Motori a curvatura, attivare!

Stepàn Arkàdič riceveva e leggeva un giornale liberale, non estremista, ma della tendenza alla quale si atteneva la maggioranza. E, benché propriamente non lo interessassero né la scienza, né l’arte, né la politica, in tutte queste materie egli si atteneva fermamente alle opinioni a cui si attenevano la maggioranza e il suo giornale, e le cambiava solamente quando la maggioranza le cambiava, ovvero, per dir meglio, neppure le cambiava, ma inavvertitamente cambiavano esse in lui. Stepàn Arkàdič non sceglieva né le tendenze, né le opinioni, ma queste tendenze e opinioni venivano a lui, esattamente come egli non sceglieva la foggia del cappello o del soprabito, ma prendeva quella che si usava portare. Avere delle opinioni, per lui che viveva in una certa società, posto il bisogno di una certa attività del pensiero che solitamente si sviluppa negli anni della maturità, era altrettanto necessario che avere un cappello.

[…] Se pur v’era una ragione per cui preferiva la tendenza liberale a quella conservatrice, alla quale pure si attenevano molti del suo ambiente, questa non stava nel fatto che egli trovasse più ragionevole la tendenza liberale, ma perché essa si confaceva di più al suo modo di vivere. […] Così dunque la tendenza liberale era diventata un’abitudine per Stepàn Arkàdič ed egli amava il suo giornale, come il sigaro dopo il pranzo, per la leggera nebbia che esso produceva nella sua testa.

Lev Tolstoj Anna Karenina

Anna Karenina si apre con una crisi familiare in casa di Stepàn Arkàdič, fratello di Anna. Stepàn Arkàdič è un libertino impenitente, la moglie ha scoperto il suo ennesimo tradimento e ha deciso di mandare all’aria il matrimonio. Stepàn Arkàdič chiede alla sorella Anna di venire a San Pietroburgo da Mosca, dove vive, per salvare la situazione. Se Anna non fosse accorsa in aiuto del fratello la sua vita avrebbe continuato a scorrere tranquilla e noi non avremmo uno dei più bei romanzi della storia della letteratura. Il famosissimo incipit di Anna Karenina prende spunto alla famiglia di Stepàn Arkàdič.

Tutte le famiglie felici sono simili fra loro, ogni famiglia infelice è infelice a modo suo.

Il ritratto di Stepàn Arkàdič fatto da Lev Tolstoj è efficace, vediamo un uomo perfettamente radicato nel suo tempo, con una sua coerenza, sceglie la tendenza liberale seguita da molti nel suo ambiente non per motivi ideologici, semplicemente corrisponde al suo modo di agire, Stepàn Arkàdič non predica bene e razzola male, e questo me lo ha reso subito simpatico. Scelto il lato in cui stare ci naviga con leggerezza facendo sue tendenze e mode da cui viene bagnato non facendo differenza tra opinioni, abiti, cappelli. Un uomo ben inserito nel suo tempo e nel suo gruppo sociale ha bisogno nella stessa misura di opinioni, di abiti e di capelli che lo facciano riconoscere dagli altri membri del gruppo come uno di loro. Se agisse diversamente apparirebbe come uno stravagante.

«Vorrei farle una domanda, dottore. Fra tutti quelli che erano al funerale, pensa siano in molti a credere che è stato Gastin a uccidere Léonie Birard?».
«Qualcuno di sicuro. C’è sempre chi è pronto a credere a qualsiasi sciocchezza».
«E gli altri?».
Il dottore non capì subito il senso della domanda e Maigret si affrettò a chiarire: «Supponiamo che un decimo degli abitanti sia convinto che è stato il maestro a sparare».
«La percentuale è più o meno quella».
«Gli altri nove decimi la pensano diversamente».
«Certo».
«E di chi sospettano?».
«Dipende. Secondo me ognuno, più o meno in buona fede, sospetta della persona che vorrebbe fosse colpevole».
«E nessuno parla?».
«Tra di loro lo fanno di sicuro».
«E lei non ha sentito niente?».
Il dottore lo guardò con la stessa aria ironica di Théo. «Di queste cose con me non parlano».
«E a loro non importa che il maestro sia in prigione, anche se sanno, o pensano, che sia innocente?».
«Non gliene importa nulla. Gastin non è uno di qui. Se il tenente ed il giudice istruttore hanno ritenuto opportuno arrestarlo, affari loro! Sono pagati per questo».
«E lo lasceranno condannare?».
«Senza batter ciglio! Se fosse dei loro, sarebbe un’altra faccenda. Comincia a capire? Dato che ci vuole un colpevole, meglio che sia uno di fuori» Georges Simenon Maigret a scuola

Erano stati a scuola insieme. In séguito avevano portato nei campi le stesse ragazze, e ciascuno di loro aveva assistito al matrimonio degli altri, al funerale dei genitori, alle nozze dei figli e al battesimo dei nipoti. […] Si spiegava forse così la mentalità del paese?
Georges Simenon Maigret a scuola

Maigret a scuola è ambientato a metà degli anni 50′ dello scorso secolo a Saint-André-sur-Mer un paese di trecentoventi abitanti nella Charente a pochi chilometri da La Rochelle. Gli abitanti si conoscono tutti da sempre e anche se tra di loro ci sono litigi e dissapori sono pronti a far fronte comune contro qualsiasi estraneo, e il maestro Gastin è un estraneo, che si rifiuta anche di abbozzare su varie usanze del paese piuttosto discutibili, ma molto comuni in buona parte del mondo.

Che un paese intero faccia fronte comune contro un uomo essendo cosciente che con questo comportamento rischia di farlo condannare a morte per un omicidio che non ha commesso ci fa orrore, nessuno di noi è disposto ad ammettere di essere sensibile all’idea: “Se ci deve essere un colpevole meglio che sia un estraneo”.
Ma a ben guardare la realtà anche se abitiamo nella città più cosmopolita del mondo, nel 2016, facciamo parte di una ben precisa rete sociale, un gruppo coeso, e come Stepàn Arkàdič ne abbiamo usi, costumi, opinioni, abitudini. E per quanto ci piaccia proclamarci aperti guardandoci dentro potremmo scoprire qualche somiglianza con gli abitanti di Saint-André-sur-Mer. Non c’è problema, nel caso dovessimo trovare qualche somiglianza tra noi e gli abitanti di Saint-André-sur-Mer possiamo togliere lo sguardo, cambiare argomento, come fanno i bambini beccati a fare una marachella, e in un battibaleno ci riappacificheremmo con l’immagine che abbiamo di noi e del contesto in cui viviamo.

Il nuovo equipaggio di "Star Trek" composto da can Piera, Sandro Quintavalle, o il pancione consorte e il capitano Francesca Matilde Ferone. Illustrazione di Sandro Quintavalle

Equipaggio pronti per una nuova missione?

L’intelligenza collettiva di una comunità proviene dal flusso di idee; impariamo dalle idee che ci circondano, e gli altri imparano da noi. Col tempo, se i membri di una comunità interagiscono attivamente, nascono gruppi con abitudini e posizioni condivise e integrate. Quando il flusso di idee incorpora anche una costante corrente di idee esterne, allora gli individui coinvolti prendono decisioni migliori di quanto non avrebbero fatto da soli.
Il concetto dell’intelligenza collettiva che si sviluppa all’interno delle comunità non è certo cosa nuova. I nostri antenati già sapevano che cultura e usanze della società sono contratti collettivi, entrambi frutto principalmente dall’apprendimento sociale. Di conseguenza, gran parte delle concezioni e delle abitudini pubbliche vengono apprese osservando comportamenti, azioni e risultati degli altri membri della comunità, anziché in base alla logica o all’argomentazione. È grazie all’apprendimento e al rafforzamento di questo contratto sociale che un gruppo di persone riesce a coordinare in maniera efficace le proprie azioni.
Quindi, nonostante l’odierna società occidentale tenda a glorificare l’individuo, gran parte delle nostre decisioni è modellata dal senso comune, cioè da quelle abitudini e da quei punti di vista condivisi nella nostra comunità. Abitudini che a loro volta vengono plasmate dalle interazioni con gli altri. Un senso comune appreso in modo quasi automatico, osservando e poi copiando i comportamenti tipici di chi ci sta intorno.

Alex Pentland Fisica sociale

Abbiamo preso le distanze da Stepàn Arkàdič e dagli abitanti di Saint-André-sur-Mer e arriva Alex Pentland, ex direttore del MIT Media Lab e attualmente a capo del MIT Connection Science and Human Dynamics Lab, uno dei più importanti data scientist al mondo e ci riporta duramente alla realtà. Noi, Stepàn Arkàdič e gli abitanti di Saint-André-sur-Mer siamo simili, la nostra idea di mondo l’abbiamo appresa da chi circonda, l’apprendimento sociale forgia la nostra vita in maniera profondissima, è sempre stato così e sempre sarà.

Essere aperti a idee esterne al nostro gruppo di appartenenza, idee differenti dalle nostre, ci aiuta a prendere decisioni migliori, meno automatiche. Gli incontri con punti di vista e opinioni diversi dai nostri ci portano a trovare nuove soluzioni, nuovi punti di vista, nuova strade: apriamo finestre su nuovi mondi e nuove possibilità.

L’aspetto pericoloso di qualunque modello culturale è uno solo: la società (ogni società) fa passare la propria ideologia come naturale, e quest’azione, esercitata dapprima sui propri cittadini come ovvio modo di vivere, viene proposto fuori come il migliore modo di vivere (ed è tra l’altro un’eccellente arma di marketing).

Riccardo Falcinelli Critica portatile al Visual Design

Qualsiasi esperienza non affiancata da strumenti critici, finisce per essere considerata naturale, con la conseguenza che non la scegliamo davvero, ma la subiamo

Riccardo Falcinelli Critica portatile al Visual Design

Riccardo Falcinelli, grafico, esperto di comunicazione e persona curiosa, in Critica portatile al Visual Design ci inviata a fare attenzione quando usiamo la frase: “È naturale” dimenticando che il nostro modello di società non ha nulla di naturale, ovvio e normale. Quando lo dimentichiamo ci chiudiamo in società claustrofobiche certi che il nostro modo di pensare e vivere sia ovvio, normale, naturale, migliore rispetto a chiunque viva in maniera differente da noi.
Propongo un gioco: ogni volta che diciamo: “È normale, è naturale, è ovvio” domandiamoci perché è normale, è naturale, è ovvio. Questa domanda potrebbe portarci alla scoperta di mondi inaspettati, di percorsi di vita differenti da quello tracciato dal nostro gruppo di appartenenza, potrebbe aprirci spiragli verso nuovi mondi. Di naturale, normale, ovvio, a questo mondo ci sono solo i bisogni fisiologici, il resto è costruzione sociale. E non volerlo vedere porta a polarizzazione, chiusure, scontri. È sempre stato così dalla notte dei tempi.

Una volta soddisfatte le necessità elementari, qualunque società elabora sistemi simbolici complessi a cui corrispondono altre necessità più articolate e astratte; si passa così dai bisogni ai desideri, e l’insoddisfazione di questi ultimi conduce non più alla fame o alla morte, ma alla frustrazione. Condizione prontamente sfruttata dal consumo che da una parte sembra avanzare soluzioni di appagamento, dall’altra propone nuovi desideri da soddisfare.

Non si tratta però di un’invenzione dei pubblicitari, anzi questo è il tema portante delle narrazioni dall’Ottocento in poi. I personaggi di Stendhal o di Flaubert sono i primi a raccontare la difficoltà di armonizzare se stessi con le circostanze sociali, e un dilemma del genere è impensabile al di fuori del mondo moderno. In altre epoche e in altre economie, più che l’identità contavano le pratiche. Nel Medioevo un cavaliere, un re o un contadino hanno anzitutto un ruolo nella società, non un’identità. Questo ruolo preciso, simile a un abito con cui ci si presenta agli altri, comporta uno scollamento dell’interiorità dalle pratiche sociali

[…] Anche la divisione in classi cambia i suoi parametri: non sono più solo il censo, la ricchezza, l’educazione a dividere gli uomini, ma il riconoscersi o meno in un gruppo o in un altro. […] Una volta che il sistema sociale ha stabilito le coordinate, il marketing ha vita facile, perché l’identità non è solo un fatto personale ma il fondamento di tutta la comunicazione.

In questo panorama, il rischio è che l’identità smetta di essere qualcosa che si fa o che si è, per diventare qualcosa che si consuma. Il libro che si legge, il tipo di cellulare che si usa, le idee morali o il paio di jeans, si configurano non come semplici modi per essere se stessi, ma come target, cioè, alla lettera, «bersagli», e questo non funziona solo sulle ipotetiche masse incolte: anche riconoscersi come lettori Einaudi o Adelphi, comprare solo detersivi biologici o interessarsi al cinema asiatico, sono costumi che condividono lo stesso meccanismo di fondo. È credibile che l’Homo sapiens, non essendo evoluto per vivere in massa, tenda a ricercare gruppi più piccoli a cui appartenere; desiderio che viene oggi stravolto dai numeri imponenti e dal consumismo, in un’ipertrofia delle pulsioni gregarie che sfocia in un dilagante appiattimento.

Riccardo Falcinelli Critica portatile al Visual Design

Per la maggior parte delle persone il concetto di marketing è relegato all’ambito degli oggetti e dei servizi e questo rende vita facile al marketing delle idee, che è molto più sottile, pervasivo, invisibile, e antico. Il marketing delle idee ha fonti di propagazione multiple ma dall’avvento della stampa una parte fondamentale nella nascita e propagazione delle idee l’hanno i mass-media; come ci ricorda Lev Tolstoj in Guerra e pace:

Se lo scopo era la diffusione delle idee, la stampa lo avrebbe conseguito assai meglio dei soldati.

Ognuno di noi quando è totalmente immerso nel proprio gruppo di appartenenza rende la vita più facile a chiunque voglia venderci un nuovo cappotto, un nuovo cappello, una nuova idea, una nuova opinione, un nuovo stile di vita. Alex Pentland ha evidenziato quanto è importante aprirci ad idee esterne al nostro gruppo per prendere decisioni migliori, e quanto è importante che la maggior parte dei membri del nostro gruppo facciano lo stesso per evitare di navigare in acque stagnanti, Riccardo Falcinelli aggiunge che sviluppare strumenti critici rispetto al mondo in cui siamo immersi ci permette di vivere in maniera più consapevole smettendo di considerare ovvio e naturale ciò che ovvio e naturale non è. Vivere all’interno dei nostri gruppi sociali con la consapevolezza che essi rappresentano uno dei tanti modi possibili di vivere, forse il più adatto a noi, forse l’unico che ci è possibile per carattere e influenze esterne fa entrare aria fresca, acque pulite nelle nostre vite.

Internet usato con curiosità e apertura mentale è uno strumento prezioso per esplorare strani nuovi mondi, mondi che senza Internet con ogni probabilità ci rimarrebbero estranei (del mio modo di vivere Internet ho già scritto qui). Agiamo in rete come agiamo nella vita, se siamo persone totalmente immerse in un gruppo sociale ben preciso, chiuso e ostile verso ogni diversità Internet acuirà la nostra chiusura, se siamo persone aperte, curiose, pronte ad aprire finestre su nuovi mondi ed esplorarli Internet renderà più facile la nostra esplorazione, che per essere completa deve proseguire offline. Internet, come dice Mafe De Baggis, non crea nuove persone, ma amplifica, rende pubblico ciò che già siamo. Le persone si mostrano in rete per quello che sono, anche quando credono di mostrarsi pochissimo.

I media digitali funzionano come il Luminol, la polvere che la polizia scientifica usa per far emergere le macchie di sangue (e non solo). Allo stesso modo Internet unisce i puntini che collegano le persone nelle reti sociali, rende pubblici pensieri e conversazioni e visualizza i legami tra le persone unite da interessi, obiettivi, ideali, valori, passioni, perversioni, errori. Non siamo qui per giudicare gli effetti del Luminol sulla nostra società, siamo qui per prenderne atto e per sottolineare che, esattamente come le macchie di sangue, quelle reti sociali, quelle conversazioni, quegli interessi, quegli ideali erano lì da prima che i media digitali iniziassero a condizionare la nostra vita, solo che erano invisibili e privati.

