Serra. In quel periodo lei aveva i capelli lunghi fino alle spalle, li ha sempre portati corti tranne che in quel periodo, da piccola non solo volevo capelli lunghissimi volevo anche una mamma coi capelli lunghi.

Mi rivedo piccola: la guardo e la trovo bellissima, finalmente ha i capelli lunghi, non quanto vorrei ma per il momento va bene così, e porta quelle scarpe belle, eleganti, con tacchi altissimi. Le scarpe non so che fine abbiano fatto, da piccola con quelle scarpe ho fatto passeggiate per casa, brevi e claudicanti. Adoravo anche i suoi occhiali da sera, aveva questi occhiali che usava solo in occasioni speciali, la montatura era bellissima, piena di brillantini ed elegantissima. Appena potevo glieli rubavo, mi piaceva guardarmi intorno indossando quegli occhiali, tutto sembrava più grande e nello stesso tempo più lontano.

Mia madre aveva un’eleganza naturale e un occhio pazzesco per i vestiti. E lei che mi ha insegnato a mischiare vestiti del mercato e vestiti più costosi, non di marca, non firmati, sartoriali, di buoni materiali e buona fattura. Anni fa una persona mi ha detto che ho un buon occhio nello scegliere le cose, è vero, l’ho preso da quella donna bella, fragile, intelligente, e a volte stupida, che mi ha generato.

A lei devo molte delle mie passioni. Con mia madre dopo la morte di mio padre sono andata a cinema a vedere di tutto: film di Woody Allen che ho adorato e adoro, film di Ingmar Bergman che ho odiato, sono certa sia un grande del cinema universale ma tuttora mi rifiuto di vedere un suo film. Il cinema di Bergman non è il massimo per un’uncinenne normale, senza aspirazioni intelletualoidi precoci. Abbiamo visto insieme Guerre Stellari e i film di Mel Brooks, mi ha portato a vedere a cinema quel drammone western che è Duello al sole, durante le proiezione di quel film mi sono innamorata follemente di Gregory Peck e ho finalmente conosciuto Jennifer Jones, la sosia di mia zia Anna da giovane, una delle sorelle di mia madre. Mia madre mi ha portata in giro per musei e mostre. Mia madre mi ha insegnato ad amare il teatro e mi ha insegnato l’amore per gli accessori di abbigliamento: particolari, non banali, mai volgari o inutilmente stravaganti.

 

Per anni mi hanno detto che ero il ritratto di mio padre, negli ultimi tempi molti dicono che somiglio a mia madre nei suoi momenti migliori. Chiariamo lei era davvero bella, era molto più magra di me e più naturalmente elegante, ma è vero negli ultimi anni somiglio un po’ a lei da giovane. Per anni dirmi: “Somigli a tua madre” era la peggiore offesa che mi si potesse fare, ora no, ora so che per molte cose, nel bene e nel male, è vero, le somiglio. Come è vero che somiglio a mio padre. Sta a me essere me stessa, e riconoscendo il meglio di loro che c’è in me, portarlo alla luce con orgoglio.

Io e Sandro stiamo insieme da 21 anni, in questi 21 anni lui ha subito una caratteristica che ho ereditato da mia madre che rende una passeggiata con me una corsa con meta indefinita: mia madre non passeggiava, non camminava, mia madre correva. Ho passato dopo la morte di mio padre molto tempo a correre dietro di lei cercando di tenere il suo passo, quel passo ormai è mio. Sandro ne paga le conseguenze e spesso quando usciamo mi urla dietro invitandomi a smetterla di correre e provare a passeggiare perché non ci insegue nessuno. Io mi arrabbio, non capisco cosa vuole, io passeggio non corro è lui a essere lento, e camminare più piano mi irrita. Facciamo questo, da 21 anni, ogni volta che usciamo a farci una passeggiata, se lui aumenta il passo mi irrito io e lo accuso di correre, e così andiamo avanti. Una nostra uscita senza questi intermezzi stizziti e comici avrebbe qualcosa di strano. Da mia madre non ho ereditato le gambe ma il passo sì. Forse lei aveva gambe così belle perché camminava tanto a velocità elevatissima. Sto provando a vedere se questa teoria funziona su di me ma i risultati sono molto scarsi.

Mio padre non c’è più da quasi 40 anni, mi manca moltissimo, ma pensare a lui per quanto dolorosissimo mi da una sensazione di calore, calma, affetto, amore. Mia madre è un pezzo della mia vita molto più complesso, fatto di repulsione e grande amore. Tornare a lei è fondamentale se no resto ferma e non mi muovo più; mi impantano in una parte buia, fredda e pericolosa di me stessa. Mia madre è morta da più di 22 anni, ho 48 anni e una cosa l’ho imparata, l’ho già detta, ridetta e ripetuta, la ripeto: mia madre, come tutte le persone, nel bene e nel male, va inserita in una famiglia, in un ambiente sociale, in un periodo storico, in una cultura. Le persone sono esseri complessi, molto complessi, i rapporti che le uniscono e le allontanano a volte sono matasse aggrovigliate di cui non si riesce a trovare il capo. Ma se davvero lo si vuole, dopo aver preso le necessarie distanze — distanze temporali e distanze fisiche sono indispensabili, è triste dirlo ma l’immersione nella quotidianità allontana — con calma, pazienza, tempo, dolore, il capo della matassa si trova e, molto lentamente, inizia a sbrogliarsi. Ho detto inizia.

Leggere, scrivere, agire.

Scrivere

Scrivere un post sensato sulla scrittura è difficilissimo. Mi verrebbe di cominciare con un bel: “Scrivete e moltiplicatevi”; sì lo so per moltiplicarvi, e anche per diletto, si fa altro. Allora ricomincio ‘sto post e lo ricomincio con un’affermazione netta: a me la scrittura ha salvato la vita. Sembra esagerato? Non lo è.

Scrivere non mi è facile, scrivere mi costa fatica, scrivere per molti è tempo perso e allora perché non decidere che è tempo perso anche per me e impiegare il mio tempo in modo più proficuo? Perché no.

Scrivere a mano, fissare sulla carta parole che formano frasi che formano pensieri spesso è una violenza che faccio a me stessa e il più grosso regalo che possa farmi.

Le scorse settimane sono state settimane faticose, calma e lucidità erano le parole d’ordine; la mia testa, la parte che ragiona con lo stomaco e con la paura e l’ansia, diceva altro. Sedermi, prendere la penna, poggiarla sul foglio, ha richiesto fatica e forza, le parole si chiudevano in un nucleo compatto, duro e freddo, in cui i pensieri si serravano e dal quale usciva una nebbia fitta e dolorosa, difficile da scalfire.

La mia mano sinistra doveva spingere la penna sul foglio facendo pressione, ogni lettera premuta sul foglio scalfiva quel nucleo. A volte la voglia di scappare, di fare altro, di non pensare, di allontanarmi dalla calma e lucidità che mi regala la scrittura, soprattutto quella più faticosa, diventava disagio fisico: tensione al collo, alle spalle, alle mascelle. Volevo guardare altrove, volevo affondare le mani nella sabbia formata da rabbia, rancore, superstizione, autocompatimento che mi è stata amica per anni. Quella sabbia è morbida, ne posso prendere manciate e farne palle grandi e tonde da lanciare su me stessa e sugli altri. Quel foglio e quella penna non sono miei amici, mi provocano dolore fisico ed emotivo, perché autoinfliggermi una tortura simile.

La testa nella mano destra, pollice appoggiato alla tempia destra , indice e medio appoggiati sulla tempia sinistra, contenere i pensieri con una barriera fisica, indirizzarli lungo il braccio sinistro, farli arrivare alla mano, spingerli con forza verso la penna, poggiarli sulla carta.

Francesca Matilde Ferone corre felice sulle pagine di un quaderno. Illustrazione di Sandro Quintavalle

Evvaiiii!!!

Ah sì! sono mancina. No, non mi sono confusa nello scrivere, anche se, lo ammetto, a volte, spesso, confondo destra e sinistra. Sì sto cercando di cambiare argomento.

Ok è un post sulla scrittura e sulla lettura non sul mio senso dell’orientamento. Torno sul pezzo.
Allora, da queste parti non è stato tutto rose e fiori, ci sono stati momenti complessi assai, codesti momenti complessi sono iniziati quando la mia vita era ancora giovane. Dai 15 anni ai 30 ho frequentato vari psicologi; non finirò mai di ringraziare la mia vicina di casa, psicologa di professione, che mi ha vista crescere, mi ha vista adorare mio padre, essere tutt’uno con lui, l’ha visto morire, mi ha vista ingrassare a dismisura, ha visto il rapporto sempre più teso e violento con mia madre, ha visto mia madre sfogare in maniera sempre più aggressiva e violenta su di me i sintomi di quella malattia curabilissima, di cui non c’è niente da vergognarsi, ma che non è stata curata ed è stata molto negata, fino a pochi anni prima della sua morte, depressione bipolare, roba comunissima eh! Quelle facce preoccupate, altezzose e spaventate sono fuori luogo, sappiatelo. Lo so che alcuni di voi leggendo le hanno fatte. Ignoranti!

Vedere quello che ci sta vicino e che rompe la visione della vita e del mondo che ci siamo costruiti per molti è intollerabile, allora meglio negare, non vedere. A vedere in quegli anni sono state solo una delle mie zie, che non ho mai ringraziato, anzi spesso le ho reso la vita difficile, e chiariamo lei di problemi ne aveva già un bel po’ di suoi, Nella, un’amica d’infanzia di mia madre, e la mia vicina di casa. Verso i 15 anni le ho chiesto aiuto, lei non poteva darmene, mi conosceva, non era possibile, mi ha indicato una sua collega molto brava che lavorava in un consultorio e poteva vedermi una volta a settimana gratis.

Due mesi fa la mia vicina di casa è morta, io sono andata ai funerali, ne avevo bisogno, anche a lei non ho mai detto grazie.

Al consultorio sono andata solo per un’anno, l’anno dopo la dottoressa che mi aveva in cura smise di lavorare lì e io rimasi di nuovo sola con i miei casini. Negli anni si sono susseguiti altri psicologi, la svolta buddista, sì per un po’ ho detto per ore Nam myoho renge kyo, lo ammetto senza troppa convinzione, massimo rispetto per chi ne ha tratto qualche beneficio, e in ultimo un gruppo di auto-aiuto per bulimici: gli Overeaters Anonymous.

Ho capito molto presto di avere dei problemi da risolve, che non era vero che i problemi che mi ero trovata ad affrontare dalla morte di mio padre, quando avevo quasi dieci anni, erano comuni a tutti perché tutti hanno i loro problemi. Negli anni ho capito che gli stessi eventi producono effetti diversi su ogni persona che li vive, che all’interno delle famiglie i rapporti sono complessi, ogni membro viene visto e vissuto dagli altri in maniera differente, che le persone nelle famiglie vengono vissute come elementi del gruppo o come corpi estranei, spesso fastidiosi, in base a quanto di adeguino e si adattino agli usi e costumi di quella famiglia.

Nel cercare aiuto ho fatto un errore di base, temo lo facciano in molti: cercare la soluzione definitiva. Ma ditemi brava! Di cazzate ne ho fatte tante, sono stata spesso autolesionista, ma mai, dico mai, ho fatto finta di non avere problemi, né ho nascosto la testa sotto la sabbia.