Mafe De Baggis #Luminol: tracce di realtà rivelate dai media digitali

Prima di andare avanti voglio chiarirmi maggiormente ‘sta storia dei gruppi sociali con norme condivise, voglio capire quanto mi sento parte di un gruppo o di vari gruppi e quanto questi siano chiusi su se stessi o incuriositi dal mondo e per farlo voglio ascoltare un’altra campana che mi parli di gruppi sociali.

gruppi con norme condivise differiscono dal tradizionale concetto di classe sociale, perché non vengono definiti soltanto da caratteristiche tradizionali quali reddito, età o genere (i tipici dati demografici), né dalle qualifiche professionali o dal livello d’istruzione (secondo Max Weber) o dal loro rapporto con i mezzi di produzione (secondo Karl Marx). Piuttosto, i membri di questi gruppi condividono delle affinità all’interno di uno specifico contesto […]. Quindi un individuo appartiene a un’unica classe sociale tradizionale, ma può essere parte di svariati gruppi di affinità i cui membri imparano a vicenda, creando così un ambiente comune […].
Non si tratta neppure di pure coalizioni economiche, visto che questi gruppi producono norme cogenti anche su tanti altri aspetti, dal senso della vita ai valori morali e perfino al modo di vestire. I membri di un gruppo danno insomma vita a una cultura vera e propria, a uno stile di vita che contamina anche altri gruppi affini di cui fanno parte.

Alex Pentland Fisica sociale

Alex Pentland conferma le parole di Riccardo Falcinelli e di Tolstoj e di Simenon: i gruppi di affinità, che siano membri dell’aristocrazia russa nella metà dell’800, gli abitanti di un paesino francese a metà del secolo scorso o gente figa che fa cose molto fighe in una grande città ai giorni nostri creano una cultura, all’interno della cultura della società in cui vivono, che comprende ogni aspetto della vita degli aderenti al gruppo, dai valori morali alla modo di vestire. Il mondo va così!

più vogliamo imparare da un particolare gruppo di pari, ovvero più vogliamo farne parte, più lo frequentiamo.
[…] Come dimostra il lavoro di Stanley Milgram sulla conformità sociale, quando tutti i componenti del nostro gruppo fanno la stessa cosa, l’uniformità dei comportamenti intorno a noi influenza sia le nostre abitudini inconsce sia le decisioni consapevoli. Molti osservatori hanno sottolineato che il potere della pressione sociale può portare la gente a compiere azioni positive o negative, influenzando il comportamento personale fino all’inverosimile.

Alex Pentland Fisica sociale

Ogni giorno abbiamo moltissimi esempi di quanto sia forte il potere della pressione sociale, le stesse azioni possono essere viste come giuste o sbagliate in base al contesto in cui vengono fatte. Non fare la raccolta differenziata o non pagare le tasse sono azioni che hanno valori diversi in base al contesto in cui avvengono, se si vive in un contesto in cui la maggioranza delle persone non fa la raccolta differenziata o cerca di non pagare le tasse e le amministrazioni non riescono, o non vogliono, controllare questi comportamenti, chi agisce diversamente è considerato strano, stupido, e spesso viene deriso. Le stesse azioni fatte in un contesto in cui la maggior parte dei membri della comunità fanno la raccolta differenziata, capendone l’importanza per la conservazione dell’ambiente e per avere uno stile di vita più salubre, o pagano le tasse perché vedono i vantaggi che i soldi delle tasse, ben spesi, portano a tutta la comunità, saranno viste con disappunto e i trasgressori avranno addosso gli occhi dei membri del gruppo a cui appartengono, o vogliono appartenere, e questo li porterà a cambiare atteggiamento se vogliono sentirsi integrati nel contesto. La pressione sociale può essere usate per costruire una società più sana, o una società malata e autodistruttiva.

E poi dicono che è disonesto e se ne approfitta. Che assurdità! E poi, perché non dovrebbe approfittarne? È stato educato così. E lo fanno tutti.

Lev Tolstoj Guerra e Pace

“Lo fanno tutti” quante volte l’abbiamo detto o ce lo siamo sentiti dire. C’è altro da aggiungere?

La diffusione di un’idea tramite una rete sociale è simile al propagarsi dell’influenza. Nel caso del virus, a ogni scambio tra una persona infetta e un’altra ci sono tot possibilità che quest’ultima venga contagiata. Se l’interazione aumenta e la nuova persona è suscettibile al virus, le probabilità del contagio aumentano considerevolmente. E qualora molti siano suscettibili al virus, quest’ultimo finirà per diffondersi nella maggioranza della popolazione.
Il flusso di idee si propaga in maniera analoga. Il processo dell’apprendimento sociale implica che, nel caso di un alto livello d’interazione tra qualcuno che mostra un certo comportamento (il modello di riferimento) e una persona nuova, se quest’ultima è suscettibile al contagio è probabile che le nuove idee attecchiranno fino a cambiarne il comportamento. La suscettibilità dipende da diversi fattori: il modello di riferimento deve avere similarità con la nuova persona per far sì che il nuovo comportamento le torni utile; è necessario un alto livello di fiducia tra i due soggetti; dev’esserci coerenza tra le nuove idee e i comportamenti acquisiti in precedenza.

Alex Pentland Fisica sociale

Se ci soffermiamo a pensare come abbiamo scelto il nostro parrucchiere, il nostro medico, una meta per un viaggio, a come abbiamo iniziato a usare Internet, perché ci siamo iscritti ai social, come abbiamo impostato la nostra vita lavorativa, i nostri percorsi di vita, vediamo che la maggior parte delle idee ci sono arrivate come virus da persone con cui interagiamo spesso, amici, familiari, conoscenti, giornalisti o personaggi pubblici, ecc… persone a cui ci sentiamo affini e di cui ci fidiamo. Le idee da cui siamo stati infettati o erano in accordo con il nostro modo di vivere precedente o con il percorso di cambiamento che avevamo intrapreso o intendevamo intraprendere. Ed è inutile negare che da ogni comportamento che acquisiamo cerchiamo di ricavare un’utilità, anche sentirci più buoni, in pace con noi stessi, appagati o più inseriti nel gruppo di pari in cui ci riconosciamo è un’utilità.

Le decisioni sono frutto della combinazione tra informazioni personali e sociali, e quando le prime sono deboli si tende a fare maggior affidamento sulle seconde. In situazioni in cui ci si sente insicuri, l’effetto rassicurante dell’apprendimento sociale si amplia. Ciò è perfettamente sensato: quando non capiamo cosa sta succedendo, possiamo apprenderlo dedicando più tempo a osservare ciò che fanno gli altri. Purtroppo, questo rischia di portare a un eccesso di sicurezza e al pensiero di gruppo, poiché il meccanismo dell’apprendimento sociale migliora il processo decisionale soltanto quando la gente ha informazioni individuali di tipo diverso. Perciò nelle situazioni in cui le fonti d’informazione esterna (es. stampa, tv, radio) sono troppo simili, il pensiero di gruppo diventa davvero pericoloso. Analogamente, quando ci sono feedback continui, circolano e riaffiorano continuamente le stesse idee. Siccome però queste tendono a cambiare leggermente nel passaggio da una persona all’altra, può darsi che non vengano riconosciute come semplici ripetizioni. È facile credere che ognuno sia arrivato autonomamente a strategie simili, acquisendo così più fiducia di quanto dovrebbe. L’eccessiva sicurezza che ne deriva è all’origine di mode passeggere e bolle speculative.

Alex Pentland Fisica sociale

In sintesi, tendiamo a muoverci come macchine che elaborano le idee, integrando il pensiero individuale con l’apprendimento sociale dalle esperienze altrui. Il successo dipende in misura notevole dalla qualità dell’esplorazione e ciò, a sua volta, poggia sulla diversità e l’indipendenza delle nostre fonti d’informazione e di idee. […]
Un’implicazione inquietante di queste analisi sta nel fatto che il nostro mondo iperconnesso sembra puntare verso un quadro dove il flusso di idee diventa eccessivo. In un contesto dove l’autoreferenzialità, le mode passeggere e il panico si fanno norma, diventa assai più difficile arrivare a decisioni positive. Ciò impone di prestare maggiore attenzione alla provenienza delle nostre idee, essere diffidenti rispetto alle opinioni comuni e tenere sempre in considerazione le idee in controtendenza. […] la provenienza delle idee va comunque verificata.

Alex Pentland Fisica sociale

Le decisioni che prendiamo nascono dalla combinazione tra informazioni personale e apprendimento sociale, e quando siamo poco informati ci affidiamo di più alle opinioni di ci sta intorno. Mi sembra innegabile.

Quando noi e tutte le persone che ci circondano abbiamo le stesse fonti di informazione scivoliamo nel pensiero di gruppo, che è cosa brutta assai. Questo avviene quando tutte le fonti di informazione esterna ( stampa, TV, radio, siti, blog) sono troppo simili e forniscono la stessa versione dei fatti, vedono il mondo dalla stessa prospettiva bollando ogni differenza di pensiero o opinione come una sciocchezza.

Il pensiero di gruppo nasce anche all’interno di gruppi coesi e chiusi in se stessi e crea delle camere dell’eco in cui la stessa cosa viene ripetuta all’infinito. Durante il passaparola di una notizia, un’idea, un’opinione, un fatto le persone all’interno del gruppo apportano sempre una modifica, un’aggiunta, una sottrazione, questo crea l’illusione che ognuno abbia raggiunto una conclusione da sé e di trovarsi di fronte a fatti differenti, opinioni e idee personali.

E come quando gira un pettegolezzo in un ambiente chiuso: arriva una persona nuova, ha abitudini diverse dalle nostre e parte il primo commento e via via il passaparola continuo gonfia i fatti, di bocca in bocca, ad ogni passaggio, vengono aggiunti nuovi particolari come se ognuno avesse visto o sentito cose nuove ma in realtà è il primo fatto, reale o immaginato che sia, gonfiato, a stare girando all’infinito in camere dell’eco. Se il contesto è favorevole al passaggio di informazioni senza aver controllato, o a essere interessati a valutarne la veridicità, il passaparola gonfierà i fatti, veri o falsi che siano, che prenderanno un aspetto surreale. Nel caso il pettegolezzo arrivasse a persone non integrate nel contesto, non abituate a riferire le cose senza verificarne la provenienza e la veridicità, non amando parlare e pensare per sentito dire, il passaggio della notizia si fermerà, o dovrà ritornare in direzione di persone avvezze al pensiero di gruppo e non avvezze a ragionare con la propria testa. Tutte le persone che hanno passato la notizia saranno pronte a giurare di aver visto e sentito con i loro occhi e le loro orecchie le parti dei fatti da loro aggiunte e avalleranno quelle che hanno ricevuto e passato.

Ma come i pettegolezzi possono diventare vere e proprie maldicenze e trasformare parole dette con leggerezza in qualcosa di tossico così l’apprendimento sociale diventa tossico quando si basa sul pensiero unico. È il caso di ripetere che l’apprendimento sociale è utile quando un flusso di idee incorpora costantemente idee esterne permettendoci di prendere decisioni migliori di quelle che avremmo preso da soli.

Già abbiamo parlato di come l’uso di Internet può aiutarci a mantenere la mente aperta e a incontrare e esplorare nuovi mondi, o come Internet usato da persone immerse in un pensiero unico e chiuso può accentuarne la chiusura rafforzando idee preconcette. Internet ogni giorno ci rovescia addosso ondate di fatti, idee, opinioni, sta a noi, ed è fondamentale, impegnarsi per capire la loro provenienza, ma per farlo dobbiamo avere attenzione, curiosità, voglia di capire, e parliamoci chiaro, rimanere chiusi nei nostri mondi, anche se non ci piacciono, è rassicurante. Perché provare a capire, andare oltre, esplorare mondi che non ci appartengono e in cui non sappiamo cosa possiamo trovare?

Come spiega Arianna Ciccone in questo post, da leggere tutto, scritto per Valigia Blu pochi giorni dopo l’elezione di Donald Trump alla presidenza degli Stati Uniti, ognuno di noi vede quello che si aspetta si vedere e cerca le informazioni per rafforzare le proprie convinzioni:

A proposito poi di camere dell’eco e di polarizzazione, vale la pena sottolineare un aspetto fondamentale. Il nostro processo mentale, cognitivo è predisposto per questo tipo di dinamica: selective perception (vedo quello che mi aspetto di vedere), selective exposure o confirmation bias (tendo a favorire l’informazione che rafforza miei pre-esistenti punti di vista, evitando informazioni che li contraddicono). È la nostra mente ad agire così: quando una informazione è conforme a ciò che crediamo, alimenta le nostre paure o speranze, o aderisce a quello che pensiamo di sapere già, il nostro livello di scetticismo è molto basso e non siamo predisposti a filtrare vero / falso. Questo ci rende esposti alla bufala e alla disinformazione. E se una informazione smonta le nostre precedenti credenze tendiamo a rafforzare quest’ultime anziché a metterle in dubbio (effetto backfire), perché questo ci pone in una condizione di malessere, di disagio per dover rinunciare alle nostre idee (è su questo che si basa la forza della disinformazione). La verità dei fatti non basta a combattere la disinformazione. Possiamo dire che l’ambiente digitale rafforza queste dinamiche, l’algoritmo risponde ai nostri comportamenti emotivi e cognitivi, ma non possiamo dire che li causa. Così come per la polarizzazione delle idee

Ancora su eco camere e polarizzazione. Mi chiedo: ma quando leggevamo sempre e solo un giornale, quando guardavamo sempre e solo una trasmissione politica, cosa stavamo facendo se non rifugiarci al sicuro nelle nostre camere dell’eco, con persone che la pensavano come noi? Semmai i social, soprattutto Facebook, per la loro stessa architettura, permettono incursioni e incontri imprevedibili. Sulle nostre bacheca, nei commenti, nelle conversazioni non siamo “al sicuro” mai. Basta scorrere i feed e porre attenzione agli scambi per rendersi conto che pensare in questi ambienti di rimanere al sicuro fra amici con le stesse idee è praticamente impossibile. Il mio invito ai molti giornalismi, che sentenziano senza realmente vivere in profondità questi luoghi, è di uscire dalle loro camere dell’eco, dai loro filtri bolla mentali.

Parliamo dell’algoritmo: esiste anche un “algoritmo” delle redazioni, che noi non conosciamo, i criteri con cui le notizie sono selezionate e la modalità con cui le vengono fornite. Eppure anche queste “formano” (almeno teoricamente) l’opinione pubblica. Con la differenza semmai, mi verrebbe da aggiungere, che quell’algoritmo non risponde alle nostre preferenze, alle nostre esigenze “leggendo” i nostri comportamenti digitali, ma a quelle dell’editore, della redazione, del giornalista che decide per me cosa devo sapere e cosa no, cosa va pubblicato e cosa no. A quello che secondo questi mediatori è importante conoscere (la famosa lezione calata dall’alto a un pubblico di massa. Ora però siamo nell’era della personalizzazione e della conversazione. Qualcuno fatica ad accettarlo).

Arianna Ciccone Valigia Blu Trump ha vinto grazie a facebook? Ma LOL

I bias cognitivi non sono un’invenzione di Arianna Ciccone, nessuno ammetterà facilmente di vedere le cose solo dal suo punto di vista, nessuno ammetterà di rivolgersi a fonti di informazione che più che informarlo rafforzano la sua visione del mondo, nessuno ammetterà che nel caso qualcosa mettesse in dubbio le sue certezze e opinioni invece di prendere in considerazione di avere torto preferirebbe ignorare la cosa o archiviarla come falsa, accanendosi a cercare fonti di informazione che rafforzino e confermino la sue idea.

Rinunciare alle nostre opinioni, dubitare di noi, ammettere di aver sbagliato ci fa sentire insicuri, a disagio, crea dubbi. Sono poche le persone pronte a mettere in discussione se stesse e le proprie opinioni. E come dice Annamaria Testa, esperta di comunicazione, in questo post sui bias cognitivi il bias dei bias è il “Punto cieco”: nessuno ammette di poter essere vittima dei bias cognitivi.

Punto cieco (bias blind spot): è una specie di meta-bias. O, in altre parole, è la madre, o il padre, di tutti i bias cognitivi: consiste nel ritenere di esserne, per qualche insondabile motivo, più immuni di chiunque altro. Insomma: stiamoci attenti.

Annamaria Testa Bias cognitivi: cinque modi veloci per ingannarci da soli

Arianna Ciccone sottolinea il fatto che la tendenza a chiudersi in camere dell’eco con persone che la pensano come noi è una tendenza universale e non nasce certo con internet e coi social. Paolo Mattera insegnate di Storia contemporanea presso il Dipartimento di Studi Umanistici dell’Università degli Studi Roma Tre, conclude la puntata di Wikiradio sull’ex Presidente della Repubblica Giovanni Leone, trasmessa su radio3 rai il 15 giugno 2016 e riascoltabile qui, con queste parole:

Leone quindi era innocente, era caduto vittima di una campagna di stampa ferocissima, un caso esemplare di grande ammonimento. La vicenda di Leone insegna l’importanza di una stampa attenta e scrupolosa pronta a verificare le informazioni e insegna, ancora di più, l’importanza di un’opinione pubblica matura, capace di non cadere preda delle suggestioni, capace di informarsi in modo consapevole

L’importanza di una stampa attenta e scrupolosa che verifichi le informazioni di cui viene a conoscenza è fondamentale in una società e in una democrazia sana ma è ancor più fondamentale un’opinione pubblica formata da persone mature capaci di non farsi suggestionare e manovrare con facilità, e con la volontà e la capacità di informarsi in modo consapevole. Il pensiero di gruppo è dietro l’angolo, e non è cosa buona e giusta.

Di solito crediamo che appena sbalzati fuori dalla solita carreggiata, tutto sia perduto; e invece solo allora comincia qualcosa di nuovo, di buono.

Lev Tolstoj Guerra e Pace

Lev Tolstoj suggerisce di non avere paura di essere buttati fuori dalla solita strada e di affrontare le novità con entusiasmo, e chi sono io per dare torto al caro, vecchio, Lev.

E Vera Gheno, linguista e social media manager dell’account Twitter dell’Accademia della Crusca, qualche giorno fa ha pubblicato sul suo profilo Facebook questo meraviglioso Elogio dei grigi

[Elogio dei grigi]
Molte persone amano le certezze, il bianco e il nero, le categorizzazioni certe: o sei dentro, o sei fuori. Sei buono o cattivo. Una cosa è giusta o sbagliata. Le certezze a loro volta infondono spesso certezza: è consolante avere un sistema di valori bello chiaro, magari autoevidente, quasi da esibire, in cui è più facile darsi una definizione.
Studiando la lingua ho imparato che le situazioni dubbie sono, in questo ambito, più di quelle certe. Più e più volte il linguista si trova a dire “è giusto così ma è giusto anche colà”, oppure “questo comunque non lo si può considerare un errore, quanto piuttosto un uso adatto a contesti non formali”, eccetera. Allo stesso modo nella vita, per quanto uno si sforzi di essere sempre granitico, tutto d’un pezzo, adamantino, poi succedono cose per cui si devono fare i conti con i “grigi”.
I “grigi” sono per me tutte quelle situazioni in cui le persone sono costrette dagli eventi a “riparametrarsi”, a ridefinirsi, anche a confrontarsi con la complessità di sé medesimi e degli altri esseri umani. Del resto, la logica ferrea è propria delle macchine. L’essere umano segue, in molti casi, logiche “fuzzy”, difficilmente riducibili ad algoritmi.
Davanti ai “grigi”, linguistici e non, molti perdono le staffe. Si sentono traditi, provano disagio davanti a una situazione che non riescono ad analizzare secondo i canoni del giusto o sbagliato. Non di rado accade che, per esempio, le risposte di consulenza che diamo vengano criticate perché “non abbastanza nette”: NOI ABBIAMO BISOGNO DI CERTEZZE! – gridano molti.
Oggi, alle prese con l’ennesimo “grigio linguistico” (ossia una cosa considerata giusta in certe parti d’Italia e in altre no), ho avuto l’illuminazione: sono davvero affezionata alla mia palette di grigi. Mi piacciono tutti. Mi piacciono le infinite sfumature che assume questo colore, nel passare dal bianco al nero.
La complessità della lingua mi ha insegnato, in tanti anni, a essere più aperta rispetto alle complessità della vita. Questo non vuol dire che non perda mai la pazienza, o non sia mai esasperata dai dubbi. Ma provo, quando possibile, a spiegarmi il perché di un comportamento apparentemente “sbagliato”, scavo in cerca di una risposta diversa dalla prima, istintiva, che mi verrebbe di dare, mi chiedo spesso “e io cosa avrei fatto in quella situazione?”, ma soprattutto “chissà perché accade/è accaduto questo”.
Non ho soluzioni miracolose. Però penso che soffermarsi un secondo a riflettere sulle motivazioni di un comportamento, di una risposta, di una reazione potrebbe talvolta servire per evitare lo scontro, il giudizio “tranchant” che tanti amano dare, salvo magari pentirsene poco dopo, lo scagliare la prima pietra.
Ché alla fine, a guardare bene, potrebbe venir fuori che quella prima pietra non siamo proprio titolati a scagliarla.
#ecologiadellacomunicazione”

Vera Gheno, post pubblicato sul suo profilo Facebook il 1 dicembre 2016

Alle parole di Vera Gheno non ho altro da aggiungere, ha detto tutto lei e l’ha detto benissimo.

Se siete arrivati fin qui vi faccio l’invito, e augurio, di spalancare con curiosità porte e finestre su mondi differenti da quelli in cui siete rincantucciati. Ma, se non vi spiace, questo invito e auguri lo faccio prima di tutto a me stessa. Iniziare ad esplorare strani nuovi mondi cercando di tenere sotto controllo pregiudizi e idee pregresse, consapevoli di esserne vittime (io, voi, tutti) può non essere facile, per alcuni addirittura contronatura, ma secondo me vale la pena tentare. Per esplorare nuovi mondi abbiamo bisogno del giusto equipaggiamento e allora vediamo cose suggerisce Alex Pentland:

«esplorazione»[…] ricorso alle reti sociali per raccogliere idee e informazioni. L’esplorazione fa parte del flusso di idee che introduce nuove strategie in un gruppo di lavoro o in una comunità. Sono tre gli elementi principali da tenere a mente in proposito:
•L’apprendimento sociale è cruciale […].
•La diversità è importante […].
•Le controtendenze sono essenziali […].

Un’esplorazione sana è cosciente dell’importanza dell’apprendimento sociale che per essere costruttivo deve tenere in considerazione le diversità e le controtendenze. Ok siamo alle solite.

E se io cito Alex Pentland lui cita Steve Jobs:

[…] Come diceva Steve Jobs:

La creatività sta nel trovare i legami giusti tra le cose. Quando chiediamo a una persona creativa come ha concepito una certa idea, si sente un po’ in colpa perché non è che abbia fatto granché, ha semplicemente avuto un’intuizione. Ha visto qualcosa che dopo un po’ gli è parsa ovvia. È riuscito a collegare tra loro delle esperienze personali, sintetizzandole poi in qualcosa di nuovo

Alex Pentland continua a parlandoci degli esploratori:

Le persone più creative e acute sono degli esploratori. Trascorrono una valanga di tempo a scovare gente nuova e idee diverse, […] persone con punti di vista e idee differenti.
Oltre a inseguire continuamente spunti stimolanti, questi esploratori rivelano un’altra interessante caratteristica: selezionano le migliori idee tra quelle appena scoperte sottoponendole costantemente a chiunque gli capiti d’incontrare, e ricordiamoci che sono in contatto con tante persone di ogni provenienza. La diversità di punti di vista ed esperienze è un importante fattore di successo quando si tratta di scoprire idee innovative.

Alex Pentland Fisica sociale

Ormai è un mantra: gente nuova, idee diverse, discutere di tutto quello che si incontra e ci pare interessa con persone provenienti da ambienti differenti, con idee differenti, che abbiano anche loro voglia di esplorare strani nuovi mondi. Un’esplorazione costruttiva non nasce senza un ingrediente di base, la curiosità. Ma cos’è la curiosità?

LA CURIOSITÀ, CHE COS’È. Anche se tutti sappiamo, o pensiamo di sapere, che cos’è la curiosità, definirla non è semplice. Abbiamo “curiosità” quando c’è una ricerca attiva di nuovi dati e informazioni, dicono gli scienziati. E poi: quando siamo portati a esplorare. La curiosità è sia un comportamento istintivo che ci porta a cercare ciò che è nuovo o diverso (lo sviluppiamo già da piccoli, e lo condividiamo con molte specie animali superiori) sia un’emozione positiva, che ci porta a desiderare di trovare risposte alle nostre domande.

CURIOSI E CREATIVI. I Big Five, uno dei più accreditati modelli di interpretazione della personalità, ci dicono che essere curiosi è una delle caratteristiche fondamentali che contraddistinguono il tratto “apertura all’esperienza”. Unita ad altre caratteristiche complementari (gusto per ciò che è bello, apertura alle emozioni, vivacità intellettuale e immaginazione) la curiosità è una delle caratteristiche principali delle personalità creative.

[…] ALIMENTARE LA CURIOSITÀ. È semplice, piacevole e vitale. Brain Picking vi dà qualche dritta: (1) tenete una mente aperta, e accettate la possibilità che qualcosa che scoprite possa cambiare le vostre opinioni. (2) Non date niente per scontato. (3) Continuate a farvi domande. (4) non etichettate nulla come “noioso” a priori. (5) Considerate sempre il lato divertente dell’imparare qualcosa di nuovo. (5) Leggete cose diverse tra loro, e non limitatevi a una singola fonte. Aggiungo che, secondo me, la dritta più importante è continuate a farvi domande

Annamaria Testa La Curiosità e i mille vantaggi di essere curiosi

Questo post di Annamaria Testa sulla curiosità è molto interessante e seguendo uno dei suoi link arriviamo a questo post di Carlo Rovelli, fisico di fama mondiale ed eccelso divulgatore scientifico, La curiosità, il vero motore del sapere. Einstein, un padre e una figlia, da cui ho tratto questo brano:

Alcuni anni fa mi ha chiamato per telefono dall’America una voce femminile, vivace e simpatica. Si è presentata come Amanda Gefter, giornalista scientifica, e mi ha chiesto se poteva farmi delle domande sulla fisica. Benissimo, ma nelle domande c’era qualcosa di strano. Davano l’impressione che la giornalista non fosse davvero interessata a scrivere un articolo divulgativo. Quello che le interessava sembrava essere altro: capire. Penso che molti insegnanti riconoscano questa differenza. Ci sono studenti bravi e bravissimi che fanno tutto per bene. Ce ne sono altri, purtroppo più rari, che magari prendono anche brutti voti, ma si appassionano, e provano ad andare a fondo. Penso che siano quelli che poi nella vita faranno le cose migliori

La curiosità è un dono e porta con sé la voglia di capire ma Annamaria Testa, citando Brain Pickings bellissimo blog, ci dice che la curiosità può essere, e va, coltivata e ci dà alcuni consigli per farlo. Seguire questi consigli non è facile ma farlo può aiutarci a superare difficoltà in modi inaspettati, a trovare soluzioni inusuali a problemi che ci sembravano irrisolvibili, a scoprire nuovi mondi e nuove parti di noi. Tutti possiamo coltivare la curiosità, quella sana, anche se è impegnativo, o possiamo scegliere di seguire l’esempio di Stepàn Arkàdič e dagli abitanti di Saint-André-sur-Mer. Pronunciare è normale, è naturale, lo fanno tutti, è così rassicurante.

Ci furon però di quelli che pensarono fino alla fine, e fin che vissero, che tutto fosse immaginazione: e lo sappiamo, non da loro, ché nessuno fu abbastanza ardito per esporre al pubblico un sentimento così opposto a quello del pubblico; lo sappiamo dagli scrittori che lo deridono o lo riprendono o lo ribattono, come un pregiudizio d’alcuni, un errore che non s’attentava di venire a disputa palese, ma che pur viveva; lo sappiamo anche da chi ne aveva notizia per tradizione. ” Ho trovato gente savia in Milano, -dice il buon Muratori, nel luogo sopraccitato, -che aveva buone relazioni dai loro maggiori, e non era molto persuasa che fosse vero il fatto di quegli unti velenosi “. Si vede ch’era uno sfogo segreto della verità, una confidenza domestica: il buon senso c’era; ma se ne stava nascosto, per paura del senso comune.

Alessandro Manzoni I promessi sposi

Il posto che ora c’è

Questo post può essere scaricato in formato Mobi, PDF e Epub

Ci sono posti che non ti aspetti, ci vai per curiosità pensando: “Dovrebbe essere bello” ma così bello no, proprio non te l’aspetti. ilCartastorie, museo dell’Archivio Storico del Banco di Napoli, è uno di quei posti.

ilCartastorie ha aperto circa tre mesi fa inaugurando il percorso multimediale permanente Kaleidos ideato e realizzato dalla Kaos Produzioni di Stefano Gargiulo in collaborazione con artisti, artigiani, tecnici e informatici napoletani. Io e il pancione consorte l’abbiamo visitato più volte, la prima volta quindici giorni dopo l’apertura.

Non amo le installazioni multimediali ma quello che Stefano Gargiulo e i suoi collaboratori hanno realizzato è vita. Enormi volumi contenenti la più arida delle materie, i documenti bancari, si animano e la Napoli del passato e la Napoli del presente si fondono.

Francesca Matilde Ferone scrive su uno dei volumi dei banchi pubblici napoletani. Illustrazione di Sandro Quintavalle

A Francesca Matilde Ferone, me medesima, ducati 370. Et per lei al pancione consorte Sandro Quintavalle dissero a compimento di…

ilCartastorie, e qualcosina in più

Saliamo le scale e ci troviamo in una stanza piuttosto buia, le pareti tappezzate di scaffali pieni di libri enormi e buste da documenti con la scritta Banco del Salvatore in evidenza. Dal soffitto pendono grandi pile di fogli ingialliti, sembrano enormi salsicciotti di carta.

Passiamo alla seconda sala, su un tavolo è poggiato un bellissimo libro pop up, è magico. Lo sfogliamo e il libro e le pareti intorno a noi si animano. Suoni, voci, immagini ci trascinano in tre aspetti fondamentali della storia di Napoli.

Prima pagina: Napoli e San Gennaro.
Il Tesoro che il popolo napoletano nei secoli ha donato al suo Patrono è di bellezza e ricchezza rari e testimonia l’amore dei napoletani verso il Santo, viene custodito nel Museo del Tesoro di San Gennaro, a pochi metri dall’Archivio Storico del Banco di Napoli. I documenti conservati nell’Archivio ci danno l’opportunità di conoscere molti aspetti del culto: dal prezzo pagato dalla Deputazione di San Gennaro per la preziosissima mitra, lavorata finemente da maestri orafi, ai costi delle feste a lui dedicate.

Continuiamo a sfogliare il pop up, seconda pagina: Napoli e il mare che la bagna.
La compravendita degli schiavi è stata per secoli un’attività quotidiana in tutta Europa. A Napoli, come in ogni grande città di mare, c’era un fiorente mercato degli schiavi e le bancali emesse dai banchi pubblici napoletani erano utilizzate anche per l’acquisto di schiavi:

[…] a Ricciardo Cosini, a compimento di Ducati 414, per il prezzo di 4 schiavi Negri venduti a estinta di candela, quali schiavi sono stati venduti alli sottoscritti prezzi: cioè, Antonio, schiavo olivastro, per Ducati 110; Giuvanne, schiavo olivastro, per Ducati 111; Domingo, schiavo negro con un occhio guercio, per Ducati 87; Amoret, schiavo negro, con due denti manco dalla parte sinistra di sotto, per Ducati 106.

da L’Archivio Storico del Banco di Napoli AA.VV.