Per mia esperienza, dopo tanti anni, ho dovuto accettare la dura realtà: le soluzioni definitive, per me, non esistono. La bacchetta magica che mi doni calma, serenità, un rapporto affettuoso e amorevole con me stessa e con gli altri; la bacchetta magica contro le mie paure, la voglia di mangiare il mondo quando sono stanca, nervosa, frustrata o ho voglia di anestetizzare col cibo le voragini che mi porto dentro, fatte di buio e freddo, facendo finta che non ci siano; la bacchetta magica dei rapporti interpersonali; la bacchetta magica che renda piacevoli le tante cose da fare giornalmente e non mi va di fare, non esiste.

Non esiste un cambiamento definitivo e duraturo che mi trasformi nel mio supereroe preferito: SuperFrancescaMatildeFerone, un misto tra Superman e Super Pippo. Per mantenere i risultati ottenuti, non precipitare indietro, fare piccoli, o grandi, passi avanti devo fare i conti giornalmente con me, con il mio passato, con i ricordi trasformati in nucleo duro e distruttivo, con la paura, la rabbia, il rancore, il senso di colpa, la pigrizia, l’ansia, l’invidia, la voglia di compatirmi, la superstizione.

A vederlo con distacco è interessante osservare come il peggio di me, e di tutti gli esseri umani, abbia simili manie di protagonismo e si impegni così tanto per raggiungere i suoi scopi, e spesso, troppo spesso, li raggiunga.

Le parti più intime di me, quelle che formano il nucleo più duro e chiuso su se stesso, hanno bisogno di carta e penna per srotolarsi e mostrarmisi con chiarezza. Parole che sgorgano con violenza, senza né ordine né punteggiatura; o parole meditate una a una, parole poggiate sul foglio con grafia chiara, con sintassi curata, punteggiatura appropriata. Parole che ordinano pensieri disordinati, costruiscono legami che mi sono poco chiari, parole che costruiscono impalcature mentali su cui costruire altri pensieri, progetti, azioni. Grammatica e grafia diventano basi sicure su cui trasformare confusione in chiarezza. Non sempre quello che si svela mi piace, a volte vorrei voltare lo sguardo altrove, vorrei riappallottolare le parole srotolare e lanciarle lontano da me o spingerle in luoghi reconditi di me.

Scrivere per me è uno strumento per agire. Le parole poggiate sulla carta le recupero nella mia mente quando ne ho bisogno. Potremmo dire che ogni parola scritta ha una sua occasione d’uso. Quando ho iniziato a scrivere volevo diventare una persona diversa, volevo combattere definitivamente paure, ansie, rabbie, angosce, insicurezze. Volevo abbattere atteggiamenti mentali ed emotivi. Dopo 15 anni so che non è possibile, e neanche mi interessa più; ogni giorno provo ad essere il meglio di me stessa grazie alla scrittura, a volte mi riesce altre no.

La scrittura srotola, porta in superficie, chiarisce, mostra, modifica modi di pensare e atteggiamenti automatici, ma lo fa solo se seguita da una pratica reale, altrettanto faticosa, fatta di azioni nuove, pensieri osservati e modificati, abitudini combattute giornalmente e abitudini costruite giornalmente. Il miracolo scrittura non è avvenuto. Il miracolo scrittura non esiste. Esiste l’impegno scrittura che porta all’impegno quotidiano, alla consapevolezza di avere un modo di pensare e agire distruttivo se non osservato e mutato di direzione, impegno costante e quotidiano. No, non posso vivere di rendita, né di parole scritte, né di azioni fatte.

L’ho detto, nei momenti peggiori mi piace l’idea dell’inutilità della scrittura, delle cose che non cambiano, dei pensieri sempre uguali a se stessi impossibili da combattere. Conosco tantissime persone pronte a confermarmi queste “verità”, a confermarmi che scrivere è una perdita di tempo, un passatempo da perditempo. Il mio impegno nel combattere la scrittura mette in evidenza quanto scrivere sia fondamentale per me. Se non fosse così efficace nel portare a galla, smascherare, evidenziare il peggio di me non la combatterei con così tanto impegno. Se non fosse così efficace nello smascherare, evidenziare, portare a galla il meglio di me non mi impegnerei con tanto fervore nel combatterla.

La scrittura a mano, quella di cui ho parlato finora, è quella più intima, faticosa, curatrice. Poi c’è quella al computer. Sì, il mezzo e il supporto con cui fisso parole, frasi e pensieri fa la differenza.

Francesca Matilde Ferone alla macchina da scrivere rende omaggio a Stephen King e a Shining. Illistrazione di Sandro Quintavalle

Sì sono proprio a buon punto: “Il mattino ha l’oro in bocca”…

Luisa Carrada il 27 settembre 2015 ha scritto sul suo blog Il mestiere di scrivere un post per cui l’ho ringraziata tra me e me, e su Facebook, moltissimo, il titolo del post è Si scrive anche per essere felici, di seguito ne riporto alcuni passi.

Uno dei miei primi post di questo 2015, Caro diario, ti leggo e ti scrivo, riguardava la mia meraviglia e il mio entusiasmo dopo aver riletto le centinaia di pagine che avevo scritto negli anni, alcuni davvero difficili. Ora lo psicologo sociale Jonathan Haidt conferma: sì, le ricerche ci dicono che tra le tante attività che possiamo svolgere per superare le difficoltà e trovare un senso alla nostra vita – condizione indispensabile di ogni vita felice – la scrittura è ai primissimi posti. Le ricerche lo dimostrano: certo che fa bene confidarsi con gli amici, certo che fa bene dedicarsi agli altri, certo che fa bene ricominciare dal corpo quando non abbiamo più parole per esprimere il dolore né lacrime per piangere, ma nessuna di queste attività ha gli effetti duraturi sulla salute che ha la scrittura.