Al mercato degli schiavi è legata la storia della pirateria che flagellava il Mar Mediterraneo. Navi napoletane, o con equipaggio in parte napoletano, spesso venivano attaccate dai pirati e l’equipaggio fatto prigioniero. Le trattative economiche per la liberazione degli equipaggi catturati si possono ricostruite attraverso i documenti conservati in Archivio.

Arriviamo all’ultima pagina: la peste del 1656
Le bancali custodite in archivio raccontano con dovizia di particolari l’orrore di quei giorni:

Banco del Salvatore, giornale copiapolizze, matricola 62 partita di 250 ducati, estinta il 26 giugno 1656. Alli deputati della salute ducati 250. E per loro al conte di Sant’Angelo dissero pagarli per tanti haver spesi e pagati cioè, 500 uomini di galera, li quali hanno servito in fare li fossi vicino a Pocireale per sotterrare li cadaveri e pagato più ministri li quali hanno assestito sopra detti 500 uomini acciò avessero fatto lo che dovevano, in aver pagato due capitani di giustizia, li quali hanno assistito in fare andare li carrettoni e li cadaveri, e poi farli scarricare, in aver pagato più beccamorti, li quali hanno pigliato li cadaveri e postoli sopra li carrettoni, in haver dato a magnare e orgio e paglia alli cavalli della cavallerizza della deputazione et in aver fatto altre spese tutte per servizio della pubblica salute di questa città

da Aspetti della società e dell’economia napoletana durante la peste del 1656 di Eduardo Nappi, nota 53

Alla pestilenza del 1656 è legata la leggenda che Mattia Preti abbia dipinto l’immagine della Madonna su tutte le porte della città gratuitamente come pena per aver violando la quarantena ed essere entrato in città uccidendo una guardia. L’opera di Mattia Preti è ancora visibile su Porta San Gennaro ma le bancali emesse a suo favore dal Banco del Salvatore su ordine degli Eletti della Città dimostrano che il Preti aveva ricevuto l’incarico da questi ultimi dietro pagamento di 1500 ducati.

Banco del Salvatore, giornale copiapolizze, matricola 64, partita di 200 ducati, estinta il 29 novembre 1656. Alli eletti di questa fidelissima città ducati 200. E per loro al cavalier Mattia Preti in virtù di conclusione del 16 giugno e 30 settembre prossimi passati, che in honore della Regina del Cielo si pintasse sopra le porte di questa città l’immagine della sua purificazione at Immaculata Concettione con altri Santi protettori, al presente volendone detti signori dar esecuzione alle dette conclusioni hanno pattuito et aggiustato con il detto Cavaliero Mattia, persona molto perita ed esperta nella professione della pittura di fare dette immagini sopra l’infratte Porte, cioè Porta del Carmine, Porta Nolana, Porta Capuana, Porta San Gennaro, Porta di Costantinopoli, Porta Reale e Porta di Chiaia della grandezza proporzionata a dette Porte a giudizio del magnifico Pietro de Marino, ingegnere di essa città, con darli per sua fatiche ducati 1500, et una libra di oltremarino, così rimasti d’accordo, e tutto il remanente a sue spese, che occorrerà in detta pittura, con haverne da dipingere l’immagini et historia che da detti signori eletti se li diranno, e prima di cominciare a pittare debbia fare li disegni in cartoni, acciò si vedano da essi signori e si facciano a loro soddisfazione. Et affinché possa incominciare detta opera hanno concluso, che delli ducati 1500, che se li da per tutte le suddette immagini et historie donarli in conto pro mune ducati 200, et secondo la pittura che andrà facendo, se l’anderà somministrando quel denaro che parerà a detti signori

da Aspetti della società e dell’economia napoletana durante la peste del 1656 di Eduardo Nappi nota 150

Chiudiamo il pop up e ci spostiamo nella sala dedicata a Raimondo di Sangro Principe di San Severo. Su un leggio c’è un libro, immergiamoci nella vita del Principe:

Banco della Pietà, giornale copiapolizze, matricola 2045, partita di 30 ducati, estinta il 13 febbraio 1754. Al principe di San Severo ducati 30 e per esso a Giuseppe Sanmartino, a compimento di ducati 500 ed intiero prezzo convenuto della sua statua scolpita in marmo di Nostro Signore Gesù Cristo morto, ricoperto da una sindone di velo trasparente dello stesso marmo, da detto Sanmartino lavorata di tutta soddisfazione, non restando perciò a conseguire altro da esso sino al 24 dicembre 1753 né per questa, né per altra causa

da I Principi di San Severo di Eduardo Nappi nota 103

Don Gennaro Tibet racconta la vita dell’uomo per cui ha lavorato fin da ragazzino, Raimondo di Sangro Principe di San Severo, le sue parole sono piene di affetto e ammirazione per il suo Principe ma anche di dolore per il clima di sospetto creato dalle malelingue e dagli invidiosi che infamarono il Principe, uomo di grande ingegno e studioso fuori dalla righe.

Don Gennaro Tibet è stato tutta la vita al servizio di Raimondo di Sangro Principe di San Severo, i documenti custoditi nell’Archivio Storico del Banco di Napoli ricostruendo la vita del Principe ricostruiscono anche la sua vita:

Banco della Pietà, giornale copiapolizze, matr. 2047, partita di 200 ducati, estinta il 9 maggio 1754. A don Gennaro Tibet D. 200.
E per lui al capomastro Pompeo Serio a compimento di ducati 538, atteso l’altri ducati 338 l’ha ricevuti in più volte, in diverse partite, parte contanti e parte in polizze e tutti detti ducati 538 sono a saldo e final pagamento di tutti li lavori di fabbrica, materiali ed altro fatti nel laboratorio e fonderia di cristalli e smalti, fabbricato in un sotterraneo a sinistra dell’entrata della loro casa, come appare dalla relazione a loro fatta dal regio ingegnere don Ignazio Cuomo.

da I Principi di San Severo di Eduardo Nappi nota 106

Orafi, guantai, pellettieri, panettieri: sui quattro tavoli della sala più ampia del percorso Kaleidos gli artigiani napoletani mostrano la loro abilità, i loro gesti quotidiani, l’amore, l’impegno, il tempo e la pazienza richiesti da un lavoro ben fatto.

Su questi stessi tavoli riprende, anche, la vita quotidiana dei banchi: le mani di un impiegato valutano un rosario portato in pegno e lo poggiano su una bilancia per pesarlo. Immagino la persona che ha impegnato quel piccolo oggetto, sembra triste, si sta separando da qualcosa che per lei ha un valore affettivo oltre che economico ma la rasserena l’idea che quando tornerà a riprenderlo potrà riaverlo restituendo solo la somma ricevuta in prestito senza aggiungere interessi.
Altre mani scrivono su un enorme volume, sono le mani di un altro impiegato dei banchi, forse un addetto ai giornali copiapolizze, un giornalista, che sta trascrivendo fedelmente una bancale estinta prima di inserirla in una filza per archiviarla.

Rimanendo nella sala ci imbattiamo in un pittore originario della Lombardia, è il 1606, l’uomo è scappato da Roma dove è stato condannato a morte per omicidio. Arrivato a Napoli è stato incaricato dagli amministratori del Pio Monte della Misericordia di dipingere un quadro rappresentante le sette opere di Misericordia corporali. Quel quadro di bellezza straordinaria è ancora lì, nello stesso luogo per il quale è stato dipinto, la Cappella del Pio Monte della Misericordia, sempre in via dei Tribunali a pochi metri da Palazzo Ricca e Palazzo Cuomo, sedi dell’Archivio Storico del Banco di Napoli:

Banco della Pietà 9 gennaio 1607. A Tiberio del Pezzo ducati 370. Et per lui a Michelangelo da Caravaggio dissero a compimento di ducati 400, dissero sono per prezzo di un quatro che ha depinto per il Monte della Misericordia in nome del quale esso Tiberio li paga. Et per noi il Banco del Popolo

da http://www.ilcartastorie.it/storie/caravaggio-le-sette-opere-e-la-pala-radolovich/

Il percorso Kaleidos si chiude con tre filmati sulla vita e la storia dei banchi pubblici napoletani. Io e il pancione consorte, seduti sulla panca in legno di fronte agli schermi, abbiamo guardato i filmati con attenzione; i filmati ci hanno chiarito parti del percorso appena fatto e ci hanno fatto nascere altre curiosità.

In questi pochi mesi di vita de ilCartastorie sono tornata in quelle sale altre tre volte: ho accompagnato mia zia e una sua amica venute da Roma; ho accompagnato mia cugina e il suo compagno venuti anche loro da Roma; sono tornata pochi giorni fa per vedere la Sala della Musica inaugurata da poco.

La Sala della Musica, nata grazie al progetto SENECA: Sensi e Vibrazioni, Musica e New Media tra Cultura E Territorio, l’ho amata meno del percorso Kaleidos ma la storia di Angelo Carasale, impresario teatrale grazie al quale abbiamo, anche, il Teatro San Carlo è interessante e triste. La storia della sua ascesa alla corte di Carlo III di Borbone, da semplice maniscalco a impresario di successo amato e rispettato dai sovrani, e della sua caduta, pare per un diverbio di gioco e le invidie e le malignità che la posizione da lui raggiunta avevano prodotto nella nobiltà e buona borghesia napoletana, lascia l’amaro in bocca. Carasale morì a Castel Sant’Elmo dove era stato condotto con l’accusa di concussione. Le prove contro di lui erano inesistenti: voci, pettegolezzi, malignità, i documenti conservati in Archivio mostrano la sua innocenza.

Ed ecco a voi gli otto banchi pubblici napoletani!

Il Monte della Pietà nasce nel 1539 su iniziativa di due gentiluomini per combattere il fenomeno dell’usura attraverso il Gratioso importo, o Pegno Gratioso, un prestito su pegno senza interessi per piccole somme, massimo 10 ducati, che costituisce per alcuni anni l’attività principale del Monte. Col passare degli anni le attività del Monte si ampliano e alle attività filantropiche si aggiungono molte attività a scopo di lucro. A fine ‘500 da monte (attività a scopo filantropico) diventa banco (attività a scopo di lucro). Il Banco della Pietà investiva i proventi annuali delle sue attività a scopo di lucro per finanziare le attività filantropiche che realizzava, rimaste fondamentali nella vita del Banco. Quasi tutti i banchi pubblici napoletani iniziarono la loro attività come monti per divenire nel tempo banchi.

Il Banco dei Poveri nasce nel 1563 per sostenere le persone indigenti messe in prigione per non aver pagato piccoli debiti. Un avvocato, sconvolto dalle condizioni dei detenuti nel Carcere della Vicaria, insieme ad alcuni colleghi fondò il Monte dei Poveri, utilizzando come sede dei locali del Tribunale della Vicaria. Il Tribunale della Vicaria e il Carcere della Vicaria erano entrambi a Castel Capuano. Il Monte dei Poveri nel 1616 acquistò Palazzo Ricca, alla fine di via dei Tribunali di fronte Castel Capuano e vi trasferì le sue attività. Il Monte divenne Banco nel 1632; nel 1787 acquistò anche Palazzo Cuomo, attiguo a Palazzo Ricca. Questi due palazzi sono l’attuale sede dell’Archivio Storico del Banco di Napoli.

Gli altri sei banchi sono: il Banco dell’Annunziata (o Banco Ave Gratia Pena) nato nel 1587 su iniziativa della Casa Santa dell’Annunziata, dove aveva sede. Fallì nel 1702; il Banco di Santa Maria del Popolo nato nel 1589 su iniziativa dell’Ospedale degli Incurabili, dove ebbe sede per alcuni anni prima di trasferirsi in un palazzo all’angolo tra via dei Tribunali e San Gregorio Armeno; il Banco dello Spirito Santo nato nel 1590 su iniziativa della Confraternita dello Spirito Santo, occupava un palazzo all’angolo tra via Toledo e la Pignasecca che da qualche anno ospita una delle sedi della facoltà di Architettura; il Banco di Sant’Eligio nato nel 1592 su iniziativa dell’omonima opera pia e aveva sede al Mercato; il Banco di San Giacomo e Vittoria nato nel 1597 su iniziativa della Santa Casa e Chiesa di San Giacomo e Vittoria, che offriva assistenza principalmente alla comunità spagnola indigente residente a Napoli, si trovava nelle vicinanze della Chiesa di San Giacomo degli Spagnoli e di Palazzo San Giacomo.

L’unico banco nato senza scopi filantropici è il Banco del Salvatore fondato nel 1640 dagli arrendatori della farina, concessionari dell’appalto per la riscossione delle tasse sulla farina. Ebbe sede a Piazza San Domenico Maggiore.

Le bancali, queste sconosciute: fedi di credito, polizze e polizzini

I banchi pubblici hanno un ruolo fondamentale nella vita napoletana per vari secoli e attraverso le causali delle bancali (fedi di credito, polizze e polizzini) possiamo conoscere dettagli della vita dei cittadini e delle istituzioni.

Dalla fine del ‘500 depositare il proprio denaro in un banco pubblico divenne usanza comune tra i napoletani. L’uso di depositare il proprio denaro in banca era stato introdotto a Napoli dai banchieri genovesi ma nel ‘500 molte delle banche private, che i banchieri genovesi avevano aperto in città, fallirono e i napoletani rivolsero la loro fiducia ai banchi pubblici.

I depositi di denaro presso i banchi non davano interessi avendo funzione di custodia. Per attestare i depositi i banchi pubblici napoletani introdussero un titolo trasferibile mediante girata, la fede di credito (paragonabile ai nostri assegni circolari). Il rilascio da parte delle banche di titoli trasferibili mediante girata attestanti i depositi di denaro non era una novità, la novità introdotta dalla fede di credito fu la possibilità di inserire, in maniera molto dettagliata, la causale del pagamento e le eventuali condizioni alle quali questo poteva essere subordinato.

La fede di credito all’inizio fu utilizzata solo per i pagamenti condizionati o vincolati, quando vi fu possibile annotare successivi pagamenti e prelevamenti divenne uno strumento molto diffuso trasformandosi in un vero e proprio conto corrente, la madrefede, sul quale si emettevano ordini di pagamento: polizze o polizzini secondo l’importo.

La possibilità di poter inserire la causale e le condizioni di pagamento in maniera dettagliata resero, grazie a una prammatica (legge) emanata nel 1580 dal Viceré Zuniga, le fedi di credito, e le polizze e i polizzini emessi sulle madrefedi, veri e propri contratti con il valore probante del rogito notarile nelle controversie giudiziarie. Fedi di credito, polizze e polizzini divennero uno strumento di pagamento di uso comune, utilizzato tra privati e accettato da uffici e magistrature statali per il pagamento di imposte o di qualsiasi altra somma ad essi dovuta.

I banchi prima di pagare una bancale (fedi di crediti, polizze e polizzini)  si assicuravano che le condizioni a cui era subordinato il pagamento si fossero verificate, lo facevano con estrema serietà e in tempi brevi. Inoltre era possibile riscuotere una bancale anche in un banco differente da quello di emissione.
I banchi erano consapevoli dell’importanza che avevano le bancali nell’economia del Mezzogiorno e utilizzavano un sistema di scritture ben articolato che rendeva facile trovare qualsiasi documento.

La consapevolezza del ruolo svolto dalle fedi di credito, l’esigenza di custodire scrupolosamente le bancali estinte e di consentire in ogni momento la facile ricerca del titolo originale, fecero sì che per il servizio apodissario (di deposito) venisse adottato uno speciale sistema di scritture.

La chiave di volta era rappresentata dalle pandette (se ne conservano oltre seimila), indice nominativo della clientela del Banco secondo l’ordine alfabetico del nome di battesimo seguito dal cognome e da un numero corrispondente alla pagina del libro maggiore (ve ne sono oltre diecimila) ove veniva registrato il conto intestato al cliente.

La contabilità era naturalmente distinta in «avere», con l’annotazione delle fedi di credito emesse e – in caso di madrefedi – dei successivi versamenti, e in «dare», con l’indicazione delle fedi estinte o – per le madrefedi – delle polizze notate con le relative date di estinzione.