Perché scegliere le parole per la pagina non è come parlare con un amico o allentare la tensione in una corsa: si va molto oltre lo sfogo. Guardare e sentire le parole in solitudine, contemplarle a volte, passarci del tempo, rileggerle nel tempo, ci fa finalmente capire.

Bisogna ricorrere alle parole. Perché le parole ci aiutano a creare una storia che ha un senso. Se si è capaci di scrivere la propria storia, si raccolgono i frutti della riconsiderazione cognitiva (insieme all’agire diretto, una delle due modalità per uscire dalle avversità), anche anni dopo un evento. Si può chiudere un capitolo ancora aperto della propria vita, che ancora condiziona i nostri pensieri e ci impedisce di andare avanti verso una storia più ampia.

Non importa se fossimo o meno preparati quando il colpo è arrivato. A un certo punto, anche mesi dopo, tira fuori un pezzo di carta e mettiti a scrivere. Anche solo un quarto d’ora al giorno, per molti giorni di seguito. Non ti correggere, non ti censurare; non preoccuparti della grammatica e della sintassi; continua a scrivere. Scrivi cosa ti è successo, come ti senti e perché ti senti così. Non imporre un ordine ai pensieri. Quell’ordine, col tempo, emergerà da sé.

Adoro Luisa Carrada e la seguo con l’attenzione di una stalker affettuosa e rispettosa dell’oggetto della sua ammirazione, ci sono dei post in cui ho la sensazione che parli a me e mi conduca per mano in luoghi già miei.

Sull’Huffington Post del 6 aprile 2015 è stato pubblicato questo post: Scrivere fa bene alla salute, migliora l’umore, riduce lo stress, guarisce le ferite emotive e fisiche.

In uno studio del 2005 sui benefici per la salute emotiva e fisica della scrittura espressiva, i ricercatori hanno scoperto che buttare già qualche riga dalle tre alle 5 volte nel corso dei 4 mesi di ricerca, spendendo ogni volta dai 15 ai 20 minuti, aveva fatto la differenza nel migliorare la vita delle persone analizzate.

Scrivendo su eventi traumatici, stressanti o emotivi, i partecipanti avevano significativamente più probabilità di avere un minor numero di malattie e di essere meno colpiti da traumi. I partecipanti alla fine, infatti, aveva passato molto meno tempo in ospedale, avevano avuto una pressione sanguigna più bassa e funzionalità epatica migliore rispetto ai loro omologhi che non si erano dedicati alla pratica della scrittura.

Del valore terapeutico della scrittura si parla molto, della fatica di scrivere onestamente, scavando in sé e osservando il mondo, si parla meno. Luisa Carrada in un suo vecchio post parla di Writing down the bones di Natalie Goldberg (in italiano Scrivere Zen edito Astrolabio), lo sto leggendo in questo periodo, la cosa che mi piace di più è l’invito a scrivere scavando dentro di sé senza censure, paure, imponendoselo quando non se ne a voglia. Scrivere, anche, come forma di meditazione, scrivere come pratica quotidiana. Ok pensavo di aver fatto in questi 15 anni scoperte sensazionali sulla scrittura personale e invece no, ho banalmente sperimentato quello che altri già sapevano e su cui avevano anche scritto.

Francesca Matilde Ferone si fa un selfie con Gregor Samsa. Illustrazione di Sandro Quintavalle

Ciao Gregor, tutto bene in famiglia?

Leggere

Ho iniziato a leggere dopo la morte di mio padre, per i miei primi otto anni di vita, il nono l’ha passato cercando di curarsi senza riuscirsi, l’amato genitore si è premurato di fornire alla sua deliziosa bambina una biblioteca per giovani lettori variegata e interessante. Io, deliziosa bambina, mi sono premurata di non leggere nessuno dei volumi della suddetta biblioteca. L’unico libro che mi appassionava era il volume sui grandi condottieri de La mia enciclopedia, enciclopedia per bambini in voga allora. Un paio di anni dopo la sua morte, avevo circa 11 anni, una sera di primavera, ho aperto uno di quei libri, un libro arancione con delle illustrazioni, un giallo per ragazzi ambientato in Svezia S.O.S per Kalle Blomkvist di Astrid Lindgren, sì sì, proprio lei l’autrice di Pippi Calzelunghe. I lettori di questo pregevole blog che hanno letto la triologia Millenium di Stieg Larsson sanno che il cognome del personaggio maschile principale, Mikael Blomkvist, è un omaggio che Stieg Larsson ha fatto ad Astrid Lindgren, amatissima in Svezia.

S.O.S per Kalle Blomkvist mi ha regalato il piacere della lettura. Ok, sono stata una bambina moltooooo rompicoglioni, e come adulta ho mantenuto standard elevatissimi, ma il mio rifiuto per la lettura era legato alla convinzione che leggere fosse noioso. Quella primavera ho scoperto che leggere il libro giusto al momento giusto, quello che più si adatta a noi in quel momento è gioia pura. La gioia della lettura non è data da storie allegre a lieto fine, né da storie comiche, né da storie romantiche, la gioia della lettura, per come la intendo io, è data, come ho già detto, dal libro giusto al momento giusto. Il libro che tocca punti di noi che in quel momento richiedono attenzione, punti che hanno bisogno di essere portati alla luce. Possono essere, e spesso sono, punti dolorosi che abbiamo abilmente nascosto in angoli buoi al nostro interno.

Leggere mi permette di esplorare me stessa e il mondo, mi permette di avere conferma su cose che pensavo e sentivo e di catapultarmi in luoghi, epoche, pensieri, modi di vivere e di abitare il mondo che mi sarebbero rimasti estranei senza la lettura. Sì c’è il teatro, sì c’è il cinema, sì ci sono la musica, la pittura, la scultura, sì c’è tanto altro, ma niente riesce a entrare dentro di me e catapultarmi fuori di me come la lettura.

Quest’estate eravamo seduti con Sandro e can Piera allo Zenit sul lungomare di Pozzuoli, un posto che adoro, e mentre mangiavamo un panino sono arrivati tre ragazzi sui venti anni; a prima vista sembrava non potessero aver mai letto un libro in vita loro per il puro piacere di farlo. Uno dei tre andandosi a sedere si è avvicinato a Piera e le ha fatto un po’ di coccole, can Piera è un cane paraculo e ha una serie di espressioni del volto, soprattutto degli occhi, che la rendono cane coccoloso anche per gli estranei. Ma, orsù, torniamo al ragazzo; quel ragazzo mentre la coccolava mi ha fatto simpatia — no, non è automatico il passaggio coccoli il mio cane mi sei simpatico – ci siamo sorrisi e lui si è andato a sedere con gli amici al suo tavolo. Io e Sandro abbiamo continuato a parlare, guardare il mare, finire di mangiare; can Piera ha continuato a fare espressioni assurde sperando di avere cibo dalle persone agli altri tavoli.

Coccole e cibo sono l’ideale di vita dell’amato cane. Quando can Piera si fa coccolare la sua mira principale è ricevere cibo, non pensate di esserle particolarmente simpatici, non blaterate di quanto piacete ai cani, can Piera vuole cibo. Ah sì! can Piera vuole anche rotolarsi nella merda e in qualsiasi cosa putrida e puzzolente, come ogni cane da caccia serio, ma questa è un’altra storia.

Torno per l’ennesima volta al ragazzo di cui sopra. Quel ragazzo a un certo punto mi ha sorpresa e non ho potuto fare a meno di girarmi verso di lui: parlava con gli amici, entusiasmandosi, della scoperta del piacere della lettura, gli altri due gli facevano domande perplessi, non capivano come leggere potesse essere piacevole. Il nostro lettore novizio raccontava agli amici di come leggendo vedesse nella mente persone, luoghi, storie; di quanto fosse piacevole lasciarsi trascinare in un libro, del fastidio di doversi staccare da una storia che lo coinvolgeva per tornare al quotidiano, del piacere di tornare a quella storia. Gli amici lo guardavano sempre più increduli e perplessi. Quando ha raccontato di quella malinconia sottile che l’avvolgeva alla fine di un libro amato e della voglia di trattenere con se i personaggi, i luoghi, le storie, ho pensato: “Ora mi alzo e lo abbraccio”; tranquilli non l’ho fatto.

Francesca Matilde Ferone si fa un selfie con Hercule Poirot. Illustrazione di Sandro Quintavalle

Monsieur Poirot lo sa che adoro la Francia, la sua patria. Mi fa piacere signorina, ma io sono belga!

Quel ragazzo, che leggeva da poco, aveva capito velocemente una cosa che io ho capito dopo anni di lettura e libri finiti con fatica e senza piacere: i libri non devono per forza essere finiti, i libri possono essere interrotti; alcuni li riprenderemo al momento giusto, quando ci apparterranno, altri non ci appartengono e basta.

L’ho detto che quel ragazzo mi è stato simpatico da subito.

Leggere per me è basilare, leggo di tutto; ci sono lunghi periodi in cui non leggo: o non trovo il libro adatto a me in quel momento o non ne ho voglia. Leggere mi ha salvato la vita in momenti difficilissimi, trovare un luogo dove sentirmi a casa mentre fuori era tempesta mi ha dato la possibilità di non sprofondare nei luoghi più bui di me. Si l’ho già detto della scrittura ma la lettura è arrivata prima. Ho iniziato a scribacchiare verso i 20 anni, la scrittura come bisogno quotidiano e venuta tredici anni dopo, in una casa di Dublino, in un periodo di grande cambiamento, dopo una scelta che tutti, tranne me e Sandro, pensano sia stata un’errore enorme. Sandro sa, e lo so io, che quella è stata la scelta più giusta per me, e come dice lui, anche per lui, diversamente avrebbe avuto una balena infelice e malaticcia al suo fianco.

Hey pancione consorte ora tocca a te dimagrire, ci siamo capiti vero?
Ok, questa era una comunicazione privata in un blog pubblico, ma questo è il mio blog e lo uso come mi pare.

Saltello parlando e saltello scrivendo, lo sapete come si chiama questo blog, vero? No, non ho mutande in testa attualmente, non si trovano più i mutandoni di una volta, ma scrivere, superata la fatica, mi procura quella gioia e libertà che mi davano quei mutandoni in testa. Saltellando, saltellando, torno alla lettura. Leggere mi aiuta a stare al mondo e leggere mi permette di uscire da mondi in cui non voglio stare e mi riporta in quei mondi rigenerata. Non sempre la lettura è facile, allegra, leggera, felice; da qualche anno è sempre lettura adatta a me in quel momento. Sì, insisto sempre sullo stesso argomento: il libro giusto al momento giusto.

Ho iniziato questo post dicendo che scrivere mi ha salvato la vita e l’ho proseguito dicendo che leggere mi ha salvato la vita, ed è vero. Se non sono precipitata nella depressione, se non peso 200 chili, se sono una persona abbastanza serena, se non passo il tempo a piangere la mia “sfortuna” e a invidiare la “fortuna” degli altri, se sono cosciente di tutta la rabbia, rancore, paura, ansia, dolore che contengo ma anche cosciente della mia creatività, intelligenza, curiosità, ironia, senso dell’umorismo, pazienza, costanza, attenzione, capacità di impegnarmi nelle cose importanti lo devo a Sandro, senza il suo supporto non ce l’avrei mai fatta. Sandro mi ha regalato il lusso di leggere e scrivere senza sensi di colpa.