La data di estinzione, rilevabile dal libro maggiore, consentiva di risalire al titolo originario estinto. La conservazione infatti avveniva ordinando le bancali per data di estinzione e infilzandole in uno spago di canapa munito di punteruolo di ferro. Le filze così formate venivano sospese a pioli di legno conficcati nelle travi di sotto la soffitta delle stanze di Revisione e dell’Archivio.

Per rendere più agevole e rapida la ricerca si usava trascrivere nei giornali (esistono trentamila circa di questi volumi) le fedi e le polizze estinte. A questo incarico attendevano i giornalisti, ad ognuno dei quali mese per mese veniva affidato un volume recante sul dorso il loro cognome.

A parte, sui repertori si indicavano, anno per anno e mese per mese, le giornate di estinzione assegnate a ciascun copista, per cui, possedendo la data di estinzione del titolo si era in grado attraverso i repertori di ritrovare nei giornali la copia dello stesso

da L’Archivio Storico del Banco di Napoli AA.VV.

Proviamo a capire

Come ho detto, ho visitato ilCartastorie varie volte, la prima visita è stata un’esperienza emotiva fortissima ma molte cose non mi erano chiare: ho pensato che i salsicciotti di fogli ingialliti che pendevano dal soffitto fossero parte dell’allestimento; mi sono chiesta cosa significassero quei cognomi scritti sui dorsi di molti volumi sugli scaffali; ascoltando le voci provenienti dai libri mi sono detta: “Ma che è ‘sto Banco del Salvatore, e quello dell’Annunziata, e quello di Sant’Eligio?”

Dal sito della Fondazione Banco di Napoli sono scaricabili gratuitamente in PDF numerosi libri sulla storia dei banchi pubblici napoletani e sulla storia di Napoli ricostruita attraverso i documenti custoditi nell’Archivio. I libri di Eduardo Nappi, archivista storico del Banco di Napoli, sulla storia della Repubblica Napoletana del 1799, i Principi di San Severo e l’epidemia di peste che colpì Napoli nel 1656 sono stati una lettura affascinante. La lettura de L’Archivio Storico del Banco di Napoli mi ha chiarito aspetti del percorso Kaleidos rimasti oscuri durante la prima visita.

Se siete persone di buon senso vi state chiedendo: “Ma perché ‘sta donna ha dedicato tanto tempo a un archivio bancario?”. La risposta è semplice: ho bisogno di conoscere Napoli, città dove sono nata, città dove sono cresciuta, città che ho lasciato per diciotto anni; città dove sono tornata a vivere tre anni fa. La conosco poco e conosco poco la sua storia, i suoi monumenti e la sua cultura. Da quando sono tornata a viverci ho bisogno di capire: capire perché la amo così tanto e perché, a volte, la sento respingente e lontana, un luogo che non mi appartiene. E l’unico modo per capire le cose, le persone, i luoghi è conoscere la loro storia.

ilCartastorie è stato l’incontro giusto al momento giusto, i libri che ho scaricato dal sito della Fondazione Banco di Napoli hanno arricchito le mie conoscente, allargato la mia curiosità e aggiunto tessere al puzzle che costituisce per me Napoli.

Questo post finisce qui ma prima di chiudere voglio rispondere alla domanda che mi sono fatta la prima volta che ho visitato ilCartastorie, e che forse qualcuno si è fatto leggendo questo post: “Qual è il legame tra i banchi pubblici napoletani e il Banco di Napoli?”. La risposta è semplice: i banchi pubblici napoletani, che all’inizio del ‘800 avevano già subito molti cambiamenti e fusioni, nel 1861, dopo l’unità d’Italia, divennero un unico banco: il Banco di Napoli. Nel 1819, su decreto di Ferdinando I di Borbone, era nato L’archivio generale di tutti i Banchi, tanto soppressi, che di quelli esistenti: come anche di qualche altro Banco che in appresso venga a ripristinarsi, divenuto l’Archivio Storico del Banco di Napoli, l’archivio bancario più grande del mondo.

Questo post ha avuto una gestazione lunga, ricostruire l’emozione che mi hanno regalato ilCartastorie e la storia dei banchi pubblici napoletani è stata una sfida difficile, credo di averla superata; se siete arrivati fin qui forse è così.

Succede solo a Napoli!

Da quando sono tornata a Napoli due anni e mezzo fa mi è capitato spesso di trovarmi in situazioni in cui d’istinto, infastidita e incavolata, ho pensato: “ So’ cose da pazzi, succede solo a Napoli”.

  • Mi succede quando vedo il pettegolezzo diventare maldicenza e condotta apertamente scortese e derisoria, e anche un po’ ossessiva.
  • Mi succede quando i proprietari dei cani non raccolgono la merda del proprio cane.
  • Mi succede di fronte all’arroganza e alla strafottenza.
  • Mi succede di fronte al lamento continuo.
  • Mi succede mentre guido e sembra di trovarsi in mezzo a una lotta tra animali feroci rincoglioniti.
  • Mi succede quando tutto sembra immobile e la rassegnazione sembra farla da padrona.
  • Mi succede quando esco con la macchina dal viale di casa, sono ancora giù, vedo arrivare una macchina e non so da che lato deve girare — a destra, a sinistra? ma! chissà!? — e il guidatore di suddetta macchina invece di mettere una freccia per indicarmi da che cavolo di lato deve girare in modo che io possa andare dal lato opposto inizia a bussare spazientito e se vado da un lato si innervosisce perché deve girare da quel lato e io, povera sciocca, non sono stata capace di capirlo tramite telepatia, visto che di freccia neanche l’ombra.
  • Mi succede quando vedo gruppi di persone chiusi su se stessi, fermi, immobili, sicuri che il loro modo di vedere il mondo, pensare, agire sia l’unico possibile e giusto, rendere la vita difficile a chi vedono diverso da loro.
  • Mi succede quando incrocio persone pronte a incolpare sempre qualcun altro per qualsiasi cosa senza mai prendersi un po’ di responsabilità, perché è sempre colpa di qualcun altro.

Insomma mi succede spesso.

Poi mi calmo, rifletto, ricordo con obiettività Milano, Piacenza, Dublino, luoghi dove ho vissuto per periodi più o meno lunghi. Ricordo i viaggi fatti, ricordo episodi sporadici e normalità quotidiana e mi dico: “No, non succede solo a Napoli”

Francesca Matilde Ferone incrocia sul lungomare di Napoli un altro napoletano che si lamenta della sporcizia della città e dell'inciviltà dei suoi abitanti mentre butta una carta per terra e non raccoglie la cacca del proprio cane.

Signora questa è una città invivibile, è piena di incivili, a Milano sì che si sta bene. Non capisco perché abbia deciso di tornare a vivere a Napoli.

Ho un modo di vedere e sentire il mondo diverso da molti e appaio strana a coloro che sanno riassumere in uno schema e poche parole cosa è normale e cosa non lo è.

Un paio di giorni fa mi sono messa il mio cappotto viola chiaro e ho portato canPiera giù ai giardinetti della stazione della metropolitana sotto casa mia. Avevo alcuni dubbi uscendo: uno riguardava il cappotto, mentre uscivo mi sono detta: “Se riusciamo ad arrivare ai giardinetti, grazie alla presenza dei ragazzini a scuola e non lì a giocare a pallone, l’amato cane potrebbe sporcare il cappotto saltandomi addosso”; canPiera spesso e volentieri mi salta addosso mentre gioca sciolta e io glielo lascio fare. È vero su certe cose sono una pessima proprietaria di cane, come tutti i proprietari di cani, anche quelli che si autoeleggono membri dell’Olimpo dei cinofili esperti.

L’altro dubbio era: “CanPiera ha già un odore forte per i maschi?”, canPiera sta per entrare in calore, è questione di giorni. Quando canPiera è in calore evito, per quanto posso, luoghi dove ci sono altri cani, soprattutto dove ci sono cani sciolti. È una questione di sicurezza per Piera e rispetto per gli altri cani.

A Napoli non esistono aree cani comunali ma ci sono posti che lo sono diventate per consuetudine, i giardinetti vicino alla stazione della metropolitana di Salvator Rosa sono uno di quei posti.  Nessun cane dovrebbe stare lì sciolto a fare i suoi bisogni, giocare o correre, è vietato, c’è un bel cancello all’ingresso che lo dice chiaramente, tutti lo ignorano, me compresa.

Raccolgo la merda di canPiera quasi sempre, non perché abbia vissuto a Milano per tanti anni ma per abitudine, perché lo ritengo giusto. Lo faccio per strada, lo faccio quando la porto a correre nei parchi, lo faccio quando la porto nei giardini della stazione della metropolitana sotto casa.

La merda la raccolgo senza paletta ma con le bustine e le mie manine. La paletta, questa sì, è un abitudine, quasi uno status symbol, napoletano. Ci sono bustine apposite per raccogliere la merda dei cani, si comprano nei supermercati o nei negozi per animali, costano una cifra spropositata e spesso si rompono con eccessiva facilità. Non sono l’unica a non usare la paletta o le apposite, fighissime, bustine per merda di cane, ci sono persone strane come me — ok non come me, io sono stranissima — che pensano che una bustina è una bustina, basta che sia di plastica, che non si rompa appena la guardi e che sia abbastanza larga per poter raccogliere senza toccare la suddetta merda. Io uso bustine per i surgelati, scandalizzando molti: ”Oddio la bustina è trasparente, la cacca si vede, che schifo”, anche in questo non sono l’unica, e la raccolta viene benissimo.

RICONOSCERE I SACCHETTI MIGLIORI
A questo punto, è importante sapere che non esiste una strumentazione universalmente adatta a tutti i raccoglitori, ma che ogni raccoglitore ha il suo sacchetto ideale.

Colore: c’è chi lo intona al portasacchetti, chi al collare del cane, chi ai propri vestiti. Chi lo preferisce semitrasparente o completamente coprente. Va a gusto personale.
Solitamente, i proprietari maschi di cani evitano quelli rosa, o a cuoricini.

L’arte di…raccogliere dal blog  Ti presento il cane

Portare i cani in un posto dove c’è un prato per molti proprietari di cani corrisponde al non dover raccogliere la merda del proprio cane. In genere questi proprietari si lamentano che le aree cani comunali, o i luoghi diventati aree cani per consuetudine e necessità, sono sporchi. Come ho detto raccolgo la merda del mio cane per abitudine e perché non è sempre colpa degli altri se un posto è sporco, la scusa: “Ma nessuno lo fa, perché dovrei essere l’unica/o scema/o a farlo” non regge. Non regge a Napoli, in un posto che è diventato area cani per necessità e non regge a Milano, Roma e in tutti i luoghi dove le aree cani comunali esistono e dove spesso, spessissimo, la gente non raccoglie la merda dell’amato quadrupede. Il ragionamento di base è: “C’è l’erba che raccolgo a fare? E poi è un posto destinato ai cani, qui possono fare come gli pare”. Non è vero nelle area cani regolamentate né cani né padroni possono fare come gli pare, e nei luoghi dove si riuniscono cani non randagi con padroni non allo stato brado dovrebbe vigere la civiltà dei proprietari.

Insomma, diciamo che in certe situazioni può anche succedere di essere sprovvisti nel necessaire pour merde.
Se però sei dentro all’area cani, significa che sei proprio uscito PER far pisciocagare il cane. E perché sei senza sacchetti?
Perché sei pirla?
Nahhh… non ci credo. UNA dimenticanza, per carità, è possibile & umana: ma millemila dimenticanze, no.
No, perché andare in area cani senza sacchetti è come uscire in macchina senza patente, come prendere il treno senza biglietto: non sono pirlate, sono furbacchionate da quattro soldi.

Ma le vogliamo raccogliere ‘ste cacche? dal blog Ti presento il cane

Alcuni proprietari di cani hanno un atteggiamento schizofrenico: redarguiscono gli altri proprietari di cani se non raccolgono la merda del loro amico a quattro zampe, si lamentano che in giro è tutto sporco di merda di cane, li irrita dover fare gimcane tra merde sui marciapiedi, sotto il portone di casa, davanti l’ufficio, sotto la scuola dei figli o nipoti, ma appena possono, appena credono di non essere visti, non raccolgono la merda del loro amato cagnolino. Sono convinta che questo genere di persona agisca così in ogni ambito della propria vita: criticando, redarguendo e facendo come gli pare.

 

Come ho detto all’inizio un paio di giorni fa ho indossato il mio cappottino viola, ho preso canPiera e sono andata ai giardinetti della stazione della metropolitana sotto casa. Ho incrociato un ragazzo con un cane, non ci eravamo mai visti, e dopo un po’ è arrivata una signora della zona con il suo cagnolino. Mentre parlavamo canPiera ha fatto cacca sul prato e io stavo per contraddire tutto quanto ho scritto finora.

CanPiera aveva depositato la sua merda nella parte più interna dell’aiuola e il prato era un tappeto di merda canina, ho visto che aveva fatto cacca, ho fatto finta di niente e ho continuato a chiacchierare. Il ragazzo senza dirmi esplicitamente: “Il suo cane ha fatto la cacca, non la raccoglie?” ha iniziato a dire che quel posto era sporco, lui raccoglieva sempre ma gli altri no. Non so se lui agisca in maniera coerente con quello che dice, e sinceramente non mi importa, il punto è che mentre lo ascoltavo e gli davo ragione mi sono sentita a disagio con me stessa. Dopo un po’ sono salita sul prato e ne sono ridiscesa con in mano una magnifica bustina contenente merda canina. Ho dato l’impressione al proprietario dell’altro cane di averla raccolta perché lui si era lamentato, e la proprietaria del cagnolino deve aver pensato lo stesso. Poco importa.

Perché non ho raccolto subito?

  • Perché Piera aveva fatto la cacca in fondo a tutto e per raccoglierla avrei dovuto superare un tappeto di merda di cane.
  • Perché per terra, a parte il tappeto di merda, era quasi bagnato, cioè fango.
  • Perché ci sono giornate in cui non mi va di essere guardata come quella strana che raccoglie la merda del cane anche dall’aiuola. Voglio essere uguale uguale a tutti quei proprietari di cani che mi guardano, ridacchiano, raccontano ad amici, parenti, conoscenti della signora strana che raccoglie la cacca del cane dal giardinetto — d’inverno spesso con cappottino viola – e si lamentano, si lamentano tanto, perché quel luogo è tutto sporco, pieno di merda di cani, i loro di solito.

Sono andata via dai giardinetti dopo aver raccolto la cacca di Piera con il cappotto decorato di fango. Piera, come previsto, aveva deciso di saltarmi addosso, il fango si è seccato subito e quando sono arrivata a casa già non c’era più.

Certe cose succedono solo a Napoli, i proprietari di cani fuori Napoli, nel nord Italia soprattutto, sono tutti persone civilissime e zelanti raccoglitori di merde come mi raccontano con vigore molti proprietari di cani napoletani? Assolutamente no.

Le aree cani comunali del nord Italia sono posti lindi e puliti dove proprietari e cani si comportano meravigliosamente come mi viene raccontato da molti napoletani?  No, assolutamente no.

A Milano le aree cani sono tante e tutte hanno all’interno distributori di sacchetti di plastica da prendere gratis e cestini della spazzatura: le aree cani milanesi di solito sono piene di merde di cane non raccolte da solerti e civilissimi proprietari. Il regolamento comunale sulle aree cani dice che la merda deve essere raccolta, la gente per lo più se ne frega. Se qualcuno protesta di solito si sente rispondere che le aree cani sono fatte apposta per far defecare i cani. Errore le aree cani sono fatte per lasciar giocare i cani liberi ma seguendo determinate regole, regole di buon senso che nei casi di aree cani comunali diventano regole imposte dal comune. Nelle aree cani milanesi, e nei parchi, ogni tanto arrivano i vigili a fare le multe, in quei periodi è un trionfo di civiltà. Civiltà indotta direi: a Milano, e in molte aree d’Italia, le multe si pagano, quasi sempre; e qui sta la reale differenza tra Napoli e molte altre città.

A Napoli molti pensano che le cose al nord vadano meglio per una presunta civiltà innata degli abitanti di quei luoghi che si acquisisce per contagio appena si sbarca in quelle terre meravigliose. Come ho detto da due anni e mezzo a questa parte ascolto spesso napoletani che si lamentano dell’invivibilità della città e dell’inciviltà dei napoletani, sempre gli altri. Spesso mi raccontano di come amici, parenti e loro stessi abbiano trovato fuori Napoli oasi di civiltà. Molti mi chiedono incuriositi, e pieni di disapprovazione, perché io e Sandro abbiamo deciso di tornare a Napoli e quando provo a spiegarglielo mi trovo di fronte dei muri, anzi no, i muri sarebbero più ricettivi.

Che Napoli sia una città difficile per tanti aspetti è vero, credo lo sia soprattutto per la convinzione di molti napoletani che qui le cose sono sempre andate così e mai cambieranno. Credo che questa convinzione sia per molti una specie di lasciapassare per agire pensando sempre ai cavoli propri, lamentandosi, criticando gli altri e aspettando che arrivi qualcuno da chissà dove a sistemare tutto, a fare tutto, compreso raccogliere la merda del proprio cane.

Negli anni ho imparato che, di qualsiasi argomento si tratti, mettermi a discutere con persone che non vogliono ascoltare e sono certe di avere ragione è inutile, allora, consapevole di apparire strana e ridicola, faccio quello che mi appare giusto anche se contrasta con il modo di pensare e agire dominante.

Di molti napoletani non sopporto il continuo lamento, vorrei vedere queste persone prendersi le proprie responsabilità e agire in maniera differente, anche impopolare, sapendo di apparire a molti strani e fessi ma fregandosene perché stanno agendo secondo la propria coscienza e il loro modo di vedere il mondo. Parlo di Napoli perché sono nata qui e ho deciso di tornare a vivere qui, ma quello che vale per Napoli vale per l’Italia in generale, e non solo. L’ho detto spesso Chiagnere e Fottere è un detto napoletano esportabile in tutto il mondo.

Da quando sono tornata a vivere a Napoli, spesso istintivamente, per un pregiudizio che in qualche modo c’è anche in me, e perché è rassicurante pensare che basta andare via da questa città per trovare un posto dove vivere è più facile, ho pensato: “Succede solo a Napoli”. A volte in questa città sembra di lottare contro i mulini a vento. A volte sembra che tutto sia immobile. A volte mi sento soffocare e mi chiedo: “Chi ce l’ha fatto fare a voler tornare, qua davvero non c’è speranza”, poi rifletto, ricordo e mi rendo conto che sto scivolando nel modo di pensare più ottuso e più facile.

Ho usato la merda canina e i rapporti tra proprietari di cani come scusa per parlare dei vari miti che molti napoletani hanno sulle altre città. Io e Sandro siamo tornati a Napoli perché vivendo fuori ci siamo resi conto di quanto questa città realmente offra e di quante potenzialità abbia. Negli anni ci siamo resi conto di quanto poco la conoscevamo ed è difficile amare e apprezzare qualcuno o qualcosa se la si conosce superficialmente. Elena Ferrante in Storia della bambina perduta — quarto volume della quadrilogia de L’amica geniale — fa dire a Lenù:

Che grave negligenza era stata nascere e vivere a Napoli senza sforzarmi di conoscerla

La negligenza di Lenù è stata mia, è stata di Sandro ed è una negligenza comune a molti napoletani. Io è Sandro stiamo cercando di porre rimedio alla nostra negligenza.

A volte andare via da Napoli sembra l’unica via d’uscita, quelli che vanno via spesso cercano un posto dove non vige la legge del più forte, dove il lavoro si trova per merito e non per nascita né per amicizia, dove la gente non scambia la gentilezza e la buona educazione per stupidità, dove la furbizia non abbia più valore dell’intelligenza. Dopo 20 anni fuori Napoli ho raggiunto la certezza che un posto così non esiste, la differenza tra Napoli e tanti altri posti considerati più civili è che a Napoli certi modi di pensare e agire sono più evidenti e più apertamente condivisi. Qui quello che in altri posti si pensa e si fa di nascono si pensa e si fa alla luce del sole.

Vedere e parlare del peggio di questa città è facile, è sport cittadino e nazionale, ma a Napoli c’è tantissima gente che ogni giorno si impegna, lavora con passione, realizza cose bellissime. Gente che ha deciso di rimanere anche se non era né facile né comodo e gente che ha deciso di tornare. Nei momenti di stanchezza e avvilimento cadere nella trappola del: “Succede solo a Napoli” è facile, ma no, non succede solo a Napoli.

Sposatevi, sposatevi, fate i figli!

“Sposatevi, sposatevi, fate i figli” diceva mia madre quando era furibonda con me e mio fratello :-).

“Il buio oltre la siepe”, la quadrilogia de “L’amica geniale”, “Il Dio delle piccole cose”, “Anna Karenina”. Sette libri ambientati in posti ed epoche diverse, scritti in epoche e posti diversi. Cosa hanno in comune? Raccontano cosa succede a chi non accetta a testa china norme sociali radicate alla base di società chiuse e ottuse. I fatti raccontati sono all’apparenza diversissimi, le società raccontate all’apparenza non hanno nulla in comune, ma se li si legge con curiosità e sguardo attento le similitudini balzano agli occhi.

È domenica 17 gennaio, a Napoli c’è il sole. Molti si stanno preparando ad andare in chiesa. Ogni persona lo farà con una motivazione e uno spirito differente. Alcuni in questa civile nazione occidentale pregheranno contro altri esseri umani ritenuti pericolosi. Non perché uccidono, rubano, violentano. Non perché portatori di una cultura basata sull’aggressività, il raggiro, il disprezzo dei diversi. Non perché alla costante ricerca di persone diverse, isolate, più deboli da deridere, denigrare, mettere all’indice.

Finché stiamo bene insieme

Finché stiamo bene insieme

 

Il delitto contro cui oggi nelle chiese italiane molti difensori “della norma di Dio” pregheranno è il diritto a essere omosessuali. Il diritto a esserlo apertamente, non di nascosto pieni di sensi di colpa e vergogna. Il diritto a costruirsi una famiglia. Il diritto ad avere dei figli, ad adottare i figli del proprio/a compagno, il diritto ad adottarne.

Ho poche convinzioni, quella più incrollabile è che i figli sono la cosa più seria che si fa. Non sono madre per scelta, l’ho scelto quasi 30 anni fa e non me ne sono mai pentita. Non ritengo che la maternità faccia parte del mio percorso di vita. Non mi sento meno donna per questo, non ritengo di dovermi giustificare per questo. Se avessi voluto diventare madre avrei potuto farlo tranquillamente, fisicamente mi è possibile, ho un compagno fisso da 22 anni, siamo sposati da 4 anni e mezzo, la legge italiana ce lo consente.

Vengo da una storia personale difficile, ritengo che un mio potenziale figlio avesse un diritto sacrosanto: una madre serena ed equilibrata. Mi è stato contestato da molti che se fosse questo il criterio con cui si mettono figli al mondo il mondo si spopolerebbe. È vero.

Non credo di essere meglio o peggio di nessuno, ho deciso di fare un percorso di vita differente dalla norma, ho dato la priorità alla ricostruzione di pezzi di me, alla ricerca di una serenità andata in frantumi tantissimi anni fa. L’ho fatto, e lo faccio, a modo mio.

L’orientamento sessuale, o meglio l’orientamento amoroso di un potenziale genitore non credo abbiano nulla a che fare con il proprio equilibrio mentale e con la propria ricerca di serenità. Parlo di orientamento amoroso perché — come ho letto tempo fa, mi scuso non posso citare la fonte perché non la ricordo, se qualcuno la riconosce me la faccia presente per favore — parlare unicamente di orientamento sessuale svilisce rapporti e relazioni. Le persone hanno attrazioni sessuali per altre persone, anche momentanee, senza voler costruire una vita assieme, le hanno sia se eterosessuali sia se omosessuali. Qualche volta le persone incontrano persone da cui sono attratte non solo sessualmente, all’attrazione sessuale si aggiunge altro, non sempre l’altro è razionalmente spiegabile, anzi quasi mai, ma è un sentimento forte basato su affetto, stima, comprensione e tanto altro. Da questi incontri può nascere la voglia di percorrere tutta la propria vita, o un pezzo importante, insieme all’altra persona. Vale per le coppie omosessuali vale per le coppie eterosessuali. Si va ben oltre il puro sesso, si parla di amore.

Le coppie omosessuali in Italia nel 2016 non hanno vita facile, devono affrontare chiusura mentale, pregiudizi, stupidità. I figli di queste coppie nell’Italia attuale hanno una vita difficile, in alcuni luoghi impossibile. Hanno bisogno di un supporto familiare forte, hanno bisogno di genitori equilibrati, solidi, sereni. Tutti i bambini ne hanno bisogno, ma questi data l’ostilità del mondo esterno ne hanno di più. La stupidità, l’ignoranza, la paura, la chiusura mentale, l’arroganza, la potenziale violenza, la derisione, la discriminazione, l’ottusità, la difesa del normale e naturale, figli di una cultura chiusa, sono i mostri contro cui le coppie omosessuali e i loro figli devono combattere in Italia nel 2016. Se i componenti di queste coppie rubassero, uccidessero, imbrogliassero, corrompessero, fossero aggressivi, supponenti e stupidi sarebbero a pieno titolo cittadini italiani di serie A. Ma non fanno nulla di questo, o meglio alcuni di loro di certo lo fanno, ma non in quanto omosessuali ma in quanto esseri umani.

Non so se le famiglie omosessuali in Italia a breve avranno gli stessi diritti giuridici di quelle eterosessuali — Il cambiamento sociale avrà tempi molto più lunghi, come tutti i cambiamenti che richiedono modifiche di pensiero – personalmente me lo auguro. Non mi sento né minacciata né impaurita da queste orde di diversi che vogliono il diritto ad una vita di coppia e familiare tutelata giuridicamente. Una legge non garantirà la serenità di queste coppie ma il poter accedere a determinati diritti crea un terreno più adatto a mettere radici, perché, bando all’ipocrisia, il poter accedere a dei diritti regala calma mentale, il futuro e l’imprevisto sembrano meno minacciosi. Se alcune di queste coppie dovessero separarsi, tradirsi, iniziare lotte stupide e distruttive per i figli, non evidenzierebbero nessuna falla nella legge o indegnità di essere coppie e famiglie perché formate da componenti omosessuali. Evidenzierebbero la loro totale aderenza alla normalità.

Ho iniziato questo post con le parole di mia madre, quando era furibonda con me e mio fratello ci diceva: “Sposatevi, sposatevi, fate i figli”. Era il suo modo per dirci che essere genitore, e componente di un nucleo familiare, è difficilissimo, e che avremmo potuto capirlo solo quando ci saremmo trovati al suo posto. Aveva ragione da vendere. È difficilissimo qualsiasi orientamento amoroso si abbia. L’orientamento amoroso non ha nulla a che fare con la capacità, o meno, di costruirsi una vita familiare serena,

Buona domenica

Francamente me ne infischio!

“Uè guarda quei due! come so’ curiosi”, risatina, piccola gomitata per attirare l’attenzione di amici, parenti, colleghi, compagni di branco, chiunque possa condividere con noi un momento così divertente. Un chiattone all’orizzonte, che culo! roba da ammazzarsi dalle risate. Se poi gira a maniche corte a dicembre per Napoli, all’occasione anche per Roma o Milano, è ancora più divertente. Il chiattone spesso e volentieri si accompagna a una tipa con almeno dieci chili di sovrappeso, capelli grigi cortissimi, abbigliamento non stravagante ma estraneo a schemi precisi. Anche lei mica tanto normale.

Io e il pancione consorte formiamo una coppia strana e spesso siamo additati per strada dai normali. È giusto così, rompere schemi mentali chiusi ha un prezzo.

Nel mio vicinato, come in ogni vicinato che si rispetti, operano varie cellule dell’Armata Brancaleone del Pettegolezzo, una di queste è molto interessata a me e Sandro. Le Armate Brancaleone del Pettegolezzo hanno composizione eterogenea e schemi di comportamento precisi. Sono un’istituzione antichissima, non ci sono confini geografici, temporali o culturali capaci di fermarle. Le Armate Brancaleone del Pettegolezzo sono flessibili, i membri tendono a partecipare a più cellule dell’Armata contemporaneamente, una per ogni ambiente in cui si muovono: scuola, lavoro, luoghi di vacanza, famiglia, ecc…

Le Armate Brancaleone del Pettegolezzo sono democratiche, aggregative, socializzanti. Persone che normalmente non si frequenterebbero, non si rivolgerebbero la parola, si guarderebbero con sospetto mantenendo le distanze formano cellule unite dalla forza misteriosa e potentissima del pettegolezzo e della malignità. Le Armate Brancaleone del Pettegolezzo sono luoghi creativi, veri e propri laboratori di narrativa fantastica, sfornano racconti precisi, puntuali e dettagliatissimi di vite di persone che non conoscono.

Sandro Quintavalle, Can Piera, Francesca Matilde Ferone sono di spalle. Di fronte a loro il golfo di Napoli. Illustrazione di Sandro Quintavalle

Finalmente

Sono una donna fortunata, mi è capitato di essere oggetto di attenzioni e gentilezze da parte di membri di alcune cellule dell’Armata in varie occasioni e posso affermare, avendone conosciuti molti, che essere membro di una cellula dell’Armata richiede impegno, dedizione e una dura fase di addestramento, unita a un talento naturale. Ci sono schemi, procedure e regole da imparare per poterli replicare all’occorrenza: fondamentali sono la raccolta delle informazioni e la loro elaborazione narrativa. La raccolta informazioni, come ho detto, segue schemi ben precisi, qui parlo di come la cellula operante nel mio vicinato agisce da quando io e Sandro siamo tornati a Napoli ma, con le varianti del caso, il racconto ha valore generale.

Capisco che è iniziata la raccolta informazioni, le informazioni vanno aggiornate se possibile, quando, improvvisamente, persone che normalmente non mi salutano, mi guardano dall’alto in basso, rispondono con fastidio al mio saluto, quando rispondono, iniziano a salutare con sorridente cortesia. Queste persone in tempi normali sono infastidite da un mio saluto pubblico, se oso salutarle quando sono in compagnia di loro pari, ovviamente, non rispondono. Salutandole quando sono in compagnia di loro pari infrango la famosa regola: “Mi abbasso a salutarti se non mi vede nessuno, ma se sono con i miei pari non osare nemmeno guardarmi”. Se si ha la fortuna di diventare oggetto delle attenzioni dei membri dell’Armata si dovrebbe avere almeno la buona educazione di conoscere le regole di bon ton alla base dei rapporti tra i membri dell’Armata e i fortunati oggetti delle loro narrazioni, e rispettarle.

La regola precedente va di pari passo con seguente: “Io ho tutto il diritto di deriderti quando sono con i miei amici, additarti, parlare male di te usando un tono di voce abbastanza alto in modo che tu possa sentire e capire che parlo di te. Nel farlo ho l’accortezza di non essere mai troppo esplicito/a, nel caso ti venisse in mente di farmi le tue rimostranze ti risponderei che sei pazza/o, ti sbagli, mica parlavamo di te. Ho supporto degli appartenenti alla mia cellula, in caso di necessità appoggerebbero le mie parole. Ricordatelo”.

La regola delle regole, quella che fa andare su tutte le furie gli appartenenti dell’Armata Brancaleone del pettegolezzo quando non viene rispettata è: “Non osare ignorarci, non provare a vivere la tua vita serenamente come se noi non esistessimo e non ci prodigassimo a costruire e raccontare una vita nuova tutta per te, alternativa, piena di avventure. Non osare ridere di noi”.