La scrittura al computer, per me, è la scrittura da condividere con gli altri. 14 anni fa ho scritto dei racconti, li ho anche spediti ad alcuni editori, mi hanno ignorata tutti tranne uno che mi ha risposto con una lettera di rifiuto molto cortese. Ero così contenta, mi avevano risposto, certo era un rifiuto ma diceva che non scrivevo proprio da schifo, pochi mesi fa ho scoperto che lettere come quella sono lettere standard. Me meschina! Ehi non mi sottovalutate, alcuni racconti sono stati pubblicati su un magazine on-line di grande prestigio: Carta igienica web. Che vi ridete?! andate a questo indirizzo web cartaigienicaweb.it e poi fatemi sapere se non è fighissimo. No i racconti non li trovate, sono passati più di 10 anni e i loro archivi non sono così forniti.

Dopo quei racconti per anni non ho più scritto qualcosa rivolto agli altri, tranne i testi del sito Piccole Sculture da Viaggio che non è più on-line, poi su Facebook l’anno scorso, in un periodo difficilissimo, per evitare di mandare a fanculo il mondo, ho iniziato a scrivere post molto personali, ne curavo la scrittura con attenzione, mi faceva stare bene. Erano post molto letti, dai più per curiosità, da alcuni per curiosità e perché gli piaceva il modo in cui raccontavo: rabbioso ma anche molto ironico. Scrivendo quei post mi sono accorta che raccontare, fare uscire parti di me dalla vergogna, smettere di nascondere parti del mio passato e del mio presente, mi fa stare bene.

Tornare a Napoli mi ha fatto sbattere contro una realtà dura e sgradevole, non avevo, né ho intenzione, di farmi abbattere dalle parole altrui sulla mia vita, da atteggiamenti sgarbati, da un’aggressività sottile nascosta da una gentilezza melensa di facciata. Allora scrivo, racconto, pubblico, butto fuori.
Mi sono detta. “Se ci sono così tante persone che conoscono la mia vita così a fondo da poter palare, giudicare, emettere sentenze, passarsi parola, perché non posso raccontare anch’io la mia versione della mia storia?”.

«Raccontateci di voi,» disse la principessina Mar’ja, «di voi si raccontano cose inverosimili.»
«Sì,» rispose Pierre con quel sorriso di mite ironia che ormai gli era abituale.
«Persino a me raccontano dei prodigi che non sono stato capace neanche di sognare. Mar’ja Abramovna mi ha invitato a casa sua e mi ha raccontato cosa mi era successo o doveva essermi successo. Anche Stepan Stepanyc mi ha insegnato che cosa dovevo raccontare. In genere ho notato che è molto comodo essere una persona interessante (perché ora io sono una persona interessante): mi invitano e mi raccontano loro…»

Lev Tolstoj Guerra e Pace

Ho incontrato il buon caro vecchio Lev Tolstoj da poco, l’ho evitato per anni, ero convinta che fosse noiosissimo e che si dovesse leggerlo per far vedere di averlo letto. Più persone molto intelligenti che hanno letto Moby Dick (se non avete mai visto Zelig di Woody Allen chiudete ‘sto blog e andate a vederlo; certo le parole virgolettate sono di Woody, ma lo sapevate già, vero?) mi avevano detto che in un buon bagaglio culturale non può mancare la lettura di Tolstoj. Io non leggo per avere un buon bagaglio culturale, leggo perché mi piace farlo e quindi mi sono detta: “Se bisogna leggerlo non varrà la pena  farlo e non lo leggo, tié”. Se qualcuno sta pensando che sono un’idiota ha ragione. Sì a volte sono un’idiota, sono così presa dal non farmi imprigionare da convenzioni e pregiudizi che mi chiudo in prigioni di convenzioni e pregiudizi che mi fabbrico da sola.

Tolstoj, con Anna Karenina e Guerra e Pace mi ha raccontato tanto di me e del mondo che mi circonda. Sì lo so che non vivo nella Russia dell’800, grazie di avermelo fatto notare. La grandezza dei classici è questa, raccontarti la parte immutabile della natura umana e delle relazioni sociali narrando storie radicate in epoche e luoghi precisi. Ok, ok, cosa sono i classici della letteratura lo sapevate già, io a volte me lo dimentico e me lo ripeto, e se avete la ventura, o sventura, di leggermi, lo ripeto anche a voi.

Francesca Matilde Ferone si fa un selfie con la simpatica balena Moby Dick. Illustrazione di Sandro Quintavalle

Moby facciamoci un selfie, quel cretino di Achab è sbattuto contro un iceberg

Quando scrivevo i racconti ero convinta di essere una mentecatta, ‘sti benedetti racconti non fluivano dalla mia testolina con facilità, era una faticaccia boia. Riuscire a trasformare in racconti ironici e leggeri pensieri ed eventi per me né ironici né leggeri era durissimo. E poi la sintassi, il lessico, l’ortografia. Che lavoraccio. Tutti a scrivere con facilità e io a faticare come una dannata, era evidente che non ne fossi capace. Pregherei di non sottolineare il fatto che i racconti sono stati rifiutati da svariati editori a conferma della mia incapacità di scrittura.

Tanti anni dopo ho incontrato su internet Luisa Carrada con il suo sito Il mestiere di scrivere e il suo blog. Grazie a Luisa, alla generosità con cui condivide quello che ha imparato in anni di scrittura professionale, ai libri sulla scrittura che consiglia, ai libri che scrive, ai blog che segue e di cui parla, ho capito che la scrittura è fatica, è metodo, è ricerca di un proprio tono di voce e di un proprio punto di vista.