I membri della cellula dell’Armata Brancaleone del Pettegolezzo che nel mio vicinato hanno creato per me e Sandro una nuova vita, a noi sconosciuta, sono, con ogni evidenza, esseri a noi superiori. La mia, chiara, inferiorità fisica e morale non mi ha permesso di capire subito le regola alla base della nostra pacifica convivenza. Un’altra regola basilare, che avrei l’obbligo di rispettare, per quanto possa apparire contraddittorio, comporta il mio dovere di saluto per prima. Un saluto fantozziano e deferente. E se faccio la brava potrei anche avere un cenno di risposta al mio saluto, me fortunata! Il mio dovere di saluto con risposta a sorpresa è sottolineato da sguardi fissi, tra il derisorio, l’astioso e il supponente, e da una totale mancanza di gentilezza o di un sorriso. Non avendo capito subito il bon ton dell’Armata mi sono guadagnata la fama, meritata, di essere una scostumata superba che non saluta. Me tapina! Sono regole universali, appartengono a tutte le cellule dell’Armata Brancaleone del Pettegolezzo, come posso non averle colte al volo.

La fase migliori amici dà inizio alla raccolta informazioni, è una fase delicata, deve essere condotta con abilità. Un membro dell’Armata Brancaleone del Pettegolezzo avvicina amichevolmente il protagonista della storia che l’Armata sta costruendo e cerca di instaurare un clima cordiale, amichevole. Butta giù domande con indifferenza apparente, se l’interrogato si mostra malleabile le domande diventano sempre più precise e pressanti ma la conversazione non perde mai il clima cordiale che la caratterizza. I membri dell’Armate Brancaleone del Pettegolezzo sono addestrati fin dall’infanzia. Le informazioni raccolte nell’interrogatorio vengono elaborare e adeguare allo schema narrativo del racconto in costruzione.

I protagonisti del racconto nel caso venissero a conoscenza di questa nuova versione delle loro vite non potrebbero non rimanere colpiti dalla qualità della narrazione e commossi dall’impegno messo dai membri dell’Armata per rendere le loro vite, banali e sciape, avventure meravigliose, lontanissime dalla noia del quotidiano e dal grigiore della realtà. Vite romanzesche, piene di elementi di fantasia mischiati, se il lavoro di investigazione è riuscito, alla realtà, che grazie all’elaborazione narrativa degli autori è resa irriconoscibile. Purtroppo in alcuni casi il protagonista del racconto può mostrarsi ostile e l’attività investigativa infruttuosa. Ma i membri dell’Armata sono coriacei, non si fanno fermare da ostacoli così insignificanti, i migliori racconti sono frutto di pura fantasia, privi di qualsiasi appiglio con il reale ma non per questo sono meno diffusi e seguiti, anzi. Le creazioni dell’Armata Brancaleone del Pettegolezzo sono vere e proprie opere d’arte.

La cellula che gentilmente si occupa di me e Sandro è formata da signore bene, e loro familiari vari – con gravi problemi respiratori causati da puzza sotto il naso — portieri e consorti, negozianti di quartiere e personaggi di passaggio. Nessuno dei membri di questa cellula ci conosce se non di vista, con alcuni di loro ci sono stati degli intimissimi Buongiorno e Buonasera, di molti di loro non conosco nemmeno il nome, ma signori miei se volete sapere vita, morte e miracoli di Francesca Matilde Ferone e Sandro Quintavalle andate da uno di questi signori o da una di queste signore e saprete tutto di noi. Scoprirete una vita piena di cose interessanti, una vita che neanche sappiamo di avere.

Ieri, 31 dicembre 2015, in tarda mattinata, io e Sandro abbiamo fatto una passeggiata per il Vomero. Arrivati in piazza abbiamo incrociato una dei membri più attivi della cellula dell’Armata Brancaleone del Pettegolezzo che si occupa di noi e siamo passati davanti a un paio di negozianti da cui non ci forniamo, o non ci forniamo più, sempre molto attivi nella costruzione del racconto della nostra vita. La signora incrociata dopo un periodo di sospensione del saluto ieri ha ripreso questa strana abitudine, io le ho sorriso, risposto cordialmente, e augurato buon anno. La fase raccolta informazioni sta per ricominciare, ci sono stati movimenti poco chiari nella vita mia e di Sandro ultimamente, bisogna indagare. L’Armata ha registrato e inserito questi cambiamenti nel racconto delle nostre vite, l’ha fatto con precisione e dovizia di particolari, ma un po’ di informazioni di prima mano rielaborare secondo il suo stile narrativo aggiungono mordente al racconto.

Continuando a passeggiare ho incrociato anche un paio di vecchie amiche. In un’altra vita ho costruito molti rapporti d’amicizia malati, seguendo sempre lo stesso schema, da cui mi sono staccata a fatica e con molto lavoro su me stessa. Ci ho messo anni, volontà, attenzione, pazienza, dolore a cambiare il mio modo di approcciare le persone ma alla fine ci sto riuscendo.

Lamicizia delle persone che ho incrociato l’ho fortemente desiderata e rincorsa, in un altra vita. Ho scodinzolato, anche in maniera molesta, per anni in cerca della loro attenzione. Volevo la loro amicizia, volevo essere come loro. Da molti anni, ormai, con il sollievo di tutte noi, non ci rivolgiamo neanche il saluto quando ci incontriamo. Conoscendo la sgradevolezza di cui sono capaci le mie amiche so che ogni volta che ci incrociamo un commento sulla grassezza di Sandro e un commento maligno su di me sono d’obbligo. Il reciproco sollievo per lo scampato pericolo di un saluto sgradito a tutte noi chiude i nostri sporadici incontri.

La verità, per quanto brutta, la devo ammettere onestamente, soprattutto a me stessa: per anni a ‘sta povera gente ho veramente frantumato i coglioni inventandomi, cercando disperatamente, un’amicizia mai esistita e da loro mai voluta. Volevo attenzione e affetto e ho usato le varie disgrazie che mi capitavano per averli. Mai avuti, ovviamente. Per qualche tempo ho ottenuto sopportazione e pena. È una cosa bella? Certo che no, ma è una cosa comune se ci si sente soli, fragili, impauriti e spaventati. Voltare lo sguardo da un’altra parte non cambia il passato.

Ho passato molti anni a crogiolarmi nella sensazione di sfortuna, nella paura, nella rabbia, nel rancore, nella superstizione. La mia vita è cambiata quando ho deciso di cambiare io e il mio modo di stare al mondo. I rapporti umani sono ruoli. Ognuno di noi sceglie il suo ruolo, lo fa inconsciamente di solito, in base a come si vede, a come vede gli altri, a come vede il mondo. Le persone attorno a noi a loro volta ci affidano dei ruoli ben precisi nelle loro vite in base a come ci vedono, si vedono e vedono il mondo. Se il nostro sguardo su di noi, sul mondo e sugli altri cambia cambia anche il ruolo che ci diamo. Di solito, quando all’interno di rapporti interpersonali i ruoli sono ben precisi, statici, fermi, rassicuranti, strutturati, i cambiamenti di ruolo non sono ben accetti.

Gli incontri di ieri mi hanno fatto riflettere sui miei cambiamenti e su come determinati ruoli, che mi ero costruita, inconsciamente, su misura, crescendo, cambiando, andando avanti, non mi appartengono più.

L’Armata Brancaleone del Pettegolezzo prende molto sul serio il suo ruolo sociale: spalmatrice di racconti fantasiosi e dettagliati di vite a lei sconosciute. In altri momenti della mia vita gente così mi ha ferita moltissimo, mi ha fatto paura, mi ha fatto sentire schiacciata. Il loro modo di vedermi e raccontarmi mi sembrava giusto. Ero molto più fragile, avevo un bisogno disperato di affetto e approvazione, ero più debole e isolata.

Le amiche incrociate ieri hanno avuto un ruolo importante nella mia vita per anni. Ho imposto a lungo la mia presenza nelle loro vite, farne parte mi faceva sentire più sicura. Ho costruito quasi tutti i miei rapporti d’amicizia in passato su queste basi. Alcuni rapporti con gli anni si sono evoluti in rapporti reali, affetti sinceri, tra persone adulte, alla pari. Altri sono andati in frantumi senza dolore o danno. Alcuni sembravano rinati su basi più mature ma il mio cambiamento come essere umano, la mia volontà di avere un rapporto sincero e paritario, un nuovo ruolo, si è infranta contro la nostalgia e il bisogno di ricostruire la nostra amicizia sulle stesse basi, rispettando gli stessi ruoli e modelli del passato. Ieri incontrare le mie amiche è stato importante, mi ha ricordato da dove vengo.

Essere parte di un gruppo che mi appariva figo e dominante mi faceva sentire meno isolata, meno attaccabile. Incrociando ieri la tipa — gregaria di un’ape regina – membro della cellula dell’Armata Brancaleone del Pettegolezzo a noi interessata ho provato non paura ma repulsione. Il saluto fintamente gentile, il suo sguardo stupido e feroce erano roba già vista, stantia. I due commercianti di cui abbiamo incrociato lo sguardo, a loro volta membri della cellula e da cui si servono i loro commilitoni, erano pronti a salutare con aria cordialmente servile i loro commilitoni: clienti di riguardo. Uno di loro ha chiamato la cara signora, sua cliente e commilitona, mentre passava avanti al suo negozio, e le ha fatto dei calorosissimi auguri di buon anno. È stata una scena interessante da osservare, metteva in luce chiaramente le dinamiche di gruppo. Dopo il fastidio iniziale l’intreccio di incontri mi ha fatto ridere, poi riflettere.

Io e Sandro siamo le prede ideali per le varie cellule dell’Armata Brancaleone del Pettegolezzo: abbiamo un aspetto fuori dagli schemi, soprattutto Sandro ha un aspetto che attira la derisione e la cattiveria gratuita dei normali. Viviamo una vita molto tranquilla costruendo giorno dopo giorno, con lavoro, fatica, pazienza, determinazione, studio, serietà, una vita familiare e lavorativa che ci somiglia ma completamente fuori gli schemi prestabiliti dei normali. I normali, generalmente, non accettano tutto quello che vive fuori le ristrette mura della loro visione del mondo e tendono ad attaccarlo, a distruggerlo.

Io e Sandro non possiamo impedire alle varie cellule di Armata Brancaleone del Pettegolezzo di inventare la nostra vita, non possiamo impedire la scortesia gratuita né la stupidità, ma possiamo ignorarli. Nei momenti di difficoltà e stanchezza è più difficile ma non impossibile.

La fine di un anno e l’inizio di un nuovo anno di solito sono un momento di passaggio simbolico, la vita poi prosegue sui soliti binari. Il passaggio tra il 2015 e il 2016 per me e Sandro rappresenta un cambiamento reale. Dobbiamo diventare grandi a 50 anni, prenderci responsabilità, fare attenzione a cose per cui non ci sentiamo portati. È il prezzo da pagare per aver raggiunto delle mete. La nostra nuova avventura incomincia con l’inizio del 2016, è una meta e un punto di partenza, richiede impegno, lucidità, concentrazione. Non abbiamo tempo per le sciocchezze e per gli idioti.

Negli anni ho imparato a selezionare le persone da fare entrare nella mia vita, sono diventata intransigente ed esigente. I portatori di cattiveria gratuita e mancanza di rispetto, chi tenta di approfittare delle mie debolezze e fragilità lo allontano senza rimpianti o sensi di colpa. Non tollero l’invidia mal celata dietro la denigrazione gratuita. Non tollero i tentativi di svilire lavoro e scelte altrui, anche molto difficili e faticose, fatti con la subdola volontà di riportare i rapporti e le persone a vecchi ruoli. Non tollero l’arroganza mascherata da consiglio saggio.  In questi ultimi anni mi sono guadagnata la fama di ingrata, la vivo con leggerezza, meglio ingrata che burattino costretto a ripetere lo stesso spettacolo per mantenere inalterate le visioni altrui del mondo e delle persone o fare da valvola di sfogo per l’insoddisfazione altrui.

Oggi è una giornata attivissima e pigra, scrivere questo post non è stato facile. Ogni volta che scrivo un post mi espongo sapendo che forse l’1% dei lettori coglierà quello che dico nella sua interezza, ed è una stima al rialzo. Ma scrivere e buttare fuori mi disintossica. Paure, insicurezze, angosce, ansie smettono di navigare sotto pelle, mentre scrivo prendono forma concreta, le vedo con chiarezza. Le depongo sullo schermo del computer e le lascio andare per il mondo. Continuano ad appartenermi senza dominarmi.

Ho passato questo primo giorno del 2016 scrivendo, è stato duro e liberatorio. È stato indispensabile per la mia serenità. Per il nuovo anno non faccio nessun buon proposito, ho già troppi impegni emotivi e concreti da rispettare ogni giorno, i buon propositi sono di troppo.

Buon Anno! Buon 2016

Buon Natale!

L’altro ieri passeggiavo per il Vomero chiacchierando con una cinquenne molto simpatica e solare, piena di curiosità. Nel passeggino che spingevo c’era un’unenne con le stesse caratteristiche della cinquenne. Mentre la cinquenne mi parlava di tutto e mi faceva domande su domande, sempre puntuali, interessanti, mai banali — domande che mi portavano nel suo mondo  – ho sentito qualcuno canticchiare, era l’unenne che si guardava intorno canticchiando: “lalalalla lalalalla…”. Mi è venuto da ridere.

Questo Natale conclude un anno di cambiamenti, un anno di quelli in cui mi sono data spesso un pizzico sulla pancia per andare avanti, mi sentivo stanca e scoraggiata. Il passato può ritornare sotto varie forme, quest’anno è tornato spesso: ricordandomi momenti bellissimi, da cui ho tratto forza, e ricordandomi momenti duri, che mi hanno chiarito che questo è stato un anno complicato ma bello per certi versi, gli anni veramente brutti, per me, sono stati altri.

Francesca Matilde Ferone, Sandro Quintavalle e can Piera, in versione natalizia, Babbo Natale, Folletto e Renna, augurano buon Natale a tutti.

Buon Natale! Oh! Oh! Oh!

Non amo il Natale ma lo vivo serenamente, per anni l’ho odiato profondamente – era il momento più doloroso dell’anno – ora lo vivo con leggerezza. Da alcuni anni da queste parti si sfornano bambini, il ruolo di zia mi calza a pennello, mi diverte comprare i regali per le mie nipoti, e mi osservo. Bianca è la più grande delle mie nipoti, ha ben 5 anni, ed è il mio banco di prova: una parte di me usa Bianca come scusa per comprare giocattoli che mi piacciono, sapendo bene che lei vorrebbe altro, un’altra parte di me srotola davanti ai miei occhi la lista dei regali fatta da Bianca e chiarisce che i regali sono per lei non per me. Ho imparato a fatica a non comprare, con le scuse più bieche, bellissimi giocattoli che avrebbero reso me felice e Bianca dispiaciuta. Le liste di Bianca sono orali, variabili, e molto dettagliate. Comprare un regalo della lista è un segno di rispetto per questa bambina, una persona differente da me, con gusti precisi. Parlo di Bianca perché è la più grande delle mie nipoti, con lei ho fatto la gavetta di zia le altre si avvantaggiano dell’esperienza che ho acquisito in questi anni.

La ziitudine mi porta a riflettere sui rapporti umani, la ziitudine mi mette di fronte a me stessa. Cosa è importante, cosa non lo è; cosa lasciare andare, cosa fermare. Natale, ci piaccia o no, ci mette sempre di fronte a noi stessi. Passare indenni il Natale non è facile se ci si sente soli, se si è stanchi, se si ha un dolore da vivere e smaltire. I natali felici, senza ipocrisie di facciata, sono rari. I natali sereni si possono costruire, con la volontà, con qualche sforzo, con la voglia di sorridere un po’ di più e accettare se stessi e gli altri per quello che sono.

Questo sgangherato post natalizio posso chiuderlo in un solo modo: vi auguro di passare un Natale sereno in compagnia di persone che amate per quello che sono e che vi amano per quello che siete. In caso di natali formali, ipocriti, costretti dalle convenzioni, solitari, pieni di vuoti, tenete ben presente una cosa: Natale passa presto.

Buon Natale!

La mamma è sempre la mamma

Ed ecco un bel post sull’argomento più amato dagli italiani: la mamma. Sì sì oggi parlo della mia mamma, e non ne parlo con la presunzione di raccontarla, nessuno può raccontare un’altra persona nella sua interezza, oggi racconto, un po’, della mia mamma vista da me.