Negli ultimi due anni ho letto tanto sulla scrittura, ho ricominciato a studiare la grammatica che non è il mio forte, nei test che girano tanto su Facebook non posso vantare punteggi altissimi come quelli di tanti miei contatti, sappiatelo. Che dire? passo molto tempo a leggere e ho ancora incertezze sulla grammatica e sull’ortografia? Sì. Momento dell’outing: scrivendo faccio errori di grammatica e ortografia, spesso vado a controllare su grammatica e vocabolario; ora linciatemi e fate ruote da pavone per la vostra grammatica impeccabile e ortografia a prova di errore.

Un mio tono di voce e un mio punto di vista sulle cose a poco a poco li sto sviluppando, è un lavoro continuo, lento, paziente. Non mi pongo il problema se ho talento o no, non ho un romanzo nel cassetto. Scrivo di quello che mi interessa e incuriosisce, scrivo di quello che devo far uscire da me per evitare che dentro di me stagni, marcisca, diventi tossico. Scrivo di ricordi dolorosi e di ricordi bellissimi. Scrivo perché mi fa star bene. Scrivo anche per essere letta, sarebbe ipocrita negarlo.

Scrivere per essere letti è un lavoro di fino. Scrivere è pubblicare sul blog mi espone al giudizio degli altri, faccio entrare estranei in parti di me, anche, molto intime e allora decido fino a che punto farli entrare. Se decido di parlare di un argomento lo faccio onestamente cercando di essere il più rispettosa possibile verso chi potrebbe sentirsi coinvolto, non accetto censure esterne, i limiti me li do da sola. Esistono cose talmente intime non solo per me ma anche per altri di cui ho deciso di non parlare. Non ho niente di cui vergognarmi ma se c’è una cosa che ho imparato è che le persone, compresa me, delle vite altrui, dei modi di pensare, vivere, agire, differenti dai loro, riescono a capire solo parte, talvolta neanche quella. Spesso i racconti altrui, scritti o orali, vengono stravolti dal modo di stare al mondo di chi li riceve. Ho smesso di arrabbiarmi se dico “A-B-C” e gli altri capiscono “Z-X-Y” lo faccio anch’io con le vite e i racconti degli altri, ma seleziono cosa dire, non falsifico, seleziono. Su alcune cose la trasformazione da “A-B-C” a “Z-X-Y” la posso tollerare, su altre no.

Scrivere, riscrivere, rileggere, riscrivere, buttare via quello che ho scritto, ricominciare daccapo, riuscire a rendere scorrevole pensieri che escono confusi e sovrapposti, tenere a bada la smania di finire, tagliare, correggere, trovare errori, correggere, trovare errori, pubblicare, rileggere quello che ho pubblicato, trovare errori, a volte belli grossi che mi erano sfuggiti alle letture e riletture precedenti. Non rileggermi per un po’, tornare a leggermi con più distacco e, talvolta, meravigliarmi del risultato ottenuto. Sì, da quando è nato il blog mi è capitato di leggermi con distacco a distanza di tempo dalla pubblicazione e trovare piacevole la lettura delle mie stesse parole. Ho un difetto enorme, tra i tanti, dimenticarmi del lavoro, paziente, faticoso, costante, che c’è dietro i risultati che ottengo, anche dietro un post del blog che mi piace particolarmente. Questo è poco rispettoso nei miei confronti, devo tenerlo bene a mente.

Leggendo L’amica geniale di Elena Ferrante ho capito il tipo di scrittura che vorrei raggiungere:

[…] prima ancora di essere travolta dal contenuto, mi colpì che la scrittura conteneva la voce di Lila. […] Lila sapeva parlare attraverso la scrittura, a differenza anche di molti scrittori che avevo letto e che leggevo, lei si esprimeva con frasi sì curate, sì senza un errore pur non avendo continuato a studiare, ma – in più – non lasciava traccia di innaturalezza, non si sentiva l’artificio della parola scritta.
Leggevo e intanto vedevo, sentivo lei. La voce incastonata nella scrittura mi travolse, mi rapì ancor più di quando discutevamo a tu per tu: era del tutto depurata dalle scorie di quando si parla, dalla confusione dell’orale…aveva l’ordine vivo che mi immaginavo dovesse toccare il discorso se si era stati così fortunati da nascere dalla testa di Zeus e non dai Greco o dai Cerullo.

Elena Ferrante L’amica geniale

Quanto esercizio c’era dietro la lettera che mi aveva mandato a Ischia anni prima: perciò era così ben scritta. […] Mi dedicai molto a quelle pagine, per giorni, settimane. Le studiai, finii per imparare a memoria brani che mi piacevano, quelli che mi esaltavano, quelli che mi ipnotizzavano, quelli che mi umiliavano. Dietro la loro naturalezza c’era di sicuro un’artificio, ma non seppi scoprire quale.

Elena Ferrante Storia del nuovo cognome

Ecco io vorrei scrivere così, non perché voglia fare la scalata al mondo letterario italiano, mondiale, universale, ma perché per me scrivere, anche per gli altri, è un modo per chiarirmi le idee. Racconto agli altri ma di base racconto a me stessa di me, e più lo faccio in maniera chiara, leggera, scorrevole, più riesco a vedermi leggendo le mie parole, più i nuclei duri e nebbiosi in cui si compattano e aggrovigliano i miei pensieri, ricordi, emozioni, desideri, si srotolano e diventano chiari.

Le prime versioni di molti post sono una serie di parole sconclusionate, non riesco a capire nemmeno io di cosa sto parlando, eppure quando mi ero seduta a scrivere avevo la certezza di avere tutte le parole sulla punta delle dita pronte a essere digitate per diventare frasi sensate, limpide e leggere. E invece? Invece il delirio. Ho imparato ad accettarlo questo delirio, ho imparato a far uscire parole che mi sembrano insensate e lontane da quello che voglio dire. Spesso mi assale la voglia di mollare.