Io e mia madre ci siamo odiate molto. Io e mia madre ci siamo amate molto. Io e mia madre ci siamo frequentate poco fino alla morte di mio padre, quando avevo quasi 10 anni, e quel poco spesso non è stato tempo piacevole, per entrambe.

Mia madre era una donna cattiva e disamorata verso la propria creatura? No belli miei, mia madre – come molte donne che si trovano ad essere madri perché è normale, naturale e giusto – era una donna fragile, con una storia familiare complessa che si è ritrovata a vivere un ruolo vendutole come spontaneo e naturale per ogni donna. Ruolo che spontaneo e naturale non è. Le persone sono cosa complessa, portano in sé le loro storie e le storie di tanti altri con cui hanno legami.

Sono una donna di 48 anni che ha problemi seri con le cose pratiche: un problema con le tasse, una difficoltà col condominio, un problema con un artigiano – idraulico, muratore, fabbro, meccanico – mi manda nel panico, poi mi calmo e affronto le situazioni come meglio posso. Ogni volta che mi trovo in uno di questi momenti di difficoltà penso a mia madre. A quanto l’ho odiata, a quanto avrei voluto avere un’altra madre, e a quanto l’ho ammirata e amata. Quando è morto mio padre aveva 36 anni, era bella, magra, con gambe fantastiche. Le gambe sono la parte peggiore del mio corpo e avere gambe simili alle mie con una madre con gambe bellissime mi ha irritata per lungo tempo.

Mia madre da giovane non era graziosa o carina, mia madre era bella, ma bella sul serio; mio padre aveva 12 anni più di lei, era abbastanza pelato e grassoccio. Credo che lei lo abbia sposato per andarsene di casa, a 25 anni una donna doveva essere sposata a quei tempi, e perché lui le assicurava sicurezza. Lui credo che l’abbia sposata perché era bella, e non solo. Si sono amati? Non lo so. Di certo lui si è preso cura di lei durante il loro matrimonio, lei gli è stata vicinissima durante la sua malattia e la sua morte l’ha distrutta. Non credo sia stato un grande amore romantico e appassionato, ma quanti davvero possono dire di essere il frutto di un amore romantico e appassionato; e quanti l’hanno vissuto ‘sto famoso grande amore, e se l’hanno vissuto quanti hanno deciso, e sono stati capaci, di farne il centro della propria vita familiare?

Francesca Matilde Ferone cerca di rubare gli occhiali da teatro di sua madre. Illustrazione di Sandro Quintavalle

Vediamo se riesco a vedere il mondo come lo vedi tu

In questi giorni mentre mi arrivavano cartelle delle tasse errate, mi facevo la lista delle cose pratiche e burocratiche da fare a breve, mi trovavo ad affrontare un problema inaspettato ho pensato spesso a lei. La morte crea un sacco di problemi burocratici e proprio mentre vorresti vivere il tuo dolore in pace ti ritrovi a girare per uffici pubblici, studi di notai e cubicoli bancari. Io e mio fratello abbiamo passato molto tempo del primo mese dopo la morte di mio padre seguendo questa giovane donna nel tour de force burocratico che ha accompagnato la morte di suo marito.

Mio padre diceva di avere 3 figli: io, mio fratello e mia madre. La più grande di quei 3 figli dopo la sua morte ha dovuto badare ai più piccoli. Negli anni i più piccoli si sono trovati a badare a quella grande. Da adulta spesso mi ritrovo a provare un amore intenso per quella donna che in pochi mesi ha visto crollare quel po’ di serenità che aveva e si è trovata ad avere la responsabilità di crescere due bambini, una di quasi 10 anni e uno di 6 anni e mezzo, da sola. Lei, la terza figlia di mio padre, ha reagito come ha potuto. Vi prego, astenetevi dal raccontarmi come tante persone superano anche problemi più seri: parlare delle vite degli altri è facile ma in alcuni momenti tacere è doveroso.

Le persone reagiscono in maniera differente agli eventi, la reazione dipende dalla propria storia personale e dal proprio carattere. Ci sono donne che rimangono vedove con figli anche più giovani e in condizioni ben peggiori di quelle in cui si è trovata mia madre e reagiscono benissimo e donne più fragili che reagiscono come ha fatto lei, o peggio di lei, anche in situazioni all’apparenza più facili.

Riuscire a non dare giudizi quando si tratta della vita e dei dolori altrui è segno di intelligenza e sensibilità. Regalarsi il lusso di capire la propria storia e le storie di chi ci ha generati, di chi ci ha cresciuti, di chi si è trovato a gestire, anche se a distanza, situazioni difficili, è il dono più grande che ci si possa fare.

Non conosco bene la storia dei miei genitori, non conosco bene la storia dei miei nonni. Non conosco la storia di tante persone, e forse non ne conosco neanche l’esistenza, che sono state importanti per la mia famiglia e hanno contribuito a fare dei miei genitori le persone che sono state. Ho riportato a galla racconti e parole ascoltate per caso, ho fatto collegamenti e ricostruito eventi, legami, ambiti sociali e culturali; tento di capire me stessa e la storia da cui vengo. La storia che ne ho ricavato è mutabile, non so come stanno esattamente le cose, non lo saprò mai, nessuno sa mai esattamente come stanno le cose. Ognuno riporta il mondo al suo modo di vederlo e di sentirlo.

Una cosa però la so, la seconda guerra mondiale, come tutte le guerre, ha creato danni irreversibili in tante famiglie.
Se non l’avete mai fatto ascoltate i racconti di chi quegli anni li ha vissuti, di chi ha visto rovesciarsi situazioni, di chi ha visto dividersi la vita in prima, durante e dopo, anche se all’epoca era un bambino. La madre di mia madre mi ha raccontato spesso il prima, il durante e il dopo. Tra il prima e il dopo nella famiglia che i miei nonni materni avevano composto si è creata una frattura mai sanata. Mia madre è il frutto di quella storia che conosco poco.

Mia madre dopo la morte di mio padre è stata supportata da molte persone. Ma mia madre è stata anche molto usata. Dopo la morte di mio padre il mondo di mia madre si è diviso in due mondi ben distinti, uno formato da quelli che per affetto verso di lei, o verso mio padre, anche se non c’era più, l’hanno aiutata, nei limiti e nei modi in cui potevano farlo, sempre in buona fede, e uno formato dagli  altri. Le fragilità di mia madre sono state usate contro di lei da persone molto per bene e rispettabili. Ringrazio queste persone, mi hanno fatto capire molto presto che titolo di studio e posizione sociale non fanno di una persona una brava persona.

Mia madre è morta a neanche 53 anni per un tumore al seno curato di merda da luminari dell’oncologia uniti a luminari della psichiatria. No, non sono pazza, abbiamo avuto la conferma da vari medici, nessuno medico è stato disposto a mettere per iscritto quello che diceva. No, non è stata curata male perché è stata curata a Napoli, è stata curata male perché siamo stati capaci di incasellare il peggio del panorama medico napoletano. Peccato che quel panorama aveva un’ottima reputazione e ottime referenze.
Grazie a una malattia di mio suocero posso tranquillamente affermare che la sanità lombarda ha un livello di cialtroneria identico a quella campana. Essere un primario in un reparto ospedaliero, o un professore universitario, non rende una persona automaticamente una persona perbene, o un bravo medico, o una persona affidabile.

Mia madre soffriva di depressione bipolare anche prima della morte di mio padre, questo me l’ha detto una delle sue sorelle quando avevo circa 13 anni. All’epoca non si sapeva bene cosa fosse la depressione bipolare. Le rare volte che mia madre ha deciso di farsi visitare i medici, per molti anni, non sono stati in grado di fare una diagnosi corretta; quando la diagnosi è stata corretta la cura è stata peggio della malattia. Mia madre, a detta di mia zia, aveva manifestato i primi problemi di depressione dopo la nascita di mio fratello, in seguito c’erano stati altri episodi. Mio padre si era sempre preso cura di lei, di me e di mio fratello cercando di non farci pesare la situazione. Anche mio nonno materno dopo la seconda guerra mondiale aveva manifestato problemi simili: entrambi sono stati curati di merda, entrambi non hanno mai voluto accettare la loro malattia, in entrambi i casi molte delle persone che gli stavano attorno non hanno voluto, o potuto, vedere. Nel caso di mia madre parlo di quello che è successo dopo la morte di mio padre.

Hey gente trovarsi di fronte a cose che ci fanno paura, che rompono il nostro concetto di normalità, o che ci riportano a momenti brutti della nostra vita, non è facile. E poi, facciamo a capici, gli ambienti in cui viviamo e di cui vogliamo essere parte integrante ci condizionano. Se in un determinato ambiente alcune cose sono considerate tabù e desideriamo essere parte di quell’ambiente ci teniamo alla larga da queste cose e se queste bussano alla nostra porta le neghiamo. I comportamenti delle persone vanno inseriti in contesti sociali, epoche e storie personali, non mi stancherò mai di dirlo.

Come ho detto mia madre era bella e aveva gambe perfette. Io sono stata una bambina cicciotta e un’adolescente obesa, poi una post adolescente dimagrita, ingrassata, dimagrita, ingrassata. Mia madre a un certo punto della sua adolescenza è ingrassata tantissimo, in pochi mesi è dimagrita ed è rimasta magra fino a pochi anni prima della sua morte. È ingrassata quando un luminare della psichiatria l’ha riempita di psicofarmaci un po’ a cazzo. Sì molti psicofarmaci hanno come effetto un aumento di peso, anche quelli prescritti per risolvere disturbi alimentari che portano al sovrappeso.

Non sono contraria agli psicofarmaci ma sono contraria al loro uso scriteriato, dannoso e inutile. Sono contraria a quei medici che si nascondono dietro i loro titoli per non ascoltare i loro pazienti e le loro famiglie. Sono contraria ai medici che trattano i pazienti e le loro famiglie come se fossero elementi di una catena di montaggio veloce e spersonalizzata.

Con mia madre ci siamo insultate moltissimo, aggredite, augurate le peggio cose. Con mia madre ci siamo amate in maniera intensa, fortissima. Siamo state una madre magra, bella, con gambe spettacolari e una figlia grassa, magra, grassa, magra, e così via, ma sempre con delle gambe di merda. Mia madre nei suo momenti feroci me l’ha fatto pesare moltissimo questo paragone, io l’ho odiata e le ho reso la pariglia come potevo.

Nell’armadio ho una sua camicia di seta e un suo pantalone nero tipo pigiama palazzo, li ho conservati sperando di entrarci prima o poi: sono una taglia 42 stretta non ci entrerò mai. Mia madre li indossava dopo aver partorito due figli, li indossava corredati di un paio di scarpe con le zeppe e tacchi altissimi, l’unico paio di scarpe coi tacchi davvero alti che ricordi abbia mai indossato. Li usava per uscire la sera con mio padre, abitavamo ancora nella casa di via Gennaro Serra. In quel periodo lei aveva i capelli lunghi fino alle spalle, li ha sempre portati corti tranne che in quel periodo, da piccola non solo volevo capelli lunghissimi volevo anche una mamma coi capelli lunghi.

Mi rivedo piccola: la guardo e la trovo bellissima, finalmente ha i capelli lunghi, non quanto vorrei ma per il momento va bene così, e porta quelle scarpe belle, eleganti, con tacchi altissimi. Le scarpe non so che fine abbiano fatto, da piccola con quelle scarpe ho fatto passeggiate per casa, brevi e claudicanti. Adoravo anche i suoi occhiali da sera, aveva questi occhiali che usava solo in occasioni speciali, la montatura era bellissima, piena di brillantini ed elegantissima. Appena potevo glieli rubavo, mi piaceva guardarmi intorno indossando quegli occhiali, tutto sembrava più grande e nello stesso tempo più lontano.

Mia madre aveva un’eleganza naturale e un occhio pazzesco per i vestiti. E lei che mi ha insegnato a mischiare vestiti del mercato e vestiti più costosi, non di marca, non firmati, sartoriali, di buoni materiali e buona fattura. Anni fa una persona mi ha detto che ho un buon occhio nello scegliere le cose, è vero, l’ho preso da quella donna bella, fragile, intelligente, e a volte stupida, che mi ha generato.

A lei devo molte delle mie passioni. Con mia madre dopo la morte di mio padre sono andata a cinema a vedere di tutto: film di Woody Allen che ho adorato e adoro, film di Ingmar Bergman che ho odiato, sono certa sia un grande del cinema universale ma tuttora mi rifiuto di vedere un suo film. Il cinema di Bergman non è il massimo per un’uncinenne normale, senza aspirazioni intelletualoidi precoci. Abbiamo visto insieme Guerre Stellari e i film di Mel Brooks, mi ha portato a vedere a cinema quel drammone western che è Duello al sole, durante le proiezione di quel film mi sono innamorata follemente di Gregory Peck e ho finalmente conosciuto Jennifer Jones, la sosia di mia zia Anna da giovane, una delle sorelle di mia madre. Mia madre mi ha portata in giro per musei e mostre. Mia madre mi ha insegnato ad amare il teatro e mi ha insegnato l’amore per gli accessori di abbigliamento: particolari, non banali, mai volgari o inutilmente stravaganti.

 

Per anni mi hanno detto che ero il ritratto di mio padre, negli ultimi tempi molti dicono che somiglio a mia madre nei suoi momenti migliori. Chiariamo lei era davvero bella, era molto più magra di me e più naturalmente elegante, ma è vero negli ultimi anni somiglio un po’ a lei da giovane. Per anni dirmi: “Somigli a tua madre” era la peggiore offesa che mi si potesse fare, ora no, ora so che per molte cose, nel bene e nel male, è vero, le somiglio. Come è vero che somiglio a mio padre. Sta a me essere me stessa, e riconoscendo il meglio di loro che c’è in me, portarlo alla luce con orgoglio.

Io e Sandro stiamo insieme da 21 anni, in questi 21 anni lui ha subito una caratteristica che ho ereditato da mia madre che rende una passeggiata con me una corsa con meta indefinita: mia madre non passeggiava, non camminava, mia madre correva. Ho passato dopo la morte di mio padre molto tempo a correre dietro di lei cercando di tenere il suo passo, quel passo ormai è mio. Sandro ne paga le conseguenze e spesso quando usciamo mi urla dietro invitandomi a smetterla di correre e provare a passeggiare perché non ci insegue nessuno. Io mi arrabbio, non capisco cosa vuole, io passeggio non corro è lui a essere lento, e camminare più piano mi irrita. Facciamo questo, da 21 anni, ogni volta che usciamo a farci una passeggiata, se lui aumenta il passo mi irrito io e lo accuso di correre, e così andiamo avanti. Una nostra uscita senza questi intermezzi stizziti e comici avrebbe qualcosa di strano. Da mia madre non ho ereditato le gambe ma il passo sì. Forse lei aveva gambe così belle perché camminava tanto a velocità elevatissima. Sto provando a vedere se questa teoria funziona su di me ma i risultati sono molto scarsi.

Mio padre non c’è più da quasi 40 anni, mi manca moltissimo, ma pensare a lui per quanto dolorosissimo mi da una sensazione di calore, calma, affetto, amore. Mia madre è un pezzo della mia vita molto più complesso, fatto di repulsione e grande amore. Tornare a lei è fondamentale se no resto ferma e non mi muovo più; mi impantano in una parte buia, fredda e pericolosa di me stessa. Mia madre è morta da più di 22 anni, ho 48 anni e una cosa l’ho imparata, l’ho già detta, ridetta e ripetuta, la ripeto: mia madre, come tutte le persone, nel bene e nel male, va inserita in una famiglia, in un ambiente sociale, in un periodo storico, in una cultura. Le persone sono esseri complessi, molto complessi, i rapporti che le uniscono e le allontanano a volte sono matasse aggrovigliate di cui non si riesce a trovare il capo. Ma se davvero lo si vuole, dopo aver preso le necessarie distanze — distanze temporali e distanze fisiche sono indispensabili, è triste dirlo ma l’immersione nella quotidianità allontana — con calma, pazienza, tempo, dolore, il capo della matassa si trova e, molto lentamente, inizia a sbrogliarsi. Ho detto inizia.