Non finirò mai di ringraziare Luisa Carrada e tutti quelli che generosamente dicono con chiarezza che scrivere è pratica, lavoro, fatica, metodo. E non sto parlando di scrivere il saggio che rivoluzionerà il pensiero filosofico universale o il romanzo del secolo, sto parlando di riuscire a scrivere post su questo blog inconfondibilmente miei.

Sì io voglio scrivere testi chiari, con il mio tono di voce e il mio punto di vista, testi conversevoli, e non fate quella faccia dopo aver letto la parola conversevoli. E dato che rubo parole e pensieri in giro per farli miei rubo di nuovo a Luisa Carrada, che mi denuncerà a ragione:

Luisa, anche quest’anno sei con noi a C-come a parlarci di copywriting e scrittura. Lo scorso anno ti sei focalizzata sull’importanza di mettere al centro della nostra comunicazione il lettore; quest’anno il titolo del tuo intervento, “Naturalezza e conversevolezza”, lascia intuire un taglio differente. Ti andrebbe di anticiparci qualcosa?

Lo confesso: quando mi viene chiesto un intervento come quello a C-come ne approfitto sempre per mettere a fuoco io per prima non tanto un tema che ho già approfondito quanto uno che mi frulla per la testa. La naturalezza del testo scritto mi frulla da parecchio e il fatto di doverne parlare per venticinque minuti con voi tra un paio di mesi mi ha fatto alzare le antenne verso ogni testo felicemente conversevole. Quello che vi anticipo più che volentieri è perché il tema mi sembra così importante in questo momento. Perché gran parte dei media su cui scriviamo sta un po’ a metà tra oralità e scrittura: vi scriviamo, ma con l’impeto, la velocità, l’interattività propri del parlato. Però parlato non sono, anzi richiedono un’accuratezza estrema, persino maggiore che in passato. Pensiamo ovviamente ai social ma anche alla cara e ormai più che maggiorenne email.
E c’è un altro motivo: i testi naturali, vicini al parlato, sono tra i più leggibili. Ce lo confermano i neuroscienziati e gli psicologi del linguaggio. In questo mondo sempre più affollato di testi, un vantaggio niente male. Ma i testi felicemente naturali richiedono un sacco di lavoro.

Intervista di Valentina Falcinelli a Luisa Carrada pubblicata il 2 gennaio 2015 su c-come.it: Luisa Carrada: naturalezza e conversevolezza dei testi

Per anni sono stata convinta di essere un’inetta, sono stata convita che agli altri le cose venissero naturali e facilissime, ho incrociato molte persone pronte ad aiutarmi in questa convinzione. Ho scoperto da poco che le cose sono differenti, a fronte di rare eccezioni in cui il talento la fa da padrone – e anche il talento senza disciplina, pratica, lavoro, pazienza e costanza, finisce con l’esaurirsi – la maggior parte delle persone le proprie abilità se le costruisce con fatica, giorno per giorno. Alcuni lo ammettono apertamente, per altri il far credere di essere persone speciali piene di talento che trasformano in oro tutto quello che toccano è motivo di vanto. Poi ci sono i denigratori, quelli del “Io faccio questo, questo e questo. Tu povero idiota non ci riuscirai mai”. Non dico che tutti riusciranno a fare tutto quello che vogliono o sognano ma dico che impegnandosi dei risultati si ottengono. Impegno e non ascolto dei degradatori degli altri per professione sono una ricetta che faccio mia, spesso con fatica, giorno dopo giorno, da alcuni anni.

Nel mio quotidiano leggere, scrivere e agire sono interdipendenti, sono piacere e fatica, sono l’unico modo che conosco per non sprofondare nel peggio di me e non farmi soffocare dal peggio del mondo. Non credo siano la ricetta universale per indirizzare la propria vita in maniera più costruttiva e serena, è la mia ricetta, ad ognuno la sua.

Concludo questo post citando Stephen King, che in codesto post è stato già omaggiato dalla bellissima illustrazione del pancione consorte Sandro Quintavalle. Ho letto poco di Stephen King, e lui ha scritto moltissimo, quello che ho letto mi è piaciuto assai; Shining è un capolavoro dell’orrore, orrore del quotidiano. Ce ne fossero di scrittori popolari alla sua altezza tra i suoi sussieguosi detrattori, vabbè mi sto perdendo di nuovo. Come dicevo concludo questo post con una citazione di King, è tratta da On writing, metà autobiografia, metà libro sulla scrittura, in King il margine tra le due cose è così sottile che non si riesce quasi a distinguere. On writing l’ho letto sempre su consiglio di Luisa Carrada – non sono io ad essere ossessionata da lei e lei che è brava – e l’ho molto amato.

Scrivere non mi ha salvato la vita, perché questo lo devo alla perizia del dottor David Brown e all’amore premuroso di mia moglie, ma ha continuato a fare quello che aveva sempre fatto: rendere la mia esistenza un luogo più luminoso e più piacevole. […] Scrivere è tirarsi su, mettersi a posto e stare bene. Darsi felicità, va bene?
Darsi felicità. Parte di questo libro, forse una parte eccessiva, ha raccontato come ho imparato il mestiere io. Molta parte l’ho dedicata a come voi potete farlo al meglio. Il resto, forse la parte migliore, è incitamento: potete, dovreste, e se siete abbastanza coraggiosi da cominciare, scrivere.

Scrivere, come dice Stephen King, non salva la vita da un brutto incidente come quello capitato a lui ma aiuta a guarire prima. Scrivere rende la vita più luminosa e piacevole, scrivere è darsi felicità. Scrivere non è obbligatorio, forse non è per tutti, ma tentar non nuoce.